WTA 2015: dodici match da ricordare (prima parte)

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WTA 2015: dodici match da ricordare (prima parte)

Da gennaio a ottobre, dagli Australian Open all’Elite Trophy di Zhuhai: dodici match memorabili del 2015 per qualità tecnica, tattica e agonistica

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QUI il link alla seconda parte dell’articolo con le partite dal sesto al primo posto.

L’ho già scritto in passato in occasione dello stesso articolo di fine anno: non posso definire questa selezione i “migliori match” del 2015, perché la scelta è fatta solo sulle partite che ho potuto vedere, una frazione ridottissima di tutte quelle disputate nel circuito in una stagione. Questo mi ha obbligato a scartare alcuni incontri che nelle cronache e nei commenti sono stati giudicati di alto livello, ma che mi sono perso. Ne cito uno solo come esempio, che non sono riuscito a recuperare nemmeno in seguito: Muguruza contro Kerber a Wimbledon, che sembrerebbe tra i sicuri candidati alla top ten. Non lo troverete, quindi: ma esprimere giudizi per sentito dire non credo abbia senso, e non fa per me.

Due giorni per presentare i match: oggi quelli dal dodicesimo posto al settimo, domani i sei di vertice.
Prima di iniziare con il conto alla rovescia devo dire che, come al solito, fare queste scelte è complicatissimo, e alcune rinunce sono state particolarmente difficili: le lotte tra difesa e attacco di Kerber contro Keys (Charleston) e Pliskova (Birmingham e Stanford); l’eccezionale cavalcata di Belinda Bencic a Toronto, quella di Pennetta agli US Open; i percorsi verso la finale Slam di Safarova a Parigi e Muguruza a Wimbledon.
E poi: alcuni tentativi mancati di sconfiggere Serena, come quelli di Lisicki a Miami o Azarenka a Madrid (con i doppi falli sui match point). Ancora: le imprese di Gavrilova nella prima parte dell’anno, i match in rimonta di Venus Williams a Wuhan, per arrivare sino a pochi giorni fa, con la vittoria di Sharapova su Kvitova nella finale di Fed Cup.

 

Davvero sono stato combattuto; e siccome è dall’inizio dell’anno che so di scrivere questo articolo e quindi “metto da parte” i match allo scopo, devo ammettere che stabilire la rosa definitiva è stata la parte che mi ha richiesto più tempo. E malgrado tutto non sono ancora sicuro di aver deciso bene.
Dove l’incertezza era massima ho preferito allargare il ventaglio delle protagoniste. In fondo l’articolo è soprattutto un modo per far riaffiorare speciali momenti di tennis, senza la pretesa di esprimere valutazioni definitive.
Non dico altro, quel che è fatto è fatto; cominciamo.

12. Serena Williams def. Heather Watson 6-2, 4-6, 7-5 (Wimbledon, R32)

http://www.dailymotion.com/video/x2wq57w

Forse non sarà stato il miglior match dell’anno sul piano tecnico, ma è impossibile trascurarlo se si tratta di selezionare le partite memorabili. Più che un incontro di tennis, un crescendo di emozioni, capace di trasformare il Centre Court di Wimbledon come non accadeva da anni: da stadio esempio di fair play a catino incandescente popolato di ultras. Se vi fidate del parere di Gianni Clerici, che di tennis a Wimbledon un po’ ne ha visto, per trovare un tifo altrettanto acceso occorre risalire addirittura al 1977, quando l’inglese Virginia Wade vinse i Championships del centenario.

In questa occasione Heather Watson non rappresenta solo la tennista di casa, ma riassume in sé anche il ruolo dell’underdog. E da giocatrice sfavorita, mano a mano che si sviluppa il confronto riesce prima a renderlo credibile e poi addirittura a portarsi ad un passo dal rovesciamento del pronostico.
Sino alla fine del secondo set per Serena sembra una partita di ordinaria amministrazione. Ma sul 6-2, 4-4 le cose si complicano: invece che dare il colpo di grazia al match, perde la battuta; Watson comincia a crederci, e il pubblico con lei.
Grazie soprattutto a un gioco difensivo di alta qualità (dote che non le si conosceva a tali livelli), Heather pareggia i conti nel secondo set e sullo slancio si porta avanti nel terzo. Qui, letteralmente sospinta dagli spettatori, conquista un doppio break di vantaggio (3-0) e sfiora il 4-0.
Spalle al muro, Serena risale: da 0-3 conquista quattro game di fila e sul 4-3 sembra aver di nuovo in pugno la situazione. Ma Heather reagisce, tiene la battuta (chiedendo l’applauso del pubblico, con un gesto sorprendentemente simile a quello che compirà Roberta Vinci a Flushing Meadows) e poi strappa a zero il servizio a Serena: sul 5-4 è il momento di servire per il match.
Watson non arriverà mai al match point (il massimo sarà 5-4, 40 pari), perché Serena cresce di livello quanto basta per strappare gli ultimi tre game, ma in ogni caso la giocatrice di casa si regala una giornata indimenticabile.
Come noto, alla fine Williams vincerà il torneo, ma probabilmente sono state anche partite come queste a provocare il logoramento nervoso che ha presentato il conto agli US Open.

11. Francesca Schiavone def. Svetlana Kuznetsova 6-7 (11), 7-5, 10-8 (Roland Garros R64)
Qui gli Highlights

“Kuz è in declino, Schiavo si deve ritirare, ormai sono giocatrici al tramonto” etc etc. Quando leggo queste cose mi tornano in mente i match tra di loro, due delle giocatrici tecnicamente più complete del nuovo millennio ancora in attività. E penso che fino a quando avranno voglia di giocare e si troveranno a farlo una contro l’altra, cercherò sempre di seguirle, perché tra loro si crea un’alchimia speciale, che produce grandi partite su grandi palcoscenici.

Nel 2011 agli Australian Open ne uscì addirittura un match da record per gli Slam, finito 16-14 per Schiavone al terzo set, per la durata di 4 ore e 44 minuti. Questa volta lo scenario è Roland Garros (torneo che entrambe hanno vinto: Sveta nel 2009, Francesca nel 2010), e le cose non vanno diversamente: di nuovo un incontro chilometrico, in cui emergono tutte le loro qualità di giocatrici estrose e orgogliose.

Già il punteggio racconta una partita assolutamente fuori dall’ordinario, impossibile da sintetizzare nelle poche righe a disposizione. Mi limito a ricordare un paio di passaggi: il tiebreak del primo set, chiuso da Sveta 13-11 al settimo set point; e un terzo set in cui al break subito da Schiavone segue regolarmente il controbreak; tanto che Kuznetsova serve quattro volte per il match senza successo, e in una occasione arriva anche al match point, annullato da un vincente di rovescio di Francesca.

Sarà anche vero che nelle ultime stagioni il tennis delle due campionesse di Parigi ha perso di efficacia, ma se questo è accaduto è soprattutto per il maggior numero di gratuiti che penalizza lo score; invece le soluzioni geniali, gli scambi costruiti muovendosi sulla verticale e la capacità di essere a proprio agio in qualsiasi parte di campo sono tutte doti rimaste inalterate, che ancora una volta si sono potute apprezzare in 3 ore e 50 di gioco sempre più coinvolgente.

10. Angelique Kerber def. Caroline Wozniacki 3-6, 6-1, 7-5 (Stoccarda, Fin)

https://www.youtube.com/watch?v=rNjkPNjJIyM

Prendete questa scelta non solo per la qualità della partita in sé, ma come match rappresentativo di un torneo particolarmente ricco di confronti interessanti (ricordo fra gli altri Kerber/Sharapova, Halep/Muguruza, Wozniacki/Halep). Escludendo gli Slam, Stoccarda è stato forse il migliore evento WTA del 2015.
In finale arrivano la polacca di Danimarca Wozniacki contro la polacca di Germania Kerber. Caroline è probabilmente nel migliore momento di forma della stagione, Angelique dopo la crisi di inizio anno ha completamente ribaltato la situazione: è reduce da una striscia vincente cominciata con il torneo di Charleston e proseguita in Fed Cup.

Normalmente entrambe hanno come punto di forza la capacità difensiva, ma quando attraversano momenti di grande condizione il loro gioco diventa molto più equilibrato: Wozniacki aumenta l’incisività nel rovescio e nei colpi di inizio gioco, Angelique moltiplica i vincenti lungolinea di dritto e di rovescio incrociati.

Inizia meglio Wozniacki, ma Kerber si rifà nel secondo set. Il terzo set è la resa dei conti, e conoscendo le loro caratteristiche è certo che nessuna potrà contare su un calo fisico dell’avversaria: Wozniacki per due volte si porta avanti e per due volte l’avversaria ricuce lo strappo. Prima sale 3-1, ma Kerber torna 3-3, poi arriva sul 5-3, ma non riesce a chiudere al momento di servire per il match. Angelique reagisce nuovamente, e sullo slancio del 5-5 aumenta l”aggressività strappando ancora la battuta a Caroline, per concludere 7-5.
Dopo tanti tornei conquistati in trasferta spesso sconfiggendo in finale la giocatrice di casa, per la prima volta Kerber può festeggiare insieme al proprio pubblico.

9. Venus Williams def. Karolina Pliskova 7-5, 7-6 (6) (Zhuhai, Fin WTA Elite Trophy)

https://www.youtube.com/watch?v=ounrpjz_dJs

Si dice sempre che il contrasto di stili sia l’ingrediente ideale per costruire partite spettacolari, ed effettivamente di solito è così. Ma invece a Zhuhai si affrontano due giocatrici molto simili: entrambe alte e longilinee, con la capacità di generare potenza grazie alle lunghe leve, e la comune aggressività nel gioco, a partire dal grande servizio. Eppure lo spettacolo non manca, con scambi di estrema intensità, e una costante pressione sulla palla che smentisce un’altra idea diffusa del tennis: che le donne tirino piano. In realtà, malgrado la superiore velocità di palla, il gioco di Venus e Pliskova rimane tipicamente femminile: poco spin e traiettorie tese, a pochi centimetri dal net.
Ma forse la caratteristica che meglio sintetizza la qualità dell’incontro è la costante profondità di palla, anche perché chi accorcia trova l’avversaria sempre prontissima ad approfittarne, con sistematici vincenti nella parte di campo aperta o in contropiede.

Se gli elementi in comune sono tanti, ci sono anche le differenze: non solo l’età delle protagoniste (dodici anni in più per Williams, che però in questa occasione non incidono sull’andamento del match), ma soprattutto la capacità di giocare meglio i punti decisivi da parte di Venus.  Nel finale di 2015 ritrova il killer instinct dei giorni migliori, che le permette di tornare a conquistare due tornei importanti e il posto in top ten. Al contrario Pliskova conferma che sta attraversando una fase di crescita in cui soffre le finali, e i passaggi cruciali del match: a Zhuhai finisce per perdere di un soffio entrambi i set (mancando anche un set point nel tiebreak del secondo).

8. Sloane Stephens def. Belinda Bencic 6-4, 7-6 (5) (Miami, R16)

https://www.youtube.com/watch?v=1zMzOjWy5Nc
A mio avviso uno dei match più divertenti dell’anno, tra due giocatrici decise ad affrontarsi a viso aperto, con pochi tatticismi; l’obiettivo primario è cercare di dare il meglio di sé senza preoccuparsi troppo di far giocare male l’avversaria.
Scelta anche comprensibile, visto che questo atteggiamento consente ad entrambe di arrivare a contendersi i set in volata. In più le scelte poco speculative producono una quantità di scambi spettacolari come raramente accade.

Partita iniziata in medias res, senza game di studio o riscaldamento: pronti via, e si capisce subito che per entrambe è una giornata di grande ispirazione. Ma il bello è che la qualità già alta dell’inizio sale ancora man mano che si gioca, visto che Belinda e Sloane si mettono in palla reciprocamente.
Bencic più aggressiva nella posizione in campo, attaccata alla linea di fondo; Stephens disposta anche a qualche arretramento, ma compensato dalla grande mobilità difensiva e dalla facilità con cui trova il tempo per avanzare e chiudere a rete gli scambi. E con in più una rara dote che le accomuna: la capacità di trovare soluzioni in cross strettissimo, con traiettorie che allargano il campo a dismisura e determinano geometrie inusuali.

Nella fase finale dei due set, quando ogni punto può essere determinante, si susseguono scambi articolati in cui spesso l’inerzia oscilla tra le due contendenti, e non mancano le prodezze a spezzare l’equilibrio da una parte e dall’altra.
Non so in quanti abbiano visto questo match, e non mi pare che si trovi in rete per intero; ma se accettate un consiglio, almeno non perdetevi gli highlights. Nota negativa? Che il divertimento sia finito troppo presto, in soli due set: il terzo avrebbe reso tutto ancora migliore.

7. Eugenie Bouchard def. Dominika Cibulkova 7-6 (9), 4-6, 6-3 (US Open R32)


A Flushing Meadows, si ritrovano due giocatrici con alle spalle un 2015 difficilissimo: Cibulkova costretta a fermarsi dopo pochi mesi per una operazione al tendine di Achille, con tutti gli inevitabili problemi di recupero successivi; Bouchard in piena involuzione tecnica e psicologica, incapace di ripetere i risultati del 2014. E se nello stesso torneo l’anno prima Eugenie era testa di serie numero 7 e Dominika numero 12, eccole dodici mesi dopo testa di serie 25 e semplice numero 50 del ranking.

Per chi ha cominciato a pensare in grande (Cibulkova finalista agli Australian Open 2014, Bouchard a Wimbledon) gli US Open sono l’ultima chance per provare a raddrizzare la stagione. E, sorprendentemente, nel confronto newyorkese davvero si rivedono in campo le giocatrici che furono: Cibulkova veloce ed esplosiva, con le accelerazioni di dritto quasi incontenibili; Bouchard aggressiva e dagli anticipi esasperati, a togliere il tempo all’avversaria.

Il gioco è così intenso e qualitativo che viene naturale pensare che per entrambe possa essere arrivato il momento della svolta, e chi riuscirà a spuntarla potrà fare ancora strada nel torneo, superando definitivamente la crisi. E così, malgrado sia un semplice match di terzo turno, la sensazione è che la posta in palio sia diventata straordinariamente alta.
Il finale di primo set è uno dei più rocamboleschi degli ultimi tempi, con il falco continuamente chiamato in causa, che procura overrule e decisioni arbitrali contestate: Cibulkova accumula e non converte set point, anche perchè Bouchard ne salva un paio con delle prodezze (persino di volo, certo non la sua specialità) e alla fine la spunta al tiebreak 11-9.
Nel secondo set Bouchard sale 3-1 e servizio, e sembra avere la partita in mano. Ma, sull’orlo del baratro, Cibulkova reagisce: vince un game interminabile e comincia a tirare a tutta, risalendo la china, da 1-3 a 6-4.
Il terzo set di spareggio se lo aggiudica Bouchard, e in molti in quel momento pensano che quella vittoria, dopo due ore e 48 minuti senza respiro, non sarà l’ultima nel torneo. In realtà mai sensazione fu più illusoria, visto che quel giorno stesso rientrando negli spogliatoi Eugenie cade battendo la testa: commozione cerebrale e fine dell’attività agonistica per il 2015.

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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