WTA 2015: dodici match da ricordare (seconda parte)

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WTA 2015: dodici match da ricordare (seconda parte)

Da gennaio a ottobre, dagli Australian Open all’Elite Trophy di Zhuhai: dodici match memorabili del 2015 per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Ecco la seconda parte dei match memorabili nel 2015, dalla posizione numero sei alla posizione numero uno.
QUI il link alla prima parte dell’articolo, con le partite dal dodicesimo al settimo posto.

6. Svetlana Kuznetsova def. Lucie Safarova 5-7, 7-6 (5), 7-6 (3) (Madrid, QF)

https://www.youtube.com/watch?v=rJfIgsK6uW0
Ci sono le imprese perfette, che si concludono in un trionfo, come quella di Flavia Pennetta agli ultimi US Open. Ci sono le imprese imperfette che regalano comunque una grande visibilità e raccolgono i giusti riconoscimenti, come le finali Slam di Safarova e Muguruza. E ci sono le imprese meno fortunate, che malgrado lo straordinario valore tecnico corrono il rischio di venire dimenticate troppo presto.

Io provo ribellarmi a questo destino ingiusto, e ricordo con questo match l’incredibile percorso di Kuznetsova a Madrid. Costretta dal sorteggio e dagli organizzatori ad affrontare nel giro di poche ore una dopo l’altra Makarova, Muguruza, Stosur, Safarova, Sharapova, Kvitova.
No, non è uno scherzo, non ho buttato a caso i nomi di tutta una serie di top ten e finaliste Slam: è veramente il tabellone che Sveta si è trovata di fronte in quella settimana fuori da ogni logica, contemporaneamente terribile e meravigliosa.
Con partite finite a tarda notte e avversarie più riposate che l’aspettavano al varco il giorno successivo. Ogni volta data per spacciata, Kuznetsova finisce sempre per vincere, salvo crollare anche per sfinimento sull’ostacolo finale, in cui si trova di fronte una Kvitova al limite della perfezione, che già il turno precedente aveva lasciato solo le briciole a Serena Williams.

Qui contro Safarova ha “solo” alla spalle tre partite e ha finito da poche ore un incontro in tre set (di 2 ore e 43 minuti), contro Samantha Stosur. Come se non bastasse, perde il primo set dopo aver anche servito sul 5-4, ma non si dà per vinta pareggiando nel secondo set al tiebreak.
Nel terzo set Safarova si trova a servire per il match sul 5-4, conquista due match point ma non li converte: il primo per un errore su un rovescio non impossibile, il secondo per una risposta vincente di Kuznetsova. Ancora il tiebreak regala la vittoria a Svetlana al termine di un altro match maratona, durato 3 ore e 6 minuti e disputato di fronte a tribune tristemente semivuote, come troppo spesso accade a Madrid. Battendo Safarova, anche il quarto di finale è superato, e quindi il giorno dopo Kuznetsova troverà Maria Sharapova, campionessa in carica di Parigi: altra vittoria per 6-2, 6-4.

5. Petra Cetkovska def. Caroline Wozniacki 6-4, 5-7, 7-6 (1) (US Open, R64)

http://www.dailymotion.com/video/x34t3ez
Una di quelle partite il cui significato si può capire fino in fondo solo conoscendo almeno un po’ le difficoltà sperimentate dalle protagoniste. Nel 2014 Wozniacki aveva vissuto gli US Open come una specie di rivincita personale e professionale contro le traversie sentimentali: e la voglia di far vedere quanto valeva l’aveva condotta addirittura in finale. Un anno è passato e nel 2015 Caroline dà l’impressione di non avere più lo stesso fuoco dentro: al secondo turno si trova di fronte la numero 149 del ranking. E perde.

Ma se ci fermassimo ai numeri della classifica per valutare Petra Cetkovska peccheremmo di superficialità. Dietro la vittoria di Petra (30 anni compiuti in febbraio) c’è la storia di una giocatrice dalla tecnica superiore ma dal fisico di cristallo; e con tanti anni di carriera passati a lottare con i guai fisici e gli sforzi dei recuperi.
Tanto è vero che Cetkovska prende parte agli US Open grazie alla classifica protetta, riservata agli ex infortunati, perché altrimenti il numero 149 del mondo (conseguenza di molti mesi di stop a cavallo tra il 2014 e il 2015), non le consentirebbe di accedere al tabellone principale.

Perché l’ho definita una giocatrice dalla tecnica superiore? Perché pochissime sono in grado di variare il gioco quanto lei: colpi in top, colpi in back, recuperi choppati straordinari, una grande sensibilità nei dropshot, nei lob e nelle demivolèe;  e con il dritto sembra quasi sempre riuscire a mettere la palla dove vuole. Quando questo repertorio funziona perché la condizione la sorregge, qualsiasi giocatrice, anche tra le prime del mondo, può andare in difficoltà: nel 2014 era stata lei ad interrompere l’imbattibilità di inizio anno di Li Na, vincitrice a Melbourne.

Cetkovska, che pure non è rapidissima, irretisce con i suoi schemi Wozniacki. Dopo un avvio in salita (0-3) vince nove game su dieci e si porta avanti 6-4, 3-0, 30-0. A questo punto a fermarla non è l’avversaria, ma la paura: un attacco di braccino che la blocca nel momento di chiudere in due facili set.
Caroline di fronte alle titubanze di Petra recupera da giocatrice navigata: vince il secondo set 7-5 e nel terzo si procura un match point sul 5-4, e poi altri tre sul 6-5. Ogni volta Cetkovska li annulla con dei vincenti, ribellandosi all’idea di perdere un incontro tecnicamente dominato. Si arriva così al tiebreak, vinto in modo sorprendentemente facile (7-1) da Cetkovska, comprensibilmente commossa nell’intervista a fine match.

In pochi credo abbiano visto questa partita in Italia, finita oltre le 6 del mattino, dopo tre ore di battaglia. Ma se non avete seguito il match o se per caso non conoscete Cetkovska mi sento di consigliare di prendervi un po’ di tempo da dedicare agli highlights.

4. Victoria Azarenka def. Venus Williams 2-6, 6-2, 6-4 (Doha, SF)

https://www.youtube.com/watch?v=iSbsDQXFc0E
Tatticamente secondo me la partita più sorprendente della stagione. Per certi aspetti la componente tattica in questo match è così estrema da risultare un unicum negli ultimi anni di tennis femminile ad alti livelli.
Ma per capire a pieno la situazione credo occorra fare un rapido passo indietro e ricostruire il contesto. Quando Azarenka e Williams scendono in campo a Doha i precedenti sono inequivocabili: quattro vittorie a zero per Venus, senza nemmeno un set perso. Con il suo solito gioco di grande ritmo e pressione Vika sembra proprio non riuscire a mettere in difficoltà l’avversaria, che (quando non comanda direttamente lo scambio) contiene e rilancia. Nemmeno Serena se la cava così bene contro Azarenka; Venus sembra avere sempre tutte le risposte giuste, con una facilità tale da risultare disarmante.

Dopo il primo set di Doha le cose si mettono, come al solito, male per Azarenka: 2-6.
A questo punto Vika decide la mossa della disperazione, cambiando tattica in modo talmente brutale da sembrare la scelta che potrebbe fare una dilettante di circolo: “Perdo giocando da fondo? E allora mi butto a rete”. Che però tutto questo capiti nel confronto tra due giocatrici di tale fama, due ex numero uno del mondo plurivincitrici Slam, risulta decisamente inatteso.

Con questa mossa quasi suicida incredibilmente la situazione si rovescia. Tutte e due si trovano fuori dalla loro comfort zone, ma a pagarne le conseguenze è Venus: prima tutto le riusciva facilmente (anche nelle situazioni che per qualsiasi altra sarebbero risultate intricate), adesso tutto diventa difficile; Venus sbaglia passanti non impossibili e l’inerzia del match si ribalta completamente.
Azarenka per alcuni game continua a prendere rischi oltre il normale, muovendosi sulla verticale alla minima opportunità logica (e qualche volta anche illogica) con un coraggio che sfiora l’incoscienza. Ma l’azzardo funziona: è come se si fosse rotto un incantesimo che durava da sette anni, quando si erano incontrate la prima volta.

Azarenka riesce ad aggiudicarsi finalmente un set: 6-2. Il cambio tattico sembra anche avere effetti sul piano psicologico. Adesso la vittoria di Venus non è più un destino ineluttabile, e che la vincitrice possa essere anche Vika lo percepiscono entrambe. Nel terzo set Azarenka può ormai permettersi di rientrare nei ranghi, abbandonare l’attacco all’arma bianca e cominciare nuovamente a tessere il filo del suo tipico gioco, che per la prima volta diventa redditizio. Il 6-4 del terzo set è perfino un risultato bugiardo visto che Azarenka si era portata a condurre 5-1.

(Anticipo che si resterà delusi se si proverà a ritrovare lo sviluppo tattico del match negli highlights: al loro interno sono selezionati i vincenti, mentre la gran parte delle discese a rete di Azarenka del secondo set hanno prodotto punti sotto forma di errori di Venus, e quindi non sono documentate).

3. Serena Williams def. Maria Sharapova 6-3, 7-6 (5) (Aus Open, Fin)

https://www.youtube.com/watch?v=FOtfPlZl39o
Per me sul piano strettamente tecnico forse la migliore partita dell’anno, considerando il prestigio del palcoscenico e il calibro delle protagoniste. Merito del fatto che si trovano di fronte due atlete fresche e in buone condizioni fisiche, senza il logorio e gli infortuni che spesso il procedere della stagione determina.
Controllo, velocità e pesantezza di palla sono veramente da tenniste top class. Una partita di ottimo livello in cui le giocatrici si spingono reciprocamente a dare il proprio massimo e che si conclude per entrambe con un saldo (vincenti/errori non forzati) ampiamente positivo: Serena +13 (38/25) Sharapova +6 (21/15).
Quello che manca per portarla ancora più in alto in questa classifica è, almeno per quanto mi riguarda, la sensazione che la vincitrice possa essere davvero in discussione: ormai è dal 2005 che nel confronto diretto la spunta sempre Serena e il break subito da Sharapova nel primo game dell’incontro di sicuro non contribuisce ad alimentare l’incertezza.

Però questa volta risulta difficile rimproverare qualcosa a Maria che, pur sconfitta, riesce anche a fare più punti negli scambi. La differenza, come del resto in altre occasioni, la determina il servizio di Serena: addirittura 18 ace in due set, di cui ben 15 nel secondo, quando la partita diventa più serrata, un confronto equilibratissimo. Come sul 2-2 secondo set, quando Serena si trova sotto 0-30 e piazza tre ace nei quattro punti successivi. In ogni frangente difficile o minimamente rischioso la numero uno del mondo sfodera un ace o un servizio vincente.

Dei tanti Slam vinti nelle stagioni più recenti, la Serena di questa finale di Australian Open risulta una delle più convincenti, proprio per la capacità di fare ricorso al colpo di inizio gioco come a una specie di arma definitiva, alla quale nessuna avversaria ha la possibilità di opporsi. Mi torna in mente a questo proposito la Williams del 2012, quella prima capace di servire oltre 100 ace nell’edizione di Wimbledon “normale” e poi di annichilire tutta la concorrenza nel Wimbledon-bis disputato per le Olimpiadi.
Il fatto che malgrado tutto nel match di Melbourne Sharapova non si lasci demoralizzare e riesca ad allungare il match sino al tiebreak (salvando anche un match point sul 4-5) dimostra una volta in più la tenacia quasi unica di Maria, decisa a lottare comunque al limite delle proprie possibilità.

2. Victoria Azarenka def. Angelique Kerber, 7-5, 2-6, 6-4 (US Open, R32)

Un match eccezionale per intensità e pathos, giocato benissimo da entrambe e concluso con statistiche che confermano la qualità straordinaria: Azarenka +18 (51/33) Kerber +15 (46/31). Ricordo che storicamente agli US Open i criteri per stabilire vincenti e gratuiti sono forse i più severi dei quattro Slam, per cui sono frequenti partite in cui le contendenti si ritrovano con saldo finale negativo. Che tutte e due chiudano invece con un tale attivo è veramente rarissimo.

Ma fermarsi ai numeri sarebbe limitativo: il match non è solo una partita in cui le protagoniste cominciano giocando bene e finiscono giocando ancora meglio, ma anche un match emotivamente coinvolgente, tanto da calamitare l’attenzione degli spettatori presenti allo stadio così come quelli davanti allo schermo.
Il copione inizialmente è quello prevedibile, con Azarenka che spinge e Kerber che corre e rimanda tutto: vale a dire le due situazioni che esaltano al massimo le qualità e la combattività di entrambe. La Kerber di questo periodo è fisicamente la migliore di sempre, asciutta e tirata a lucido tanto da essere diventata ancora più rapida nella corsa in avanti, al punto da riuscire a replicare quasi sempre con successo ai drop-shot o alle volèe smorzate di Azarenka. Angelique inizialmente vince quasi tutti i game ai vantaggi e sale 5-2, arrivando anche al set point.
Ma Vika alza ulteriormente il livello, aumenta il numero di soluzioni lungolinea togliendo così il tempo all’avversaria: riesce ad aggiudicarsi cinque game consecutivi, e il set è suo per 7-5.
Lo sforzo fisico e mentale profuso la obbliga quasi fisiologicamente a rifiatare, scendendo di un minimo di intensità nel secondo set; questo è sufficiente per spostare l’ago della bilancia dalla parte di Kerber, che pareggia i conti con un 6-2.

Il terzo set rappresenta uno dei migliori momenti di tennis del 2015: Azarenka torna ai livelli del primo set, e allora Kerber capisce che, per non farsi sopraffare, alle doti difensive deve aggiungere anche tutte le proprie risorse di attacco: il dritto lungolinea e il cross di rovescio.
Per alcuni game la partita assume una dimensione superiore; capita quando la trance agonistica si impossessa delle protagoniste in campo: tensione e paura di sbagliare spariscono per lasciare spazio alla concentrazione massima, dedicata esclusivamente all’esecuzione del miglior colpo possibile. Ormai gli errori sono quasi banditi dal campo, e ai vincenti di una giocatrice replica l’altra con altrettanti vincenti. E’ una specie di braccio di ferro tennistico totale, quasi irreale per l’equilibrio e la qualità che lo caratterizza.
Ne esce vincitrice Azarenka, malgrado l’ultima disperata opposizione di Kerber che sul 3-5 serve per stare nel match e ci riesce salvando diversi match point, ma si deve arrendere nel game successivo, chiuso a zero da Vika per il definitivo 6-4.

1. Roberta Vinci def. Serena Williams 2-6, 6-4, 6-4 (US Open, SF)
https://www.youtube.com/watch?v=HNAd2fBUooc
Cosa dire sul primo posto in questa selezione? Secondo me semplicemente non c’erano alternative; che questa partita fosse la più memorabile del 2015 non l’ho deciso io, ma la storia del tennis. Tanto che di fronte ai molti dubbi che ho avuto su quasi tutti i match (ma non su quelli ai primi due posti) l’unico che ho avuto per questo è stato se inserirlo in cima alla classifica oppure assegnargli una posizione speciale, al di fuori: Hors Catégorie, come dicono i francesi per certe salite mitiche del Tour de France.
Se sono stato tentato di classificarlo a parte, è perché la sua importanza trascende il giudizio sulle qualità di gioco vere e proprie, a mio avviso inferiori ad altri match presenti in questa classifica. Ma tutto passa in secondo piano, perché non capita tutti i giorni di assistere alla fine della corsa al Grande Slam a due partite dal traguardo; e a maggior ragione se questo significa veder cadere la numero uno del mondo nello stadio di casa, con tutto il pubblico accorso a sostenerla e ad assistere ad un trionfo che pareva già scritto.

Per tutte le questioni tecnico tattiche, impossibili da riassumere in poche righe, rimando ad un recente articolo. Qui penso sia sufficiente accennare alle questioni psicologiche: avete visto il gesto fatto da Heather Watson (citato nella prima parte) in occasione del game vinto che l’aveva portata a servire per il match a Wimbledon? La mimica, braccia al cielo, è simile al gesto di Roberta Vinci compiuto dopo aver vinto il punto più bello della partita. Ma quanto diversa è la carica nervosa che comunica: timida, contenuta quella di Heather; sfrontata e decisa quella di Roberta Vinci.
Nel tennis ci sono momenti in cui la componente mentale domina su tutto il resto, e chi è più forte sotto questo aspetto si porta a casa la vittoria.

Riuscire ad arrivare a servire per il match contro quella che per tutti era già la detentrice in pectore del Grande Slam, farlo sul centrale di Flushing Meadows e chiudere il game addirittura a zero appariva veramente qualcosa di impossibile. O meglio: quasi impossibile.

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