Un primo lunedì di paura all'Australian Open: scommettiamo che non succede nulla?

Editoriali del Direttore

Un primo lunedì di paura all’Australian Open: scommettiamo che non succede nulla?

La solita caotica prima giornata di uno Slam non aveva bisogno del “falso scoop” della BBC che ha approfittato dell’avvio di uno Slam per fare esplodere la sua bomba. Quella dei match truccati, delle combines agevolate dalla mafia russa, con implicazioni presunte anche di quella italiana, perchè spesso spunta fuori una pista “siciliana” per via di qualche cellulare. Sul campo escono subito 9 teste di serie, sette donne e due uomini

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Siccome niente fa più notizia di una cattiva notizia, questa – anche perché diffusa dalla BBC che è fonte più autorevole di Ubitennis e addirittura del mio vecchio blog “Servizi Vincenti” che di questi fatti e presunte combines scrisse a lungo già nel 2007, pubblicando anche una lista di 43 matches sospetti – ha fatto il giro del mondo e oggi non s’è quasi parlato d’altro.

Tanto da costringere il torneo ad improvvisare una conferenza stampa nella quale il CEO dell’ATP Chris Kermode ha detto le solite prevedibilissime e peraltro inevitabilissime cose riassumibili in “rigettiamo l’ipotesi di qualsiasi prova che si sia nascosta per una qualsiasi ragione. La Tennis Integrity Unit deve avere le prove per sostenere la colpevolezza di qualcuno e se queste prove le avessimo mostreremmo tolleranza zero, non nascondiamo niente.
Ci sono stati 18 casi attribuibili a 5 giocatori e ad un official che sono stati bannati dal nostro sport a vita” per concludere a chi, come il sottoscritto, gli faceva presente la contraddizione di un mondo che da un lato teme il mondo delle scommesse con i loro effetti negativi e dall’altro lo alimenta (l’Australian Open ha una società di scommesse fra i suoi main sponsors) “Scommettere non è illegale, noi stiamo parlando di casi di corruzione, è cosa diversa”.

Però Maria Sharapova più tardi nel rispondere anche ad una mia domanda ha detto: “Io scelgo i miei sponsor e preferirei non associarmi ad alcuni…

Novak Djokovic ha detto: “È una situazione border-line…

Come ha giustamente detto Roger Federer “Non so esattamente quali sono le cose nuove che sarebbero emerse. Ho sentito vecchi nomi…quella storia fu affrontata…Se ci diranno i nomi se ne può parlare, ma se si butta lì che c’è un vincitore di uno Slam senza farne il nome…io vorrei sentire i nomi, allora sarebbero cose concrete e puoi discuterne. Era un giocatore? il suo staff? chi? quando? un singolarista? un doppista? in quale Slam? È un nonsense rispondere qualcosa, è pura speculazione. È fondamentale proteggere l’integrità del tennis”.

A proposito di una mia domanda sulla possibilità che un aumento dei montepremi nei challenger potesse essere un deterrente Roger non si è detto d’accordo: “Quanto sia il denaro che metterai nel sistema ci sarà sempre qualcuno che approccerà i giocatori, o altra gente. Se aumenteranno i soldi per chi gioca i challenger, arriveranno a contattare chi gioca i Futures. I soldi non risolveranno anche se sono d’accordo che challenger e futures dovrebbero arrivare a poter aumentare i loro prizemoney. Il problema è nella testa di alcuni giocatori”.

Di nuovo c’è, sembra, che la BBC è entrata in possesso di alcune documentazioni su quei fatti, su quelle indagini, risalenti al 2007 e nei due anni successivi, a una lista di 43 incontri che si consideravano “sospetti” per gli enormi movimenti di denaro che avevano smosso – oltre 7 milioni di dollari per il match fra Davidenko e Vassallo Arguello – ma alla fine di tutto non è stato condannato nessuno e anche se la BBC parla di 16 giocatori compresi tra i primi 50 giocatori del mondo, incluso un vincitore di Slam e otto tennisti presenti all’Australian Open.

Però il responsabile della TIU non ha dato soddisfazione a chi, come lo stesso Federer, avrebbe voluto avere dei nomi. “Non sarebbe corretto”.

Quel che dice la BBC e cioè che la TIU avrebbe autorizzato a giocare tutti questi atleti è stato smentito vigorosamente. Sul fatto che ci fossero cartelli di scommettitori in Russia e in Italia, sia del nord sia in Sicilia, non si è riusciti ad avere risposte affermative.

E certo non sarebbe corretto fare dei nomi se non si hanno prove. E le prove non ci sono. Ha ragione chi ha detto “Non c’è sport più facile del tennis nel quale introdurre qualche scorrettezza che infici la regolarità di un match. Basta mettere d’accordo due soli avversari, chiedere di fare due doppi falli in un set, farsi rimontare in un altro, mettersi d’accordo per giocare soltanto il terzo set…”.

Tutto ciò detto…insomma la BBC – e la Buzzfeed _ ha sparato nel mucchio, in momenti in cui altri sport vivono (dal cricket qua al calcio delle serie inferiori, nazionali e non, al basket) momenti di pessima immagine.

La BBC ha certamente nuociuto al movimento tennis, se è vero che oggi io sono stato tempestato da varie radio che volevano reazioni dal mondo del tennis. E di nuovo, davvero di nuovo, non c’è proprio niente.

Anche se nel leggere che ci sarebbe anche una lista di tennisti coinvolti attualmente in attività che la TIU non rivela perché non può accedere ai loro numeri di telefono, ai conti in banca o ai computer, beh si resta abbastanza basiti. Perché se quelle ricerche non si sono potute fare come si fa a provare la loro colpevolezza? Come dei tre match disputati a Wimbledon …

 

Forse val la pena rileggere quanto scrissi nel mio blog nel 2007:

Era l’estate del 2007 quando il tennis finì sulle prime pagine di tutti i giornali a causa dell’ingente volume di scommesse sul match tra Davydenko e Vassallo Arguello nel torneo polacco di Sopot. A seguito di quella vicenda l’Itf commissionò uno studio sul rischio che le scommesse nel tennis potessero sfociare in episodi di corruzione e affidò l’incarico ad una struttura indipendente capitanata da Benn Gunn e Jeff Rees. I risultati arrivarono nel maggio 2008: nonostante l’incontro di Sopot non fosse stato riconosciuto come “truccato”, Gunn e Rees suggerirono alla federazione internazionale di dotarsi di una struttura permanente che vigilasse sul problema delle scommesse. Nel settembre 2008 Itf, Atp, Wta e i tornei dello Slam fondarono la Tennis Integrity Unit (Tiu).

A capo della struttura venne messo lo stesso Rees che in passato aveva lavorato con Scotland Yard contro la corruzione nel mondo del cricket. Nonostante fosse nata come indipendente dagli organi fondatori la Tiu prese sede presso gli uffici Itf di Londra.

Ricordate il caso Davydenko legato al vorticoso giro di scommesse che si accentrò sul match di Sopot 2007 fra il tennista d’origini ucraine e allora più anonimo della Vecchia Russia e l’argentino Martin Vassallo Arguello? Puntate fino ad oltre sette milioni di dollari oscillarono in un modo talmente anomalo che apparve fortemente sospetto agli addetti ai lavori e le scommesse furono addirittura sospese su richiesta di Bet&Fair.

Ma, dopo mesi in cui allo sbalestrato Davydenko fu detto di tutto e di più, al punto che perfino un paio di arbitri fra Parigi-Bercy e San Pietroburgo ritennero di punzecchiarlo e/o di accusarlo di scarso impegno (anche per via di qualche doppio fallo di troppo considerato addirittura …volontario), tutto finì però in una grandissima bolla di sapone, anche se ad un certo punto ad avallare le difficoltà di Davydenko “restio a vuotare il sacco”, come si lesse su un diffuso quotidiano nazionale, si arrivò a scrivere perfino di un possibile coinvolgimento della mafia russa, secondo alcuni “sponsor” dei giocatori d’oltre cortina quando questi erano ancora giovanissimi e impossibilitati a mantenersi sul circuito (e per questi aiuti ricevuti poi ricattabili).

Davydenko si ribellò vivacemente a tutte quelle supposizioni mai provate accusando di comportamento mafioso semmai proprio l’establishment ATP, nonchè il gruppo di betting che dando pubblica notizia della sospensione delle scommesse lo aveva gettato in pasto ai leoni…mediatici.

Ecco qui un articolo-traduzione che scrisse per il mio blog allora il mio ex vice Giovanni di Natale (oggi felicemente “sistemato” presso la tv Fit Supertennis). Mentre di una fantomatica lista di 42 incontri “sospetti” di combines, su cui la Tennis Integrity Unit avrebbe esteso le sue indagini, pur pubblicati anche da uno dei più attendibili ed importanti siti americani e per le quali ci si riferiva anche ad inchieste avviate dall’ex arbitro australiano Richard Ings, non si è mai più saputo nulla di ufficiale.

Innocenti e colpevolisti si scannarono. Chi dedusse che si trattava di accuse infondate, chi insinuò all’opposto che vi fossero casi insabbiati a protezione del sistema e dell’immagine d’uno sport fino ad allora sempre ritenuto “pulito”. Un ex boss della mafia, l’italoamericano Michael Franzese, sostenne che il tennis di vertice era condizionato dalle scommesse e che lo sporto della racchetta era in serio pericolo. e rivelò alcuni trucchetti con cui i malintenzionati avrebbero avvicinato i giocatori per cercare informazioni o possibilità di corruzione.

Per il “caso Davydenko” non erano mancate le audizioni, le carte bollate, tanto lavoro per gli avvocati con minacce di querele da una parte e dall’altra accompagnate da richieste di risarcimenti milionari. Muro contro muro fu eretto allora, e ricordo Ronnie Leitgeb, il manager di Davydenko, a dir poco inferocito con l’Atp. Grazie ai miei buoni rapporti con Leitgeb (ex manager di Andrea Gaudenzi oltre che di Thomas Muster) ottenni a Shanghai, in occasione del Masters di quell’anno, una lunga intervista con Nikolay Davydenko, il fratello Eduard e lo stesso Ronnie Leitgeb.

Dopo mesi di dichiarazioni contrapposte ma anche di lunghi silenzi, alla fine e in conclusione nessuna prova, nessuna condanna. Ma a gestire il tutto era allora l’ATP. La gestione della vicenda non fu esente da pecche e mi risulta che i minacciosi avvocati di Davydenko e Leitgeb abbiano avuto vita piuttosto facile per tacitare chi voleva mettere al bando il buon Kolya.

Il 22 agosto 2008 fu introdotta la grande novità: la Tennis Integrity Unit diretta da Jeff Rees, detective… “laureato” da 32 anni di servizio presso la London’s Metropolitan Police e Scotland Yard, nonché capo del Programma Anti-Corruzione del Cricket Internazionale per sette anni fino alla sua nomina più recente, sancita da parte dei quattro organismi che “governano” il tennis, ATP, WTA, ITF e Grand Slam Committee.

Però l’operazione investigativa di cui si è parlato di più (almeno in Italia…) fra quelle condotte dalla Tennis Integrity Unit ha riguardato sempre “pesci piccoli”. Era stata quella che aveva portato alla squalifica dei cinque tennisti italiani con il “presunto” vizio delle scommesse, tutti accomunati dalla disarmante ingenuità di essersi registrati con carta di credito e relativo piccolo deposito ad una società austriaca di betting.

Il siciliano Alessio di Mauro, ex n.68 del mondo, fu il primo “squalificato” della storia per aver indebitamente scommesso. Il 10 novembre 2007, da n.124 ATP, Di Mauro fu condannato a pagare una multa di 60.000 dollari e fu squalificato per 9 mesi per un’infrazione che poteva comportare una massima pena di 3 anni. Ci furono dirigenti che invocarono punizioni più severe, la FIT si schierò a sua difesa (e poi degli altri quattro italiani successivamente accusati di colpe più lievi nello stesso ambito), ma comunque Di Mauro non venne ritenuto responsabile di aver scommesso su risultati delle proprie partite né di aver tentato di influenzare quelle di altri. Vero patito del betting aveva scommesso più volte piccole cifre dal 2 novembre 2006 al 12 giugno 2007 ed era stato ritenuto “responsabile”-  anche se non vorrei sbagliarmi nel ricordare, ma mi pare abbia ottenuto poi una riduzione della sanzione economica a squalifica già scontata – a seguito di un’investigazione cominciata nell’aprile 2007.

In sanzioni via via calanti, ma da parecchi giudicate “eccessivamente dimostrative” _ e impugnate dagli azzurri _ incapparono successivamente nella “giustizia tennistica del Governing Body internazionale” anche Potito Starace, Daniele Bracciali, Giorgio Galimberti e il compianto Federico Luzzi.

Avevano giocato tutti cifre così modeste (molte scommesse da appena 5 euro…) che si sarebbe dovuto escludere a priori il dolo. Tuttavia, forse anche perché furono i primi ad essere individuati, tutti i cinque italiani furono puniti “esemplarmente” (quindi eccessivamente a detta degli addetti ai lavori) anche se poi attivarono un’azione risarcitoria negli Stati Uniti di cui non si sono più saputi gli sviluppi.

Ora, come accennavo, nel mirino degli investigatori, è entrato Filippo Volandri che, ovviamente, si augura _ così come chi scrive e non poteva esimersi dal farlo una volta avuta la conferma della notizia _ che finisca tutto come per Davydenko, mancato capro espiatorio.

A Volandri sono stati _ come da prassi _ ricordati i punti dell’articolo D.1 del Programma “Uniform Tennis Anti-Corruption” in relazione all’”aggiustamento” deliberato di un incontro (fixing) o di qualsiasi aspetto di un match, nonché le osservazioni che si collegano alle cosiddette “inside information” e si ritrovano nell’articolo B.15 del Programma e relative sanzioni per il giocatore o per sua interposta persona: tutte “carte” che i giocatori avevano ricevuto nel dicembre 2008, anche se pochi le avevano lette.

Volandri, per inciso (non breve) era stato al centro di un altro caso che però non riguardava le scommesse ma semmai il doping (sia pure anomalo): il 13 marzo del 2008, a Indian Wells, infatti lo avevano trovato ad un controllo assunto una dose eccessiva di Ventolin, un farmaco anti-asma che contiene il salbutamolo, un prodotto che non aiuta la prestazione ma può mascherare altri stupefacenti. Fu squalificato per 3 mesi _ la decima squalifica per un caso di doping a un tennista (i casi più eclatanti quelli degli argentini Coria, Chela, Canas e Puerta), ma la prima per un italiano _ e la brutta notizia gli fu comunicata proprio qui a Melbourne quando lui stava per scendere tranquillamente in campo contro Cilic. Dieci mesi dopo però fu accolto il ricorso di Volandri che, soffrendo d’asma, aveva quantomeno un permesso per utilizzare quantità inferiori.

Tornando al caso attuale a Volandri è stato chiesto _ naturalmente _ anche di cooperare all’accertamento della verità riguardo al match con Gabashvili in sintonia con il Programma della Tennis Integrity Unit.

A questo scopo l’investigatore delegato da Jeff Rees, Nigel Willerton, gli aveva inoltrato la richiesta di fornirgli entro metà novembre _ più o meno come accadde a suo tampo anche a Davydenko (che, se non ricordo male, si diceva impossibilitato a fornirli affermando di non sapere come recuperarli in tempi brevi e a distanza di tanto tempo per via dei suoi vari viaggi e il possesso per lui, sua moglie Irina e suo fratello Eduard di varie Sim card russe, tedesche e internazionali…) _ anche tutti i cellulari in suo possesso usati dal 1 gennaio 2010, nonché i tabulati e l’estratto conto di tutte le telefonate fatte da quei telefoni nel periodo 1 agosto-31 ottobre. Inoltre a Volandri si sono chiesti anche i dettagli di tutti i conti bancari a lui intestati supportati da dichiarazioni di resoconto in rapporto agli ultimi sei mesi, inclusi gli eventuali dettagli riguardo ad eventuali scommesse fatte.

A Filippo era stato anche chiesto_ all’inizio dell’investigazione, e presumibilmente allo scopo di poterlo interrogare _ anche il suo programma agonistico per il successivo bimestre. Un incontro con l’investigatore Willerton, presente qui a Melbourne insieme con Jeff Rees, era stato programmato qui durante l’Open, ma non ho certezze che ci sia stato. A Melbourne è stato sconfitto al primo turno dal russo Igor Andreev.

Sono andato a chiedere lumi nell’ufficio di Bill Babcock, executive director dell’ITF per i tornei del Grande Slam e dei tornei professionistici. Lo conosco da almeno 21 anni (il 1991 è stato il mio primo Australian Open…e anche il suo nell’attuale incarico dirigenziale). Nel corso di un colloquio informale cui accenno unicamente perchè Bill non ha preso alcuna posizione nè fatto alcuna dichiarazione che in qualche modo possa comprometterlo… Babcock ha tuttavia sottolineato come “Adesso non sia più come prima. Dacchè è stato formato la Tennis Unit Integrity, cioè nel 2008, gli investigatori non informano nessuno sul corso delle indagini, ma soltanto al termine di esse. Quindi io non so nulla del caso di cui mi parli e per la verità non dovresti saperne nemmeno tu…_ sorride davanti alla sua segretaria Cathy _ ma sappiamo benissimo che se succede è perchè le notizie trapelano proprio dall’ambiente dei giocatori…quando non accade tramite il tennista stesso, oppure magari attraverso un coach, un amico, un amico di un amico. Così accade che talvolta queste notizie che dovrebbero restare segrete invece vengano alla luce. Io – ha detto ancora Babcock al solo scopo di spiegarmi cortesemente come le cose funzionano _ di un nuovo caso verrei eventualmente informato soltanto se gli investigatori, raccolte tutte le indicazioni possibili, decidessero che è il caso di esaminare la vicenda con noi referenti. Insieme a me verrebbero investiti di un qualsiasi caso in discussione anche Jan Ritchie (direttore di Wimbledon) in rappresentanza dei tornei dello Slam, Gayle Bradshaw in rappresentanza dell’Atp e Diana Myers per conto della Wta. Se poi, venuti a conoscenza dei fatti e dei risultati delle indagini, ritenessimo tutti di dover dare un seguito alla vicenda, allora toccherebbe poi ad un organo giudiziario indipendente di decidere dell’assoluzione o della colpevolezza dell’indagato e sulle eventuali sanzioni. Ma ti ripeto: la procedura ora è molto seria, io non so nulla di quello di cui mi parli e sono contento di non saperne in modo da non avere assolutamente posizioni pregiudiziali. All’epoca del “caso Davydenko” era tutto diverso, era il 2007, l’Integrity Uniti non era stata varata (2008 come abbiamo visto), quella questione fu gestita unicamente dall’ATP”.

Di più Babcock, avvocato del Minnesota, non dice. Ma come gestì la vicenda Etienne de Villiers con l’Atp – pessimamente – lo ricordano in molti.

Insomma vedremo se ci saranno sviluppi o se finirà tutto in un’altra bolla di sapone come, ripeto, si augurano gli appassionati italiani e gli amici-sostenitori del tennista livornese che – val la pena di ricordare – nel 2007 salì fino a n.22 del mondo dopo aver conquistato a Roma le semifinali e un tris di vittorie memorabili a spese di Gasquet, Federer e Berdych prima di soccombere a Mano de Piedra Gonzalez.

Le sanzioni previste per ogni atto giudicato corruttivo possono arrivare ad un’ammenda di 250.000 dollari più una somma di ugual valore a quella incassata da un eventuale complice in connessione con la violazione commessa. Inoltre una squalifica fino a tre anni per una qualunque manifestazione disputata sotto l’egida dei “Governing Body”. Ma in certe situazioni di violazioni recidive e/o particolarmente gravi (4 clausole diverse su un regolamento troppo lungo da spulciare, 68 pagine) esiste anche la possibilità di una squalifica a vita.

Vabbè torno al tennis giocato per ricordare che il bilancio azzurro di questa prima giornata è negativo: due vittorie (Seppi e Vinci) e tre sconfitte (Errani, Giorgi e Lorenzi). Quattro di queste cinque sfide sono andate secondo pronostico. La sola in controtendenza quella persa da Sara Errani, testa di serie n.17, con la Gasparyan n.58.

Degli incontri degli italiani dovreste sapere già tutto, abbiamo dedicato loro ampio spazio. Per il resto se si eccettua la sconfitta di Paire, n.18 ATP e 17 del tabellone battuto dalla wild card americana Noah Rubin n.328 del mondo, un piccoletto di quasi 20 anni e di Long Island-New York- ha vinto tre tiebreak su tre – e il ritiro di Karlovic testa di serie n.22 contro l’argentino Delbonis n.52, le sorprese sono state quasi tutte…donne. Non solo Errani quindi.

Eliminate infatti la danese Wozniacki, anche lei n.18 del mondo ma testa di serie n.16 e finalista qui nel 2011, battuta dalla kazaka Putintseva n.76 Wta; la Stosur testa di serie n.25 e 27 Wta (ma Samantha in Australia è più fragile di quello che era la Mauresmo in Francia) dalla Pliskova più scarsa (Kristyna, n.114 del mondo); la tedesca Petkovic testa di serie n.22 e 25 Wta, eliminata da Kulichkova n.109; Sloane Stephens testa di serie n. 24 e n.26 battuta dalla Wang, qualificata cinese n.102; e infine la Cibulkova che è scesa a n.38 ma era stata finalista qui 2 anni fa: si è arresa a Kiki Mladenovic. La Pavluchenkova, testa di serie n.26 e 28 Wta, ha perso dall’americana Lauren Davis n.103. La Schmiedlova testa di serie n.27 e n.29 WTA ha perso dalla russa Kasatkina n.69.

Sette in una sola giornata, nella prima giornata anzi, non sono poche (senza considerare la Cibulkova). Vero che le più alte in classifica erano la n.16 Wozniacki e la n.17 Errani.

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Editoriali del Direttore

US Open: Djokovic meritava il Grande Slam più di chiunque. Ha perso per sempre il treno?

Era più stanco o più stressato? Ha vinto più Medvedev o ha perso più lui? Non è il Superman dalla forza mentale che si credeva. Il pianto di un uomo che ha comunque colto un successo fin qui sfuggitogli

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Ho scritto mille volte, nel corso dei vari dibattiti su chi meritasse di essere il più forte fra i tre grandi di questo terzo millennio, di non tifare per nessun tennista in particolare, ma di tifare di volta in volta per la storia giornalisticamente più bella da scrivere.

Ad esempio la vittoria di Federer su Nadal sulla terra rossa e viceversa quella di Nadal su Federer sull’erba, tanto per esprimere in sintesi un’idea.

Così non ho alcuna difficoltà ad ammettere che domenica sera ho sperato fortemente in un successo di Djokovic, perché quella sarebbe stata una vittoria epica, certamente storica. E per quanto riguarda me personalmente forse unica, perché se sono passati 52 anni dall’ultima di Rod Laver non è affatto detto che avrò il privilegio di poter celebrare un futuro Grande Slam. L’ottuagenario australiano di Rockhampton era in tribuna e resta – almeno per un altro anno – il membro solitario del club più esclusivo della storia moderna del tennis.

 

So bene che i fan più sperticati di Federer e Nadal tifavano Medvedev soprattutto temendo il sorpasso nel numero di Slam vinti, che ora rimangono 20 per ciascuno e non è neppure detto – come ho subito accennato nel video che ho registrato tre ore dopo la conclusione della finale – che in futuro sia modificato, perché se oggi come oggi a dispetto della bruciante batista Djokovic sembra dei tre il candidato più probabile ad accrescerne il numero, i vari Medvedev, Zverev, Tsitsipas, non sono per nulla disposti a farsi da parte senza colpo ferire.

Mi fa piacere che anche grande parte del pubblico dell’Ashe Stadium, sebbene maleducato e scorretto oltre ogni dire, abbia sentito la vicenda allo stesso mio modo. E mi fa piacere anche che per una volta Djokovic abbia potuto sentirsi “speciale”, come ha detto luianche se immagino che avrebbe preferito uscire fra i ‘buuuh’ ma vittorioso. Per una vita si era trovato invece, soprattutto contro Federer ma anche contro Nadal, negli scomodi e indesiderati panni vestiti ieri sera da Medvedev. Quando Nole vinse la finale di Wimbledon 2019, a seguito di quei due match point svaniti per Federer, il pubblico inglese – anch’esso privo di un minimo fairplay – riuscì a togliergli perfino la voglia di esultare al loro cospetto.

Certo può anche essere che molti presenti all’Ashe Stadium abbiano incoraggiato l’improbabile “resurrezione” di Djokovic sul 6-4 6-4 5-2 perché viene naturale tifare per l’underdog, lo sfavorito, e per godersi più a lungo un match per il quale si è pagato un biglietto abbastanza salato, però credo che possa aver prevalso anche il desiderio di assistere a un evento sportivamente storico. Forse anche per poter raccontare agli amici, o a se stessi, “quel giorno c’ero anch’io”. Il mio modo di vivere e “sentire” il tennis non mi consente di amare e capire chi tifa contro. Mi sta bene e capisco invece chi tifa per. Eppure ho tanti amici, perfino tra alcuni colleghi, che non fanno mistero di tifare contro un giocatore perché non vogliono che possa superare il loro prediletto.

Una volta chiarito come sento e penso… e starei per aggiungere ‘ammesso che a qualcuno interessi’, ma tanti lettori però me lo hanno spesso chiesto, dico la mia sul match. Medvedev ha giocato da fenomeno, direi simil miglior Djokovic “uomo di gomma” quando c’è stato da recuperare palle “disumane”, correndo come non è normale che corra un uomo di un metro e 98 centimetri, anche se è magro come un giunco (seppur più duro di un bambù), ma dire che Djokovic era teso come una corda di violino, tanto da non riuscir mai a liberarsi dalle sue streghe, è dir poco.

Forse soltanto se gli fosse riuscito quel break all’inizio del secondo set, quando è stato 0-40 sul servizio di Medvedev nel secondo game, avrebbe potuto ritrovar se stesso. L’occasione a mio avviso l’ha avuta sulla prima palla break, quando il vero Djokovic avrebbe recuperato la smorzata di Medvedev senza metterla in bocca al russo. Sulle altre è arrivato l’ace n.9, poi un rovescio slice deficitario (come quasi tutti nella serata serba: le gambe di Djoker sembravano di legno, macché di gomma!) prima dell’ace n.10 e un altro punto per Medvedev peso come una mazzata decisiva alla psiche già turbata di Nole.

Fra due giocatori di simil livello le vittorie di uno sull’altro si spiegano quasi sempre con una giornata buona di un tennista e una giornata meno buona dell’altro. Però è sempre difficile dire fino a che punto una partita l’abbia vinta uno e persa l’altro. Ci si addentra nel gioco delle percentuali. E se dicessi che l’ha persa più Djokovic passerei per suo tifoso. Se dicessi che l’ha vinta più Medvedev passerei invece per tifoso di Federer o Nadal, o tutti e due.

Ma un’opinione va espressa. Intanto, dati a Medvedev i meriti di Medvedev, perché il russo che diventa il terzo Slam-winner del suo Paese dopo Safin e Kafelnikov ha servito davvero come un Isner/Opelka in buona giornata – 3 punti appena persi in tutto il primo set in 5 game di servizio contro il miglior ribattitore del mondo hanno indirizzato per l’uno e per l’altro un po’ tutto il match – va scelto il tipo di analisi per spiegare la deludente partita di Djokovic: era più stanco o più stressato, se non vogliamo cavarcela con un pilatesco “tutti e due”?

Chi propende per la stanchezza dice che Nole è stato in campo quasi sei ore più di Medvedev e sottolinea che il russo ha passeggiato in tutti i suoi incontri, avendo lasciato un solo set – e dopo aver vinto i primi due – al perticone olandese dal nome impronunciabile come quelli di certi ciclisti fiamminghi e che non scrivo altrimenti… faccio un refuso! (van de Zandschulp, ndR!). Alla fine Novak ha perso nove set (se si contano anche gli ultimi tre, che un po’ vanno contati perché in quanto persi contano eccome) e Medvedev uno soltanto.

Ma la tesi della stanchezza mi convince poco. In fondo Novak si era fermato per quasi un mese, dalla sconfitta olimpica di Tokyo in poi. E i set persi a Flushing, salvo i i due con Zverev, sembravano più frutto di distrazione che altro. Non si è mai avuta la sensazione, nel corso di tutte quelle partite salvo che nella semifinale di venerdì con il tedesco campione olimpico, che quelle partite Novak potesse perderle. Anche contro Berrettini… sì, c’è stato un primo set di straordinario livello e intensità, cui però ha fatto seguito un 6-2 6-2 6-3.

Secondo me l’ipotesi stanchezza fisica si regge quindi soltanto sulla semifinale lottata, ma vinta 6-2 al quinto, contro Zverev. Certo ad una modesta stanchezza fisica può aggiungersi la stanchezza mentale. Dopo quello che era successo a Tokyo, trovarsi indietro di un set, e per 6-2, contro Zverev, poteva aver prosciugato qualche energia nervosa. Ma chi non aveva scritto che Djokovic si era dimostrato ancora una volta campione indistruttibile, quasi robotico? I 34 anni di Novak non li cita mai nessuno – a differenza di quanto accadeva per Federer e anche per Nadal – perché all’uomo di caucciù non si richiede un certificato anagrafico.

Insomma, io propendo decisamente per la teoria dell’iper stress che colpì a suo tempo – leggi 2015 e match con Roberta Vinci – Serena Williams. Nessun tennista meglio di Serena può capire cosa sia successo a Novak.

Ma con una differenza sostanziale. Sul conto di Serena  e del suo diritto a essere considerata la più forte tennista almeno della sua epoca, nessuno ha mai dubitato. Invece Djokovic, dopo aver sofferto e lottato moltissimpo per ergersi al livello degli altri due mostri… nati prima di lui, è riuscito a instillare il dubbio di poter essere considerato più forte di loro, ma senza averne mai l’assoluta certezza. Conquistare il Grande Slam, più ancora che sorpassarli come numero di Slam (che potrà sempre riuscire a fare), poteva dare il colpo decisivo alla storia da scrivere.

Sulle sue spalle c’era quindi un peso ancora più grosso che su quelle di Serena. E contro Medvedev non riusciva a spingere la palla, a tenere l’iniziativa nemmeno quando avrebbe potuto. Sentendosi disperatamente impotente ha pensato che l’unica strada possibile fosse quella di buttarsi a rete ogni piè sospinto. C’è andato 47 volte. Mai così tante a mia memoria in passato. Non era lui. Vero è, tuttavia, che quanto gli è accaduto va considerato piuttosto come una sorpresa. A molti, e anche a me, Nole – dopo quei sei mesi di confusione mentale, il guru della seconda metà del 2016 – sembrava essersi trasformato nell’incarnazione di una sorta di Superman capace di portare la forza mentale a livelli sconosciuti per la razza umana. E invece, non solo perché lo abbiamo visto per la prima volta anche piangere su un campo da tennis, commovendosi come sarebbe capitato a tanti, accorgendosi di essere caro e “speciale” per uno stadio intero, lo abbiamo improvvisamente riscoperto terrestre, umano. Uomo anche fragile come tutti noi comuni mortali nelle nostre giornate meno brillanti.

Novak Djokovic – US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Ma forse c’entra anche il fatto che il Medvedev di 9 mesi fa nella finale dell’Open d’Australia conquistato per la nona volta da Djokovic era lontano parente del russo ammirato domenica notte?

Diciamolo una volta per tutte: i risultati contraddittori di più partite giocati dagli stessi protagonisti di livello ravvicinato sono la prova provata di come ogni partita possa fare storia a sé, perché anche accennandone solo alcune restano troppe le componenti di tipo tecnico (la superficie è solo una di quelle…), fisico (impossibile essere sempre al 100 per 100 della condizione così come ritrovarsi nelle identiche condizioni dell’avversario nel corso di un torneo, perché non saranno mai stati uguali avversari, orari, incontri disputati, campi, clima), mentale (non sono mai uguali gli obiettivi diversi dalla ordinaria aspirazione alla vittoria, mai uguali le condizioni di stress, il vissuto, i desiderata), casuale (un net fortunoso e sfortunato su un punto importante, un infortunio, una pallata scagliata che colpisce un giudice di linea, oppure un altoparlante che irradia musica a tutto volume sulla palla break e consente a un giocatore di rigiocarsela con maggior chance è un esempio casuale …ma non così casuale in questa circostanza!).

New York ha rovesciato il match di Melbourne come fosse un calzino. Ma anche se qualcuno avrà giudicato Djokovic un po’ ruffiano – o, peggio, ipocrita se gli sta sulle scatole – quando ha detto: “Il mio cuore è pieno di gioia e sono l’uomo più felice perché mi avete fatto sentire speciale sul campo, non mi ero mai sentito così”, io invece credo che sia stato sincero.

Perché a suo modo anche Djokovic ha vinto qualcosa, una vittoria diversa dalle altre e dallo Slam numero 21, ma non meno importante e significativa. Per un campione l’amore della gente conta tanto. Djokovic ha probabilmente un po’ sofferto il suo ruolo subalterno nei confronti dei due primi Fab. Lo è stato per l’opinione pubblica ed è umano che potesse farsene un complesso, seppure mai confessato. Chi, del resto, lo avrebbe confessato?

Ma per chi come me crede di conoscerlo abbastanza, anche per averlo incrociato e visto fuori dal campo da tennis – come a Montecarlo in tante preparazioni del tradizionale Players Show in cui ho visto Novak far di tutto, dal presentatore al cantante, dal ballerino all’autore di sketch – Nole è migliore dell’immagine che molti hanno di lui.

E’ un ragazzo intelligente e ricco di personalità, un sentimentale, un generoso che d’istinto si butta anche in imprese complesse dalle quali molti altri rifuggirebbero (la PTPA è una di quelle) e nelle quali – vedi Adria Tour e più che l’organizzazione della stessa i contorni “social” ad essa costruiti attorno – è stato certamente un po’ superficiale, certamente non impeccabile.

Ma poiché tutto ciò c’entra poco con quanto è successo domenica sera, qui mollo. Concludo dicendo che lui è secondo me il tennista più completo, anche se stilisticamente forse l’interprete del tennis meno elegante, dei celebri Fab Four. Ma, grazie al fatto che si è dimostrato capace di vincere Slam e Masters 1000 a ripetizione su tutte le superfici degli Slam e pure indoor, è stato alla fine il più vicino a realizzare il Grande Slam, oltre che l’unico a vincerli consecutivamente sia pure non in un “calendar year”.  Per questo motivo trovo che meritasse più lui degli altri di conquistare quanto gli è appena sfuggito. E mi dispiace che abbia fallito questo appuntamento con la storia. Medvedev è stato il primo a vincere una finale con un Fab Four. Ed è stato indiscutibilmente migliore di Novak domenica notte. Nonostante quel gioco sgraziato, storto, davvero poco ortodosso, da sconsigliare a chiunque insegni tennis, lontano mille anni luce dal tennis classico eppur unico di Roger Federer – lo so, suona come un ossimoro, ma per me è unico anche quello del mancino di Maiorca – Daniil vincerà altri Slam. Però non sarebbe crollato il mondo se avesse aspettato ancora un altro Slam. Per me, insomma, era meglio se Medvedev ne vinceva anche due – o pure tre – nel 2022, ma non nel 2021. Temo infatti che anche per Nole, come prima per Roger e Rafa, sia passato un treno che non ripasserà. 

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Editoriali del Direttore

US Open: il “solito” record azzurro con Berrettini e Sinner. Un torneo più aperto che mai

Non convincono troppo nè Djokovic nè Zverev, e mancano le prove per Medvedev. Anche i nostri due superstiti possono far meglio. Siamo incontentabili? Grande Alcaraz. Fra le donne inatteso crollo Barty e Osaka. Super Andreescu, Raducanu e Fernandez

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Matteo Berrettini - US Open 2021 (Andrew Ong/USTA)

Due battaglie di cinque set e di quasi quattro ore, hanno avuto come esito finale l’ennesimo record per il tennis azzurro in questo 2021. Non ce l’ha purtroppo fatta lo sfinito Andreas Seppi, poco lucido nei momenti importanti con il tedesco Otte a farci stabilire il record di tre italiani contemporaneamente in ottavi di uno Slam e a al primo ottavo tutto italiano (finora avevamo avuto un terzo turno fra Lorenzi e Fabbiano allo US Open 2017 e fra Musetti e Cecchinato al Roland Garros quest’anno), ma abbiamo comunque per la prima volta due italiani che hanno raggiunto gli ottavi nello stesso US Open.

E cioè i nostri due migliori giocatori, Matteo Berrettini n.8 del mondo vittorioso sul vincitore di Winston-Salem Ivashka per la seconda volta (su due) e Jannik Sinner n.16 (ma sarà almeno n.13, best ranking, fra 9 giorni) vittorioso per la seconda volta (su tre) su Monfils che ha fatto di tutto come tennista e come impareggiabile showman per portare dalla sua parte tutto il pubblico.

Furbo Monfils, che a 35 anni ha fatto valere tutta la sua esperienza e per poco non gli riusciva il colpaccio. Ancora un po’ ingenuo, e discontinuo, invece Sinner, bravo però a riprendersi dal brutto colpo del set perso, il quarto, nonostante un 4 a 0 di vantaggio.

 

Ma abbiamo visto come, con il ritorno degli spettatori a spalti gremiti – inciso: attenzione, non voglio fare il menagramo, ma ieri negli Stati Uniti ci sono stati 1.500 morti di Covid e 70.000 nuovi contagiati. Per il numero dei morti, in proporzione agli abitanti, è come se in Italia ieri ne avessimo avuti 300. Non si creda, ahinoi, di aver già debellato il Covid! Attendo con grande curiosità di sapere quanti di 1.500 morti avessero fatto il vaccino… – il tifo può trascinare un Alcaraz, una Rogers, lo stesso Monfils che pareva non averne più sullo 0-4, Sock per un set contro Zverev (finché non s’è fatto male), a compiere piccoli grandi miracoli.

Ad ogni modo Matteo al suo primo quinto set di questo 2021 (in carriera ne ha vinti quattro su cinque) ha centrato per la terza volta di fila gli ottavi allo US Open e con Djokovic e Medvedev è anche il solo giocatore quest’anno ad averli raggiunti in tutti e quattro gli Slam a conferma di una solidità tecnica e psicologica fuori dal comune e quindi di un suo ranking ATP più che giustificato. Anzi, gli basterà ribattere Otte come già a Parigi – perse il primo set, vinse senza problemi in quattro – per salire al suo best ranking, n.7, anche se soltanto vincendo il torneo scavalcherebbe Rublev e Nadal salendo a n.5.

Jannik Sinner – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

Jannik intanto è l’ottavo italiano di sempre in ottavi a New York, dopo Barazzutti e Berrettini che sono arrivati alle semifinali, Panatta, Pozzi, Sanguinetti, Fognini, Lorenzi. Ca va sans dire che, a 20 anni e meno di un mese, è anche di gran lunga il più giovane di sempre. Zverev sarà meno favorito contro Sinner di quanto Berrettini lo sarà con Otte, sebbene questo tedesco che già ci ha fatto fuori Sonego e Seppi evidentemente non possa più essere sottovalutato anche se la sia classifica (n.144) continua a rimanere incoraggiante per gli avversari. Sinner ha battuto Zverev a Parigi e anche quando ci ha perso a Colonia in due set (7-6, 6-3) il tedesco mostrò di soffrirlo tantissimo. Era nervosissimo e fu quasi scorretto, andando a riguardare in continuazione ‘il segno’ anche in una partita regolata da Hawk-Eye live.

Vero che Zverev pare più solido, più centrato. Ma negli Slam sappiamo che non ha mai battuto un top 10 e questo qualcosa significa, anche se lo scorso anno giocò la finale con Thiem dominando i primi due set (con l’austriaco però che gli dette mano…). Zverev non avrà lo stesso sostegno di Monfils da parte del pubblico. Piace meno alla gente. E agli americani poi…chi è un po’ tedesco e un po’ russo piace di solito ancora meno.

Diciamo che Sinner, perfetto sotto il profilo comportamentale – tutto quello che si è concesso sono stati due pugnetti sul telone nel dirigersi negli spogliatoi a fine quarto set, dopo che aveva visto vanificarsi un 4-0 di vantaggio – non ha ancora imparato a tirarsi il pubblico dalla sua parte… come invece sa fare Musetti. D’altra parte che il carattere di un toscano sia più estroverso di quello di un altoatesino rientra abbastanza nelle caratteristiche dei due popoli.

Vero è che Alcaraz l’altra sera con Tsitsipas ha mostrato una solidità nervosa, una serenità e, appunto, una capacità di sorridere e di gestire il pubblico, come se avesse già 30 anni. Confesso che mi ha davvero impressionato. Vero che Tsitsipas a Londra, Amburgo, Tokyo, Toronto, Cincinnati ha mostrato qualche inattesa fragilità, mentale e tecnica (di rovescio fa pochissimi punti ed è troppo prevedibile), ma quell’Alcaraz lì mi ha dato l’impressione di una esplosività nei colpi e una forza mentale da garantirgli un futuro da top-5.

Carlos Alcaraz – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Mi è parso perfino più maturo di Sinner, però poi magari perderà già nei quarti. In ottavi contro Gojowczyk non credo proprio possa perderci, anche se nel tennis accade di tutto. Ricordo il nostro Marcora capace di battere Gojoczyck un paio di volte (a San Marino e a Oberstaufen…), ma sono passati 7 anni!. Contro il tedesco faccio sempre il tifo: per scrivere il suo cognome con due sole vocali devo controllare lo spelling dieci volte! Ma contro chi vincerà fra Tiafoe e Aliassime (bravo il canadese amico di Berrettini a battere al quinto Bautsita Agut dopo un match con lo stesso andamento di Sinner-Monfils) per Alcaraz sarà più dura, anche se arrivare nei quarti a 18 anni è tanta roba.

Come ho accennato nel video odierno, piuttosto ho l’impressione che Djokovic non sia così in palla e quanto a Zverev… lui stesso, anche se non gli costava nulla dirlo, ha fatto cenno al fatto che quel Sock avrebbe potuto batterlo se non si fosse infortunato e ritirato.

Medvedev finora ha affrontato avversari troppo modesti per poterne valutare appieno la forma. Né Berrettini né Sinner mi sono apparsi al 100 per cento. Vero che sulla distanza dei tre set su cinque è difficile che non ci siano pause. Non le ha avuto al servizio, finora, Opelka, ma non ha incontrato fenomeni. Quanto a Harris… buon giocatore, ma Shapovalov da un po’ di tempo mi delude. Grande potenziale ma anche grande discontinuità. Due anni fa mi sarei aspettato da lui maggior progressi in questo senso. Che si sia seduto un po’ sugli allori? O il taglio dei capelli gli ha fatto lo stesso effetto che a Sansone?

Insomma, vero che è nella seconda settimana di uno Slam che si misura il vero grado di forma dei giocatori, ma per ora non ho vere certezze al di fuori di quelle suggestioni che i vari CV – leggi carriere – invitano a prendere in considerazione.

Due parole al volo anche per le donne. Dopo il traumatico k.o. della Osaka – trauma per lei soprattutto, futuro incerto – c’è anche quello di Barty. Mi ha molto divertito il finale del match di Barty, avanti 5-2 e due volte a servire per il match anche se non ha mai avuto match point, contro Shelby Rogers. L’americana è stata bravissima a cambiare tattica nel match, a difendersi e improvvisamente ad accelerare, stupendi alcuni suoi rovesci lungolinea e in contropiede, ma addirittura fantastica nel post match, per simpatia e prontezza nelle risposte alla Shriver. Meriterebbe che le vedeste se avete Eurosport Player che consente di riguardare tutti i match e i post match, scorrendo in avanti le registrazioni. Gran lavoro di Discovery, devo dire.

Interessante l’avvento delle giovani Fernandez e Raducanu insieme alla resurrezione della Andreescu che quando gioca bene in realtà…gioca benissimo.

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Editoriali del Direttore

US Open: tre azzurri agli ottavi come a Parigi? Djokovic su Tsitsipas e il pipì-break: “Un limite va messo”

Berrettini, Seppi e Sinner fanno sognare un nuovo record. Solo al Roland Garros 3 italiani insieme in ottavi. E solo 7 gli azzurri che li hanno giocati a New York. Djokovic: “Non capisco perché la regola sia così vaga”. E Brooksby fa lo Tsitsipas: 12 minuti più 7!

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Andreas Seppi - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Soltanto sei volte nella storia degli Slam, iniziata nel 1877 con i primi Championships di Wimbledon, abbiamo potuto vantare tre italiani presenti contemporaneamente negli ottavi di finale di un singolo Slam. Ma è sempre accaduto soltanto al Roland Garros: 1947, 1952, 1958,1960, 1962 e quest’anno (con Berrettini che è poi giunto nei quarti contro Djokovic, con Sinner che ci ha perso con Nadal e con Musetti battuto da Djokovic).

Adesso ci sono buone probabilità che possa accadere per la prima volta anche allo US Open. Anche se ovviamente nulla è mai scontato, però è lecito essere ottimisti alla vigilia dei match di Berrettini contro Ivashka n.53 ATP, già battuto all’ultimo Wimbledon, di Sinner con Monfils (1 a 1 nei confronti diretti risalenti a 2 anni fa) e del magnifico e irriducibile Seppi contro il qualificato tedesco Otte n.144.

Due su tre ottavi avrebbero potuto essere certi se i match di terzo turno fossero stati derby azzurri, come potevano essere se Fognini non avesse perso contro Pospisil (poi battuto da Ivashka) e fosse quindi arrivato a confrontarsi con Berrettini rispettando il suo ruolo di testa di serie n.28, e se Sonego non si fosse fatto sorprendere da Otte e fosse lui e non il tedesco l’avversario di terzo turno di Seppi. Soltanto Sinner, testa di serie n.13, avrebbe dovuto comunque misurarsi con Monfils n.17, al terzo turno. Quando Berrettini centrò le semifinali dello US Open 2019 battè proprio Gael Monfils, al termine di un memorabile duello. Riuscirà nel medesimo exploit Sinner?

 

Nei primi due round, con Purcell e Svajda, le prove di Sinner non mi sono apparse particolarmente convincenti, però ne gli ultimi due anni – dacchè Jannik vinse a Anversa 6-3 6-2 e Monfils si prese la rivincita a Vienna 6-3 7-6 (8) – Sinner ha fatto certamente progressi e Monfils…ha compiuto 35 anni il 1 settembre.

Jannik è già certo di raggiungere come minimo il suo best ranking dal lunedì post US Open: anche dovesse andargli male con Monfils salirebbe a n.13. Niente male per un ragazzo che ha compiuto 20 anni lo scorso 16 agosto. Nei due precedenti US Open Jannik aveva perso sempre al primo turno, contro Wawrinka e Khachanov.

L’eccellente ranking conquistato da Jannik è stato raggiunto a dispetto di sorteggi non sempre benigni, a differenza di questa volta in cui gli è andata piuttosto bene. Basti ricordare che al Roland Garros (due volte) come a Roma (una) il suo cammino è stato stoppato da Rafa Nadal quando almeno un turno in più avrebbe potuto conquistarlo. Battere un Monfils in netta ripresa rispetto all’anno buio del Covid e del per lui insopportabile lock-down costellato di sconfitte, non sarà semplice perché il fresco sposo Gael a dispetto dei 35 anni ha ancora un fisico integro, da grande atleta. Non c’è da illudersi, insomma, sul fatto che un’eventuale maratona di cinque set debba metterlo in crisi. E Sinner non avrà da Monfils i regalini che sia Purcell sia il giovanissimo eppur talentuoso Svajda gli hanno fatto al momento buono di 3 set su 4.

Comunque sia, in chiave Race to Torino le premature sconfitte in questo US open di Casper Ruud (n.8 con 2675 punti che non potranno aumentare), Hubi Hurkacz (n.9 con 2505, anche lui fermo al palo) e anche Carreno Busta (n.13 con 1730) sembrano schiudere a Jannik, attualmente decimo con 2165 punti e una teorica possibilità di salire a 2.255 battendo Monfils, interessanti scenari. Avere due giocatori presenti a Torino nella prima di cinque edizioni torinesi delle Finals avrebbe un significato ancora più entusiasmante che non tre tennisti in ottavi a New York, anche se il derby Seppi-Berrettini garantirebbe almeno un italiano nei quarti, che è sempre un bel godere.

In quest’ultimo caso, come ho anticipato nel video che forse avrete visto sul sito o su Instagram, dopo aver espresso la mia grande soddisfazione per il traguardo eventualmente raggiunto da Seppi che fino a oggi non è mai andato oltre il terzo turno a New York mentre ha fatto ottavi in tutti gli altri tre Slam, mi augurerei una vittoria di Berrettini perché Matteo ha qualche chance in più di rendere dura la vita al grande favorito Novak Djokovic.

Ma tempo al tempo, così come non era davvero detto che Seppi battesse Fucsovics – e in quel modo poi, annullando cinque match point e chiudendo al suo sesto sul 15 a 13 del decisivo tiebreak – e poi a maggior ragione dopo quella maratona di oltre quattro ore anche Hurkacz n.10 del seeding, guai a sottovalutare Otte e le possibilità che il fisico di Andreas paghi lo scotto di tante battaglie. Incrociamo le dita, ma lui stesso ha detto: “Pagherei per risvegliarmi sabato mattina come mi sono sono trovato, senza dolori, questo giovedì!”.

Riguardo al suo duello con Ivashka, che “Berretto” aveva magistralmente controllato sull’erba del campo 12 entusiasmandomi a tal punto per certi suoi tocchi di fino che esagerando un po’ mi avevano spinto a fare un titolo esagerato (e da molti di coloro che non si erano peritati di leggere tutto il pezzo criticato scandalizzati), io ho provocato Matteo ieri notte chiedendogli se non ritenesse difficile battere lo stesso avversario due volte di fila. E lui ha replicato con chiara lucidità: “Può essere, ma preferisco sempre affrontare un avversario che ho già affrontato piuttosto che uno nuovo”.

Se non mi sbaglio nel confondermi – come si usava dire una volta – i tennisti italiani (maschi eh) che abbiano raggiunto gli ottavi all’US open sono pochissimi. Soltanto sei: Barazzutti, Berrettini, Panatta, Pozzi, Sanguinetti e Fognini. Fra questi non figura Nicola Pietrangeli che li ha giocati solo tre volte (quando non era Open ovviamente): una volta ha perso al secondo turno (1964 dal britannico Sangster) e due volte al terzo (dagli americani Reed nel ’55 e da Stan Smith nel ’65).

Solo negli anni Settanta la partecipazione degli italiani allo US Open è entrata nella programmazione abituale dei nostri tennisti, come conseguenza della creazione del computer ATP, delle classifiche, dei punti stabiliti per gli Slam. Le presenza di Cucelli e Del Bello nel ’49 furono occasionali e dovute al fatto che l’Italia doveva giocare in Coppa Davis negli Stati Uniti per una semifinale interzone. La prima presenza italiana a Forest Hills era stata una sconfitta al primo turno del bolognese Umberto Cuccioli, un seconda categoria che stava studiando medicina negli Stati Uniti e che riuscì a farsi accettare nel tabellone perdendo subito dall’inglese Jones.

Insieme a Barazzutti che fece semifinale nel 1977 (battè Scanlon, Nastase, Edmondson, Walts e Gottfried, perse da Connors: si giocava 3 su 5 solo dagli ottavi in poi) e a Berrettini, semifinalista nel 2019 (battuto da Nadal dopo aver superato Rublev e Monfils) e in ottavi nel 2020 (fermato dalla vendetta di Rublev), gli altri azzurri in ottavi stanno sulle dita di una mano:

  • Adriano Panatta nel ’78 battè per ritiro Orantes sul 4-1, poi Nichols 6-2 6-4, quindi Riessen 7-5 al terzo. Perse da Connors 7-5 al quinto al termine di un match straordinario, secondo Rino Tommasi il migliore mai giocato da Adriano
  • Gianluca Pozzi nel ’94 superò Furlan, Mansdorf e Zoecke, perse da Karbacher in quattro set quando avrebbe potuto vincere. In quell’anno Andrea Gaudenzi sorprese Jim Courier testa di serie n.2 al secondo turno, ma poi fallì al terzo la prova del nove contro il modesto Renzebrink
  • Davide Sanguinetti nel 2005, 33 anni, battè Arthurs, Moya, Srichaphan in un match pazzesco che ricordo benissimo sull’Armstrong Stadium (6-3 4-6 6-7 7-6 76). Perse contro Nalbandian in quattro set dopo aver vinto il primo.
  • Fabio Fognini nel 2015 (l’anno della finale Pennetta-Vinci) con Fabio che rimontò due set a Rafa Nadal in un altro match “storico”. Nadal aveva perso una sola partita da un vantaggio di due set, contro Federer a Miami, e gli sarebbe poi capitato solo una terza volta (Tsitsipas all’Australian Open 2021)
  • Paolo Lorenzi nel 2017 battè Sousa, Muller e Fabbiano, perse da Anderson 6-4 al quarto set.

Per il resto, prima di riferirvi che cosa ha detto senza troppi peli sulla lingua ai colleghi serbi Novak Djokovic sul leit motif di questi giorni, i toilet-break di Tsitsipas e ora anche del suo imitatore Jenson Brooksby che si è concesso impunemente due break di 12 e 7 minuti (sic!) nel corso del suo match con il furibondo Fritz, osservo che finora in questi primi due turni si è trattato di un US Open estremamente rispettoso delle gerarchie del seeding. Nel torneo maschile sono approdati al terzo turno tutti i primi sette favoriti. Sono “saltati” il n.8 Ruud, il n.9 Carreno Busta, il n.10 Hurkacz, ma insomma niente di che. Eppure in ottavi però troveremo almeno tre outsider: Seppi o Otte, Laaksonen o Gojowczyk, Van De Zandschulp o Bagnis.

Fra le donne ancora maggior rispetto per il ranking: delle prime 16 teste di serie manca all’appello solo Brady n.12, infortunata e ritiratasi prima dell’inizio del torneo. Un fatto quasi più unico che raro (cito a memoria, però, non avendo il tempo di verificare). E una outsider sicura in ottavi al momento non c’è.

Ma veniamo a Djokovic: un collega serbo, Sasa Ozmo, gli ha chiesto che cosa pensasse della vicenda Tsitsipas che aveva fatto infuriare Andy Murray e che a Cincinnati aveva spinto Zverev ad accusare Tsitsipas di aver scambiato messaggi text con il padre mentre si era rinchiuso in bagno (un po’ come quegli studenti che si facevano tradurre le versioni di latino e greco dal gabinetto…). E Tsitsipas non è stato il solo casus belli: come detto, lo ha fatto anche Jenson Brooksby.

Novak: “Ho visto che Tsitsipas ha detto che non ha fatto nulla contro le regole e che non capisce perché sia stato così criticato; ha anche detto che dovrebbero esserci delle conseguenze solo per chi infrange qualche regola. E sono d’accordo con lui su questo. Al contempo capisco Andy e Zverev, che hanno avuto problemi con questa situazione. Ci dovrebbe essere un limite. Come tennista devi riconoscere che se vai avanti troppo a lungo danneggi il tuo avversario. Ma se guardiamo il libro delle regole, Tsitsipas non ne ha infranto alcuna”.

Dopo questo primo commento Novak ha però anche suggerito: “Dobbiamo assolutamente mettere un limite ai toilet-break, che sia 5 o 6 o 7 minuti. O altro. Un’orologio deve scattar e il countdown comincia appena il giocatore lascia il campo., E lo devi rispettare. Non capisco perché la regola sia così vaga: puoi stare per 2 minuti come per 20! Questa regola va cambiata. Lo ripeto e solidarizzo con Andy perché si è freddato nell’attesa, ma posso capire anche Tsitsipas perché dice: ‘Non c’è un limite di tempo, nessuno me lo ha imposto’. Questo è tutto quello che ho da dire”.

Beh, in questo caso il “ribelle” del PTPA Djokovic è stato un po’ troppo tenero con chi ha aspettato che scoppiasse questo caso senza prendere prima alcun provvedimento, inclusi quelli necessari per regolamentare meglio anche i MTO, sia per frequenza, sia per durata, sia per il luogo degli interventi. ATP, WTA e Slam hanno dormito a lungo. Speriamo si sveglino presto.  

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