La libreria di Ubitennis: Bertolucci, voce, braccio, penna (e pancia) d’oro del tennis italiano

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La libreria di Ubitennis: Bertolucci, voce, braccio, penna (e pancia) d’oro del tennis italiano

Appuntamento con i venerdì letterari di Ubitennis. Recensiamo oggi l’autobiografia di Paolo Bertolucci. Braccio d’oro del tennis italiano e testimone privilegiato della golden age degli anni Settanta. Quando l’ironia è un antidoto al rimpianto

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Bertolucci P. e Biancatelli L., Pasta Kid – Il mio tennis, la mia vita, Ed. Ultra, 2015

Quel mattacchione di John McEnroe molto probabilmente si sarebbe fatto una sonora risata, per poi esternare “You cannot be serious” che sta alla genialità di Mac come il verde sta ai campi di Church Road. A far da detonatore, in questa occasione, non sarebbe l’annosa storiella della palla che lambisce una riga bensì l’esito della lettura di un libro imperniato sulla vita di Paolo Bertolucci. A scanso di equivoci uno dei migliori interpreti della racchetta che il nostro Paese abbia mai avuto. Dopo non più di un centinaio di paginette divorabili tutte d’un fiato, un epigrafico “Io, Pasta Kid. Braccio d’oro e fisico di merda”. Paolo certamente non poteva essere “serious” ma è proprio per questo motivo che una volta di più è riuscito a strapparci un sorriso.

La lettura ci rammenta dell’esistenza – in un’epoca non ancora segnata dalla brutalità fisica che nei decenni a venire avrebbe riscritto i connotati dell’antico sport praticato da Bill Tilden – di un tennista dal braccio fatato. D’oro per l’appunto. Del resto, Bertolucci con la racchetta (di legno) era capace di autentiche mirabilie balistiche. Tocchi di palla come carezze, gestualità da manuale, colpi di rimbalzo eleganti e precisi: insomma un’autentica gioia per il palato anche dei puristi più esigenti. “Un grandissimo talento e un formidabile artista” dice di lui, ad un certo punto della narrazione, Stan Smith, traducendo con sintetica semplicità quello che di fatto è il ricordo di tutti. Già, il talento. E del fisico, definito solo poc’anzi proprio in quella maniera lì, invece cosa vogliamo dire? Fu realmente un handicap o un iperbolico luogo comune? Che un robot come Borg potesse vantare una fisicità superiore era fuori di dubbio. Tuttavia se Bertolucci ha saputo scalare la classifica mondiale fino ad issarsi in dodicesima piazza, un po’ di sostanza atletica dovrà pur esserci stata. Di sicuro non gli fu sufficiente impattare la palla con grazia per diventare un campione. Panatta, uno con l’occhio clinico per certe cose, intanto sostiene che Paolo fosse “velocissimo” e poi dotato di “due piedi molto rapidi”. Chi a tennis un po’ ci ha giochicchiato, anche solo per puro diletto, si rende conto di quanto ciò presupponga un motore debitamente rodato.

 

Bud Collins, nei primi anni Settanta, quando già faceva le fortune editoriali del Boston Globe, ebbe modo un giorno di osservare da vicino le raffinate movenze del giovane Bertolucci. Con la consueta ironia che lo ha sempre contraddistinto, Collins coniò ad hoc un nomignolo che potesse efficacemente esemplificarne la fisionomia e fu così che il tennista toscano assunse le goliardiche sembianze di “Pasta Kid”. Un supereroe della racchetta, vulnerabile più ai piaceri della tavola che alla kryptonite e in perenne lotta con il suo vero grande avversario: la bilancia. Paolo, a lungo andare, quel soprannome finì per sentirselo cucito addosso al punto di intitolarci un libro. L’evoluzione per così dire culinaria che ha convertito il Superman italiano “Nembo” in “Pasta” non deve però trarre in inganno: nonostante quel vecchio cliché di atleta svogliato che una certa stampa contemporanea era solita propinare, Bertolucci è stato prima di tutto un serissimo professionista.

Bertolucci, alla macchina da scrivere vi è giunto al quarto balzo di un’esistenza caleidoscopica: tennista, allenatore (e selezionatore), sublime voce narrante del piccolo schermo e autore di “Pasta Kid”, scritto a quattro mani con il giornalista-filosofo romano grande appassionato di sport, Lucio Biancatelli. Il sottotitolo adottato dagli Autori recita, quasi sussurrato e senza troppi fronzoli, l’aforisma “Il mio tennis, la mia vita”. Il tennis viene quindi assunto senza indugi a metafora della vita, nella quale “tra noi e il nostro traguardo c’è sempre un gradino da superare. E un altro, e un altro ancora. Ma senza rinunciare a vivere, cogliendo dal nostro lavoro tutto il bello che c’era…” (pag. 124).

Due parole per la copertina. Benché non la si possa definire originale, risulta lo stesso impeccabile in termini di strategia della comunicazione. Una di quelle che invogliano anche l’avventore più distratto ad avvicinarsi. Questione di cromie, studio dei contrasti e dinamica dei soggetti. La scelta grafica è caduta su di un’immagine semplice e chiara, quasi simbolica. Un campo da tennis, due compagni in azione sincronizzata e le tonalità antiche di sottofondo, concorrono a ricreare un quadro che sprizza ricordi da tutti i pixel.

Non è affatto un mistero la destinazione spazio-temporale del viaggio che ci si ritroverà ad intraprendere una volta immersi nella lettura. Quello che si ha per le mani è un biglietto di sola andata per l’Italia del boom economico, nella quale il tennis si appresta a sposare definitivamente il professionismo più esasperato pur continuando a privilegiare la componente tecnica, e di intelletto, su quella fisica, che solo più tardi gli “arrotini” avrebbero issato al potere. Sono gli anni Settanta, quelli di Mario Giobbe e del tennis raccontato alla radio, delle trasferte in luoghi e condizioni impossibili, delle storiche finali di Coppa Davis e, al contempo, delle risicate soddisfazioni economiche, lontane anni luce dall’opulenza odierna. Già, i soldi. Bertolucci, che per dirla come Panatta “ha vinto Amburgo quando Amburgo era come Roma”, racconta così di quei giorni: “Ricordo che tornavo a casa con 40 o 50 lire in tasca, dovevi fare i conti al centesimo sennò non ce la facevi, a pranzo mangiavi un panino e si viaggiava in seconda classe”. E ancora: “La differenza tra il tennis di allora e quello dei nostri giorni è davvero abissale…lo stimolo per noi non era guadagnare, ma semmai fare la vita che ci piaceva, viaggiare, conoscere posti nuovi e nuovi mondi, e non tornare da dove eravamo partiti” (pagg. 43-46).

“Pasta Kid – Il mio tennis, la mia vita” non è l’asfittica biografia celebrativa di un uomo che campione lo è stato per davvero, è piuttosto un piacevole sunto – scritto sempre con fare leggero e scanzonato – di una lunga avventura umana e sportiva, che ha avuto il suo inizio nel Circolo Tennis Roma della natia Forte dei Marmi a metà degli anni Cinquanta. Dove un Bertolucci ancora bambino, ascoltando a bordo campo il suono emesso dalla racchetta di papà, trovò il modo per farsi rapire da questo sport. Una narrazione consequenziale, mai avara di momenti introspettivi e ritmata dalla presenza di alcune pillole estratte dal cassettino della memoria di amici e colleghi, accompagna per mano il lettore a ripercorrere le tappe che hanno condotto l’adolescente che “giocava con la racchettina contro il muro” fino all’acme sportivo del trionfo in Coppa Davis. In mezzo a questi due poli distanti un ventennio, fanno capolino momenti clou dell’esistenza di Paolo: l’esperienza “cameratesca” nel Centro tecnico di Formia sotto la cura del “secondo padre” Mario Belardinelli; l’incontro e l’amicizia con Adriano Panatta, “uno di personalità, piuttosto esuberante”; la carriera ed i successi internazionali; la frequentazione di vere e proprie leggende del tennis contemporaneo in un periodo in cui “le amicizie tra colleghi con la racchetta erano possibili”; la “dolce vita romana” così come raccontata da Fellini. Ricorda di quel clima un nostalgico Bertolucci: “Negli anni Settanta (Roma, ndr) era bellissima, non caotica come oggi e per due (Bertolucci e Panatta, ndr) giovani come noi, che cominciavamo ad avere qualche soldo in tasca, era il massimo. Frequentavamo Renzo Arbore, Boncompagni, Califano e quando tra un torneo e l’altro tornavamo in città era bello ritrovarsi per queste grandi spaghettate con tutti gli amici” (pag. 57). Altri tempi.

E sempre a proposito di amicizie, risulta davvero gustoso il capitolo dedicato a quelli che lo stesso Bertolucci definisce “un campionario di personaggi eccentrici ed originali che facevano del tennis un vero e proprio carrozzone. Un circo dove non mancavano clown, giocolieri e prestigiatori” (pag. 91). Illustri ex colleghi che alla spicciolata fanno la loro comparsa tra le pieghe del racconto, esibendo di sé quel lato recondito troppe volte relegato in secondo piano dall’eco dei rispettivi trionfi sportivi. Senza compromettere oltremisura la curiosità di chi avrà il piacere di leggere, quel che ci limitiamo a svelare ora è che, una volta giunti al termine di questa vera e propria scorpacciata di sapori anni Settanta, personalità del calibro di Borg, Nastase, Vilas, Gerulaitis, McEnroe, Noah, Ashe e Connors – onnipotenti ed inarrivabili nell’immaginario collettivo – appariranno, finalmente denudati delle loro impermeabili corazze, molto meno lontani. E, lasciatecelo dire, anche più simpatici nella loro normalità. “Ascolta, stasera si va un po’ in giro, ma prima ti portiamo in un negozio, quindi caccia i soldi così ti vesti come Dio comanda”. Chi il destinatario della simpatica invettiva? Un Borg improbabile viveur, ma non aggiungiamo altro.

Gli Autori hanno il grosso pregio di non lasciarsi sopraffare dalla tentazione di confinare l’album dei ricordi, a vantaggio di un’esposizione che non perde mai l’intensità e la capacità di appassionare il lettore. Il risultato finale, pertanto, è più introspezione che punteggi, più calore che resoconti, più aneddoti che almanacchi. In definitiva, un libro che potrà sicuramente far scendere una lacrimuccia a tutti coloro che di questi tempi tollerano malvolentieri la brutalità del tennis moderno e, più in generale, a quelli che gelosamente custodiscono dentro di sé il ricordo della fine bellezza del tennis che si praticava in quei magici anni Settanta. Siamo assolutamente certi che grazie alla lettura di questa biografia, alla quale si può rimproverare di finire un po’ troppo alla svelta, quando vi capiterà di ascoltare di nuovo il nostro supereroe Pasta Kid, armato di microfono e nelle rassicuranti vesti di commentatore televisivo, avrete come la sensazione di rincontrare dopo tanto tempo un vecchio amico, di sedervi al tavolo con lui e, con un drink in mano, disquisire amabilmente di tennis. Con tutta l’ironia di cui questo mondo ha bisogno.

Matteo Parini

P.S. Ricordiamo che  un altro libro era stato scritto dall’amico e apprezzato collega Stefano Meloccaro, incentrato su Paolo Bertolucci: “L’imperdibile Braccio d’Oro”, Limina Edizioni 2006, è reperibile on line.

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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