Pietro (Mennea) il Grande. L’uomo più veloce del mondo

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Pietro (Mennea) il Grande. L’uomo più veloce del mondo

Non solo tennis nella nostra piccola biblioteca. Oggi una finestra sull’uomo più veloce del mondo. Un libro-tributo per un campione che ha dato molto più di quello che ha ricevuto

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AA.VV., Volevo solo correre. Piero Mennea oltre i confini dello sport, Istituto per il Credito Sportivo, 2014 (edizione a tiratura limitata).

“Non sono nato predestinato: ero alto 1.79, ero magrissimo e… sono bianco”, firmato Pietro Mennea. “Volevo solo correre” non è esattamente un libro. È una celebrazione postuma di uno degli atleti italiani più enigmatici. Con una copertina brossurata e carta lucida a cinque stelle si ricompongono con foto, testimonianze, ricordi la personalità di un uomo che ai miei occhi è sempre appartenuto a un’Italia che non c’è più. Anche se è stata sua maestà la televisione a catapultarlo nell’immaginario collettivo, il viso di Mennea, quegli occhi fieri e timidi, quel dito alzato, quel riserbo, nel sorriso, quei capelli improbabili, raccontano di una nazione prepasoliniana, in bianco e nero, contadina, fiera e schiva. Un mondo dove la fatica era una maledizione e un valore prezioso. Non si poteva dribblare, si poteva solo attraversare. E se lo facevi, avresti ottenuto i risultati.

Deve essere davvero strano essere stato l’uomo più veloce del mondo. Non riesco nemmeno a immaginarlo. Mennea ha passato metà della sua vita a trasmettere i valori che hanno portato quel ragazzino magro a fermare un cronometro messicano a 19 secondi e 72 centesimi e a svelare Barletta al resto del mondo. Io nel ’78 avevo solo 10 anni, ho ricordi vaghi, mi ricordo solo che dal giorno dopo nel cortile passavamo tutti i pomeriggi a fare le gare di velocità giù in garage e ricordo Ivano Boffetti, il più veloce di tutti, che ogni volta che vinceva mi urlava in faccia PietroMenneaPietroMennaPietroMenneaaaaaa.

 

La medaglia d’oro di Mosca del 1980 però me la ricordo bene. Mi ricordo l’attesa, lo sparo, lo stupore di vederlo così indietro nella curva, ma come?, è quello il famoso PietroMennea?, e poi mi ricordo quel rettilineo allungarsi come un elastico e la voce di Ivano Boffetti uscire dal televisore, e urlare quel nomecognome come un pazzo, come se urlare ripetutamente quel nomecognome potesse servire a qualcosa, ed ecco svelarsi a me per la prima volta la magia dello sport: cento metri che diventano un mese, e in quel tempo infinito che si consuma in un respiro, gli altri sembrano entrare in una strana moviola, mentre Pietro Mennea da Barletta semplicemente si divora l’aria e tutto il mondo intorno. Quando alza il suo dito al cielo mi ritrovo a piangere sul divano come farò pochissime altre volte. Paolo Rossi contro il Brasile, gli ultimi 30 metri di Alberto Cova, l’ultimo ruggito di Jimbo(1), il prossimo Slam di Roger e poco altro. Da quel giorno in cortile ho cominciato anch’io ad alzare il dito a ogni mia vittoria, ogni volta che non c’era Ivano Boffetti ovviamente. Ma “Volevo solo correre” non è un libro che celebra l’atleta. È un libro che celebra l’uomo. Un uomo strano, con quattro lauree, dieci chili di medaglie e 20 libri all’attivo. Un uomo a cui hanno intestato un treno, che divenne europarlamentare e che dichiarò guerra al doping. Per uno che credeva nel sudore quella roba là dove sembrare kriptonite.

Oggi di Pietro Mennea rimane il ricordo di un uomo scomodo che probabilmente ha dato molto di più di quello che ha ricevuto. Credo che il libro, fatto in collaborazione con la Fondazione Pietro Mennea Onlus, sia più che altro un tentativo di recuperare quel torto.

https://www.youtube.com/watch?v=Fr5U7t-HR9A

Pier Paolo Zampieri

Questo è un piccolo “pensiero” di Ubaldo Scanagatta su Pietro Mennea, scritto all’interno del suo libro che raccoglie un centinaio di campioni di tutti gli sport “Mezzo Secolo di Campioni, 50 anni di Credito Sportivo”

La Freccia del Sud

1980 PIETRO MENNEA

Ma chi sei, Mennea? Capita ancora oggi di sentir dire questa frase, quando qualcuno compia uno scatto davvero poderoso, oppure minacci soltanto di farlo per raggiungere un obiettivo impossibile.

Di obiettivi apparentemente impossibili Pietro Paolo Mennea, terzogenito di una famiglia di cinque figli cresciuti nella sartoria di papà Salvatore a Barletta, ne ha raggiunti davvero parecchi. Sulle piste d’atletica come nella vita.

Di sprinter diventati recordmen mondiali ce ne sono stati tanti, sebbene forse non così mingherlini. Ma che abbiano mantenuto il loro primato in una gara di velocità per 19 anni ce n’è uno solo. Lui.

Di atleti che siano stati prima campioni europei, poi mondiali e anche olimpici, e che abbiano poi conquistata una laurea… anche ce ne sono stati diversi. Ma che di lauree ne abbiano prese quattro (Scienze Politiche, Giurisprudenza, Scienze Motorie e Lettere) più due Master (alla Bocconi e alla Luiss) ce n’è uno solo. Lui.

Lui, sempre lui, il ragionier Pietro Paolo Mennea, divenuto poi anche avvocato, commercialista, direttore generale di una squadra di calcio, procuratore di calciatori, eurodeputato. Lui, tutto lui, da solo. Animato da una forza di volontà unica: “Sono un uomo che non si sente mai arrivato, né appagato, ma sempre pronto invece a ripartire dai blocchi”.

Un testardo dalla grinta inesauribile, di quelli che non si arrendono mai. Uno stakanovista degli allenamenti già con i primissimi professori Isef, l’avvocato senza toga Autorino e poi Mascolo per arrivare a Vittori, ma anche dello studio. “La seconda laurea, dopo il 110 in Educazione Fisica di poca soddisfazione la presi preparandomi di nascosto a Vittori, la sera…mi ero iscritto a Bari così potevo dare gli esami raccontando a tutti che andavo a trovare i miei a Barletta. Vittori non voleva che studiassi tanto”.

Competitivo era sempre stato, di natura. Ragazzino non era mai riuscito a mandar giù l’idea di perder sempre quella corsa di 50 metri, sul rettilineo in terra battuta del cortile della scuola, con quel compagno più veloce di lui, Salvatore Pallamolla. Finchè un giorno, furioso per un panino misteriosamente scomparso, vinse lui, Pietro, l’uomo che molti anni dopo sarebbe stato ribattezzato “La Freccia del Sud”.

“Scoprii così, quel giorno, che quand’ero incazzato correvo più forte”. E poiché lo sarebbe stato spesso, con quel suo caratteraccio scontroso, irritabile, insofferente, sarebbe stato più d’una volta l’uomo più veloce del mondo (in altitudine come sul livello del mare), d’Europa (8 primati) e d’Italia (33 volte). “Quasi tutti i miei record sono venuti a seguito di grosse arrabbiature”.

Menna non ricorda se era arrabbiato quando vinse gli interregionali studenteschi a Matera (1968), “ma solo che ero un anno avanti”. Cominciava così, racconta lui stesso: “La favola di un ragazzo che a 16 anni a Termoli per le leve dello sport, all’inizio della propria carriera sportiva, vide in televisione la gara dei 200 metri dei Giochi di Città del Messico vinta da Tommie Smith e John Carlos. I due squalificati perché sul podio alzarono il pugno al cielo col guanto nero del Black Power. Quel ragazzo, io, si entusiasmò e sognò, sognò fortemente, di poter un giorno salire sul podio delle Olimpiadi”.

Tre anni dopo il primo incontro con Vittori. A Roma, Acquacetosa. “Ero gracile e lo sentii dire a Franco Mascolo: ‘Ma questo che fa? Deve prima magnà qualche bistecca e poi se ne riparla”. Una delusione cocente per il piccolo Mennea, determinato a lavorare ancor più alacremente per smentire colui che sarebbe diventato suo inseparabile maestro.,

L’esordio in nazionale junior, a Lugano con la Svizzera nel ’69, ne tradisce l’emotività: due partenze false nei 100. Però approda alla nazionale giovanile, agli euro juniores, agli europei “veri” di Helsinki (6° in finale con 20”80 e bronzo con la 4×100): cos’ comincia la straordinaria carriera di Mennea.

“Tornai a Barletta dopo il mio primo titolo italiano sui 200 conquistato a Roma. Mi avevano organizzato una festa: una parata e la macchina scoperta! Mai avrei voluto farlo…”.

Mennea era così, schivo. “Dopo mi hanno spesso dipinto come presuntuoso, arrogante, antipatico. Se rifiutavo un invito alla Domenica Sportiva perché la mattina dopo dovevo studiare, se non mi facevo intervistare per raccontare per la millesima volta il mio record del mondo o la mia vittoria alle Olimpiadi di Mosca. Mennea ha sempre corso per dimostrare che valevo qualcosa, non per andarlo a raccontare in giro”. Sono vicende però che, in un modo o nell’altro, contribuiscono a fare di Mennea _ che ha il fastidioso vizio di parlare di sé in terza persona _ un personaggio scomodo. Secondo alcuni ambiguo e capriccioso. Secondo altri invece genuino, vero.

Prima del famoso record del mondo stabilito in Messico (“Lo stesso stadio Universitario di Tommie Smith e John Carlos…”) vanno accennate brevemente alcune tappe importanti. Il trasferimento di Pietro (1972), a Formia con Vittori per lavorare come un mulo. I Giochi di Monaco e il bronzo sui 200 (20”30) dietro a Borzov e Black: “Sono i Giochi dell’entusiasmo dei 20 anni, quelli che ricordo con maggiore simpatia; anche se il terzo posto…”). Gli Europei di Roma ’74 dove è ancora preceduto da Valery Borzov sui 100, ma si vendica sui 200. La brutta botta dei Giochi di Montreal 1976, soltanto quarto: “La mia grande occasione perduta”. Il riscatto di Praga (1978) dove Pietro trionfa nei 100 e nei 200 ma…: “Furono Europei da stakanovista, 100, 200, 4×100 e 4×400…Dieci gare in 6 giorni, due ori, due staffette (l’ultima chiusa in 44”7 lanciato). Mi ripagarono con una squalifica di sei mesi perchè, distrutto dallo stress, dissi no ad una tournèe in Estremo Oriente. Il massimo dell’ingratitudine”.

Non sarebbe stata l’ultima baruffa con Nebiolo, deus ex machina (ma anche il ras) dell’atletica italiana cui Mennea non voleva piegarsi. “Gli exploit di Praga avevano convinto me e Vittori a tentare il risultato importante in Messico, alle Universiadi, per via dell’altura. Nebiolo voleva che partecipassi invece alla neonata Coppa del Mondo. Scelsi le Universiadi e si scatenò un putiferio. Ma feci bene”. Tanto bene che arrivò quell’incredibile 19”72 che sarebbe stato abbattuto (di quattro decimi) soltanto 17 anni dopo (1996) da Michael Johnson.

“Un tempo quasi incredibile anche per me, sebbene avessi fatto un 19”8 manuale, un 19”96, un 20”01, un 20”04 in giornate umide. Ma c’era quell’attesa così carica di tensione, quel clima mai giusto. La mattina del record sentivo che era l’ultima occasione. E lo sentiva anche Vittori”.

Già, pare che Vittori, nervosissimo, quella mattina dette una gran strigliata a Pietro. Per dargli la carica finale. Mennea ha sempre giurato di non ricordarlo. “E tantomeno gli strizzai l’occhio”. Ma il record arrivò: 2 volte i 100 metri in 9”86!

Molti anni dopo qualche dispettoso avrebbe proposto di abolire tutti i risultati ottenuti in altura. Ma prima d’un ennesimo momento di amarezza per Mennea, arriverà l’oro di Mosca.

Atteso per certi versi, inaspettato per altri. Qualcosa infatti non va nel suo primo approccio alle gare. Mennea viene eliminato nei 100 metri. Non sembra in forma, pare quasi depresso. Eppure qui si potrebbe approfittare dell’assenza degli americani, bloccati dal boicottaggio. Il tempo di ammissione alla finale lo relega all’ottava corsia, quella esterna, dove è più difficile regolarsi. Pare una conferma del momento no. C’è già che scrive il De Profundis di Mennea. Niente di meglio che per fare imbestialire la “Freccia del Sud”: “Gente invidiosa, limitata, che gode a isolare chi si impegna _ ricorda _ Il 1 luglio 80, diciannove giorni prima di partire per l’Olimpiade, mi ero laureato in Scienze Politiche. Gli esami li avevo finiti a Natale, qualche mese dopo il Messico. Dovevo farcela prima dei Giochi, in Russia la mia mente doveva essere libera”.

In finale sembra proprio che il gallese Wells abbia la gara in pugno. Invece, dopo il primo scatto all’avvio, Mennea ha la forza per farne un secondo e negli ultimi 40 metri brucia allo sprint il rivale. L’arco ha scoccato la freccia. Mezz’Italia ha seguito in apnea e tornerà a respirare solo quanto Mennea solleverà al cielo, con suo fare tipico, l’indice destro in segno di vittoria.”E’ il traguardo che mi mancava _ dirà _ ma dentro di me c’era anche la rabbia (ancora!) e l’amarezza di aver vinto contro tutto e contro tutti: tutti coloro che fino a pochi giorni prima mi hanno attaccato, linciato e dato per finito”.

Mennea si è preso la grande rivincita. Cui ne seguirà un’altra, nella sua Barletta, a marzo: scendo sotto i 20 secondi (19”96), è l’uomo più veloce del mondo anche a livello del mare.

Qui comincerà la storia dei tre ritiri di Mennea. Una primo rentrée ed eccolo a Los Angeles “I Giochi della maturità, per poter dire esisto ancora…”. Pietro è 7° nei 200 vinti dal Figlio del Vento Carl Lewis e 5° nella staffetta. Nuovo ritiro, nuova rentree a Seul ’88 (i Giochi macchiati dallo scandalo Ben Johnson) per la quinta e ultima Olimpiade dove supera un turno e poi si ritira: “Sono le mie prime Olimpiadi…olimpiche. Quelle che mi fanno dire: signori, a 36 anni sono ancora qua”. Era stato lui il portabandiera azzurro di quei Giochi. E quando, dopo tutte le battaglie sostenute contro quattro generazioni di velocisti e il doping del professor Kerr che aveva tentato di convincerlo a farne uso (“No, grazie, se l’atletica è questa preferisco lasciarla”), gli venne chiesto che cosa camminasse con lui dietro il tricolore, Mennea rispose semplicemente così: “L’onestà e la correttezza”.

 


(1) https://www.ubitennis.com/blog/2015/02/26/jimmy-connors-mi-ha-salvato-la-vita-tennis-e-rock-roll/

 

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (seconda parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco la seconda parte dell’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

6 (a). Agassi A., Open, Einaudi, 2011

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro ha riscritto il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo.

Il drama che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro. Al tavolo manca un grande invitato: il tennis giocato.

6 (b). Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004 

Se volete trasformare Open in un capolavoro dovete integrarne la lettura con Indoor, il suo insostituibile controcampo. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo – inconsapevole – del tennista contemporaneo, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante visionario dell’attuale Tennisduepuntozero. Indoor è la storia di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferendo sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale (bruciandone due su tre). Ma se la vita di Mike, da sola, è mille volte più interessante di quella di André (fidatevi), è sul piano squisitamente tennistico che il libro ci fa vedere come pensava l’eretico che avrebbe cambiato per sempre la storia del tennis. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe.

Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Poi aggiunge. “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. Traferendo sul tennis il suo riscatto sociale Mike diventa un eretico con la presunzione di riscrivere la grammatica balistica del gioco. Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”.

Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

 

7. Bottazzi L., C. Rossi, Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015

Sembrerebbe ovvio ma non è così. Bottazzi e Rossi hanno il merito di scrivere un libro che non c’era. Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco restituisce all’orizzonte tennistico contemporaneo la storia, l’arte e la scienza di quello che è probabilmente il tennista più importante della storia del tennis. Il Big Bang che ha generato quello che vediamo oggi. Il corpo centrale del testo è costituito dalla traduzione pressoché integrale di “The art of lawn tennis” del 1921, sul quale si innestano in maniera organica ampie parti di “Match play and the spin of the ball” del 1925 e “How to play better tennis” 1950. Il tutto introdotto da una breve e toccante biografia e chiuso dal Codice Tilden, una ampia e ragionata analisi sulle tematiche principali del grande Bill che non si è limitato a vincere tutto fino a quarant’anni suonati, ha pure scritto i principi fondamentali dei colpi, di fatto il primo manuale da coach, ed è riuscito a capire la direzione che avrebbe preso il tennis con cento anni d’anticipo (prevede l’avvento del professionismo, la quasi scomparsa dell’erba, l’omologazione delle superfici, il ridimensionamento del gioco di volo a discapito di un attaccante coi colpi di rimbalzo).

Ricordo che la sfera di cristallo è datata 1920. Insomma, ci dicono gli autori, non solo è imbarazzante che molti maestri di Tennis non conoscono Tilden e i suoi precetti, ma è semplicemente pazzesco che ancora oggi non ci sia un solo stadio in America dedicato a lui. Sembrerebbe quasi che il tennis contemporaneo abbia rinnegato proprio il giocatore che più di tutti ha influito nel crearlo. E dire che pochi possono raccontare di aver vissuto una vita come la sua: ha dominato il tennis per un ventennio, ha vissuto come un imperatore, ha scritto una ventina di spettacoli teatrali, compare nel libro lolita di Nabokov, subì due processi per omosessualità e morì con soli ottantotto dollari. La ricca bibliografia che chiude il volume e la tensione degli autori di restituire al presente la storia del tennis colloca il libro, ma se aggiungiamo il recente Tennis 100 anni di storie, nel meraviglioso solco aperto da Clerici, lodato sempre sia lodato.

8. J. McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi Editore 2013

1968, semifinale di Forest Hills. Due statunitensi, uno bianco e uno nero. Uno conservatore e uno no. Con la precisione millimetrica di un chirurgo John McPhee disegna, attraverso una partita di tennis, il profilo di Arthur Ashe e di una società intera. Quando la cronaca di un match si trasforma in letteratura e storia sociale.

9. Gilbert B. (con Jamison S.), Vincere sporco (Winning ugly), trad. it. Gibertini V., Priuli & Verlucca Editore, 2013, pagg. 313

Questo libro (tradotto in italiano dal nostro Vanni Gibertini) sta in questa classifica così come il tennis di Gilbert è entrato in top 10. Non per diritti acquisiti ma per meriti conquistati. Un libro sorprendentemente utile anche al giocatore di club che non disdegna analisi acutissime sul tennis dei campioni. Se Elvis è l’uomo che ha portato il corpo dentro dentro il rock, Gilbert è quello che ha portato Machiavelli dentro il tennis. Un maestro zen cattivo che gioca (e vince) dentro i problemi dell’avversario, perché il tennis è fatto al 20% di braccio e all’80% di testa.

10 (a). Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Mach. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino, 2016

Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis. Il libro racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One (Borg, Wilander, Edberg), Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Una luce preziosa per penetrare il mistero di Borg con quella impermeabilità magnetica, enigmatica e irresistibile. Più che uno sportivo una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

10 (b) Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Come per Agassi serve almeno un controcampo per poter leggere la tridimensionalità di un campione che ha coinciso con la sua immagine, così bisogna fare per Borg. E non ci può essere nessun controcampo migliore che la splendida biografia di Loredana Berté, prima fidanzata di Panatta poi moglie di Borg. La prima dark lady del tennis. Una che ha vissuto una vita che è concessa a pochi e che in Traslocando ce la racconta senza filtri. Evidentemente non è un libro sul tennis ma gli aneddoti su Borg sono drammaticamente favolosi ancorché siano il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice…

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Loredana è stata tante cose. Tra queste, è stata bellissima ed è ancora la nostra piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

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