Tornei scomparsi: sei uomini e una gamba (zoppa)

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Tornei scomparsi: sei uomini e una gamba (zoppa)

Lunedì comincia uno dei tornei più affascinanti dell’anno. Ma non è stato sempre così, ci furono giorni in cui i primi al mondo preferivano fare altro. Sbagliando

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I sei uomini sono Gerulaitis, Vilas, Teacher, Kriek, Wilander e Edberg. La gamba è quella che, al tempo, Rino Tommasi definì “zoppa” nella sedia del Grande Slam, ovvero gli Australian Open. Sì perché il torneo di Melbourne, dopo aver brillato di luce propria per decenni sfruttando la qualità dei campioni di casa, nella seconda metà degli anni ’70 avverte tutto il peso della lontananza dal tennis che avanza (quello europeo e statunitense) e quindi di una sorta di progressivo isolamento.
Poi c’è il Kooyong. Il prestigioso Lawn Club, sito al 489 di Glenferrie Road, con il suo campo centrale dalle caratteristiche tribune a ferro di cavallo che si appresta a spegnere cinquanta candeline, è il cuore pulsante di una nazione che non si rassegna a vivere di glorie passate e vorrebbe tornare a contare.

Così, nel 1977, la federazione decide di spostare la data del torneo dal mese di gennaio a quello di dicembre. Questo fa sì che gli Australian Open non siano più il major di apertura dello Slam, bensì quello di chiusura. Lo scopo? Diventare un appuntamento irrinunciabile nel caso in cui un giocatore o una giocatrice abbia conquistato i tre titoli precedenti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) e voglia tentare il poker.
In fondo, a ben pensarci, è un nonsenso perché in questo modo le possibilità che ciò accada si riducono notevolmente (infatti succederà una sola volta in nove anni) mentre, ad essere il primo dei quattro tornei, la partecipazione diventa una conditio sine qua non è possibile completare il Grande Slam.
Comunque, per mettere in pratica tutto ciò diviene inevitabile che in quel fatidico ‘77 vengano disputate due edizioni. La prima si svolge dal 3 al 9 gennaio e la vincono Roscoe Tanner e Kerry Reid; la seconda inizia il 19 dicembre e termina l’ultimo giorno dell’anno. A prima vista sembra una scelta epocale, ma in realtà si tratta di un lieve spostamento tanto che fino al 1982 il torneo si concluderà sempre in gennaio.

Ma torniamo a quell’ultimo giorno del 1977 e proviamo a immaginare per un attimo cosa stanno provando i finalisti. Da una parte della rete c’è il numero 1 del seeded, quel Gerulaitis che in luglio è stato a un paio di punti dal battere l’amico Borg nella più bella (o quasi) semifinale di Wimbledon di ogni tempo; dall’altra c’è un inglese biondo ed elegante che si porta sulle spalle strette il peso di un’intera nazione, a secco di major maschili ormai da quasi mezzo secolo. Lui è John Lloyd e ancora non sa che l’anno nuovo lo condurrà dritto dritto tra le braccia di Chris Evert.
I finalisti giocano un tennis classico, più stile che potenza, e il pubblico sugli spalti, deluso dalle cattive performance dei suoi campioni, mostra di gradire. Vytautas Kevin, americano figlio di emigrati lituani, prende un vantaggio di due set ma Lloyd, dietro al bel faccino nasconde l’anima di un guerriero (ne sanno qualcosa Syd Ball e John Newcombe, le sue vittime più illustri nel cammino verso la gloria) e pareggia il conto. La rincorsa sotto il solleone di dicembre finisce però per fiaccarlo e nel quinto set si arrende e consegna Gerulaitis alla gloria eterna. Anche se, sotto il profilo puramente tecnico, avranno più valore per il biondo di Brooklyn le finali perse a New York nel 1979 contro McEnroe e al Roland Garros l’anno seguente contro Borg.

 

Il secondo uomo è Guillermo Vilas. Beh, ci sono pochi dubbi che l’argentino abbia un particolare feeling con l’erba seminata e cresciuta laddove un tempo c’era un acquitrino ricco di uccelli selvatici e zanzare che gli aborigeni avevano chiamato appunto kooyong, ovvero terra del silenzio. Non senza sorpresa, Vilas aveva fatto suo qui nel 1974 il Masters del GrandPrix. Lui, l’uomo dall’avambraccio sinistro grosso quanto un polpaccio e depositario di un tennis denso di sudore e rotazioni, ha l’ingrato compito di colmare il vuoto lasciato nel cuore degli australiani da Bjorn Borg. Per due volte (e ce ne sarà una terza, ancora più dolorosa) lo svedese incamera mezzo-slam (Parigi-Wimbledon) ma viene respinto sul cemento di Flushing Meadows prima da Connors poi da Tanner (e dalle luci artificiali).
Vilas è l’unica vera star delle edizioni 78/79 degli Australian Open e ha il pregio di far rispettare il pronostico che lo vede favorito entrambi gli anni. Però non sono tutte rose e fiori. Nel 1978 a impensierirlo maggiormente è un altro mancino, il coriaceo Tony Roche, che nei quarti si porta avanti due set a uno prima di crollare; in finale invece John Marks, che non era nemmeno testa di serie ma è pur sempre un “canguro”, si limita a strappargli un set. L’anno dopo, e sempre nei quarti, a tentare il colpaccio nei confronti dell’illustre ospite è Phil Dent (battuto al quinto) anche se il match più duro per Vilas è la semifinale con il gigante buono Victor Amaya, che lo tempesta di servizi. Tuttavia, il Guillermo australiano è irriconoscibile tanto stravolge la sua filosofia tattica e si attacca alla rete. Vilas vince 7-5 3-6 7-6 7-6 e in finale, il 2 gennaio dell’80, conquista il quarto e ultimo slam in carriera a spese dello statunitense John Sadri.

Sempre nello stesso biennio, il singolare femminile tocca il fondo. Nel 1978, Chris O’Neil diventa la prima tennista non testa di serie a conquistare un major (trent’anni dopo Serena Williams le toglierà l’esclusiva). Dodici mesi dopo è di nuovo il caso di fare ricorso alla storia perché Barbara Jordan è la seconda (dopo Margaret Court nel 1960) tennista non compresa tra le prime 4 del seeded ad alzare il trofeo. Sono gli anni bui, ma si vede la luce in fondo al tunnel.

Il terzo uomo è Brian Teacher, ma l’eroe del 1980 è Kim Warwick, che impedisce a Vilas di centrare la quarta finale in altrettante partecipazioni. Mai come quest’anno gli AO sono stati vicino a rinverdire i fasti del passato perché Borg ha messo a segno per la terza volta l’accoppiata Parigi-Wimbledon e nella finale di New York è stato a pochi millimetri (ah, ci fosse stato hawk-eye chissà come sarebbe stata la Storia?) dalla probabile vittoria. Se così fosse stato, il Kooyong si sarebbe vestito a festa per il grande evento anziché dover ripiegare, come al solito, sulle seconde scelte. Detto di Vilas, il n°2 è un cecoslovacco secco come una carruba a cui Pat DuPrè (sì, quello che impedì a Panatta di entrare in semifinale a Wimbledon) annulla un match-point nel secondo turno e lo batte 7-6 al quinto. Poco altro da aggiungere, se non che Warwick ha accumulato dolore alla spalla e stanchezza in egual misura durante il torneo e che il giorno della finale è dovuto scendere in campo anche il mattino per concludere il match con Vilas, interrotto la sera precedente per oscurità. “La spalla mi fa male ma non cerco scuse; probabilmente avrei perso lo stesso” dichiara l’aussie ai giornalisti. Premio fair-play.

Nel 1982, finalmente, si gioca davvero dicembre: dal 2 al 13. Ed è in quei giorni che il nostro quarto uomo, Johan Kriek, mette a segno la doppietta. Lui è nato a Pongola, in Sudafrica, e ha la fortuna di trovarsi davanti in entrambe le finali l’americano Steve Denton, uno che non lo batterà mai in carriera. Kriek diventa cittadino statunitense nell’agosto del 1982 e quindi i suoi slam hanno bandiere diverse. Johan chiuderà la carriera raggiungendo almeno i quarti in tutti gli slam e sarebbe scorretto affermare che il suo nome impoverisce l’albo d’oro degli Australian Open. Tuttavia, è opportuno precisare che l’opera di restauro del torneo non ha ancora fatto vedere frutti concreti. Almeno in campo maschile.
Non mancano le emozioni e arrivano quasi tutte grazie al finalista, uno cioè che se non trascina gli incontri al quinto non è contento. Nel 1981, per arrivare in finale Denton gioca la bellezza di 24 set (solo con Glickstein chiude in quattro) mentre l’anno successivo quarti e semifinali sono altre maratone vittoriose.

Gli altri due uomini vengono dal freddo e sembra impossibile possano trovarsi bene nella calda estate di Melbourne. Gli australiani aspettavano uno svedese e di svedesi ne arrivano addirittura due, suoi “nipotini”. Il 1983 è, per certi versi, l’anno della svolta. Sale la qualità dei partecipanti e con essa il richiamo internazionale che il torneo riesce ad avere. Vince Mats Wilander, non senza sorpresa. È vero che il giovanotto ha stupito il mondo ereditando l’anno prima la corona del Roland Garros dal connazionale Borg, ma è sempre la solita storia dei regolaristi che non dovrebbero trovarsi a loro agio sull’erba.
Chiacchiere. Mats ha un’intelligenza tattica di prim’ordine e sa adattare il suo gioco alla superficie, cosa che invece non riesce affatto a Ivan Lendl, travolto nella prima finale tutta europea nella storia del torneo. Ma il capolavoro Wilander l’ha compiuto in semifinale, regolando in quattro set lo specialista McEnroe, campione di Wimbledon.

Wilander si ripete dodici mesi più tardi ma stavolta le luci della ribalta sono tutte per il torneo femminile. Il 7 dicembre 1984 è infatti il venerdì nero di Martina Navratilova. La naturalizzata statunitense ha giocato le ultime tre finali del torneo ed è campionessa in carica quando affronta in semifinale la cecoslovacca Helena Sukova. Il destino a volte è davvero beffardo. Contro una ex-connazionale (Martina ha abbandonato il suo paese d’origine ormai da nove anni) di appena 19 anni, fresca vincitrice del suo primo titolo in carriera a Brisbane, si interrompe infatti bruscamente la corsa della Navratilova verso il Grande Slam.
Martina viene da qualcosa come 74 vittorie consecutive e si è aggiudicata gli ultimi sei major. Anche se la Federazione Internazionale le ha accordato uno Slam ad honorem (avendo vinto quattro titoli consecutivi), lei vuole quello vero e non può essere certo quella ragazzona ad impensierirla. Ci mancherebbe! L’unico vero ostacolo è l’eterna rivale Chris Evert, che però negli ultimi tempi le prende sempre da Martina. La defending-champion incamera il primo set in un amen (6-1) e nulla fa presagire ciò che avverrà. Helena si scrolla di dosso la paura con qualche risposta micidiale e, un punto dopo l’altro, rosica via piccoli pezzetti di certezza all’ex-connazionale. La Sukova pareggia (6-3) e vola 3-0 nel terzo ma Martina si sveglia e torna nella partita appena in tempo; recupera un break, ne recupera un altro e si porta 5-4. Helena non avverte la pressione di servire per restare nel match e invece è lei a conquistare il break nell’11° game. L’ultimo gioco non finisce mai, con la Sukova che fallisce quattro match-point e Martina che le prova tutte per svegliarsi dall’incubo. Il quinto è quello buono e la Navratilova cade, ma lo fa in piedi. “È dura da digerire ma non ci sono scuse. Ha vinto lei, brava lei”.

L’ultimo uomo è Stefan Edberg. Gli Australian Open si giocano dal 25 novembre all’8 dicembre ma il futuro è dietro la porta. L’anno dopo non ci sarà nessun torneo perché si tornerà a giocare in gennaio del 1987, forse in un altro impianto e quasi sicuramente senza erba sotto i piedi. Del resto la condizione dei prati del Kooyong è pessima nell’estate del 1985 e tutto ciò aiuta la causa di chi vorrebbe che anche Melbourne si allineasse a New York in quanto a superficie. Saranno accontentati ma solo dal 1988.
Intanto c’è tempo per vedere brillare la stella di uno svedese atipico, tutto servizio e volee e rovescio a una mano. Avulso dalla contesa solo in apparenza, dietro i modi garbati Edberg cela un carattere che completa al meglio la sua classe cristallina. Il capolavoro Stefan lo mette a segno in semifinale, battendo 9-7 al quinto set nientemeno che Ivan Lendl, al suo ennesimo tentativo di esorcizzare l’erba. La finale contro il più famoso connazionale Wilander si presenta equilibrata ma Edberg, che finora ha battuto una sola volta su sei Mats, la trasforma in un rapido trionfo. Tredici mesi dopo, nel gennaio del 1987, Stefan si ripeterà e l’anno successivo gli Australian Open si trasferiranno a Flinders Park, sul Rebound Ace.

Ma questa è un’altra storia.

ALBO D’ORO

1977
Vitas Gerulaitis b. John Lloyd 6-3 7-6 5-7 3-6 6-2
Evonne Goolagong b. Helen Gourlay 6-3 6-0

1978
Guillermo Vilas b. John Marks 6-4 6-4 3-6 6-3
Chris O’Neil b. BetsyNagelsen 6-3 7-6

1979
Guillermo Vilas b. John Sadri 7-6 6-3 6-2
Barbara Jordan b. Sharon Walsh 6-3 6-3

1980
Brian Teacher b. Kim Warwick 7-5 7-6 6-2
Hana Mandlikova b. Wendy Turnbull 6-0 7-5

1981
Johan Kriek b. Steve Denton 6-2 7-6 6-7 6-4
Martina Navratilova b. Chris Evert 6-7 6-4 7-5

1982
Johan Kriek b. Steve Denton 6-3 6-3 6-2
Chris Evert b. Martina Navratilova 6-3 2-6 6-3

1983
Mats Wilander b. Ivan Lendl 6-1 6-4 6-4
Martina Navratilova b. Kathy Jordan 6-2 7-5

1984
Mats Wilander b. Kevin Curren 6-7 6-4 7-6 6-2
Chris Evert b. Helena Sukova 6-7 6-1 6-3

1985
Stefan Edberg b. Mats Wilander 6-4 6-3 6-3
Martina Navratilova b. Chris Evert 6-2 4-6 6-2

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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