Tornei scomparsi: sei uomini e una gamba (zoppa)

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Tornei scomparsi: sei uomini e una gamba (zoppa)

Lunedì comincia uno dei tornei più affascinanti dell’anno. Ma non è stato sempre così, ci furono giorni in cui i primi al mondo preferivano fare altro. Sbagliando

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I sei uomini sono Gerulaitis, Vilas, Teacher, Kriek, Wilander e Edberg. La gamba è quella che, al tempo, Rino Tommasi definì “zoppa” nella sedia del Grande Slam, ovvero gli Australian Open. Sì perché il torneo di Melbourne, dopo aver brillato di luce propria per decenni sfruttando la qualità dei campioni di casa, nella seconda metà degli anni ’70 avverte tutto il peso della lontananza dal tennis che avanza (quello europeo e statunitense) e quindi di una sorta di progressivo isolamento.
Poi c’è il Kooyong. Il prestigioso Lawn Club, sito al 489 di Glenferrie Road, con il suo campo centrale dalle caratteristiche tribune a ferro di cavallo che si appresta a spegnere cinquanta candeline, è il cuore pulsante di una nazione che non si rassegna a vivere di glorie passate e vorrebbe tornare a contare.

Così, nel 1977, la federazione decide di spostare la data del torneo dal mese di gennaio a quello di dicembre. Questo fa sì che gli Australian Open non siano più il major di apertura dello Slam, bensì quello di chiusura. Lo scopo? Diventare un appuntamento irrinunciabile nel caso in cui un giocatore o una giocatrice abbia conquistato i tre titoli precedenti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) e voglia tentare il poker.
In fondo, a ben pensarci, è un nonsenso perché in questo modo le possibilità che ciò accada si riducono notevolmente (infatti succederà una sola volta in nove anni) mentre, ad essere il primo dei quattro tornei, la partecipazione diventa una conditio sine qua non è possibile completare il Grande Slam.
Comunque, per mettere in pratica tutto ciò diviene inevitabile che in quel fatidico ‘77 vengano disputate due edizioni. La prima si svolge dal 3 al 9 gennaio e la vincono Roscoe Tanner e Kerry Reid; la seconda inizia il 19 dicembre e termina l’ultimo giorno dell’anno. A prima vista sembra una scelta epocale, ma in realtà si tratta di un lieve spostamento tanto che fino al 1982 il torneo si concluderà sempre in gennaio.

Ma torniamo a quell’ultimo giorno del 1977 e proviamo a immaginare per un attimo cosa stanno provando i finalisti. Da una parte della rete c’è il numero 1 del seeded, quel Gerulaitis che in luglio è stato a un paio di punti dal battere l’amico Borg nella più bella (o quasi) semifinale di Wimbledon di ogni tempo; dall’altra c’è un inglese biondo ed elegante che si porta sulle spalle strette il peso di un’intera nazione, a secco di major maschili ormai da quasi mezzo secolo. Lui è John Lloyd e ancora non sa che l’anno nuovo lo condurrà dritto dritto tra le braccia di Chris Evert.
I finalisti giocano un tennis classico, più stile che potenza, e il pubblico sugli spalti, deluso dalle cattive performance dei suoi campioni, mostra di gradire. Vytautas Kevin, americano figlio di emigrati lituani, prende un vantaggio di due set ma Lloyd, dietro al bel faccino nasconde l’anima di un guerriero (ne sanno qualcosa Syd Ball e John Newcombe, le sue vittime più illustri nel cammino verso la gloria) e pareggia il conto. La rincorsa sotto il solleone di dicembre finisce però per fiaccarlo e nel quinto set si arrende e consegna Gerulaitis alla gloria eterna. Anche se, sotto il profilo puramente tecnico, avranno più valore per il biondo di Brooklyn le finali perse a New York nel 1979 contro McEnroe e al Roland Garros l’anno seguente contro Borg.

 

Il secondo uomo è Guillermo Vilas. Beh, ci sono pochi dubbi che l’argentino abbia un particolare feeling con l’erba seminata e cresciuta laddove un tempo c’era un acquitrino ricco di uccelli selvatici e zanzare che gli aborigeni avevano chiamato appunto kooyong, ovvero terra del silenzio. Non senza sorpresa, Vilas aveva fatto suo qui nel 1974 il Masters del GrandPrix. Lui, l’uomo dall’avambraccio sinistro grosso quanto un polpaccio e depositario di un tennis denso di sudore e rotazioni, ha l’ingrato compito di colmare il vuoto lasciato nel cuore degli australiani da Bjorn Borg. Per due volte (e ce ne sarà una terza, ancora più dolorosa) lo svedese incamera mezzo-slam (Parigi-Wimbledon) ma viene respinto sul cemento di Flushing Meadows prima da Connors poi da Tanner (e dalle luci artificiali).
Vilas è l’unica vera star delle edizioni 78/79 degli Australian Open e ha il pregio di far rispettare il pronostico che lo vede favorito entrambi gli anni. Però non sono tutte rose e fiori. Nel 1978 a impensierirlo maggiormente è un altro mancino, il coriaceo Tony Roche, che nei quarti si porta avanti due set a uno prima di crollare; in finale invece John Marks, che non era nemmeno testa di serie ma è pur sempre un “canguro”, si limita a strappargli un set. L’anno dopo, e sempre nei quarti, a tentare il colpaccio nei confronti dell’illustre ospite è Phil Dent (battuto al quinto) anche se il match più duro per Vilas è la semifinale con il gigante buono Victor Amaya, che lo tempesta di servizi. Tuttavia, il Guillermo australiano è irriconoscibile tanto stravolge la sua filosofia tattica e si attacca alla rete. Vilas vince 7-5 3-6 7-6 7-6 e in finale, il 2 gennaio dell’80, conquista il quarto e ultimo slam in carriera a spese dello statunitense John Sadri.

Sempre nello stesso biennio, il singolare femminile tocca il fondo. Nel 1978, Chris O’Neil diventa la prima tennista non testa di serie a conquistare un major (trent’anni dopo Serena Williams le toglierà l’esclusiva). Dodici mesi dopo è di nuovo il caso di fare ricorso alla storia perché Barbara Jordan è la seconda (dopo Margaret Court nel 1960) tennista non compresa tra le prime 4 del seeded ad alzare il trofeo. Sono gli anni bui, ma si vede la luce in fondo al tunnel.

Il terzo uomo è Brian Teacher, ma l’eroe del 1980 è Kim Warwick, che impedisce a Vilas di centrare la quarta finale in altrettante partecipazioni. Mai come quest’anno gli AO sono stati vicino a rinverdire i fasti del passato perché Borg ha messo a segno per la terza volta l’accoppiata Parigi-Wimbledon e nella finale di New York è stato a pochi millimetri (ah, ci fosse stato hawk-eye chissà come sarebbe stata la Storia?) dalla probabile vittoria. Se così fosse stato, il Kooyong si sarebbe vestito a festa per il grande evento anziché dover ripiegare, come al solito, sulle seconde scelte. Detto di Vilas, il n°2 è un cecoslovacco secco come una carruba a cui Pat DuPrè (sì, quello che impedì a Panatta di entrare in semifinale a Wimbledon) annulla un match-point nel secondo turno e lo batte 7-6 al quinto. Poco altro da aggiungere, se non che Warwick ha accumulato dolore alla spalla e stanchezza in egual misura durante il torneo e che il giorno della finale è dovuto scendere in campo anche il mattino per concludere il match con Vilas, interrotto la sera precedente per oscurità. “La spalla mi fa male ma non cerco scuse; probabilmente avrei perso lo stesso” dichiara l’aussie ai giornalisti. Premio fair-play.

Nel 1982, finalmente, si gioca davvero dicembre: dal 2 al 13. Ed è in quei giorni che il nostro quarto uomo, Johan Kriek, mette a segno la doppietta. Lui è nato a Pongola, in Sudafrica, e ha la fortuna di trovarsi davanti in entrambe le finali l’americano Steve Denton, uno che non lo batterà mai in carriera. Kriek diventa cittadino statunitense nell’agosto del 1982 e quindi i suoi slam hanno bandiere diverse. Johan chiuderà la carriera raggiungendo almeno i quarti in tutti gli slam e sarebbe scorretto affermare che il suo nome impoverisce l’albo d’oro degli Australian Open. Tuttavia, è opportuno precisare che l’opera di restauro del torneo non ha ancora fatto vedere frutti concreti. Almeno in campo maschile.
Non mancano le emozioni e arrivano quasi tutte grazie al finalista, uno cioè che se non trascina gli incontri al quinto non è contento. Nel 1981, per arrivare in finale Denton gioca la bellezza di 24 set (solo con Glickstein chiude in quattro) mentre l’anno successivo quarti e semifinali sono altre maratone vittoriose.

Gli altri due uomini vengono dal freddo e sembra impossibile possano trovarsi bene nella calda estate di Melbourne. Gli australiani aspettavano uno svedese e di svedesi ne arrivano addirittura due, suoi “nipotini”. Il 1983 è, per certi versi, l’anno della svolta. Sale la qualità dei partecipanti e con essa il richiamo internazionale che il torneo riesce ad avere. Vince Mats Wilander, non senza sorpresa. È vero che il giovanotto ha stupito il mondo ereditando l’anno prima la corona del Roland Garros dal connazionale Borg, ma è sempre la solita storia dei regolaristi che non dovrebbero trovarsi a loro agio sull’erba.
Chiacchiere. Mats ha un’intelligenza tattica di prim’ordine e sa adattare il suo gioco alla superficie, cosa che invece non riesce affatto a Ivan Lendl, travolto nella prima finale tutta europea nella storia del torneo. Ma il capolavoro Wilander l’ha compiuto in semifinale, regolando in quattro set lo specialista McEnroe, campione di Wimbledon.

Wilander si ripete dodici mesi più tardi ma stavolta le luci della ribalta sono tutte per il torneo femminile. Il 7 dicembre 1984 è infatti il venerdì nero di Martina Navratilova. La naturalizzata statunitense ha giocato le ultime tre finali del torneo ed è campionessa in carica quando affronta in semifinale la cecoslovacca Helena Sukova. Il destino a volte è davvero beffardo. Contro una ex-connazionale (Martina ha abbandonato il suo paese d’origine ormai da nove anni) di appena 19 anni, fresca vincitrice del suo primo titolo in carriera a Brisbane, si interrompe infatti bruscamente la corsa della Navratilova verso il Grande Slam.
Martina viene da qualcosa come 74 vittorie consecutive e si è aggiudicata gli ultimi sei major. Anche se la Federazione Internazionale le ha accordato uno Slam ad honorem (avendo vinto quattro titoli consecutivi), lei vuole quello vero e non può essere certo quella ragazzona ad impensierirla. Ci mancherebbe! L’unico vero ostacolo è l’eterna rivale Chris Evert, che però negli ultimi tempi le prende sempre da Martina. La defending-champion incamera il primo set in un amen (6-1) e nulla fa presagire ciò che avverrà. Helena si scrolla di dosso la paura con qualche risposta micidiale e, un punto dopo l’altro, rosica via piccoli pezzetti di certezza all’ex-connazionale. La Sukova pareggia (6-3) e vola 3-0 nel terzo ma Martina si sveglia e torna nella partita appena in tempo; recupera un break, ne recupera un altro e si porta 5-4. Helena non avverte la pressione di servire per restare nel match e invece è lei a conquistare il break nell’11° game. L’ultimo gioco non finisce mai, con la Sukova che fallisce quattro match-point e Martina che le prova tutte per svegliarsi dall’incubo. Il quinto è quello buono e la Navratilova cade, ma lo fa in piedi. “È dura da digerire ma non ci sono scuse. Ha vinto lei, brava lei”.

L’ultimo uomo è Stefan Edberg. Gli Australian Open si giocano dal 25 novembre all’8 dicembre ma il futuro è dietro la porta. L’anno dopo non ci sarà nessun torneo perché si tornerà a giocare in gennaio del 1987, forse in un altro impianto e quasi sicuramente senza erba sotto i piedi. Del resto la condizione dei prati del Kooyong è pessima nell’estate del 1985 e tutto ciò aiuta la causa di chi vorrebbe che anche Melbourne si allineasse a New York in quanto a superficie. Saranno accontentati ma solo dal 1988.
Intanto c’è tempo per vedere brillare la stella di uno svedese atipico, tutto servizio e volee e rovescio a una mano. Avulso dalla contesa solo in apparenza, dietro i modi garbati Edberg cela un carattere che completa al meglio la sua classe cristallina. Il capolavoro Stefan lo mette a segno in semifinale, battendo 9-7 al quinto set nientemeno che Ivan Lendl, al suo ennesimo tentativo di esorcizzare l’erba. La finale contro il più famoso connazionale Wilander si presenta equilibrata ma Edberg, che finora ha battuto una sola volta su sei Mats, la trasforma in un rapido trionfo. Tredici mesi dopo, nel gennaio del 1987, Stefan si ripeterà e l’anno successivo gli Australian Open si trasferiranno a Flinders Park, sul Rebound Ace.

Ma questa è un’altra storia.

ALBO D’ORO

1977
Vitas Gerulaitis b. John Lloyd 6-3 7-6 5-7 3-6 6-2
Evonne Goolagong b. Helen Gourlay 6-3 6-0

1978
Guillermo Vilas b. John Marks 6-4 6-4 3-6 6-3
Chris O’Neil b. BetsyNagelsen 6-3 7-6

1979
Guillermo Vilas b. John Sadri 7-6 6-3 6-2
Barbara Jordan b. Sharon Walsh 6-3 6-3

1980
Brian Teacher b. Kim Warwick 7-5 7-6 6-2
Hana Mandlikova b. Wendy Turnbull 6-0 7-5

1981
Johan Kriek b. Steve Denton 6-2 7-6 6-7 6-4
Martina Navratilova b. Chris Evert 6-7 6-4 7-5

1982
Johan Kriek b. Steve Denton 6-3 6-3 6-2
Chris Evert b. Martina Navratilova 6-3 2-6 6-3

1983
Mats Wilander b. Ivan Lendl 6-1 6-4 6-4
Martina Navratilova b. Kathy Jordan 6-2 7-5

1984
Mats Wilander b. Kevin Curren 6-7 6-4 7-6 6-2
Chris Evert b. Helena Sukova 6-7 6-1 6-3

1985
Stefan Edberg b. Mats Wilander 6-4 6-3 6-3
Martina Navratilova b. Chris Evert 6-2 4-6 6-2

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Miss Wightie, una vita all’attacco: la prima tennista che conquistò la rete

Dall’assolata California fino a Boston, ecco la storia di Hazel Hotchkiss Wightman, gran signora, campionessa e innamorata del gioco fino alla fine. Senza non avremmo avuto Bilie Jean King e Martina Navratilova

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Hazel Hotchkiss Wightman

Quando è troppo è troppo.

Dopo che avrete letto quel che mi è capitato l’anno scorso mentre mi trovavo negli Stati Uniti credo concorderete con me che sia giunto il momento di affiancare al tennis qualche altra passione.

Partiamo dal principio.

 

C’è una località a circa sei miglia da Boston in cui fra fine estate e l’autunno dolci alture e fitti boschi stingono dal verde a mille tonalità di ruggine e giallo.

Si chiama Chestnut Hill, la collina dei castagni. Qui dal 1850 in poi grandi lotti di terreno vennero venduti tutti in una volta alle più facoltose famiglie del circondario ed esse provvidero a costruirvi grandi magioni di campagna. L’adozione degli stili più in voga al tempo come lo Shingle di pietra e ciottoli e il Neocoloniale con i suoi ampi portici donò all’insediamento un’armonia estetica e naturale che dura ancora oggi.

I lunghi viali alberati costeggiati da siepi rigogliose e prati lasciano intravvedere solo scorci di quelle storiche e imponenti abitazioni. In questi luoghi sospesi a metà fra i quadri di Thomas McKnight e la foresta di Sherwood prese sede nel 1922 il Longwood Cricket Club. Fondato 45 anni prima in contemporanea con l’edizione inaugurale di Wimbledon, negli Stati Uniti è uno dei templi del tennis. I suoi campi affiancati di verde prato videro i pionieri del gioco importato da Mary Outerbridge, la prima Davis nel 1900 e tre anni dopo i fratelli Doherty giocarne i singolari decisivi a pochi metri di distanza l’uno dall’altro contro Larned e Wrenn. Fra le sue mura si respira storia, chiudendo gli occhi si può ancora avvertire il sommesso fruscio di flanelle e l’aroma di tè e tabacco, mentre attutito giunge il suono di una pallina che colpisce corde rigorosamente in budello.

Wham, Bang,

I colpi che sento però non provengono dall’avito luogo.

Esco in Hammond Street e lasciandomi alle spalle le persiane verdi dell’elegante club house color avorio ecco che questi si fanno più forti.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Dopo qualche centinaio di metri, a un paio di profondi lob di distanza, attraversato un ponte di vecchio metallo rivettato e ingentilito da siepi, si incrocia Suffolk Road.

Ora il ritmo è martellante e regolare, come quello di un grande cuore che batte.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Wham, Bang.

Il rumore proviene da un enorme garage doppio di solide mura, con il tetto appuntito decorato da tegole di pietra marrone, che sta accanto a una grande villa gialla.

Mi azzardo ad entrare.

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Flash

Il preludio alla grandezza di Roger Federer: l’allenatore e una tragedia

Nell’anno in cui il grande tennista svizzero Federer annuncia il suo ritiro, ripercorriamo il suo viaggio da bambino “irrequieto” all’uomo dei record

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Di Jeremy Wilson, The Telegraph, 15 settembre 2022

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta a giugno 2019

Questa è una storia che contempla traumi e dolori. Ci racconta dell’influenza che un grande allenatore può esercitare sul suo allievo, un’influenza che è in grado di propagarsi come un’onda infinita. È una storia che ha a che fare con le origini di un gesto tecnico tra i più meravigliosi da vedere in campo sportivo: il rovescio a una mano di Roger Federer.

 

Se serve qualche indizio basta cercare su YouTube “Peter Carter” e “tennis”. Vi si trova il filmato sgranato di un Carter ancora ragazzino che si presenta tra i grandi del tennis con un graffiante vincente di rovescio incrociato, “stile Federer”, tale da consentirgli di sconfiggere John Alexander al South Australian Open.

Vi si trova poi la testimonianza dei genitori di Federer, Robert e Lynette, su come il loro ragazzo, che un tempo era “irrequieto” e dal temperamento volubile, aveva imparato a controllarsi sul campo. C’è poi il video in cui Federer vince il 20° titolo del Grande Slam, gli Australian Open del 2018, davanti ai genitori di Carter, Bob e Diana, alla Rod Laver Arena.

E poi ci sono le lacrime di Federer quando, durante un’intervista alla CNN fatta nel 2019 a Melbourne, la conversazione vira su Carter, un uomo da lui descritto come il suo “vero” coach e la cui vita venne tragicamente spezzata all’età di 37 anni.

“Peter è stato un’incredibile fonte di ispirazione per me, una persona estremamente importante nella mia vita”, dice Federer. “Mi ha insegnato il rispetto nei confronti di ogni singola persona. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza”.

È alla Peter Smith Tennis Academy di Adelaide che ha inizio la storia. Smith è stato uno degli allenatori di tennis più importanti al mondo per più di tre decenni. Mentre osserva una nuova generazione di tennisti, la voce gli trema più di una volta: “È un argomento difficile da affrontare per me”, dice.

Carter viveva a Nuriootpa, una cittadina di 6.000 abitanti a circa 80 chilometri a nord di Adelaide, quando iniziò ad allenarsi settimanalmente presso l’accademia di Smith. L’entourage di Smith aveva già nomi di spicco come Darren Cahill, Mark Woodforde e John Fitzgerald. Man mano che Carter faceva progressi, si maturò la decisione che andasse a vivere presso la famiglia Smith. Peter aveva solo 15 anni e la filosofia alla base di questa decisione era già chiaramente delineata.

Cerco di insegnare che prima di tutto vengono la salute e la famiglia… e poi viene il tennis”, dice Smith. “L’idea è quella di aiutare questi ragazzi a diventare degli uomini con dei valori e a usare il tennis come un mezzo, uno strumento. Peter era piccolo, magrino ma aveva un gran talento. Era un ragazzo adorabile. Avevamo tre figli più piccoli e lui divenne come un fratellone per loro”. Sebbene Carter sia entrato nella top 200 e abbia vinto un titolo di doppio con Cahill, i suoi progressi sono stati fortemente condizionati dagli infortuni. Mentre era in Europa, si procurò una frattura sciando. Per finanziarsi decise di lavorare per tre mesi come allenatore in Svizzera ma ben presto si ritrovò a lavorare stabilmente presso l’Old Boys’ Club di Basilea.

Fu qui che incontrò per la prima volta un ragazzino di nove anni di nome Federer: quell’incontro avrebbe cambiato la storia del tennis. “Ci sentivamo regolarmente”, dice Smith. “Gli raccontavo di questi due fratelli che avevamo in Accademia, che poi erano Jaslyn e Lleyton Hewitt. Lui mi parlava di certi ragazzi talentuosi che aveva conosciuto ma ben presto si rese conto che ce n’era uno davvero eccezionale. In cuor suo sentiva che Roger sarebbe diventato non semplicemente il numero uno al mondo ma il miglior giocatore che fosse mai esistito. Non era da Peter parlare in quel modo ma questa era la sua convinzione”.  

Queste conversazioni andarono avanti per anni prima che i due ragazzi si incontrassero. Poi Hewitt si recò in Svizzera per un torneo e i due si affrontarono. Federer ricorda ancora vividamente come si ritrovò a dover salvare un match-point, beneficiò di un’infelice chiamata del giudice di linea e alla fine ottenne una vittoria alquanto fortuita. “Poi ovviamente ci siamo affrontati molte altre volte nel corso della carriera”, dice Federer. “Ma chi l’avrebbe detto che entrambi avremmo vinto Wimbledon e saremmo diventati numeri uno al mondo? Penso che se oggi devo ringraziare qualcuno per la mia tecnica di gioco, questi è sicuramente Peter”.

Smith dice che lo stile di gioco di Peter e quello di Roger, entrambi molto eleganti, si possono legittimamente paragonare. “Può essere che Peter non fosse altrettanto bravo e forte, può anche essere che non avesse altrettanto talento, ma se le cose avessero funzionato in modo ideale, Peter in fondo avrebbe potuto realizzare qualunque obiettivo”, dice Smith. “Molte persone qui, che sanno come stanno le cose, che hanno visto Peter crescere, ritengono che sia da lui che Roger abbia tratto ispirazione per il suo splendido modo di giocare. Peter ebbe un certo seguito tra i giocatori professionisti: alcuni adoravano il suo modo di giocare. Alla fine uno insegna quello che conosce. Io, per esempio, ho un background artistico-creativo, ma ci sono molti allenatori che invece cercano di eliminare le variazioni. Peter sapeva che Roger aveva del talento: non avrebbe mai cercato di farlo conformare a degli stereotipi di gioco di livello inferiore”.

Quando Carter iniziò a portare Federer in Australia in giro per i tornei, Smith fu affascinato alla possibilità di poter vedere finalmente da vicino questo promettente ragazzo. “Aveva un talento smisurato ma aveva dei momenti in cui non sembrava del tutto concentrato”, dice Smith. “Mi sedevo accanto a Carter in molti degli incontri di Roger. A nostra insaputa, lui diceva a Roger: “Devi cercare di essere più competitivo, come Lleyton!” Roger stava gradualmente superando questo problema ma fu Lleyton che nel 2001 vinse per primo un torneo del Grande Slam”.  

Nel 2002 Peter Lundgren era diventato l’allenatore principale di Federer ma Roger si era battuto personalmente perché Carter diventasse il capitano della nazionale svizzera di Coppa Davis. Poco dopo che gli venne affidato questo incarico, Carter partì in luna di miele per il Kruger National Park in Sudafrica. Sua moglie Sylvia si stava riprendendo dal morbo di Hodgkin, a causa del quale il viaggio era stato posticipato.  

I terribili dettagli di quello che accadde furono riportati sul quotidiano The Australian. Carter si trovava su un veicolo che, per evitare uno scontro frontale con un minivan, andò fuori strada, sbalzò dal parapetto di un ponte e finì sul letto di un fiume. Peter morì sul colpo. Federer, che aveva solo 20 anni, stava giocando a Toronto quando apprese la notizia. Si dice che lasciò immediatamente l’hotel e si mise a correre per le strade in lacrime. Quella tragedia ebbe un impatto profondo su di lui. 

“Credo che in qualche modo la sua scomparsa sia stata uno stimolo per me”, dice Federer. “Da allora iniziai ad allenarmi davvero duramente”. È interessante notare che una serie di ricerche, che sono in continua crescita ed evoluzione, mettono in relazione molti atleti che hanno conseguito risultati eccezionali con qualche forma di trauma da loro subito durante gli anni formativi.

David Law, ex responsabile delle comunicazioni ATP, vide in prima persona il cambiamento che subì Federer. “Un tempo Roger si arrabbiava fin troppo in campo”, dice. “Non riusciva a gestire le piccole imperfezioni. In vita Peter fu determinante per la formazione e maturazione di Roger; alla sua morte lo fu altrettanto, in quanto Roger fu costretto ad affrontare una realtà che non aveva mai affrontato prima.

“Roger era devastato. Non credo che prima di allora avesse mai dovuto pensare seriamente alla morte. Quell’avvenimento invece lo costrinse a fermarsi e a riflettere. Si trattava di qualcuno che lui conosceva bene, che vedeva ogni giorno, con cui aveva viaggiato dappertutto. Peter era una gran brava persona”. Poco meno di un anno dopo la morte di Carter, Federer avrebbe celebrato in lacrime sul Centre Court il suo primo titolo a Wimbledon. Nessuno all’epoca sapeva a cosa fossero dovute quelle lacrime, dice Smith. “Ma subito dopo quella vittoria, Roger mi inviò una bella email, un’email a cui ho pensato un milione di volte: ‘Tutte le volte che eseguo un bel colpo o che vinco un match importante penso a Peter… Sono sicuro che mi starà guardando da lassù e che sarebbe orgoglioso di me’. Le sue parole continuano a risuonare dentro di me: ‘Sono sicuro che sarebbe orgoglioso’. Penso che sia esattamente quello che Peter abbia sempre voluto”. 

Da allora Federer, nell’arco di oltre due decenni, ha riscritto ogni record di tennis prima di annunciare il suo ritiro all’età di 41 anni. Forse però l’aspetto più toccante è il rapporto che ha mantenuto con i genitori di Carter. Ogni anno, all’Australian Open, Roger organizza per loro il viaggio, l’alloggio e il posto nel box dei giocatori insieme a tutto il resto del suo team. “Sento i genitori di Peter tre volte alla settimana e posso dire che loro semplicemente adorano Roger”, dice Smith.

“L’unico enorme rimpianto che ho – e penso che Roger la pensi allo stesso modo – è che Carter non sia riuscito a vedere i frutti del suo duro lavoro. Roger ama il tennis – credo – più di chiunque altro io abbia mai visto. Federer trascende il gioco del tennis. È l’atleta più popolare del pianeta”.  

E Carter cosa avrebbe pensato nel vedere Federer esprimere tutto il suo potenziale e vincere 20 titoli del Grande Slam? È proprio questa la domanda che all’inizio di quest’anno ha emozionato Federer fino alle lacrime. La sua risposta conclusiva non ha che confermato l’intramontabile influenza del suo mentore: “Non voleva che fossi un talento sprecato… Spero che sarebbe orgoglioso”.

Traduzione di Ilchia Di Gorga

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Flash

Stakhovsky attacca Troicki e Tipsarevic: “Antepongono i soldi al dramma della guerra”. E le loro risposte fanno discutere

L’ex tennista ucraino pubblica il contenuto di conversazioni Whatsapp con i due ex tennisti serbi, in questi giorni a San Pietroburgo per un’esibizione

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Le ripercussioni del conflitto Russia-Ucraina portano strascichi anche nei rapporti interpersonali tra tennisti. Stavolta non sono missili, ma messaggi infuocati e parole che feriscono come fossero armi. Al centro della diatriba a distanza, c’è l’ex tennista ucraino Sergiy Stakhovsky, colui che, all’indomani dell’invasione dei russi in territorio ucraino, decise di impugnare le armi per difendere la propria patria. Sergiy ha deciso di pubblicare su Twitter le conversazioni Whatsapp intercorse tra lui e due ex tennisti serbi, Viktor Troicki e Janko Tipsarevic. Questi ultimi hanno accettato l’invito a partecipare a San Pietroburgo al “Northern Palmyra Trophies”, un’esibizione in corso di svolgimento. Di qui l’attacco di Stakhovsky che ha accusato i due tennisti di anteporre l’aspetto monetario a quello etico della vicenda, ritendo fuori luogo la loro partecipazione in terra russa a un torneo di esibizione.

Il “campo di battaglia” si è trasferito su Twitter, con l’ex tennista ucraino che ha deciso di rendere  pubblici gli screen di conversazioni Whatsapp avuti proprio con Troicki e Tipsarevic. Dagli screen si deduce anche la forte risposta dei due ex tennisti serbi. Troicki ha accusato Stakhovsky di confondere sport e politica: “Questo non ha niente a che fare con la guerra, ma visto che ne parli, il mio Paese ha attraversato tutta questa m**da e non è mai stato sostenuto”.

Dello stesso tono anche la risposta di Tipsarevic il quale ha ribattuto alle accuse di Tipsarevic domandandogli: “Tu o la tua famiglia avete mai protestato o boicottato eventi quando le forze NATO bombardavano la mia nazione, la mia famiglia, il mio popolo una ventina di anni fa?”.

 

Gli screen pubblicati sono stati preceduti da un messaggio che non ha reso felici diversi cittadini serbi che gli hanno risposto in maniera piccata. Stakhovsky ha effettuato una generalizzazione parlando de “L’opinione dei serbi”, anche se il tennista serbo n. 1, Nole Djokovic, aveva interloquito con lui all’indomani dello scoppio della guerra preoccupandosi per Stakhovsky e offrendo il suo aiuto. Proprio l’ucraino aveva diffuso sui social il contenuto della conversazione.

L’esibizione, organizzata da Formula Tennis Hockey LLC, società che si è occupata dell’ATP 250 e del WTA 500 di San Pietroburgo, vede la partecipazione di tanti giocatori di casa come Aslan Karatsev, dell’ex Top 5 Nikolay Davydenko, campione russo nato in Ucraina, Evgeny Donskoy, Anastasia Potapova, Anastasia Myskina e Svetlana Kuznetsova.

Presenti anche la kazaka Yulia Putintseva, russa di nascita, lo spagnolo Pedro Martinez, i serbi Troicki, Tipsarevic e Laslo Djere, gli ungheresi Marton Fucsovics e Anna Bondar.

Il torneo coinvolge sei squadre divise in due gironi da tre e composte per sorteggio con un giocatore nel ranking ATP, una giocatrice nel ranking WTA, un capitano giocatore. Ogni incontro prevede un singolare maschile e uno femminile e un doppio misto con il punto secco sul 40-40. Tutti i match sono al meglio dei tre set con match tie-break a dieci punti al posto del parziale decisivo.

La Russia deve accontentarsi di questi eventi dal momento che a partire dall’invasione dell’Ucraina ATP e WTA hanno tolto la possibilità di ospitare tornei ufficiali.

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