US Open 2015: Serena Williams contro Roberta Vinci, la sconfitta del secolo

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US Open 2015: Serena Williams contro Roberta Vinci, la sconfitta del secolo

L’undici settembre 2015 sul campo centrale di Flushing Meadows si è consumata una delle più grandi sorprese della storia del tennis. Come è potuto accadere?

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Roberta Vinci stringe la mano a Serena Williams - SF US Open 2015 (foto di Bob Straus)
 
 

Per completare l’analisi degli US Open 2015, ho deciso di approfondire la partita tra Roberta Vinci e Serena Williams: per una rubrica come questa sarebbe imperdonabile trascurare un evento del genere. Ci provo, anche se penso sia una sfida persa in partenza riuscire ad avvicinare l’efficacia comunicativa mostrata dalla stessa Roberta a fine match, in particolare quando ha fatto ricorso ad una sola, sintetica esclamazione. Quel “pfffrrrrr” con cui ha aperto l’intervista, e che in un istante ha raccontato un pomeriggio di emozioni inimmaginabili:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=7ihotJQWLdA#t=00
Probabilmente nessuna parola può spiegare meglio una partita che, appena terminata, ha assunto immediatamente una dimensione storica, diversa da qualsiasi altra giocata recentemente, e per la quale è difficile trovare paragoni se non andando a ritroso di molti anni. Forse sino al match tra Navratilova e Sukova del 1984, ma Vinci in classifica si è presentata come numero 43 del ranking, Sukova allora era numero 10 del mondo.

C’è chi l’ha considerata la più grande sorpresa della storia del tennis femminile. È sempre difficile compiere queste valutazioni, ma direi che si può parlare con discreta sicurezza quantomeno di “sconfitta del secolo”. Nel nuovo millennio non mi pare infatti sia accaduto qualcosa di simile, considerate tutte le circostanze.
Sconfitta del secolo” e non vittoria, perché il punto di vista degli osservatori di tutto il mondo era innanzitutto quello che faceva riferimento a Serena Williams, e solo in seconda battuta alla sua avversaria. E Serena ha perso. Lei era la favorita, lei era la giocatrice in corsa per il grande Slam, arrivata a tre soli set dal compiere l’impresa. Perché in questo match Williams si è trovata prima avanti di un set e poi di un break nel set decisivo (2-1 e servizio), eppure non è bastato per superare il penultimo ostacolo prima dell’apoteosi (6-2, 4-6, 4-6).

 

Serena pareva essere riuscita a sopravvivere allo stress che produce la caccia al Grande Slam, che per essere conquistato richiede 28 vittorie consecutive in quattro nazioni e tre continenti diversi. Una rincorsa che si sviluppa nell’arco di otto mesi, in cui la pressione si fa sempre più insistente, mano a mano che il traguardo si avvicina. Tre soli set ancora da vincere, giocando in casa, e contro avversarie classificate abbondantemente dietro di lei: sembrava quasi fatta.

Però che contro Roberta Vinci non sarebbe stata una passeggiata lo si poteva immaginare non tanto considerando i precedenti (4-0 a favore di Serena), quanto piuttosto il gioco sviluppato nell’ultimo incontro a Toronto, poche settimane prima della sfida di Flushing Meadows.
In quella partita Williams si era anche leggermente infortunata ad un dito della mano, a causa di un passo falso su uno scatto compiuto nel tentativo (fallito) di recuperare un drop-shot nel primo set. Lo aveva ricordato lei stessa in conferenza stampa.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=dXR-TYEsbZk#t=175

A mio giudizio il match di Toronto era stato tra quelli meglio giocati da entrambe negli ultimi tempi. Il 6-4, 6-3 sembrerebbe testimoniare un andamento senza particolari problemi per Williams. Però il campo aveva mostrato un confronto molto vicino sul piano tecnico, molto più di quanto lasciasse intendere il punteggio; tanto è vero che il break decisivo del primo set era arrivato solo sul 5-4 (ed erano occorsi quattro set point per chiudere il parziale), e nel secondo set Serena era stata anche indietro di un break.
Alla fine la differenza l’aveva fatta la capacità della numero uno del mondo di giocare meglio i punti importanti: la sicurezza della campionessa, abituata a sciogliere anche i nodi più intricati con apparente facilità.

Malgrado la situazione psicologica in Canada fosse ben diversa, la partita aveva comunque lasciato intuire che Vinci possedeva le armi per creare problemi a Serena. Ciò che a Toronto era apparso come una remota possibilità, a New York è diventato improvvisamente concreto e reale.
Per diversi motivi:

1. I movimenti in campo

Spesso si sente parlare di una Williams che a 34 anni vince giocando da ferma. Personalmente non la penso così. Forse ci si fa influenzare dall’aspetto fisico: certo, Serena è “grossa”, ma nelle ultime stagioni ha curato molto di più la preparazione atletica, e non ha tanti chili di troppo; è piuttosto la sua particolare struttura muscolare a trarre in inganno.
In realtà, secondo me, scatta, si muove e difende bene, se necessario.
Io credo piuttosto che Serena abbia deciso di dosare le energie nell’arco dei match e dei tornei: limita i baby step (i passettini necessari per preparare la posizione ideale sulla palla) e confida quindi nel proprio talento naturale nel colpire “aggiustando” l’esecuzione con il braccio. Questo perché spostare un corpo tanto massiccio richiede uno sforzo notevole, che si potrebbe pagare a lungo termine.
Del resto è sostanzialmente impossibile per qualsiasi atleta essere contemporaneamente esplosivi e resistenti, e Serena appartiene alla prima categoria.

Anche per questo molte volte inizia i match cercando di muoversi il meno possibile; ma se le cose si mettono male, aumenta l’applicazione che mette in campo, utilizzando in modo più compiuto e ortodosso il footwork. Nell’ultimo anno questo atteggiamento conservativo è diventato una costante dei suoi incontri, e secondo me spiega alcuni dei primi set persi con una certa frequenza.

Ma non è stato il caso della semifinale di Flushing Meadows. Contro Vinci, Serena si era aggiudicata il primo set, e poi è andata progressivamente in difficoltà.
L’andamento anomalo a mio avviso si è verificato perché in questa occasione Vinci le ha proposto una serie di problemi differenti rispetto alla solita concorrenza, e Serena ha faticato a risolverli.
Roberta l’ha fatta muovere in avanti e indietro, sulla verticale del campo; in più l’ha spesso obbligata a colpire palle molto basse. Due situazioni inusuali che hanno spinto Serena fuori dalla sua “comfort zone”. Questo è accaduto grazie soprattutto all’utilizzo del rovescio slice, e alla costruzione di schemi a tutto campo poco praticati nel gioco odierno.

2. I problemi contro il rovescio slice

Nel tennis contemporaneo siamo abituati a ritenere la profondità di palla come un valore da perseguire sistematicamente, una delle condizioni fondamentali per mettere in difficoltà l’avversario. Ed effettivamente è così, se si ragiona con i colpi che ormai utilizzano tutti, cioè quelli in top spin. Ma se invece si ragiona sugli slice le cose vanno un po’ riconsiderate.

Lo slice non è solo un colpo differente sul piano esecutivo. È un colpo diverso anche per un’altra ragione: se si riesce a mantenere estremamente basso il rimbalzo, in diverse situazioni di gioco la profondità della traiettoria non è sempre necessaria. Anzi, può essere più difficile gestire uno slice corto rispetto ad uno profondo, perché la palla che rimbalza molto bassa vicino alla rete è ancora più difficile da “tirare su” rispetto ad una palla più lunga, dato che l’angolo utile per scavalcare la rete si riduce di parecchio.

A quel punto chi deve replicare ad una palla del genere, se vuole spingere deve prendere dei rischi ulteriori, forzando il movimento per aggiungere spin (e rendere più arcuata la parabola). In alternativa, se non vuole modificare troppo il proprio movimento, si è obbligati dalle stesse leggi della fisica ad alleggerire il colpo, affidandosi alla forza di gravità per far ricadere una palla meno veloce. Di conseguenza si deve rinunciare a qualcosa in termini di ritmo e incisività.
Ma quando si decide di replicare in questo modo agli slice corti, si corre poi il rischio di farsi trovare nella terra di nessuno (cioè troppo dentro il campo) se l’avversaria anticipa e colpisce profondo, agevolata anche dalla possibilità di attaccare una palla meno pesante.
Giocando in questo modo sulla diagonale destra, Roberta ha spesso disinnescato l’arma più solida di Serena, il rovescio, limitandone la pericolosità.

Quando il match si è fatto più incerto, Serena ha dovuto giocare tanti scambi trattenendo la potenza in modo per lei inconsueto. E non c’è niente di peggio che dover giocare di fino, modulando le energie, quando si è molto tesi e nervosi.
In queste situazioni chi fronteggia lo slice dovrebbe piuttosto mostrare pazienza e disponibilità alla fatica, “scendendo” molto con le gambe ad ogni colpo, e aspettando il momento giusto per uscire dalla diagonale. Come ha fatto Flavia Pennetta durante la finale del giorno successivo.

Ma Serena non ha avuto la pazienza necessaria, e per uscire dall’impasse ha sostanzialmente utilizzato un’unica modalità: il lungolinea immediato. Colpendo con troppa frequenza lungolinea è risultata prevedibile e, dato che ha scelto di farlo anche su traiettorie molto difficili, è diventata poco incisiva e fallosa: gli errori di rovescio totali (gratuiti e non) sono stati 25; di dritto solo 13.
In sostanza tutte le sue usuali geometrie di gioco ne hanno sofferto, a tal punto che nello scambio da fondo i vincenti di rovescio sono risultati appena 3, un numero incredibilmente basso per una giocatrice come lei; quelli di dritto 10.
Stats 1 Serena - Vinci US Open 2015
Non solo: utilizzando lungolinea non sempre incisivi, Williams si è esposta ai contrattacchi di dritto di Vinci, visto che il dritto è l’arma più efficace di Roberta per cercare di rovesciare l’inerzia dello scambio e chiudere i punti da fondo campo.

C’è infine un’altra questione: lo slice è un colpo lento, che rispetto al topspin lascia più tempo per pensare. Situazione vantaggiosa se un giocatore ha le idee chiare e tranquillità d’animo, ma pessima se è in confusione tattica e sull’orlo di una crisi di nervi.

Tenendo presente tutto questo, si capisce perché in alcune occasioni del terzo set Serena sia apparsa fuori posizione, incerta tra il rischio del colpo definitivo e la prudenza del colpo interlocutorio. A partire da questa situazione confusa, Vinci ha poi saputo incidere profondamente nelle insicurezze di Serena utilizzando il dritto, che le ha consentito di aprirsi il campo sul versante opposto, oppure di spingere indietro Williams in un movimento “a yoyo” sulla verticale di gioco del tutto inusuale nel tennis contemporaneo.
Se a questo aggiungiamo la capacità di Roberta di prendere a sua volta campo per concludere di volo, si capisce quanto questo possa avere reso anomalo per Serena il problema tattico.

3. L’incapacità di cambiare tattica

“I think she lost her way mentally. Tactically she didn’t know what to do. When you make the wrong choices you lose the points you’re supposed to win and then you make more and more wrong choices. She lost her way on the path tactically.

Penso che si sia smarrita mentalmente. E tatticamente non ha saputo cosa fare. Quando fai le scelte sbagliate perdi i punti che pensavi di poter vincere, e poi di conseguenza fai altre scelte sbagliate, in un circolo vizioso. Sul piano tattico, ha smarrito la strada.” (Patrick Mouratoglou).

Serena era scesa in campo con un piano di gioco ragionevole: da quando collabora con Mouratoglou è diventata molto più attenta e accorta tatticamente. Solo che in questo caso quando la situazione si è fatta difficile ha perso di lucidità, non rendendosi conto che ormai la sua avversaria le aveva “preso le misure”, e ciò che sulla carta inizialmente appariva sensato, in campo non funzionava più. Era diventata prevedibile.

Ho già citato la questione del rovescio lungolinea contro lo slice; ma a questo aggiungerei anche le scelte nella direzione dei servizi. Partire bene nello scambio è indispensabile per Williams; e del resto dispone del miglior servizio del mondo: non solo perché è preciso e potente, ma anche perché è molto vario e praticamente illeggibile.

Contro Vinci una delle soluzioni più logiche era quella della palla forte e tesa sul rovescio, che per una “monomane” è particolarmente complicata da controllare. Ma con il passare dei game Roberta aveva cominciato ad organizzare discrete repliche utilizzando la risposta bloccata, di pura opposizione. Più risposte bloccate era chiamata a giocare, più riusciva non solo a tenere la palla in campo, ma anche a diventare sempre più precisa e profonda, di fatto disinnescando gran parte del vantaggio del colpo di inizio gioco.

A quel punto Serena avrebbe dovuto, a mio avviso, rendersi conto che era venuto il momento di affidarsi ad altre soluzioni: magari il kick, o battute al corpo. Invece si è intestardita, cercando di abbattere il muro avversario tirando sempre più forte. Tanto che è arrivata a servire a 126 miglia orarie (record degli ultimi tempi).
I 16 ace totali ci dicono che Serena ha servito piuttosto bene sul piano esecutivo, ma resta il fatto che ha difettato in lucidità. A questo vanno aggiunti i due doppi falli nel settimo gioco (il fatale settimo gioco) del terzo set, che le sono poi costati il break decisivo.

4. Gli errori in risposta

Inutile dire che i precedenti, la storia delle due giocatrici e la stessa partita di Toronto avevano mostrato che Serena è in assoluto più forte di Roberta. Ma nel tennis i valori si misurano ogni volta partendo da zero, e le proprie qualità vanno ribadite giorno dopo giorno.

Chi sosteneva che la peggiore avversaria di Serena sarebbe stata Serena stessa, e che la maggiore difficoltà in questi US Open sarebbe derivata dallo stress che il Grande Slam le metteva addosso, ha avuto conferma della propria tesi non solo considerando la scarsa lucidità tattica nei momenti decisivi, ma anche gli errori in risposta compiuti nel terzo set.
Lo ribadiscono le statistiche ufficiali del match: in risposta Williams ha compiuto un solo errore gratuito nel primo set, due nel secondo e ben cinque nel terzo. E questo malgrado la percentuale di prime di servizio di Vinci nel terzo set fosse scesa al 37%. Il proverbiale killer instinct questa volta non l’ha assistita.

5. I meriti di Roberta Vinci

Ultimo ma non meno importante: sarebbe profondamente ingiusto pensare che Serena si sia esclusivamente battuta da sola. Altre volte nel corso della stagione era stata in difficoltà, ma alla fine era sempre riuscita a venirne a capo. Se a New York ha perso è anche perché ha trovato di fronte una giocatrice coraggiosa e ispiratissima (“She played literally out of her mind” ha riconosciuto Serena) che ha dato il meglio nei momenti decisivi: Williams si è aggiudicata 93 punti complessivi, Vinci 85, ma a tennis conta prendersi quelli importanti.
Stats 2 Serena - Vinci US Open 2015
Ad esempio lo scambio più spettacolare del match è arrivato proprio nel game che ha poi consentito a Vinci di ottenere il break determinante:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=EKtGA1jmL0E#t=532

La colorita esultanza al termine del punto ci ricorda anche che Roberta ha vinto la partita giocando in trasferta “contro” un pubblico accorso per sostenere compatto la giocatrice di casa.

Se dovessi sottolineare quale è stato l’aspetto che mi ha sorpreso di più, sceglierei la capacità difensiva nel terzo set. Non è tipico di Roberta Vinci puntare sul gioco di contenimento per aggiudicarsi le partite, ma questa volta ha dato tutta se stessa anche in quell’ambito, consapevole che contro un’avversaria straordinaria occorreva un impegno straordinario. Lo racconta durante l’intervista finale, rispondendo alla domanda sullo sforzo speciale messo in campo per battere Serena: “Mi sono detta: tieni la palla in campo ad ogni costo, corri e rimanda tutte le palle in campo”.
Sembrerebbe una risposta generica, ma in realtà bisogna tenere presente quali sono le normali caratteristiche di Roberta, e cosa significasse quindi per lei decidere di darsi un tale priorità.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=7ihotJQWLdA#t=193

Priorità da aggiungere alle sue specifiche attitudini di gioco; e chi ha visto il match sa che Vinci non si è affatto limitata a tenere la palla in campo, ma ha saputo approfittare al meglio delle difficoltà che il suo particolare tipo di tennis causava all’avversaria. E così si sono visti schemi a tutto campo, muovendo la palla sulla verticale, conquistando la rete e mettendo a segno punti decisivi grazie alla superiore manualità. Due dei quattro punti nel game finale sono arrivati con la demivolèe, un colpo che richiede grande sensibilità e capacità di controllo; in frangenti del genere metterne a segno due su due è un notevole segno di classe.

Rispetto ad altri periodi di carriera, Roberta ha anche mostrato una condizione fisica invidiabile, che le ha consentito di reggere lo sforzo richiesto senza perdere di lucidità. E la lucidità era indispensabile per chi doveva praticare un tennis in cui per ovviare alla inferiore forza fisica occorreva fare leva sulla sagacia tattica, la qualità tecnica e la sensibilità di chi si appoggia ai colpi altrui per proporre soluzioni di gioco sempre differenti.

Tutti elementi che hanno consentito, dopo quattro anni (Roland Garros 2011, Francesca Schiavone), ad una giocatrice con il rovescio ad una mano di tornare in una finale Slam e, soprattutto, di realizzare una delle più sorprendenti imprese della storia del tennis.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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