WTA 2015: dodici match da ricordare (seconda parte)

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WTA 2015: dodici match da ricordare (seconda parte)

Da gennaio a ottobre, dagli Australian Open all’Elite Trophy di Zhuhai: dodici match memorabili del 2015 per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Ecco la seconda parte dei match memorabili nel 2015, dalla posizione numero sei alla posizione numero uno.
QUI il link alla prima parte dell’articolo, con le partite dal dodicesimo al settimo posto.

6. Svetlana Kuznetsova def. Lucie Safarova 5-7, 7-6 (5), 7-6 (3) (Madrid, QF)

https://www.youtube.com/watch?v=rJfIgsK6uW0
Ci sono le imprese perfette, che si concludono in un trionfo, come quella di Flavia Pennetta agli ultimi US Open. Ci sono le imprese imperfette che regalano comunque una grande visibilità e raccolgono i giusti riconoscimenti, come le finali Slam di Safarova e Muguruza. E ci sono le imprese meno fortunate, che malgrado lo straordinario valore tecnico corrono il rischio di venire dimenticate troppo presto.

 

Io provo ribellarmi a questo destino ingiusto, e ricordo con questo match l’incredibile percorso di Kuznetsova a Madrid. Costretta dal sorteggio e dagli organizzatori ad affrontare nel giro di poche ore una dopo l’altra Makarova, Muguruza, Stosur, Safarova, Sharapova, Kvitova.
No, non è uno scherzo, non ho buttato a caso i nomi di tutta una serie di top ten e finaliste Slam: è veramente il tabellone che Sveta si è trovata di fronte in quella settimana fuori da ogni logica, contemporaneamente terribile e meravigliosa.
Con partite finite a tarda notte e avversarie più riposate che l’aspettavano al varco il giorno successivo. Ogni volta data per spacciata, Kuznetsova finisce sempre per vincere, salvo crollare anche per sfinimento sull’ostacolo finale, in cui si trova di fronte una Kvitova al limite della perfezione, che già il turno precedente aveva lasciato solo le briciole a Serena Williams.

Qui contro Safarova ha “solo” alla spalle tre partite e ha finito da poche ore un incontro in tre set (di 2 ore e 43 minuti), contro Samantha Stosur. Come se non bastasse, perde il primo set dopo aver anche servito sul 5-4, ma non si dà per vinta pareggiando nel secondo set al tiebreak.
Nel terzo set Safarova si trova a servire per il match sul 5-4, conquista due match point ma non li converte: il primo per un errore su un rovescio non impossibile, il secondo per una risposta vincente di Kuznetsova. Ancora il tiebreak regala la vittoria a Svetlana al termine di un altro match maratona, durato 3 ore e 6 minuti e disputato di fronte a tribune tristemente semivuote, come troppo spesso accade a Madrid. Battendo Safarova, anche il quarto di finale è superato, e quindi il giorno dopo Kuznetsova troverà Maria Sharapova, campionessa in carica di Parigi: altra vittoria per 6-2, 6-4.

5. Petra Cetkovska def. Caroline Wozniacki 6-4, 5-7, 7-6 (1) (US Open, R64)

http://www.dailymotion.com/video/x34t3ez
Una di quelle partite il cui significato si può capire fino in fondo solo conoscendo almeno un po’ le difficoltà sperimentate dalle protagoniste. Nel 2014 Wozniacki aveva vissuto gli US Open come una specie di rivincita personale e professionale contro le traversie sentimentali: e la voglia di far vedere quanto valeva l’aveva condotta addirittura in finale. Un anno è passato e nel 2015 Caroline dà l’impressione di non avere più lo stesso fuoco dentro: al secondo turno si trova di fronte la numero 149 del ranking. E perde.

Ma se ci fermassimo ai numeri della classifica per valutare Petra Cetkovska peccheremmo di superficialità. Dietro la vittoria di Petra (30 anni compiuti in febbraio) c’è la storia di una giocatrice dalla tecnica superiore ma dal fisico di cristallo; e con tanti anni di carriera passati a lottare con i guai fisici e gli sforzi dei recuperi.
Tanto è vero che Cetkovska prende parte agli US Open grazie alla classifica protetta, riservata agli ex infortunati, perché altrimenti il numero 149 del mondo (conseguenza di molti mesi di stop a cavallo tra il 2014 e il 2015), non le consentirebbe di accedere al tabellone principale.

Perché l’ho definita una giocatrice dalla tecnica superiore? Perché pochissime sono in grado di variare il gioco quanto lei: colpi in top, colpi in back, recuperi choppati straordinari, una grande sensibilità nei dropshot, nei lob e nelle demivolèe;  e con il dritto sembra quasi sempre riuscire a mettere la palla dove vuole. Quando questo repertorio funziona perché la condizione la sorregge, qualsiasi giocatrice, anche tra le prime del mondo, può andare in difficoltà: nel 2014 era stata lei ad interrompere l’imbattibilità di inizio anno di Li Na, vincitrice a Melbourne.

Cetkovska, che pure non è rapidissima, irretisce con i suoi schemi Wozniacki. Dopo un avvio in salita (0-3) vince nove game su dieci e si porta avanti 6-4, 3-0, 30-0. A questo punto a fermarla non è l’avversaria, ma la paura: un attacco di braccino che la blocca nel momento di chiudere in due facili set.
Caroline di fronte alle titubanze di Petra recupera da giocatrice navigata: vince il secondo set 7-5 e nel terzo si procura un match point sul 5-4, e poi altri tre sul 6-5. Ogni volta Cetkovska li annulla con dei vincenti, ribellandosi all’idea di perdere un incontro tecnicamente dominato. Si arriva così al tiebreak, vinto in modo sorprendentemente facile (7-1) da Cetkovska, comprensibilmente commossa nell’intervista a fine match.

In pochi credo abbiano visto questa partita in Italia, finita oltre le 6 del mattino, dopo tre ore di battaglia. Ma se non avete seguito il match o se per caso non conoscete Cetkovska mi sento di consigliare di prendervi un po’ di tempo da dedicare agli highlights.

4. Victoria Azarenka def. Venus Williams 2-6, 6-2, 6-4 (Doha, SF)

https://www.youtube.com/watch?v=iSbsDQXFc0E
Tatticamente secondo me la partita più sorprendente della stagione. Per certi aspetti la componente tattica in questo match è così estrema da risultare un unicum negli ultimi anni di tennis femminile ad alti livelli.
Ma per capire a pieno la situazione credo occorra fare un rapido passo indietro e ricostruire il contesto. Quando Azarenka e Williams scendono in campo a Doha i precedenti sono inequivocabili: quattro vittorie a zero per Venus, senza nemmeno un set perso. Con il suo solito gioco di grande ritmo e pressione Vika sembra proprio non riuscire a mettere in difficoltà l’avversaria, che (quando non comanda direttamente lo scambio) contiene e rilancia. Nemmeno Serena se la cava così bene contro Azarenka; Venus sembra avere sempre tutte le risposte giuste, con una facilità tale da risultare disarmante.

Dopo il primo set di Doha le cose si mettono, come al solito, male per Azarenka: 2-6.
A questo punto Vika decide la mossa della disperazione, cambiando tattica in modo talmente brutale da sembrare la scelta che potrebbe fare una dilettante di circolo: “Perdo giocando da fondo? E allora mi butto a rete”. Che però tutto questo capiti nel confronto tra due giocatrici di tale fama, due ex numero uno del mondo plurivincitrici Slam, risulta decisamente inatteso.

Con questa mossa quasi suicida incredibilmente la situazione si rovescia. Tutte e due si trovano fuori dalla loro comfort zone, ma a pagarne le conseguenze è Venus: prima tutto le riusciva facilmente (anche nelle situazioni che per qualsiasi altra sarebbero risultate intricate), adesso tutto diventa difficile; Venus sbaglia passanti non impossibili e l’inerzia del match si ribalta completamente.
Azarenka per alcuni game continua a prendere rischi oltre il normale, muovendosi sulla verticale alla minima opportunità logica (e qualche volta anche illogica) con un coraggio che sfiora l’incoscienza. Ma l’azzardo funziona: è come se si fosse rotto un incantesimo che durava da sette anni, quando si erano incontrate la prima volta.

Azarenka riesce ad aggiudicarsi finalmente un set: 6-2. Il cambio tattico sembra anche avere effetti sul piano psicologico. Adesso la vittoria di Venus non è più un destino ineluttabile, e che la vincitrice possa essere anche Vika lo percepiscono entrambe. Nel terzo set Azarenka può ormai permettersi di rientrare nei ranghi, abbandonare l’attacco all’arma bianca e cominciare nuovamente a tessere il filo del suo tipico gioco, che per la prima volta diventa redditizio. Il 6-4 del terzo set è perfino un risultato bugiardo visto che Azarenka si era portata a condurre 5-1.

(Anticipo che si resterà delusi se si proverà a ritrovare lo sviluppo tattico del match negli highlights: al loro interno sono selezionati i vincenti, mentre la gran parte delle discese a rete di Azarenka del secondo set hanno prodotto punti sotto forma di errori di Venus, e quindi non sono documentate).

3. Serena Williams def. Maria Sharapova 6-3, 7-6 (5) (Aus Open, Fin)

https://www.youtube.com/watch?v=FOtfPlZl39o
Per me sul piano strettamente tecnico forse la migliore partita dell’anno, considerando il prestigio del palcoscenico e il calibro delle protagoniste. Merito del fatto che si trovano di fronte due atlete fresche e in buone condizioni fisiche, senza il logorio e gli infortuni che spesso il procedere della stagione determina.
Controllo, velocità e pesantezza di palla sono veramente da tenniste top class. Una partita di ottimo livello in cui le giocatrici si spingono reciprocamente a dare il proprio massimo e che si conclude per entrambe con un saldo (vincenti/errori non forzati) ampiamente positivo: Serena +13 (38/25) Sharapova +6 (21/15).
Quello che manca per portarla ancora più in alto in questa classifica è, almeno per quanto mi riguarda, la sensazione che la vincitrice possa essere davvero in discussione: ormai è dal 2005 che nel confronto diretto la spunta sempre Serena e il break subito da Sharapova nel primo game dell’incontro di sicuro non contribuisce ad alimentare l’incertezza.

Però questa volta risulta difficile rimproverare qualcosa a Maria che, pur sconfitta, riesce anche a fare più punti negli scambi. La differenza, come del resto in altre occasioni, la determina il servizio di Serena: addirittura 18 ace in due set, di cui ben 15 nel secondo, quando la partita diventa più serrata, un confronto equilibratissimo. Come sul 2-2 secondo set, quando Serena si trova sotto 0-30 e piazza tre ace nei quattro punti successivi. In ogni frangente difficile o minimamente rischioso la numero uno del mondo sfodera un ace o un servizio vincente.

Dei tanti Slam vinti nelle stagioni più recenti, la Serena di questa finale di Australian Open risulta una delle più convincenti, proprio per la capacità di fare ricorso al colpo di inizio gioco come a una specie di arma definitiva, alla quale nessuna avversaria ha la possibilità di opporsi. Mi torna in mente a questo proposito la Williams del 2012, quella prima capace di servire oltre 100 ace nell’edizione di Wimbledon “normale” e poi di annichilire tutta la concorrenza nel Wimbledon-bis disputato per le Olimpiadi.
Il fatto che malgrado tutto nel match di Melbourne Sharapova non si lasci demoralizzare e riesca ad allungare il match sino al tiebreak (salvando anche un match point sul 4-5) dimostra una volta in più la tenacia quasi unica di Maria, decisa a lottare comunque al limite delle proprie possibilità.

2. Victoria Azarenka def. Angelique Kerber, 7-5, 2-6, 6-4 (US Open, R32)

Un match eccezionale per intensità e pathos, giocato benissimo da entrambe e concluso con statistiche che confermano la qualità straordinaria: Azarenka +18 (51/33) Kerber +15 (46/31). Ricordo che storicamente agli US Open i criteri per stabilire vincenti e gratuiti sono forse i più severi dei quattro Slam, per cui sono frequenti partite in cui le contendenti si ritrovano con saldo finale negativo. Che tutte e due chiudano invece con un tale attivo è veramente rarissimo.

Ma fermarsi ai numeri sarebbe limitativo: il match non è solo una partita in cui le protagoniste cominciano giocando bene e finiscono giocando ancora meglio, ma anche un match emotivamente coinvolgente, tanto da calamitare l’attenzione degli spettatori presenti allo stadio così come quelli davanti allo schermo.
Il copione inizialmente è quello prevedibile, con Azarenka che spinge e Kerber che corre e rimanda tutto: vale a dire le due situazioni che esaltano al massimo le qualità e la combattività di entrambe. La Kerber di questo periodo è fisicamente la migliore di sempre, asciutta e tirata a lucido tanto da essere diventata ancora più rapida nella corsa in avanti, al punto da riuscire a replicare quasi sempre con successo ai drop-shot o alle volèe smorzate di Azarenka. Angelique inizialmente vince quasi tutti i game ai vantaggi e sale 5-2, arrivando anche al set point.
Ma Vika alza ulteriormente il livello, aumenta il numero di soluzioni lungolinea togliendo così il tempo all’avversaria: riesce ad aggiudicarsi cinque game consecutivi, e il set è suo per 7-5.
Lo sforzo fisico e mentale profuso la obbliga quasi fisiologicamente a rifiatare, scendendo di un minimo di intensità nel secondo set; questo è sufficiente per spostare l’ago della bilancia dalla parte di Kerber, che pareggia i conti con un 6-2.

Il terzo set rappresenta uno dei migliori momenti di tennis del 2015: Azarenka torna ai livelli del primo set, e allora Kerber capisce che, per non farsi sopraffare, alle doti difensive deve aggiungere anche tutte le proprie risorse di attacco: il dritto lungolinea e il cross di rovescio.
Per alcuni game la partita assume una dimensione superiore; capita quando la trance agonistica si impossessa delle protagoniste in campo: tensione e paura di sbagliare spariscono per lasciare spazio alla concentrazione massima, dedicata esclusivamente all’esecuzione del miglior colpo possibile. Ormai gli errori sono quasi banditi dal campo, e ai vincenti di una giocatrice replica l’altra con altrettanti vincenti. E’ una specie di braccio di ferro tennistico totale, quasi irreale per l’equilibrio e la qualità che lo caratterizza.
Ne esce vincitrice Azarenka, malgrado l’ultima disperata opposizione di Kerber che sul 3-5 serve per stare nel match e ci riesce salvando diversi match point, ma si deve arrendere nel game successivo, chiuso a zero da Vika per il definitivo 6-4.

1. Roberta Vinci def. Serena Williams 2-6, 6-4, 6-4 (US Open, SF)
https://www.youtube.com/watch?v=HNAd2fBUooc
Cosa dire sul primo posto in questa selezione? Secondo me semplicemente non c’erano alternative; che questa partita fosse la più memorabile del 2015 non l’ho deciso io, ma la storia del tennis. Tanto che di fronte ai molti dubbi che ho avuto su quasi tutti i match (ma non su quelli ai primi due posti) l’unico che ho avuto per questo è stato se inserirlo in cima alla classifica oppure assegnargli una posizione speciale, al di fuori: Hors Catégorie, come dicono i francesi per certe salite mitiche del Tour de France.
Se sono stato tentato di classificarlo a parte, è perché la sua importanza trascende il giudizio sulle qualità di gioco vere e proprie, a mio avviso inferiori ad altri match presenti in questa classifica. Ma tutto passa in secondo piano, perché non capita tutti i giorni di assistere alla fine della corsa al Grande Slam a due partite dal traguardo; e a maggior ragione se questo significa veder cadere la numero uno del mondo nello stadio di casa, con tutto il pubblico accorso a sostenerla e ad assistere ad un trionfo che pareva già scritto.

Per tutte le questioni tecnico tattiche, impossibili da riassumere in poche righe, rimando ad un recente articolo. Qui penso sia sufficiente accennare alle questioni psicologiche: avete visto il gesto fatto da Heather Watson (citato nella prima parte) in occasione del game vinto che l’aveva portata a servire per il match a Wimbledon? La mimica, braccia al cielo, è simile al gesto di Roberta Vinci compiuto dopo aver vinto il punto più bello della partita. Ma quanto diversa è la carica nervosa che comunica: timida, contenuta quella di Heather; sfrontata e decisa quella di Roberta Vinci.
Nel tennis ci sono momenti in cui la componente mentale domina su tutto il resto, e chi è più forte sotto questo aspetto si porta a casa la vittoria.

Riuscire ad arrivare a servire per il match contro quella che per tutti era già la detentrice in pectore del Grande Slam, farlo sul centrale di Flushing Meadows e chiudere il game addirittura a zero appariva veramente qualcosa di impossibile. O meglio: quasi impossibile.

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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