Pietro (Mennea) il Grande. L’uomo più veloce del mondo

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Pietro (Mennea) il Grande. L’uomo più veloce del mondo

Non solo tennis nella nostra piccola biblioteca. Oggi una finestra sull’uomo più veloce del mondo. Un libro-tributo per un campione che ha dato molto più di quello che ha ricevuto

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AA.VV., Volevo solo correre. Piero Mennea oltre i confini dello sport, Istituto per il Credito Sportivo, 2014 (edizione a tiratura limitata).

“Non sono nato predestinato: ero alto 1.79, ero magrissimo e… sono bianco”, firmato Pietro Mennea. “Volevo solo correre” non è esattamente un libro. È una celebrazione postuma di uno degli atleti italiani più enigmatici. Con una copertina brossurata e carta lucida a cinque stelle si ricompongono con foto, testimonianze, ricordi la personalità di un uomo che ai miei occhi è sempre appartenuto a un’Italia che non c’è più. Anche se è stata sua maestà la televisione a catapultarlo nell’immaginario collettivo, il viso di Mennea, quegli occhi fieri e timidi, quel dito alzato, quel riserbo, nel sorriso, quei capelli improbabili, raccontano di una nazione prepasoliniana, in bianco e nero, contadina, fiera e schiva. Un mondo dove la fatica era una maledizione e un valore prezioso. Non si poteva dribblare, si poteva solo attraversare. E se lo facevi, avresti ottenuto i risultati.

Deve essere davvero strano essere stato l’uomo più veloce del mondo. Non riesco nemmeno a immaginarlo. Mennea ha passato metà della sua vita a trasmettere i valori che hanno portato quel ragazzino magro a fermare un cronometro messicano a 19 secondi e 72 centesimi e a svelare Barletta al resto del mondo. Io nel ’78 avevo solo 10 anni, ho ricordi vaghi, mi ricordo solo che dal giorno dopo nel cortile passavamo tutti i pomeriggi a fare le gare di velocità giù in garage e ricordo Ivano Boffetti, il più veloce di tutti, che ogni volta che vinceva mi urlava in faccia PietroMenneaPietroMennaPietroMenneaaaaaa.

 

La medaglia d’oro di Mosca del 1980 però me la ricordo bene. Mi ricordo l’attesa, lo sparo, lo stupore di vederlo così indietro nella curva, ma come?, è quello il famoso PietroMennea?, e poi mi ricordo quel rettilineo allungarsi come un elastico e la voce di Ivano Boffetti uscire dal televisore, e urlare quel nomecognome come un pazzo, come se urlare ripetutamente quel nomecognome potesse servire a qualcosa, ed ecco svelarsi a me per la prima volta la magia dello sport: cento metri che diventano un mese, e in quel tempo infinito che si consuma in un respiro, gli altri sembrano entrare in una strana moviola, mentre Pietro Mennea da Barletta semplicemente si divora l’aria e tutto il mondo intorno. Quando alza il suo dito al cielo mi ritrovo a piangere sul divano come farò pochissime altre volte. Paolo Rossi contro il Brasile, gli ultimi 30 metri di Alberto Cova, l’ultimo ruggito di Jimbo(1), il prossimo Slam di Roger e poco altro. Da quel giorno in cortile ho cominciato anch’io ad alzare il dito a ogni mia vittoria, ogni volta che non c’era Ivano Boffetti ovviamente. Ma “Volevo solo correre” non è un libro che celebra l’atleta. È un libro che celebra l’uomo. Un uomo strano, con quattro lauree, dieci chili di medaglie e 20 libri all’attivo. Un uomo a cui hanno intestato un treno, che divenne europarlamentare e che dichiarò guerra al doping. Per uno che credeva nel sudore quella roba là dove sembrare kriptonite.

Oggi di Pietro Mennea rimane il ricordo di un uomo scomodo che probabilmente ha dato molto di più di quello che ha ricevuto. Credo che il libro, fatto in collaborazione con la Fondazione Pietro Mennea Onlus, sia più che altro un tentativo di recuperare quel torto.

https://www.youtube.com/watch?v=Fr5U7t-HR9A

Pier Paolo Zampieri

Questo è un piccolo “pensiero” di Ubaldo Scanagatta su Pietro Mennea, scritto all’interno del suo libro che raccoglie un centinaio di campioni di tutti gli sport “Mezzo Secolo di Campioni, 50 anni di Credito Sportivo”

La Freccia del Sud

1980 PIETRO MENNEA

Ma chi sei, Mennea? Capita ancora oggi di sentir dire questa frase, quando qualcuno compia uno scatto davvero poderoso, oppure minacci soltanto di farlo per raggiungere un obiettivo impossibile.

Di obiettivi apparentemente impossibili Pietro Paolo Mennea, terzogenito di una famiglia di cinque figli cresciuti nella sartoria di papà Salvatore a Barletta, ne ha raggiunti davvero parecchi. Sulle piste d’atletica come nella vita.

Di sprinter diventati recordmen mondiali ce ne sono stati tanti, sebbene forse non così mingherlini. Ma che abbiano mantenuto il loro primato in una gara di velocità per 19 anni ce n’è uno solo. Lui.

Di atleti che siano stati prima campioni europei, poi mondiali e anche olimpici, e che abbiano poi conquistata una laurea… anche ce ne sono stati diversi. Ma che di lauree ne abbiano prese quattro (Scienze Politiche, Giurisprudenza, Scienze Motorie e Lettere) più due Master (alla Bocconi e alla Luiss) ce n’è uno solo. Lui.

Lui, sempre lui, il ragionier Pietro Paolo Mennea, divenuto poi anche avvocato, commercialista, direttore generale di una squadra di calcio, procuratore di calciatori, eurodeputato. Lui, tutto lui, da solo. Animato da una forza di volontà unica: “Sono un uomo che non si sente mai arrivato, né appagato, ma sempre pronto invece a ripartire dai blocchi”.

Un testardo dalla grinta inesauribile, di quelli che non si arrendono mai. Uno stakanovista degli allenamenti già con i primissimi professori Isef, l’avvocato senza toga Autorino e poi Mascolo per arrivare a Vittori, ma anche dello studio. “La seconda laurea, dopo il 110 in Educazione Fisica di poca soddisfazione la presi preparandomi di nascosto a Vittori, la sera…mi ero iscritto a Bari così potevo dare gli esami raccontando a tutti che andavo a trovare i miei a Barletta. Vittori non voleva che studiassi tanto”.

Competitivo era sempre stato, di natura. Ragazzino non era mai riuscito a mandar giù l’idea di perder sempre quella corsa di 50 metri, sul rettilineo in terra battuta del cortile della scuola, con quel compagno più veloce di lui, Salvatore Pallamolla. Finchè un giorno, furioso per un panino misteriosamente scomparso, vinse lui, Pietro, l’uomo che molti anni dopo sarebbe stato ribattezzato “La Freccia del Sud”.

“Scoprii così, quel giorno, che quand’ero incazzato correvo più forte”. E poiché lo sarebbe stato spesso, con quel suo caratteraccio scontroso, irritabile, insofferente, sarebbe stato più d’una volta l’uomo più veloce del mondo (in altitudine come sul livello del mare), d’Europa (8 primati) e d’Italia (33 volte). “Quasi tutti i miei record sono venuti a seguito di grosse arrabbiature”.

Menna non ricorda se era arrabbiato quando vinse gli interregionali studenteschi a Matera (1968), “ma solo che ero un anno avanti”. Cominciava così, racconta lui stesso: “La favola di un ragazzo che a 16 anni a Termoli per le leve dello sport, all’inizio della propria carriera sportiva, vide in televisione la gara dei 200 metri dei Giochi di Città del Messico vinta da Tommie Smith e John Carlos. I due squalificati perché sul podio alzarono il pugno al cielo col guanto nero del Black Power. Quel ragazzo, io, si entusiasmò e sognò, sognò fortemente, di poter un giorno salire sul podio delle Olimpiadi”.

Tre anni dopo il primo incontro con Vittori. A Roma, Acquacetosa. “Ero gracile e lo sentii dire a Franco Mascolo: ‘Ma questo che fa? Deve prima magnà qualche bistecca e poi se ne riparla”. Una delusione cocente per il piccolo Mennea, determinato a lavorare ancor più alacremente per smentire colui che sarebbe diventato suo inseparabile maestro.,

L’esordio in nazionale junior, a Lugano con la Svizzera nel ’69, ne tradisce l’emotività: due partenze false nei 100. Però approda alla nazionale giovanile, agli euro juniores, agli europei “veri” di Helsinki (6° in finale con 20”80 e bronzo con la 4×100): cos’ comincia la straordinaria carriera di Mennea.

“Tornai a Barletta dopo il mio primo titolo italiano sui 200 conquistato a Roma. Mi avevano organizzato una festa: una parata e la macchina scoperta! Mai avrei voluto farlo…”.

Mennea era così, schivo. “Dopo mi hanno spesso dipinto come presuntuoso, arrogante, antipatico. Se rifiutavo un invito alla Domenica Sportiva perché la mattina dopo dovevo studiare, se non mi facevo intervistare per raccontare per la millesima volta il mio record del mondo o la mia vittoria alle Olimpiadi di Mosca. Mennea ha sempre corso per dimostrare che valevo qualcosa, non per andarlo a raccontare in giro”. Sono vicende però che, in un modo o nell’altro, contribuiscono a fare di Mennea _ che ha il fastidioso vizio di parlare di sé in terza persona _ un personaggio scomodo. Secondo alcuni ambiguo e capriccioso. Secondo altri invece genuino, vero.

Prima del famoso record del mondo stabilito in Messico (“Lo stesso stadio Universitario di Tommie Smith e John Carlos…”) vanno accennate brevemente alcune tappe importanti. Il trasferimento di Pietro (1972), a Formia con Vittori per lavorare come un mulo. I Giochi di Monaco e il bronzo sui 200 (20”30) dietro a Borzov e Black: “Sono i Giochi dell’entusiasmo dei 20 anni, quelli che ricordo con maggiore simpatia; anche se il terzo posto…”). Gli Europei di Roma ’74 dove è ancora preceduto da Valery Borzov sui 100, ma si vendica sui 200. La brutta botta dei Giochi di Montreal 1976, soltanto quarto: “La mia grande occasione perduta”. Il riscatto di Praga (1978) dove Pietro trionfa nei 100 e nei 200 ma…: “Furono Europei da stakanovista, 100, 200, 4×100 e 4×400…Dieci gare in 6 giorni, due ori, due staffette (l’ultima chiusa in 44”7 lanciato). Mi ripagarono con una squalifica di sei mesi perchè, distrutto dallo stress, dissi no ad una tournèe in Estremo Oriente. Il massimo dell’ingratitudine”.

Non sarebbe stata l’ultima baruffa con Nebiolo, deus ex machina (ma anche il ras) dell’atletica italiana cui Mennea non voleva piegarsi. “Gli exploit di Praga avevano convinto me e Vittori a tentare il risultato importante in Messico, alle Universiadi, per via dell’altura. Nebiolo voleva che partecipassi invece alla neonata Coppa del Mondo. Scelsi le Universiadi e si scatenò un putiferio. Ma feci bene”. Tanto bene che arrivò quell’incredibile 19”72 che sarebbe stato abbattuto (di quattro decimi) soltanto 17 anni dopo (1996) da Michael Johnson.

“Un tempo quasi incredibile anche per me, sebbene avessi fatto un 19”8 manuale, un 19”96, un 20”01, un 20”04 in giornate umide. Ma c’era quell’attesa così carica di tensione, quel clima mai giusto. La mattina del record sentivo che era l’ultima occasione. E lo sentiva anche Vittori”.

Già, pare che Vittori, nervosissimo, quella mattina dette una gran strigliata a Pietro. Per dargli la carica finale. Mennea ha sempre giurato di non ricordarlo. “E tantomeno gli strizzai l’occhio”. Ma il record arrivò: 2 volte i 100 metri in 9”86!

Molti anni dopo qualche dispettoso avrebbe proposto di abolire tutti i risultati ottenuti in altura. Ma prima d’un ennesimo momento di amarezza per Mennea, arriverà l’oro di Mosca.

Atteso per certi versi, inaspettato per altri. Qualcosa infatti non va nel suo primo approccio alle gare. Mennea viene eliminato nei 100 metri. Non sembra in forma, pare quasi depresso. Eppure qui si potrebbe approfittare dell’assenza degli americani, bloccati dal boicottaggio. Il tempo di ammissione alla finale lo relega all’ottava corsia, quella esterna, dove è più difficile regolarsi. Pare una conferma del momento no. C’è già che scrive il De Profundis di Mennea. Niente di meglio che per fare imbestialire la “Freccia del Sud”: “Gente invidiosa, limitata, che gode a isolare chi si impegna _ ricorda _ Il 1 luglio 80, diciannove giorni prima di partire per l’Olimpiade, mi ero laureato in Scienze Politiche. Gli esami li avevo finiti a Natale, qualche mese dopo il Messico. Dovevo farcela prima dei Giochi, in Russia la mia mente doveva essere libera”.

In finale sembra proprio che il gallese Wells abbia la gara in pugno. Invece, dopo il primo scatto all’avvio, Mennea ha la forza per farne un secondo e negli ultimi 40 metri brucia allo sprint il rivale. L’arco ha scoccato la freccia. Mezz’Italia ha seguito in apnea e tornerà a respirare solo quanto Mennea solleverà al cielo, con suo fare tipico, l’indice destro in segno di vittoria.”E’ il traguardo che mi mancava _ dirà _ ma dentro di me c’era anche la rabbia (ancora!) e l’amarezza di aver vinto contro tutto e contro tutti: tutti coloro che fino a pochi giorni prima mi hanno attaccato, linciato e dato per finito”.

Mennea si è preso la grande rivincita. Cui ne seguirà un’altra, nella sua Barletta, a marzo: scendo sotto i 20 secondi (19”96), è l’uomo più veloce del mondo anche a livello del mare.

Qui comincerà la storia dei tre ritiri di Mennea. Una primo rentrée ed eccolo a Los Angeles “I Giochi della maturità, per poter dire esisto ancora…”. Pietro è 7° nei 200 vinti dal Figlio del Vento Carl Lewis e 5° nella staffetta. Nuovo ritiro, nuova rentree a Seul ’88 (i Giochi macchiati dallo scandalo Ben Johnson) per la quinta e ultima Olimpiade dove supera un turno e poi si ritira: “Sono le mie prime Olimpiadi…olimpiche. Quelle che mi fanno dire: signori, a 36 anni sono ancora qua”. Era stato lui il portabandiera azzurro di quei Giochi. E quando, dopo tutte le battaglie sostenute contro quattro generazioni di velocisti e il doping del professor Kerr che aveva tentato di convincerlo a farne uso (“No, grazie, se l’atletica è questa preferisco lasciarla”), gli venne chiesto che cosa camminasse con lui dietro il tricolore, Mennea rispose semplicemente così: “L’onestà e la correttezza”.

 


(1) https://www.ubitennis.com/blog/2015/02/26/jimmy-connors-mi-ha-salvato-la-vita-tennis-e-rock-roll/

 

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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Le Williams. La storia mai raccontata della famiglia che ha cambiato il tennis

Ripercorriamo con il libro di Matteo Renzoni e Andrea Frediani, la vita di Richard Williams, tassello fondamentale di una dinastia vincente

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Per raccontare la storia della dinastia Williams non c’è niente di meglio che assemblare un giornalista sportivo, Matteo Renzoni, e un romanziere storico, Andrea Frediani: il primo, perché il tema è la famiglia che ha prodotto due delle campionesse più vincenti nella storia del tennis femminile, il secondo perché la loro vicenda passa attraverso varie fasi della storia americana, e in particolare la vita del loro padre e mentore è un vero e proprio romanzo. È certamente corretto parlare di dinastia, ove si pensi che la storia inizia dal bisnonno delle due sorelle, un servo della gleba ancorato alla terra del latifondista bianco per cui lavora, nella Louisiana dei primi anni del Novecento, quando nel profondo sud degli Stati Uniti imperversavano impuniti i cappucci bianchi del Ku Klux Klan.

Il “King Richard” magistralmente interpretato dal Premio Oscar 2022 Will Smith nasce da una ragazza madre in piena Seconda Guerra Mondiale, e deve sviluppare una personalità forte, perfino spietata, per fronteggiare i soprusi cui sono sottoposti i neri nella sua cittadina, sopportare la povertà cui è condannata la sua famiglia, assorbire il dolore per aver visto morire, uno dopo l’altro e prima di compiere diciotto anni, i suoi tre migliori amici, giustiziati da KKK, per sopportare l’indifferenza della polizia. E infine, per andarsene a cercare fortuna dapprima nella Chicago degli anni ’60, teatro delle marce per i diritti civili promosse da Martin Luther King, e poi nella Los Angeles dove le bande criminali si spartiscono il territorio.

Eppure ce la fa, Richard Williams, a ritagliarsi un benessere e uno status sociale invidiabile… per un nero. Ma a lui non basta. Richard vuole lo stesso benessere che spetterebbe a un bianco pieno di spirito di iniziativa come lui, e non cessa di escogitare nuovi modi per fare soldi, per crescere nella considerazione della gente, per dare alla sua famiglia le migliori prospettive di vita. E infine trova la chiave nel tennis, uno sport che ha del tutto trascurato, nei suoi primi quarant’anni di vita. E crea un progetto, basandosi sulle figlie che devono ancora nascere. Richard è capace di imparare a giocare nell’arco di pochi mesi, spingendo la moglie Oracene a fare altrettanto, e avviare un accurato programma in 78 pagine per fare in modo che le sue due figlie, Venus e Serena, diventino non solo forti, ma le più forti di tutte.

 

Sembrerebbe il disegno di un pazzo, invece è un progetto perseguito con coerente lucidità e con ferrea volontà. A dispetto delle tragedie vissute in famiglia, delle condizioni estreme in cui Richard vuole che le figlie crescano, in un ghetto dove sibilano le pallottole sui campi in cui si allenano, dove lui deve fare spesso a pugni con le gang per conquistarsi uno spazio da offrire alle due ragazzine, Venus e Serena maturano senza odiare né il tennis né il genitore, ben lontane, per esempio, dal rapporto conflittuale che ha legato Agassi a suo padre. La pedagogia di Richard è semplice ed efficace: devi esporti in prima persona, se vuoi che i tuoi figli facciano altrettanto, e devi indicare loro la strada da seguire, non accompagnarceli tu stesso. Ed è così che Mr. Williams ha trasformato una famiglia di servi della gleba in miliardari e influencer tra i più seguiti del mondo. Con un montaggio parallelo tra le avventure di Richard nella società razzista nordamericana e i trionfi sul campo delle due grandi campionesse, Renzoni e Frediani riscostruiscono per Newton Compton – libro disponibile tra librerie e store online – i successi e le tragedie della famiglia Williams in modo appassionante, con il ritmo serrato degno di un romanzo thriller.

Titolo: Le Williams
Casa Editrice: Newton Compton Editori
Collana: I volti della storia
Autori: Matteo Renzoni. Giornalista Sky Sport, coordina Sunday Morning e il talk del pomeriggio. Ha commentato diverse edizioni di Wimbledon. Collabora con il mensile “Ok Tennis”. Questo è il suo terzo libro dopo “Colpi di scena” e “Ho fatto trentuno”.
Andrea Frediani. Divulgatore storico e romanziere pubblicato in tutto il mondo, ha scritto oltre una sessantina tra romanzi e saggi storici e venduto quasi due milioni di copie solo in Italia. È anche un grande appassionato di tennis, che ha praticato in forma semiagonistica in giovane età.

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Il lungo viaggio delle ATP Finals nel racconto di Remo Borgatti

Lo storico collaboratore di Ubitennis ripercorre la Storia del Torneo dei Maestri in più di 50 anni di grande Tennis

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Remo Borgatti ha collaborato a lungo con Ubitennis, spesso anche da inviato, come nella prima Laver Cup di Praga, alcuni Masters 1000 (Madrid fra gli altri), ed è stato l’apprezzato autore di una serie di 29 puntate  “UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP. In passato ha curato anche altre rubriche “Tornei scomparsi” , “Un mercoledì da leoni


Da Tokyo a Torino e dal 1970 al 2021, il lungo viaggio nella storia delle ATP Finals è in pratica quello della stessa Era Open del tennis, inaugurata appena due anni prima. Quando il Masters – così si chiamava il torneo alla sua nascita e così ancora oggi molti lo percepiscono con maggiore immediatezza – partì dal Giappone, assomigliava a una esibizione e forse tutto sommato lo era ma, attenzione, in un periodo in cui i confini tra ciò che è ufficiale e ciò che non lo è erano assai più sfumati rispetto a oggi. Il tennis nel 1970 stava cercando con fatica la quadratura del cerchio tra professionismo e pseudo-dilettantismo e manifestazioni come il Masters provavano a conciliare l’eredità dei format-spettacolo tipici del mondo Pro con il respiro più austero dei tornei tradizionali. Una sintesi niente affatto semplice, che non trovò subito nel Masters del Grand Prix la sua dimora più accogliente. Anzi. Tuttavia, il seme collocato sotto il velocissimo tappeto del Metropolitan Gymnasium di Tokyo non tarderà a spuntare negli anni successivi e a diventare una pianta ben radicata e vigorosa nel breve volgere di qualche stagione. Quando, abbandonata la sua primigenia natura nomade, il torneo prenderà dimora fissa al Madison Square Garden per oltre un decennio, tutti gli sportivi (non solo gli appassionati di tennis) lo identificheranno per quello che è, ovvero la riunione di fine anno delle migliori racchette al mondo. Uscito dalla cattività e collocato in un mondo che nel frattempo ha mantenuto la sola ATP come struttura alternativa e al contempo partecipe rispetto alla Federazione Internazionale, l’evento cambierà nome nel 1990 e lo farà in seguito altre volte mentre conserverà con stoicismo e grande convinzione ciò che più di ogni altro fattore lo contraddistingue: la formula. Perché non solo in otto giorni di torneo si possono vedere all’opera i migliori otto singolaristi e i migliori sedici doppisti al mondo, ma (salvo ritiri) lo si può fare per almeno tre volte senza il timore che una sconfitta faccia uscire di scena anzitempo questo o quel protagonista.

Le vicende relative alle 52 edizioni delle attuali ATP Finals, compresa quella storica per la nostra nazione disputata lo scorso mese di novembre a Torino, vengono trattate con dovizia di particolari nel bel volume di Remo Borgatti dal titolo emblematico “ATP FINALS –  Da Tokyo a Torino tutta la storia del torneo dei maestri” pubblicato da Ultra Edizioni (472 pagine, 22 Euro) e reperibile in tutte le librerie e negli store on-line. Tra gli aspetti che rendono eccellente questo libro, particolarmente apprezzabile è quello di aver incluso un ampio resoconto su Torino 2021 (che costituisce tutta la prima parte e dove viene citato anche il nostro direttore Ubaldo Scanagatta, laddove suggeriva l’ipotesi di intitolare i gruppi o ai giornalisti Tommasi e Clerici o agli ex tennisti Panatta e Barazzutti) che ne ha sì ritardato l’uscita ma lo renderà attuale almeno fino alla seconda edizione, in programma il prossimo novembre sempre nella città della Mole. Nella parte centrale l’autore ripercorre, anno per anno, tutta la storia del torneo da Tokyo 1970 a Londra 2020 integrando la cronaca degli eventi con le curiosità e gli aneddoti più celebri. Infine, vero gioiello di questo corposo e del tutto esaustivo lavoro, la sezione dedicata ai numeri e alle statistiche della manifestazione, completa in ogni dettaglio e aggiornata anch’essa a Torino 2021.

 

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