Tornei scomparsi: sei uomini e una gamba (zoppa)

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Tornei scomparsi: sei uomini e una gamba (zoppa)

Lunedì comincia uno dei tornei più affascinanti dell’anno. Ma non è stato sempre così, ci furono giorni in cui i primi al mondo preferivano fare altro. Sbagliando

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I sei uomini sono Gerulaitis, Vilas, Teacher, Kriek, Wilander e Edberg. La gamba è quella che, al tempo, Rino Tommasi definì “zoppa” nella sedia del Grande Slam, ovvero gli Australian Open. Sì perché il torneo di Melbourne, dopo aver brillato di luce propria per decenni sfruttando la qualità dei campioni di casa, nella seconda metà degli anni ’70 avverte tutto il peso della lontananza dal tennis che avanza (quello europeo e statunitense) e quindi di una sorta di progressivo isolamento.
Poi c’è il Kooyong. Il prestigioso Lawn Club, sito al 489 di Glenferrie Road, con il suo campo centrale dalle caratteristiche tribune a ferro di cavallo che si appresta a spegnere cinquanta candeline, è il cuore pulsante di una nazione che non si rassegna a vivere di glorie passate e vorrebbe tornare a contare.

Così, nel 1977, la federazione decide di spostare la data del torneo dal mese di gennaio a quello di dicembre. Questo fa sì che gli Australian Open non siano più il major di apertura dello Slam, bensì quello di chiusura. Lo scopo? Diventare un appuntamento irrinunciabile nel caso in cui un giocatore o una giocatrice abbia conquistato i tre titoli precedenti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) e voglia tentare il poker.
In fondo, a ben pensarci, è un nonsenso perché in questo modo le possibilità che ciò accada si riducono notevolmente (infatti succederà una sola volta in nove anni) mentre, ad essere il primo dei quattro tornei, la partecipazione diventa una conditio sine qua non è possibile completare il Grande Slam.
Comunque, per mettere in pratica tutto ciò diviene inevitabile che in quel fatidico ‘77 vengano disputate due edizioni. La prima si svolge dal 3 al 9 gennaio e la vincono Roscoe Tanner e Kerry Reid; la seconda inizia il 19 dicembre e termina l’ultimo giorno dell’anno. A prima vista sembra una scelta epocale, ma in realtà si tratta di un lieve spostamento tanto che fino al 1982 il torneo si concluderà sempre in gennaio.

Ma torniamo a quell’ultimo giorno del 1977 e proviamo a immaginare per un attimo cosa stanno provando i finalisti. Da una parte della rete c’è il numero 1 del seeded, quel Gerulaitis che in luglio è stato a un paio di punti dal battere l’amico Borg nella più bella (o quasi) semifinale di Wimbledon di ogni tempo; dall’altra c’è un inglese biondo ed elegante che si porta sulle spalle strette il peso di un’intera nazione, a secco di major maschili ormai da quasi mezzo secolo. Lui è John Lloyd e ancora non sa che l’anno nuovo lo condurrà dritto dritto tra le braccia di Chris Evert.
I finalisti giocano un tennis classico, più stile che potenza, e il pubblico sugli spalti, deluso dalle cattive performance dei suoi campioni, mostra di gradire. Vytautas Kevin, americano figlio di emigrati lituani, prende un vantaggio di due set ma Lloyd, dietro al bel faccino nasconde l’anima di un guerriero (ne sanno qualcosa Syd Ball e John Newcombe, le sue vittime più illustri nel cammino verso la gloria) e pareggia il conto. La rincorsa sotto il solleone di dicembre finisce però per fiaccarlo e nel quinto set si arrende e consegna Gerulaitis alla gloria eterna. Anche se, sotto il profilo puramente tecnico, avranno più valore per il biondo di Brooklyn le finali perse a New York nel 1979 contro McEnroe e al Roland Garros l’anno seguente contro Borg.

 

Il secondo uomo è Guillermo Vilas. Beh, ci sono pochi dubbi che l’argentino abbia un particolare feeling con l’erba seminata e cresciuta laddove un tempo c’era un acquitrino ricco di uccelli selvatici e zanzare che gli aborigeni avevano chiamato appunto kooyong, ovvero terra del silenzio. Non senza sorpresa, Vilas aveva fatto suo qui nel 1974 il Masters del GrandPrix. Lui, l’uomo dall’avambraccio sinistro grosso quanto un polpaccio e depositario di un tennis denso di sudore e rotazioni, ha l’ingrato compito di colmare il vuoto lasciato nel cuore degli australiani da Bjorn Borg. Per due volte (e ce ne sarà una terza, ancora più dolorosa) lo svedese incamera mezzo-slam (Parigi-Wimbledon) ma viene respinto sul cemento di Flushing Meadows prima da Connors poi da Tanner (e dalle luci artificiali).
Vilas è l’unica vera star delle edizioni 78/79 degli Australian Open e ha il pregio di far rispettare il pronostico che lo vede favorito entrambi gli anni. Però non sono tutte rose e fiori. Nel 1978 a impensierirlo maggiormente è un altro mancino, il coriaceo Tony Roche, che nei quarti si porta avanti due set a uno prima di crollare; in finale invece John Marks, che non era nemmeno testa di serie ma è pur sempre un “canguro”, si limita a strappargli un set. L’anno dopo, e sempre nei quarti, a tentare il colpaccio nei confronti dell’illustre ospite è Phil Dent (battuto al quinto) anche se il match più duro per Vilas è la semifinale con il gigante buono Victor Amaya, che lo tempesta di servizi. Tuttavia, il Guillermo australiano è irriconoscibile tanto stravolge la sua filosofia tattica e si attacca alla rete. Vilas vince 7-5 3-6 7-6 7-6 e in finale, il 2 gennaio dell’80, conquista il quarto e ultimo slam in carriera a spese dello statunitense John Sadri.

Sempre nello stesso biennio, il singolare femminile tocca il fondo. Nel 1978, Chris O’Neil diventa la prima tennista non testa di serie a conquistare un major (trent’anni dopo Serena Williams le toglierà l’esclusiva). Dodici mesi dopo è di nuovo il caso di fare ricorso alla storia perché Barbara Jordan è la seconda (dopo Margaret Court nel 1960) tennista non compresa tra le prime 4 del seeded ad alzare il trofeo. Sono gli anni bui, ma si vede la luce in fondo al tunnel.

Il terzo uomo è Brian Teacher, ma l’eroe del 1980 è Kim Warwick, che impedisce a Vilas di centrare la quarta finale in altrettante partecipazioni. Mai come quest’anno gli AO sono stati vicino a rinverdire i fasti del passato perché Borg ha messo a segno per la terza volta l’accoppiata Parigi-Wimbledon e nella finale di New York è stato a pochi millimetri (ah, ci fosse stato hawk-eye chissà come sarebbe stata la Storia?) dalla probabile vittoria. Se così fosse stato, il Kooyong si sarebbe vestito a festa per il grande evento anziché dover ripiegare, come al solito, sulle seconde scelte. Detto di Vilas, il n°2 è un cecoslovacco secco come una carruba a cui Pat DuPrè (sì, quello che impedì a Panatta di entrare in semifinale a Wimbledon) annulla un match-point nel secondo turno e lo batte 7-6 al quinto. Poco altro da aggiungere, se non che Warwick ha accumulato dolore alla spalla e stanchezza in egual misura durante il torneo e che il giorno della finale è dovuto scendere in campo anche il mattino per concludere il match con Vilas, interrotto la sera precedente per oscurità. “La spalla mi fa male ma non cerco scuse; probabilmente avrei perso lo stesso” dichiara l’aussie ai giornalisti. Premio fair-play.

Nel 1982, finalmente, si gioca davvero dicembre: dal 2 al 13. Ed è in quei giorni che il nostro quarto uomo, Johan Kriek, mette a segno la doppietta. Lui è nato a Pongola, in Sudafrica, e ha la fortuna di trovarsi davanti in entrambe le finali l’americano Steve Denton, uno che non lo batterà mai in carriera. Kriek diventa cittadino statunitense nell’agosto del 1982 e quindi i suoi slam hanno bandiere diverse. Johan chiuderà la carriera raggiungendo almeno i quarti in tutti gli slam e sarebbe scorretto affermare che il suo nome impoverisce l’albo d’oro degli Australian Open. Tuttavia, è opportuno precisare che l’opera di restauro del torneo non ha ancora fatto vedere frutti concreti. Almeno in campo maschile.
Non mancano le emozioni e arrivano quasi tutte grazie al finalista, uno cioè che se non trascina gli incontri al quinto non è contento. Nel 1981, per arrivare in finale Denton gioca la bellezza di 24 set (solo con Glickstein chiude in quattro) mentre l’anno successivo quarti e semifinali sono altre maratone vittoriose.

Gli altri due uomini vengono dal freddo e sembra impossibile possano trovarsi bene nella calda estate di Melbourne. Gli australiani aspettavano uno svedese e di svedesi ne arrivano addirittura due, suoi “nipotini”. Il 1983 è, per certi versi, l’anno della svolta. Sale la qualità dei partecipanti e con essa il richiamo internazionale che il torneo riesce ad avere. Vince Mats Wilander, non senza sorpresa. È vero che il giovanotto ha stupito il mondo ereditando l’anno prima la corona del Roland Garros dal connazionale Borg, ma è sempre la solita storia dei regolaristi che non dovrebbero trovarsi a loro agio sull’erba.
Chiacchiere. Mats ha un’intelligenza tattica di prim’ordine e sa adattare il suo gioco alla superficie, cosa che invece non riesce affatto a Ivan Lendl, travolto nella prima finale tutta europea nella storia del torneo. Ma il capolavoro Wilander l’ha compiuto in semifinale, regolando in quattro set lo specialista McEnroe, campione di Wimbledon.

Wilander si ripete dodici mesi più tardi ma stavolta le luci della ribalta sono tutte per il torneo femminile. Il 7 dicembre 1984 è infatti il venerdì nero di Martina Navratilova. La naturalizzata statunitense ha giocato le ultime tre finali del torneo ed è campionessa in carica quando affronta in semifinale la cecoslovacca Helena Sukova. Il destino a volte è davvero beffardo. Contro una ex-connazionale (Martina ha abbandonato il suo paese d’origine ormai da nove anni) di appena 19 anni, fresca vincitrice del suo primo titolo in carriera a Brisbane, si interrompe infatti bruscamente la corsa della Navratilova verso il Grande Slam.
Martina viene da qualcosa come 74 vittorie consecutive e si è aggiudicata gli ultimi sei major. Anche se la Federazione Internazionale le ha accordato uno Slam ad honorem (avendo vinto quattro titoli consecutivi), lei vuole quello vero e non può essere certo quella ragazzona ad impensierirla. Ci mancherebbe! L’unico vero ostacolo è l’eterna rivale Chris Evert, che però negli ultimi tempi le prende sempre da Martina. La defending-champion incamera il primo set in un amen (6-1) e nulla fa presagire ciò che avverrà. Helena si scrolla di dosso la paura con qualche risposta micidiale e, un punto dopo l’altro, rosica via piccoli pezzetti di certezza all’ex-connazionale. La Sukova pareggia (6-3) e vola 3-0 nel terzo ma Martina si sveglia e torna nella partita appena in tempo; recupera un break, ne recupera un altro e si porta 5-4. Helena non avverte la pressione di servire per restare nel match e invece è lei a conquistare il break nell’11° game. L’ultimo gioco non finisce mai, con la Sukova che fallisce quattro match-point e Martina che le prova tutte per svegliarsi dall’incubo. Il quinto è quello buono e la Navratilova cade, ma lo fa in piedi. “È dura da digerire ma non ci sono scuse. Ha vinto lei, brava lei”.

L’ultimo uomo è Stefan Edberg. Gli Australian Open si giocano dal 25 novembre all’8 dicembre ma il futuro è dietro la porta. L’anno dopo non ci sarà nessun torneo perché si tornerà a giocare in gennaio del 1987, forse in un altro impianto e quasi sicuramente senza erba sotto i piedi. Del resto la condizione dei prati del Kooyong è pessima nell’estate del 1985 e tutto ciò aiuta la causa di chi vorrebbe che anche Melbourne si allineasse a New York in quanto a superficie. Saranno accontentati ma solo dal 1988.
Intanto c’è tempo per vedere brillare la stella di uno svedese atipico, tutto servizio e volee e rovescio a una mano. Avulso dalla contesa solo in apparenza, dietro i modi garbati Edberg cela un carattere che completa al meglio la sua classe cristallina. Il capolavoro Stefan lo mette a segno in semifinale, battendo 9-7 al quinto set nientemeno che Ivan Lendl, al suo ennesimo tentativo di esorcizzare l’erba. La finale contro il più famoso connazionale Wilander si presenta equilibrata ma Edberg, che finora ha battuto una sola volta su sei Mats, la trasforma in un rapido trionfo. Tredici mesi dopo, nel gennaio del 1987, Stefan si ripeterà e l’anno successivo gli Australian Open si trasferiranno a Flinders Park, sul Rebound Ace.

Ma questa è un’altra storia.

ALBO D’ORO

1977
Vitas Gerulaitis b. John Lloyd 6-3 7-6 5-7 3-6 6-2
Evonne Goolagong b. Helen Gourlay 6-3 6-0

1978
Guillermo Vilas b. John Marks 6-4 6-4 3-6 6-3
Chris O’Neil b. BetsyNagelsen 6-3 7-6

1979
Guillermo Vilas b. John Sadri 7-6 6-3 6-2
Barbara Jordan b. Sharon Walsh 6-3 6-3

1980
Brian Teacher b. Kim Warwick 7-5 7-6 6-2
Hana Mandlikova b. Wendy Turnbull 6-0 7-5

1981
Johan Kriek b. Steve Denton 6-2 7-6 6-7 6-4
Martina Navratilova b. Chris Evert 6-7 6-4 7-5

1982
Johan Kriek b. Steve Denton 6-3 6-3 6-2
Chris Evert b. Martina Navratilova 6-3 2-6 6-3

1983
Mats Wilander b. Ivan Lendl 6-1 6-4 6-4
Martina Navratilova b. Kathy Jordan 6-2 7-5

1984
Mats Wilander b. Kevin Curren 6-7 6-4 7-6 6-2
Chris Evert b. Helena Sukova 6-7 6-1 6-3

1985
Stefan Edberg b. Mats Wilander 6-4 6-3 6-3
Martina Navratilova b. Chris Evert 6-2 4-6 6-2

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A proposito dei Re di Roma: quando la pistola di Borg sconfisse il fucile di Lendl

Oppure quando il legno sconfisse (meglio, dominò!) metallo e fibra di vetro. Con tutto il corollario di volée perfette e passanti imprendibili

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La scorsa settimana abbiamo dedicato sette articoli ad altrettanti campioni che nel corso dell’era Open hanno vinto più di una volta gli internazionali d’Italia. Tra di essi ci sono Ivan Lendl e Bjorn Borg.

Nel corso della loro carriera l’ex cecoslovacco e lo svedese si sono affrontati sette volte nelle quali per cinque volte ha avuto la meglio Borg.

In questo articolo vogliamo parlarvi della partita che li vide protagonisti nella finale del Masters 1980, disputatasi il 18 gennaio del 1981. Una partita nella quale Borg dimostrò che non sempre “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile l’uomo con la pistola è un uomo morto” (dal film ‘Per un pugno di dollari’).

 

Prima di addentrarci nella cronaca postuma di quel match crediamo utile premettere qualche informazione di contorno. Il Volvo Masters è l’equivalente delle attuali Finals. All’edizione del 1980 presero parte gli otto giocatori presenti nelle prime otto posizioni del ranking alla fine dell’anno precedente che, in ordine di classifica, erano:

1. Bjorn Borg
2. John McEnroe
3. Jimmy Connors
4. Guillermo Vilas
5. Gene Mayer
6. Ivan Lendl
7. Harold Solomon
8. Louis Clerc

Il ventenne cecoslovacco numero 6 del mondo in semifinale aveva superato in due comodi set lo statunitense Gene Mayer mentre Bjorn Borg aveva avuto la meglio su Jimmy Connors al termine di tre set molto combattuti. Prima delle semifinali non erano mancate le polemiche: Connors aveva infatti accusato Lendl di avere volontariamente perso contro di lui nell’ultima partita del round robin per evitare di incontrare Borg in semifinale e lo aveva definito un vigliacco (chicken in inglese).

La finale mise uno di fronte all’altro non solo il monarca regnante del tennis contro un possibile, futuro pretendente al trono, ma anche – se ci passate la metafora – una pistola contro il fucile: la Donnay in legno di Borg contro la Kneissl in fibra di vetro di Lendl. Fu René Lacoste a proporre per primo racchette fatte con materiale diverso dal legno intorno alla metà degli anni ’60, ma solo dalla metà degli anni ’70 questi materiali (metallo e fibra di vetro) iniziarono a prendere piede nel circuito maggiore. I vantaggi derivanti dall’uso di racchette costruite con i nuovi materiali erano evidenti: leggerezza e maneggevolezza le rendevano sensibilmente superiori a quelle tradizionali.

Lendl – nato nel 1960 e pertanto quattro anni più giovane di Borg – appena giunto al professionismo alla fine degli anni ’70 (ovvero quando le racchetta in fibra non rappresentavano più un’eccentrica eccezione) abbandonò la tradizionale Dunlop in legno utilizzata nel circuito junior per affidarsi ad uno strumento prodotto da una casa austriaca: la Kneissl World Star Cup in fibra di vetro. Fu la racchetta che lo accompagnò per tutta la carriera. L’Adidas “Ivan Lendl GTX Pro” con il quale lo ricordiamo era identica al precedente modello e appositamente costruita per lui dallo sponsor francese.

Con i suoi 400 grammi di peso e i 75 pollici quadrati di piatto corde questa racchetta impallidisce sotto il profilo delle prestazioni rispetto alle attuali, più leggere, aereodinamiche e con piatto corde raramente inferiore ai 95 pollici quadrati. Ma rispetto alla racchetta di Borg è un gioiello tecnologico; per averne un’idea leggiamo le caratteristiche tecniche della sua Donnay: una clava sormontata da un piatto corde di circa 70 pollici quadrati per un peso complessivo di 440 grammi, con corde di budello tirate ad un peso superiore di 33 chili (ma questa non era una scelta della Donnay bensì dell’orso svedese).

Con una racchetta simile era necessaria la forza di polso e di avambraccio di un saltatore con l’asta per tirare oltre la metà campo avversaria la pallina e la precisione di un amanuense per colpirla perfettamente al centro del piatto corde onde evitare di accecare qualche spettatore. Doti che evidentemente Borg possedeva in abbondanza se con quel misero strumento riuscì ad impartire una severa lezione a Lendl: 6-4 6-2 6-2 il risultato finale in suo favore.

Abbiamo molte testimonianze video di quella partita che ci permettono di ammirare le straordinarie qualità del vincitore e di fare qualche considerazione. Noi per farle abbiamo utilizzato una sintesi di circa 13’ presente su YouTube. Al termine della visione anche a un profano apparirà evidente che Borg non era soltanto un grande decatleta con la racchetta, bensì anche un tennista tecnicamente straordinario. E non solo quando tirava randellate da fondocampo.

Guardando le immagini si sorride pensando che il campione svedese nell’immaginario collettivo è posto nella categoria dei giocatori da fondocampo (pallettaro è un termine che per principio e per rispetto non osiamo neppure prendere in considerazione per definire il suo gioco). Forse lo era per gli standard dell’epoca quando – favoriti dalla rapidità delle superfici e dal fatto che le racchette non consentivano di tirare proiettili travestiti da palline come succede oggi – erano in maggioranza gli attaccanti. Ma non certo per quelli attuali.

Borg, pur prediligendo il gioco difensivo, era un ottimo giocatore di volo dotato di mano sensibile e di grande senso della posizione a rete. Se non avesse padroneggiato adeguatamente il gioco offensivo, non avrebbe potuto vincere per cinque volte consecutive Wimbledon in un’epoca in cui la pallina sull’erba rimbalzava pochissimo. Lendl, che il gioco a rete non lo padroneggiava altrettanto bene, Wimbledon non lo ha mai vinto. A fortiori sottolineiamo il fatto che a inizio carriera Borg ottenne ottimi risultati anche in doppio, culminati in due semifinali consecutive al Roland Garros nel ’74 e nel ’75.

Le immagini della finale del Masters confermano la nostra affermazione. Ammiriamo la volée di rovescio in allungo con il quale Borg si aggiudica il primo scambio della sintesi citata e chiediamoci: quanti dei migliori giocatori della Next Generation dotati di racchette bioniche saprebbero eseguirla con altrettanta efficacia ed eleganza? Forse Tsitsipas. E poi? Domanda che potremmo riproporre a proposito del rovescio d’attacco che la precede ed alla quale probabilmente dovremmo dare una risposta analoga. Una rondine non fa però primavera. Quindi, per raccogliere altre prove sulle capacità offensive di Borg soffermiamoci su due volée di diritto al minuto 3.18 e 5.43 della sintesi e, già che ci siamo, aggiungiamoci quella che pose fine alla partita: in tutti i casi un mix di tecnica e di riflessi spettacolare.

Non vogliamo spingerci sino a sostenere la tesi che Borg fu altrettanto forte a rete come da fondocampo, perché sarebbe un’evidente forzatura. La natura prevalentemente difensiva del gioco di Borg emerge in alcune circostanze del match in cui un attaccante sarebbe sceso a rete mentre lui non lo fa. Sosteniamo però con convinzione che quando decideva che era il momento di attaccare sapeva come farlo e raramente perdeva il punto. Vi ricorda forse qualche giocatore contemporaneo che – en passant – ha pure migliorato il suo record di vittorie a Parigi?

Veniamo ora al pezzo forte dell’orso svedese: la difesa. Quando non soffoca Lendl con incessanti martellamenti sul rovescio, lo annichilisce con passanti straordinari come quello di diritto al termine di uno scambio di 17 colpi che strappa l’ovazione al pubblico al minuto 9.20, oppure come quello forse ancora più difficile effettuato poco dopo con il rovescio. Non a torto il commentatore lo definisce “quasi fisicamente impossibile”. Dal filmato non emerge chiaramente, ma Borg aveva anche a sua disposizione una prima di servizio importante. A tale proposito possiamo portarvi la testimonianza diretta di Luca Bottazzi – numero 133 del mondo nel 1985 – che si allenò spesso con lo svedese quando questi tentò il rientro nel circuito a metà anni ’80: “Una mazzata tremenda e molto precisa. Finiva sempre sulle righe”.

Una macchina da tennis prodigiosa di fronte al quale l’eterna disputa su chi sia il più grande tennista di sempre ci pare davvero discorso da tifosi da bar sport più che da veri competenti. Diamo agli attuali top ten la Donnay di Borg e ne vedremo delle belle! Vale anche il discorso inverso: Borg tentò il rientro con la sua vecchia racchetta in legno perché non seppe adattarsi alle nuove racchette in fibra e i risultati – disastrosi – si videro.

Tornando alla finale del Masters, confessiamo che, insieme agli applausi, il filmato ci ha strappato anche qualche lacrima di commozione poiché da lì a pochi mesi Borg annuncerà al mondo attonito la sua decisione di ritirarsi a soli 25 anni. Ma quel 18 gennaio 1981 pistola batté fucile 3 set a 0.

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Quel Thiem dirompente che annichilì Nadal agli Internazionali 2017

Un affresco del quarto di finale di Roma 2017, quando persino una ‘nadaliana’ in tribuna Tevere dovette applaudire le bordate dell’austriaco. Per poi ripiegare su Djokovic… e Zverev

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Mi chiedessero di definirli in poche battute non avrei dubbi: dinamici come il cinema di Spielberg, vintage come un affresco alla Pupi Avati! Gli Internazionali d’Italia sono così: una macchina in continua evoluzione cullata nel fascino antico del Foro Italico. Aggiungerei passionali, per via di un pubblico senza mezze misure che ama pendere comunque per qualche cocco di mamma eletto a beniamino. Talora con qualche contraddizione, come avveniva nell’edizione del maggio 2017

C’ero anch’io, altroché se c’ero! Per l’esattezza me ne stavo appollaiato nell’anello più basso di quella tribuna Tevere che senza far torto a nessuno regala ombra fino all’ora di pranzo e sole negli occhi di lì all’imbrunire. Così, alle cinque di quel venerdi pomeriggio, avrei firmato in bianco per un bel panama a tese larghe che mi lasciasse osservare, seppure a chiazze, uno scoppiettante confronto tra Rafael Nadal e Dominic Thiem. Un quarto di finale che il Dio Elios lasciava appena intravedere affidando il resto a sonori schiocchi di palla replicati all’infinito tra le righe del centralone romano. 

Una prima mezz’ora luci e ombre che l’arbitro santifica con un 4-1 per l’austriaco e che la dice lunga sulla strana piega presa dal match. I due rantolano a qualche metro da me mentre alle mie spalle una ‘sfegatata nadaliana’ piuttosto in carne va facendo un gran chiasso per rivendicare la cattiva giornata del suo amato eroe. Non molla neanche quando il giovane Thiem sigilla il primo set con un 6-4 senza macchia. “ Gentile signora”, azzardo voltandomi il giusto per spizzarla con l’occhio, “non se ne abbia a male, ma quel ragazzo ha qualità da vendere”! “Per carità, caro lei, non lo dica neanche per scherzo”, replica piuttosto inviperita dondolando nervosamente un viso rotondo nascosto sotto un caschetto di capelli tinti di nero malamente tirati sulle orecchie e più arrabbiati di lei, “…ma non lo vede che non è in giornata?”. 

 

Come da copione, il secondo set accende nel maiorchino forti reazioni ma ogni tentativo ne esce frustrato di fronte a una macchina da guerra che dalla parte avversa spedisce diritti da codice penale e rovesci smazzolati con i quali muove la palla a piacimento tra diagonali lungolinea e sporadiche smorzate. “ Sei solo fortunato…”, torna a gracchiare l’indiavolata donnona all’indirizzo del bel Dominic . “Vuoi darti una calmata…?” esordisce d’acchito un signore accanto rivelandosi quale impacciato consorte, “ se non la pianti me ne vado”. “…uff che strazio”, replica lei paonazza in volto e senza tante storie.

In campo l’austriaco mostra qualche flessione, e io mi abbandono a taciti pensieri su quel match che anche a posteriori avrei giudicato il più bello del torneo e su quel ragazzo che per un’edizione orfana di Federer era per l’organizzazione una vera manna dal cielo. Avesse cercato di più la rete e alternato qualche anguilla scivolosa di rovescio sarebbe già stato un serio incomodo per i Fab Four . Divenendo un incubo se solo si fosse ritagliato una postura più avanzata mettendo il gioco sul piano del timing più che della forza. Pensieri in libertà di fronte a quel fior di giocatore che intanto dirigeva l’orchestra portandosi avanti 4-3 al secondo.

Dominic Thiem, Roma 2017 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Dai forzaaaa”, si danna a squarciagola la spaventapasseri lanciando messaggi al corrucciato spagnolo intento ad allinear bottiglie durante il cambio di campo. Rintronato faccio per voltarmi quando il maritozzo, giocando d’anticipo, prende iniziativa: “…basta mi hai rotto le palle”, ruggisce aggrottando la fronte, e senza aggiungere sillaba si alza di scatto e sgattaiola via appena in tempo per guadagnare la fuga prima che una graziosa hostess chiudesse il passaggio. Lasciata alla sua sorte, la rabbiosa consorte si dà un tono replicandogli alle spalle: “…fai un po’ come ti pare. Che ne sai tu di tennis”!

Con una serie vertiginosa di bombarde, l’austriaco chiude la questione con un secco 6-3 che rende pan per focaccia alle finali perse in successione a Barcellona e Madrid. È la seconda vittoria in carriera contro Nadal e il pubblico gli tributa la giusta standing ovation; lui ripaga tutti con sorrisi elargiti ai quattro venti. In forte minoranza, anche la paonazza tifosa, si aggiunge, con fare un po’ furtivo, al resto dei plaudenti e con i piedi in due staffe non rinuncia al suo canto d’amore: “Rafa sei sempre grande ma mi hai deluso”! È il giro di boa e sull’onda dell’osanna generale subito dopo si lascia andare: “Dominic, sei fantastico”! Il Giuda in gonnella aveva saltato il fosso facendo abiura e abbandonando il buon Nadal al suo destino. Di lì in avanti avrebbe tifato Thiem? Due giorni dopo dipanavo l’arcano sbirciandola, questa volta a debita distanza, mentre in esordio di finale se la prendeva a cuore per Novak Djokovic. Il serbo perdeva il primo e vista la malparata la fedigrafa finiva col gettarsi senza ritegno tra le braccia di un giovane Zverev, punta di diamante del nuovo che avanza e vincitore a sorpresa di quell’edizione 2017.

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Italiani

I sette re di Roma: Adriano Panatta

Nella settimana in cui si sarebbero dovuti giocare gli Internazionali d’Italia, un articolo per ognuno dei sette migliori giocatori della storia del torneo. L’ultimo è dedicato ad Adriano Panatta, unico italiano a vincere a Roma in Era Open

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Dall’10 al 17 maggio, se non fosse intervenuto il coronavirus a complicare tutto, si sarebbero giocati gli Internazionali BNL d’Italia. Per lenire un po’ la nostalgia, e sperando che il torneo possa essere recuperato quest’anno, abbiamo preparato una serie di articoli sui Sette Re di Roma da pubblicare fino a domenica, il giorno in cui si sarebbe disputata la finale. Abbiamo selezionato i sette tennisti che più degli altri hanno contribuito a scrivere la storia di questo torneo in Era Open.

Il settimo e ultimo re di Roma non poteva che essere Adriano Panatta, l’unico italiano capace di vincere gli Internazionali d’Italia in Era Open.


Pensi ad Adriano Panatta e non puoi non pensare innanzitutto al 1976, il suo anno d’oro, con la vittoria al Foro Italico, a Parigi e culminata poi nella vittoria in Cile nella Coppa Davis. Pensi ad Adriano e alle sue voleé, alle sue smorzate che mandavano al manicomio Bjorn Borg costretto a lasciare la presa bimane per arrivare su quelle palle, al suo servizio certo poderoso per l’epoca.

 

Adriano aveva anche un gran diritto con il quale si apriva il campo per le sue discese a rete  e lo mascherava benissimo, perchè con lo stesso movimento dell’attacco in chop poteva invece giocare a sorpresa micidiali smorzate favorite dal tocco delicato e sopraffino. Il rovescio, nelle giornate migliori, era un’ottima arma per venire a rete. In quelle peggiori diventava un handicap. Lui soffriva inevitabilmente chi era capace di attaccarlo sul rovescio nelle giornate in cui il passante lo aveva abbandonato. Di fatto era facile individuare le giornate in cui si presentava in campo il miglior Adriano: erano quelle in cui il passante di rovescio andava subito a segno.

Panatta è rimasto impresso nella mente dei tanti appassionati di quell’epoca soprattutto per la sua abilità istintiva e straordinaria a improvvisarsi portiere di razza. I suoi tuffi spettacolari sotto rete lo trasformavano in un Dino Zoff con racchetta. E come dimenticare, poi, la famosa “Veronica”, termine inventato da Rino Tommasi, mutuandolo dal gergo della tauromachia, anche se in realtà con tori e toreri non c’entrava per nulla tanto che spesso Gianni Clerici all’udirla se ne mostrava quasi infastidito? A dispetto di Clerici e della sua idiosincrasia quel termine improprio è entrato nel lessico popolare del tennis. Cosa era, vi chiederete, la “Veronica”? Era il termine con il quale, Rino dixit, si indicava la voleé alta di rovescio con spalle alla rete nelle quali Adriano era un vero straordinario maestro. Nelle corride era in realtà quel movimento che il torero fa verso il toro quando volteggia la muleta.

Insomma Adriano è sempre stato considerato da tutti l’erede naturale di Nicola Pietrangeli, talento cristallino ma anche (solo male lingue?) poco propenso a sacrificarsi con duri allenamenti, a prepararsi fisicamente giorno dopo giorno con la consistenza di tanti altri giocatori assai meno talentuosi di lui. Dove sarebbe mai giunto se si fossero, Pietrangeli e Panatta, allenati quanto gli altri migliori tennisti della loro epoca?

Ma la forza di Panatta era proprio quella: prendere il tennis con leggerezza, divertirsi e far divertire, non lasciare mai l’iniziativa agli avversari, anche nelle giornate peggiori. Quando girava tutto per il meglio Adriano era un vero spettacolo e i tifosi del Foro Italico non riuscivano a contenersi, a volte esagerando fino a scandalizzare; le grida “Aaaaaaadrianooooooooooooo, Aaaaaaadrianoooooooooo! rimbombavano da una tribuna all’altra del Centrale del Foro Italico che ancora non si chiamava Pietrangeli ma aveva già quella cornice di magnifiche statue che ne fanno forse il più bel campo del mondo, certo unico.

Molti imputano la svolta del 1976 nella carriera di Adriano Panatta all’arrivo sulla panchina della nazionale di Coppa Davis di Nicola Pietrangeli, capace nel suo ruolo di dare maggiore sicurezza al campione romano. Questo aspetto poteva forse valere per la storica competizione a squadre, nella quale peraltro Corrado Barazzutti si dimostrò spesso perfino più solido di Adriano che però restava sempre il leader carismatico della squadra, colui al quale veniva attribuita la maggior parte dei meriti di un successo della squadra anche perché in coppia con Paolo Bertolucci formava un doppio fantastico e vincente. Se poteva capitare che Adriano perdesse un punto in singolare contro un giocatore battuto da Barazzutti, Adriano poteva vincere il doppio e conquistare due punti come Corrado. E se i due punti finali della vittoria, quello del doppio più il singolare della terza giornata li portava lui, l’eroe del match, quello che finiva in copertina era lui.

In copertina Adriano finiva sempre, perché era personaggio, bello, elegante nel giocare come nel vestire, simpatico, romano de Roma, a suo agio con il mondo dello spettacolo, le belle donne, attrici, cantanti, da jet-society. Con Barazzutti non aveva nulla, ma proprio nulla in comune. E poi la verità era un’altra. A 26 anni Adriano aveva raggiunto la sua maturità agonistica e quell’anno (perché funziona quasi sempre così nella realizzazione delle grandi imprese), anche più di un pizzico di fortuna (peraltro assolutamente cercata e meritata) lo aiutò nel raggiungere i risultati da sempre agognati.

Roland Garros 1976 – Panatta ha appena annullato il match point a Pavel Hutka

ADRIANO AL FORO

Ma visto che stiamo celebrando il Foro Italico, quale era stato il rapporto con il torneo di casa per Adriano fino ad allora? Si sa che per il tennista italiano giocare a Roma è un sogno che si avvera. Se da un lato assicura la spinta dei tifosi (soprattutto nel vecchio Centrale), dall’altro comporta il peso di una grossa responsabilità, la dannata pressione di dover fare bene.

Figurarsi per il romanissimo Adriano, nato e cresciuto al TC Parioli, figlio di Ascenzio, indimenticato custode del circolo. Dalla prima partecipazione – giovanissimo – nel 1968, fino al 1975, Adriano non era mai andato oltre il terzo turno, battuto in qualche occasione anche da giocatori abbondantemente alla sua portata (uno fra tutti il mancino egiziano Ismail El Shafei).

E quell’anno, non ancora magico, la musica pareva proprio non voler cambiare. I famosi 11 match point annullati a Kim Warwick al primo turno (di cui 10 sul servizio dell’avversario!) si rivelarono essere proprio un segno del destino. Adriano trovò la forma (come avviene sempre in questi casi) strada facendo, battendo con fatica Zugarelli nel derby, liquidando Franulovic, venendo fuori nei quarti da una partita arroventata e piena di polemiche contro Harold Solomon, ritiratosi sul 5-4 in suo favore nel terzo set.

Il dettaglio di tutti questi match e le relative cronache dell’epoca la troverete negli articoli del nostro Direttore pubblicati a suo tempo sui giornali dei quali era inviato, La Nazione, il Resto del Carlino, e poi ripresi in una serie di libri (poi saccheggiati da chiunque in casa FIT) confluiti in un sito web creato per la massiccia parte statistica insieme a Luca Marianantoni. Troverete la ricostruzione del direttore dello strepitoso percorso di Adriano in questo articolo: ‘Dagli 11 match-point annullati, alla furia di Solomon, al trionfo con Vilas’.

Sta di fatto che Adriano avrebbe poi travolto in semifinale John Newcombe in tre set (semifinali e finali si giocavano al meglio delle 5 partite) e vinto la resistenza di Guillermo Vilas in finale, su un campo preparato ad arte, un po’ più veloce del solito per il “nostro”. Dopo una comprensibile partenza ad handicap figlia dell’inevitabile tensione, Panatta dette però il meglio di sé. Perso il primo parziale 6-2, Adriano seppe ritrovare la magia dei suoi colpi e dettare la sua legge, quella del gioco d’attacco, delle smorzate, delle voleé incredibili, delle veroniche spettacolari, trascinando con sé l’entusiasta pubblico del Foro. Quella è stata purtroppo anche l’ultima vittoria di un italiano a Roma e solo Dio sa quanto manchi agli appassionati italiani il replay di un momento del genere.

Adriano in quel suo anno magico trionfò anche a Parigi (anche lì annullò un match point al primo turno con il ceco Hutka e lo fece in maniera spettacolare, prima “Veronica” e poi voleé in tuffo) battendo in finale ancora una volta Solomon che avrebbe tanto voluto vendicarsi della sfida all’OK Corral di un paio di settimane prima. Poi come detto trascinò Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli alla vittoria in Davis con Pietrangeli che si battè come un leone, andando contro tutto e tutti per portare gli azzurri in Cile quando si susseguivano le manifestazioni della sinistra dell’epoca al grido: “No alle volée con il regime di Pinochet“. Il punto decisivo arrivò nel doppio contro Cornejo e Fillol, quando Panatta aveva convinto Bertolucci ad indossare la famosa maglietta rossa – e il rosso era il colore simbolico (Bandiera Rossa,,,) contro il regime ‘nero’ del generale e dittatore Augusto Pinochet.

Da quell’anno il rapporto di Adriano con il Foro cambiò in positivo. Nel 1977 Adriano fu sconfitto ai quarti da Gerulaitis (che poi vinse il torneo battendo Tonino Zugarelli), nel 1978 invece arrivò di nuovo in finale, quella più bella che il pubblico potesse desiderare, contro l’amico Bjorn Borg. Quell’edizione degli Internazionali fu parzialmente macchiata dal comportamento del pubblico che diede il peggio di sé nella sfida di Adriano contro José Higueras in semifinale. Accadde che lo spagnolo, trovatosi avanti 6-0 5-1, si ritrovò ad essere bersagliato dai fischi del pubblico quando i fan di Adriano si accorsero che finalmente stava reagendo e rimontando anche in quella situazione quasi disperata.

L’errore commesso da Higueras fu quello di riscaldare ancor di più gli animi rispondendo in un’occasione ad urla e sberleffi con un plateale gesto dell’ombrello. In queste condizioni la partita divenne una corrida, con Adriano che tra lancio di monetine, lattine e panini verso il suo avversario vinse in maniera inimmaginabile il set 7-5. Qui Higueras capì che oramai l’atmosfera era compromessa e lasciò il campo (“Avrei ammazzato qualcuno se fossi rimasto lì“), così come il giudice di sedia che dichiarò finito il match, scappandosene via quasi di corsa.

L’uscita dal campo di Higueras e del giudice di sedia

Messa alle spalle cotanta tensione, la finale tra Adriano e Borg del giorno successivo ebbe per tre set uno strano andamento, per diventare bellissima negli ultimi due. Adriano, complice anche una puntura di un’ape a Borg – che cercò di liberarsene roteando la racchetta come uno spadaccino – stravinse il primo set 6-1, ma perse secondo e terzo 6-1 6-3. Nel quarto Panatta con una grande prova salì 5-1 40-0, ma sprecò incredibilmente i tre set point e chiuse solo 6-4, consumando però così tante energie fisiche e mentali che probabilmente gli costarono il quinto set e la vittoria finale. Anche quel giorno il pubblico fece fatica a controllarsi, a comportarsi civilmente. Tanto che, a seguito di un lancio di monetine in direzione dello svedese da parte di un esagitato, Borg arrivò a rivolgersi all’arbitro e a dire: “O li fate smettere oppure esco dal campo!“. Di monetine non ne volarono più e alla fine la superiore condizione atletica e la proverbiale pazienza dell’”orso svedese” Borg ebbero il sopravvento.

Adriano non sfigurò nemmeno negli anni a seguire, giocando almeno altre due splendide partite, purtroppo entrambe perse ai quarti. Nel 1979 ancora contro Guillermo Vilas, vincitore in tre set. Una partita incredibile, con Vilas che si vide annullati due match point nel secondo set, ne annullò a sua volta due nel terzo prima di vincere il match. Nel 1981 invece fu un altro argentino a fermarne la corsa nei quarti, José Luis Clerc, grande amico e coetaneo di Claudio, il fratello d’arte di Adriano. Panatta cedette soltanto al tie-break del terzo set, vinto dalla fatica contro un avversario che era ben più giovane di lui. Adriano aveva quasi 31 anni, Clerc 23.

È innegabile che Adriano Panatta abbia scritto al Foro Italico le pagine più belle del tennis italiano a Roma dopo Nicola Pietrangeli e (anni prima) Fausto Gardini e Beppe Merlo. Ancora oggi, sia pure incoraggiati a sognare dalla vittoria di Fognini a Montecarlo e dai ripetuti exploit di Matteo Berrettini nel 2019 che gli hanno consentito subito dopo Fabio di raggiungere un posto nell’élite dei top-ten, non sappiamo se vivremo più emozioni azzurre così forti come quelle che Adriano ci permise di vivere in quell’indimenticabile 1976. Qui di seguito vi riproponiamo il video-racconto che Ubaldo Scanagatta ha dedicato a Panatta.


I sette re di Roma

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