A Singapore un Masters 2015 sorprendentemente positivo

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A Singapore un Masters 2015 sorprendentemente positivo

Le magie di Agnieszka Radwanska, ma non solo: il talento instabile di Petra Kvitova, una partita straordinaria di Maria Sharapova, la consistenza di Garbiñe Muguruza, l’addio di Flavia Pennetta, e tanto altro ancora alle WTA Finals di Singapore

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Per commentare la settimana del Masters comincio da un aspetto che di solito si considera poco: la regia televisiva. In fondo a Singapore il pubblico presente, per quanto numeroso potesse essere, era comunque una minoranza; la maggior parte degli spettatori ha seguito l’evento dalla televisione. E secondo me la regia è stata molto attenta e puntuale: sempre misurata, senza abuso di inquadrature forzatamente originali, che alcuni registi sono tentati narcisisticamente di utilizzare per enfatizzare la loro presenza a scapito della comprensione dello scambio.
I replay e i primi piani sono stati utilizzati in modo equilibrato, e in più la ciliegina sulla torta sono stati i “falchi” mostrati a beneficio di noi spettatori, anche se non richiesti dalle protagoniste in campo, a toglierci i dubbi sulle chiamate cruciali. Complimenti davvero. (Su questo tema vorrei tornare nelle prossime settimane).

Ma veniamo ai match. Innanzitutto bisogna riconoscere che le giocatrici hanno mostrato una correttezza assoluta di fronte ad una formula che si potrebbe prestare a tentazioni. Una correttezza che sta diventando la costante delle ultime edizioni: chiunque approdi alle Finals si dimostra impermeabile a qualsiasi “biscotto”.
Si sa che il punto critico è quello della terza giornata; ma i risultati stessi hanno dimostrato che tutte sono scese sempre in campo per vincere, senza calcoli o favoritismi. Non li ha fatti Sharapova con Pennetta, nè Safarova con Kerber, e nemmeno Muguruza con Kvitova. È stata proprio questa sportività senza eccezioni a spazzare via ogni possibile sospetto, salvando la formula e mantenendo “un equilibrio sopra la follia” (cit).

In linea generale il livello di gioco mi è sembrato sorprendentemente buono. Alla vigilia le incertezze erano molte: l’assenza di Serena Williams, diverse giocatrici con dubbi fisici (logorate dalla lunga stagione o al rientro dopo malattie e infortuni), più alcune esordienti da verificare su un palcoscenico tanto esclusivo. Invece le partite sono risultate tutte coinvolgenti, e alcuni set sono stati giocati davvero a livelli molto alti.
Direi che la WTA ha mostrato che, anche senza Serena, e malgrado il ricambio profondo di protagoniste rispetto agli anni passati, lo spettacolo risulta comunque interessante. Alla fine si può dire che certi ranking non si raggiungono per caso e la qualità è emersa chiaramente. Ma mi rendo conto che questo è un giudizio soggettivo, che naturalmente non tutti sono obbligati a sottoscrivere.
Per entrare nel dettaglio comincio con le quattro tenniste eliminate nei gironi.

 

– Flavia Pennetta
Era all’ultimo torneo della carriera, lo sapeva, e probabilmente all’esordio ha sofferto anche per questa consapevolezza. E così, se qualche settimana fa a Flushing Meadows aveva lasciato solo quattro game (6-3, 6-1) ad una Halep troppo tesa per l’importanza della posta in palio, questa volta il risultato si è rovesciato: è stata Pennetta a raccogliere tre game (0-6, 3-6), appunto perché si erano ribaltate le dinamiche psicologiche.
Superata la tensione iniziale, si è aggiudicata in due set il confronto con la futura vincitrice Radwanska, risalendo nel primo set e chiudendo con un gran tennis, in particolare con alcuni rovesci lungolinea da antologia.
Credo si possa riconoscere che Flavia è stata anche un po’ sfortunata: nel terzo incontro, quando le sarebbe bastato vincere un set per essere promossa, si è portata avanti ma non ce l’ha fatta a chiudere il parziale, perché ha trovato una Sharapova in giornata di grazia, capace di produrre un gioco particolarmente vario. Molte delle soluzioni alternative che i detrattori sostengono non sappia fare, Sharapova le ha mostrate contro Pennetta: palle corte, slice di rovescio, discese a rete concluse con volèe impeccabili; il tutto rafforzato da un servizio fenomenale, potente, preciso e senza il carico dei doppi falli (uno solo in tutto il match).
Quando si affronta una campionessa come Sharapova in giornate del genere, che in più ha la possibilità di giocare leggera, senza l’assillo del risultato (dopo il primo set vinto Maria era ormai certa della qualificazione) diventa davvero dura. Di fronte alla sconfitta potrebbe sembrare un paradosso, ma il fatto che Flavia non sia stata travolta ha dato la misura dell’ottimo tennis mantenuto fino all’ultimo match della carriera.

– Simona Halep
Forse la più delusa dal Masters. Ricordo che, senza Serena, era la testa di serie numero uno del torneo; invece dopo un ottimo esordio contro Pennetta ha subito un parziale di zero set a quattro, risultando esclusa già nella fase a gironi. Nel match decisivo contro Radwanska (6-7, 1-6) era avanti 5-1 nel tiebreak, ma al dunque non è riuscita a chiudere, bloccata dall’eccessiva pressione.
E siccome anche agli US Open ha mostrato di avere difficoltà della stessa natura (per non parlare di Roland Garros e Wimbledon) la mia sensazione è che la gestione dello stress stia diventando il suo problema principale. Rispetto a questo, anche la questione se il suo livello di gioco possa essere sufficiente o meno per vincere uno Slam appare secondaria, perché innanzitutto occorre che nelle grandi manifestazioni ritrovi la capacità di giocare al meglio, come le era riuscito a Parigi nel 2014.
Per la troppa tensione, a Singapore ha cominciato a scricchiolare anche la sua caratteristica abilità nel cambiare gioco e variare le geometrie grazie ai colpi lungolinea. È davvero un peccato che una giocatrice in grado negli ultimi due-tre anni di compiere grandi progressi fisico-tecnici non riesca poi ad esprimersi compiutamente per problemi psicologici.

– Lucie Safarova
Per la particolare formula del Masters e per le combinazioni con gli altri match, Safarova è stata l’unica che ha affrontato l’ultimo impegno senza avere più la possibilità di qualificarsi. Ma questo non l’ha fatta desistere dal cercare la prima vittoria alla Finals, che affrontava da esordiente. E alla fine è riuscita nel suo intento, con un 6-4, 6-3 a Kerber.
Dopo i problemi fisici dell’ultimo periodo che l’hanno obbligata a saltare tutti i tornei asiatici, a Singapore ha progressivamente ritrovato il ritmo gara, e contro Kerber si è finalmente rivisto il suo tipico dritto, efficacissimo da tutte le zone di campo. Il servizio e il rovescio non sono arrivati al livello di Roland Garros 2015 (altrimenti l’avremmo ritrovata in semifinale), ma la forma sembra stia tornando.
Fra l’altro vincendo contro Angelique ha finito per promuovere in semifinale la sua connazionale e amica Kvitova, qualificata per il miglior quoziente set. E così a Singapore è aleggiato lo spirito di Fed Cup, che spesso in passato ha dato uno spinta particolare a Lucie; le russe, prossime avversarie nella finale di Praga, sono avvisate.

– Angelique Kerber
Dopo avere tutto sommato ben gestito il primo match contro una Kvitova piuttosto spenta, contro Muguruza ha ceduto nei finali di set (6-4, 6-4), dando l’impressione di essere mentalmente provata. La conferma si è avuta nel terzo incontro, quando per essere promossa le sarebbe bastato vincere un set contro l’ormai esclusa Safarova, ma non ha saputo mettere in campo la sua tipica grinta: un handicap particolarmente grave per Angelique, visto che è una tennista che ha nella combattività un elemento fondamentale del proprio gioco.
In conferenza stampa Kerber si è lamentata della formula chiedendo la contemporaneità delle partite nell’ultimo turno del girone. Però la contemporaneità si attua per evitare che alcuni contendenti si trovino avvantaggiati dal conoscere i risultati di partite già concluse: proprio quello che era capitato a lei (scesa in campo per ultima), per cui la lamentela è risultata abbastanza paradossale. A mio avviso anche questo è stato un segno delle poche energie nervose che le erano rimaste.
Del resto dopo l’avvio stentato di 2015 per risalire in classifica ha dovuto giocare parecchio; tanto è vero che tra le prime solo Serena ha vinto quanto lei, 53 partite. Si capisce come dopo uno sforzo del genere possa essere arrivata stanca all’atto conclusivo della stagione.

– Maria Sharapova
Sharapova, a parte un match non concluso per ritiro contro Strycova a Wuhan, non gareggiava da Wimbledon, ma è stata subito competitiva, a dimostrazione di quanto sia diventata una professionista matura, perfettamente capace di amministrarsi. Lo sottolineo perché il Masters è sicuramente il torneo peggiore per rientrare, dato che ai primi turni non si trovano avversarie di bassa classifica, come normalmente accade. Eppure Maria ha vinto tre match su tre, incluso quello straordinario contro Pennetta di cui ho parlato prima.
E se poi ha perso da Kvitova, è anche perché ha avuto di fronte un’avversaria che ha trovato il miglior rendimento al servizio proprio contro di lei.

Per quanto riguarda la sconfitta in semifinale mi sono rimaste un paio di perplessità.
La prima è che una giocatrice del suo valore avanti 5-1 dovrebbe riuscire a trovare lo spunto per chiudere il set, anche se ha di fronte un’avversaria che quando entra “in the zone” è davvero pericolosissima. Invece si è fatta rimontare, perdendo il match al tie break (6-3, 7-6).
La seconda è che a mio avviso ha mancato nella scelta delle soluzioni di gioco sulla diagonale destra: quando Kvitova aveva la possibilità di spingere con il rovescio (mancino) incrociato, troppe volte Maria ha cercato di uscire dall’angolo immediatamente, alla ricerca del vincente definitivo con il dritto lungolinea. Esecuzione difficilissima da controllare, perché il cross stretto di Petra è particolarmente teso e penetrante. Risultato: dritto quasi sempre in rete. Una situazione che si è ripetuta per tutto il match e che secondo me si poteva provare a risolvere in modo meno rischioso; ad esempio con qualche dritto centrale interlocutorio. Al Masters c’è la possibilità del coaching, possibile che Groeneveld non se ne sia accorto?

Dopo tre convincenti vittorie nel round robin, Sharapova sicuramente sarà rimasta delusa dall’uscita in semifinale; però, come lei stessa ha dichiarato a fine match, l’aspetto molto positivo da considerare è il completo recupero fisico. Un ottimo punto di partenza in vista della stagione 2016, ma anche per provare a prendersi la rivincita contro Kvitova molto presto: tra due settimane, nella finale di Fed Cup.

– Garbiñe Muguruza
Muguruza, fresca numero tre del mondo e testa di serie numero due alle Finals, ha esordito senza patire l’emozione, dando l’impressione di poter anche vincere il torneo dopo l’inizio molto convincente (tre vittorie su tre): servizio efficace, in grado di portarle punti facili nei momenti importanti, e colpi da fondo molto solidi, che le hanno consentito di mettere una pressione costante, a volte insostenibile, alle avversarie.
Sembrava avesse la finale a portata di mano, ma alla fine è stata la giocatrice che ha maggiormente pagato la formula di questo Masters. E non solo per quanto riguarda il singolare. Infatti, grazie al ritiro in extremis di Dellacqua/Shvedova e al forfait annunciato di Makarova/Vesnina (Makarova è ferma da qualche settimana) è rientrata in gara anche nel doppio, insieme a Carla Suarez Navarro. Una fortuna? Insomma…

Lo dico perché per quanto riguarda il calendario le è andato tutto storto: è capitata nel girone di singolare programmato per secondo, e quindi non ha potuto usufruire del giorno di riposo prima della semifinale; in più si è ritrovata ad affrontare il nuovo format del torneo di doppio, con l’introduzione del round robin che aumenta i match complessivi da disputare. Alla fine ha dovuto scendere in campo tutti i giorni almeno una volta, e proprio in vista della semifinale ha dovuto affrontare un duro incontro in tre set contro Kvitova.
Tutto questo ha inciso sulla sua lucidità nelle partite decisive del torneo, ritrovandosi appannata quando è iniziata la fase ad eliminazione diretta. La giocatrice potente e quasi inesorabile dei primi giorni di round robin è progressivamente calata, finendo per perdere 7-5 al terzo contro la più fresca Radwanska, non impegnata in doppio e reduce da un giorno di riposo in singolare.
Se per caso avesse vinto la semifinale, avrebbe concluso la settimana con quatto match in due giorni (semifinali e finali di singolare e doppio). Così invece sono stati tre, visto che nel doppio ha comunque raggiunto la finale (persa contro Hingis/Mirza). Davvero un po’ troppo per il tennis molto fisico di oggi.

Probabilmente disputando tanti doppi in questa stagione qualche miglioramento nel gioco a rete l’ha ottenuto, anche se per arrivare a possedere volèe efficaci la strada da fare è ancora lunga.
Segnalo che anche Carla Suarez Navarro dopo la prima parte di stagione strepitosa (ad un certo punto era quarta nella Race) è finita con la spia della riserva costantemente accesa. In vista del 2016 sono convinto che entrambe ragioneranno con molta attenzione su come gestire l’impegno su due fronti, in modo da prendere il meglio di quello che il doppio può dare, senza però penalizzare troppo l’obiettivo principale, che rimane naturalmente il singolare.

– Petra Kvitova
Sul piano tecnico, a mio avviso la chiave di lettura fondamentale del tennis di Kvitova rimane sempre la stessa: il servizio. È l’elemento strutturale e imprescindibile del suo gioco, a maggior ragione quando si trova di fronte ad avversarie di primo livello. E infatti il match migliore al Masters, quello contro Sharapova, ha coinciso con l’unica giornata in cui in battuta è stata davvero efficace. Quando invece è venuto meno il rendimento al servizio, il suo tennis ne ha sofferto moltissimo.

Aggiungo un ragionamento sulla parte fisica: a mio avviso si tende a fare una correlazione troppo diretta e meccanica tra la mononucleosi che l’ha afflitta in questa stagione e i risultati dei match. In sostanza: non può essere che quando perde è malata e quando vince è guarita. La guarigione la possono stabilire solo i medici.
La questione secondo me va considerata in modo differente: posto che la mononucleosi colpisce ogni persona in modo più o meno grave (e con giornate più o meno buone), c’è però un aspetto che mi pare non vada dimenticato: l’elemento che di sicuro viene sacrificato è quello della preparazione. Non è cosa da poco, perché costituisce la base fondamentale per ogni tennista professionista, ed è ancora più importante per chi, come Kvitova, tende a soffrire di alti e bassi. E una preparazione ottimale si può raggiungere solo pianificando il lavoro sul lungo periodo, con grande costanza. Esattamente ciò che una malattia come la mononucleosi non consente.
Proprio perché ormai da tempo non ha alle spalle un lavoro fisico ideale, in molti match recenti Petra si è ritrovata in riserva molto presto. Ha tentato di ovviare attingendo alle risorse mentali, ma quando si gioca sui nervi è impossibile reggere oltre un certo numero di game: prima o poi il momento di “down” arriva per forza, è il corpo stesso che lo reclama.
Nei momenti di crisi fisica, Kvitova è costretta a cercare la chiusura dello scambio il prima possibile, prendendo rischi estremi, che difficilmente pagano. Ricordo a questo proposito che anche nel suo match migliore Petra ha subito un parziale di 5 game a 1 da Sharapova, per poi ripartire e chiudere la partita di un soffio. Ma se contro Maria fosse andata al terzo non so se avrebbe avuto la forza sufficiente per spuntarla, come si è visto contro Muguruza e Radwanska, che l’hanno sconfitta alla distanza.

– Agnieszka Radwanska
Certo, il Masters non è uno Slam, ma è comunque un traguardo di grande prestigio, di livello molto superiore ai Premier mandatory che in passato Radwanska era riuscita a vincere (Pechino e Miami).
Arriva finalmente una gioia, dopo la delusione per la finale persa a Wimbledon nel 2012, ma soprattutto dopo la grande amarezza per l’occasione sfiorata sempre a Londra l’anno dopo, quando fu sconfitta 9-7 al terzo set in semifinale da Sabine Lisicki. Avesse vinto quel match avrebbe trovato in finale Marion Bartoli, con cui aveva precedenti inequivocabili: un solo set perso, il primo, nel lontano 2007 e poi 14 set vinti consecutivamente, senza nemmeno un tiebreak. Credo che quella sconfitta con Sabine rimarrà un eterno rimpianto per Aga.

Al Masters si è detto sia stata fortunata perché si è salvata per il rotto della cuffia nel round robin, superato con una sola vittoria e due sconfitte. Ma la fortuna a volte toglie, a volte dà. Ricordo un precedente opposto: nel 2011 nel terzo match del girone le sarebbe bastato vincere un set per passare in semifinale; invece perse il primo set al tiebreak dopo essere stata avanti addirittura 5-1. E chi era l’avversaria che le aveva tolto la possibilità del passaggio di turno? Proprio Petra Kvitova (7-6, 6-3).

Dopo la profonda crisi di inizio anno, la vera Agnieszka sta riaffiorando: la giocatrice capace di difendere benissimo, di resistere alla potenza superiore di quasi tutte le avversarie e di risolvere gli scambi con soluzioni di tocco uniche. A Wimbledon 2015 era sì ritornata in semifinale, ma il suo gioco non aveva ancora recuperato la varietà di colpi dei tempi migliori, che invece ha utilizzato con più frequenza in questo Masters.

Superato il round robin, la superficie non rapidissima di Singapore le ha dato una mano nell’arginare la spinta offensiva di Muguruza e Kvitova. Entrambe probabilmente non erano al massimo della condizione, ma per vincere un grande torneo a volte occorre anche arrivare agli incroci più pericolosi nel momento giusto.
Sottolineo un dato che forse risulterà meno eclatante, ma che a mio avviso è sempre stato il punto di partenza irrinunciabile di tutti i suoi migliori risultati: il bassissimo numero di errori non forzati. Addirittura soltanto 5 in tre set nella finale contro Kvitova. Nel momento di crisi all’inizio dell’anno viaggiava su valori quattro-cinque volte superiori.

Mi auguro che la vittoria alle Finals le restituisca definitivamente l’entusiasmo che sembrava smarrito qualche mese fa, quando secondo me giocava male anche perché dopo le tante delusioni nei Major aveva cominciato ad interrogarsi su dove sarebbe approdata la sua carriera, visto che oltre un certo limite sembrava proprio non riuscire ad andare.
Ecco, il successo al Masters è finalmente un progresso importante. E se Aga ripartirà con più convinzione alla caccia dello Slam, noi spettatori ne approfitteremo per apprezzare ancora le sue magie.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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