Kerber vincitrice degli Australian Open contro Serena Williams. Come è stato possibile?

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Kerber vincitrice degli Australian Open contro Serena Williams. Come è stato possibile?

Le ragioni tecniche e psicologiche della partita agli Australian Open che ha determinato un successo storico per il tennis femminile. Ecco perché non è una definizione eccessiva

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Lo Slam appena concluso ha proposto moltissimi spunti interessanti, tanto che nello spazio di un solo articolo non è possibile trattarli tutti. Per questa settimana mi dedico alla vincitrice, Angelique Kerber, e ai temi tecnici della finale, ma conto di tornare sugli altri argomenti prossimamente.

Gli ultimi Australian Open sono stati un crescendo: iniziati con tante eliminazioni eccellenti e match non particolarmente memorabili, si sono invece conclusi con una partita appassionante, in cui proprio il set conclusivo è stato il migliore dei tre giocati. Sotto questo aspetto il torneo di Melbourne è stata una di quelle storie di sport perfette per essere ricordate e raccontate, con il clou proprio al termine dell’evento.

Ma la finale di Melbourne ha coinciso anche con il clou della carriera di Angelique Kerber, che nella sua vita sportiva di fasi di crescita importanti ne ha vissute almeno due.
Il primo grande salto in avanti era avvenuto tra il 2011 (semifinalista agli US Open da sconosciuta numero 92 del mondo) e il 2012 (altra semifinale a Wimbledon).

 

Dopo quel biennio si era assestata in top ten grazie a tanti buoni piazzamenti, ad un paio di vittorie in tornei International e a diverse sconfitte in finale in tornei di livello Premier. Ma oltre pareva non fosse in grado di andare; anzi, all’inizio dell’anno scorso sembrava che la parabola di Angelique stesse cominciando la fase discendente, dopo una serie di sconfitte al primo o secondo turno. In febbraio era uscita dopo tre anni dalla top ten e si era separata dal coach Benjamin Ebrahimzadeh.

La crisi sembrava diventare sempre più profonda e il ranking peggiorava (numero 16 in aprile), ma improvvisamente in maggio era arrivata la svolta; dopo essere tornata a collaborare con il suo storico coach Torben Beltz aveva vinto la finale di Charleston contro Madison Keys. Nel prosieguo della stagione aveva vinto altri tre tornei Premier, su tutte le superfici possibili: dopo l’har-tru della Carolina del sud, la terra rossa di Stoccarda, l’erba di Birmingham e il cemento di Stanford; e sempre al terzo set dopo match combattutissimi.

Come ho già avuto occasione di scrivere, Kerber è una giocatrice piuttosto atipica sul piano tecnico: non soltanto perché mancina (che però utilizza la destra per scrivere), ma anche perché ama di più colpire in corsa che da ferma: ed effettivamente è meno fallosa quando affronta la palla dinamicamente rispetto a quando lo fa con i piedi ben piantati a terra. A questo si aggiunge la propensione ad esaltarsi nelle fasi difensive piuttosto che in quelle offensive.

Ma forse la caratteristica più anomala di Kerber è questa: molto solida su tutti i colpi di contenimento, quando invece vuole spingere non ha un lato più forte tra dritto e rovescio, quanto una combinazione tra le due parti.
Angelique infatti si trova meglio nell’esecuzione del dritto lungolinea e del rovescio incrociato. E visto che è mancina, questo significa che i suoi due migliori colpi di attacco finiscono per insistere verso la stessa zona di campo avversaria: l’angolo del dritto delle giocatrici destre.
Al contrario fatica di più a spingere il dritto incrociato e il rovescio lungolinea: quindi la geometria ci dice che non riesce ad essere ugualmente incisiva verso l’angolo opposto. E infatti in alcuni match, contro avversarie che non tengono conto di questa sua particolarità, arriva a totalizzare il 90% di vincenti indirizzati nella stessa zona di campo.

Con il passare degli anni sempre più giocatrici hanno compreso questa caratteristica di Kerber; e dunque quando si sono trovate a dover difendere in situazioni difficili hanno cominciato a coprire sistematicamente il lato del proprio dritto. Se a questo aggiungiamo che Angelique non possedeva un gran servizio (poco più che una rimessa in gioco) e nemmeno una risposta particolarmente incisiva, si capisce come faticasse ad andare oltre un certo limite di rendimento. Doveva quindi sperare di fare la differenza facendo leva soprattutto sulle qualità difensive e lo spirito battagliero.

Nel 2015 queste doti l’hanno portata a dare vita a molti match appassionanti, tanto che negli Stati Uniti l’avevano definita la migliore “supporting actress” del tennis femminile. In italiano traduciamo l’espressione (che viene utilizzata per i premi Oscar) come “attrice non protagonista”; e quello sembrava il livello massimo a cui Kerber potesse aspirare nel circuito: personaggio importante, ma di supporto e di livello inferiore rispetto alle stelle del tennis femminile, cioè le giocatrici in grado di vincere gli Slam. Invece il successo di Melbourne l’ha trasformata improvvisamente in “leading actress” (attrice protagonista).

Quando avevo scritto di lei un paio di anni fa, avevo suggerito che la sua storia sembrava perfetta per essere raccontata al cinema. E direi che il percorso nel torneo australiano sembra altrettanto perfetto come episodio finale della sceneggiatura. Con l’inizio thriller determinato dall’esordio contro Misaki Doi (6-7, 7-6, 6-3: ha corso il rischio di uscire al primo turno senza nemmeno vincere un set, salvata sul match point da una risposta fuori della sua avversaria), poi il momento del superamento dei propri limiti contro Vika Azarenka (che non aveva mai battuto in carriera), sino al trionfo conclusivo contro un’avversaria considerata quasi imbattibile come Serena Williams.

In realtà il successo australiano non è solo una storia con l’happy end, è soprattutto il frutto di un concreto e impegnativo lavoro di affinamento compiuto tra i 27 e i 28 anni (è nata il 18 gennaio 1988) su diversi aspetti del suo tennis, che potremmo definire la seconda fase di crescita dopo quella del periodo 2011-12.
Innanzitutto il progresso è stato fisico: l’anno scorso Angelique ha perso alcuni chili e questo ha reso ancora migliore la già notevole mobilità, facendo del suo gioco di contenimento uno dei più efficaci, se non il più efficace del circuito.
Poi, rendendosi conto che ormai troppe avversarie conoscevano e anticipavano le sue mosse, ha cominciato a ragionare tatticamente sull’effetto sorpresa: proponendo cioè attacchi verso l’angolo per lei peggiore, per cercare di minare le certezze in chi ormai l’aveva inquadrata come una giocatrice molto prevedibile nelle geometrie di palleggio.
Infine, durante l’ultima off-season, è riuscita a migliorare l’incisività al servizio, e nei primi match del 2016 ha cercato di accrescere l’aggressività in risposta. Contro Azarenka ha saputo mettere a segno alcuni ace in momenti importanti del match, e si è ripetuta poi contro Serena. Non si è trattato di moltissimi punti, ma rispetto a prima hanno significato comunque un progresso nel rendimento complessivo, e si sa che a volte bastano pochi quindici per spostare l’equilibrio di una partita.

Ci sono poi le palle corte: in finale le hanno procurato due punti fondamentali nel game più combattuto (poi vinto per salire 4-2 nel terzo set); in realtà sono una soluzione che è sempre stata presente nel suo repertorio. Per la verità di solito esegue un unico tipo di drop-shot (il rovescio lungolinea) e se ha colto impreparata Serena probabilmente è stato perché nel corso del match non lo aveva mai utilizzato prima. Del resto Angelique tende a proporlo nei momenti in cui sale la pressione e ha qualche dubbio sulle direzioni di gioco del palleggio da fondo.

Questo insieme di cose le ha consentito di raggiungere quello che a mio avviso rimane comunque un successo storico per il tennis femminile.
Perché storico? Si potrebbe pensare al fatto che Serena ha perso una finale Slam dopo cinque anni (Stosur, US Open 2011) e addirittura per la prima volta nella carriera una finale di Major al terzo set (8 vittorie su 8 prima di sabato scorso); ma la definizione sarebbe eccessiva.
In realtà questo successo è storico per una aspetto ancora più strutturale del tennis femminile: da più di dieci anni tutti gli Slam (senza eccezioni) erano stati vinti da giocatrici che prediligono il gioco offensivo, o quanto meno un tennis in cui l’aggressività e il mantenimento del controllo dello scambio sono prioritari. Mai una “difensivista” come Kerber era riuscita a prevalere in oltre quaranta edizioni di un Major femminile, e per trovare il successo di una giocatrice di contenimento direi che occorre risalire al 2004 (Roland Garros, Anastasia Myskina).
A mio avviso la ragione del predominio è questa: a differenza degli uomini, per le donne lo Slam è un torneo sempre disputato due set su tre, ma con in più il giorno di riposo tra un turno e l’altro; questo consente alle attaccanti, che praticano un gioco più rischioso e che richiede maggiore lucidità, di approdare più riposate e incisive nei turni finali rispetto ai normali tornei WTA. Nei tornei WTA invece, che prevedono cinque partite nell’arco di una sola settimana, nelle fasi finali la stanchezza influisce di più, e favorisce chi pratica un tennis meno rischioso e più conservativo.

Va detto che per raggiungere questo successo Angelique ha dovuto comunque migliorare la sua capacità offensiva, sia nei colpi di inizio gioco che durante lo scambio. Non è quindi un caso che contro Azarenka sia riuscita a mettere a segno più vincenti della sua avversaria (31 a 28), ottenendo cosi contro Vika il primo successo in carriera dopo sei sconfitte consecutive.

In finale la qualità difensive di Kerber hanno invece contribuito a evidenziare il limite maggiore della Serena attuale, che è strapotente ed esplosiva, ma che fatica a recuperare lo sforzo dopo gli scambi prolungati. E penso che in questo momento della carriera di Williams siano proprio le giocatrici che riescono ad allungare il palleggio quelle che hanno più possibilità di contrastarla.
Abituata a condurre un tennis da “sprinter”, basato cioè sull’uno-due e deciso dai colpi di inizio gioco, Serena soffre se la partita si allunga e si trasforma: non dico in una maratona, ma quantomeno in una gara di mezzofondo; situazioni che mettono in difficoltà una atleta che negli anni ha aumentato l’esplosività a scapito della resistenza. Ad esempio nel sesto game del terzo set della finale (quello più combattuto) ad un certo punto Serena ha dato l’impressione di trovarsi in debito di ossigeno, e di sicuro questo non l’ha aiutata a servire al meglio. E probabilmente non è un caso che dopo i due scambi vinti da Kerber con il drop-shot, Williams abbia commesso due doppi falli.
Consapevole di questo, nella finale di sabato Serena ha attuato una scelta tattica del tutto ragionevole: ha spesso cercato la rete per evitare di scambiare troppo a lungo da fondo; solo che poi ha commesso molti errori, anche su volèe non impossibili. In realtà da giovane a rete sapeva giocare piuttosto bene, ma nel corso degli anni ha progressivamente abbandonato lo schema attacco/volèe a favore del vincente definitivo da fondo, e penso che la desuetudine a concludere in avanti si sia fatta sentire.
A questo proposito ci sarebbero da aggiungere diverse altre cose sul tennis di Serena e su come si sia trasformato negli ultimi anni, ma per ragioni di spazio rimando ad una prossima occasione.

Riguardo al confronto di stili proposto dalle giocatrici in campo, direi che la finale di Melbourne si può avvicinare ad un altro grande match degli ultimi anni: la semifinale del Masters di Singapore del 2014, quando Serena finì per vincere solo al tiebreak del terzo set contro la migliore Caroline Wozniacki degli ultimi anni.
Anche allora aveva trovato un’avversaria in grado di allungare il palleggio, e di farle sistematicamente giocare il classico “colpo in più”, e che però non rinunciava al contrattacco per chiudere lo scambio. In questo modo Serena era stata portata al limite sul piano della resistenza fisica; al Masters aveva vinto per un soffio (2-6, 6-3, 7-6), mentre a Melbourne non ce l’ha fatta (4-6, 6-3, 4-6). Forse è accaduto perché nel frattempo sono passati 15 mesi, e alla sua età questo potrebbe contare, o forse perché a Singapore giocava con meno pressione che in Australia.

Lo dico perché nella finale lo scarso rendimento nel primo set (23 gratuiti) e la giornata non eccelsa al servizio di Serena, potrebbero avere la stessa ragione che ha inciso sulla sconfitta agli ultimi US Open: la pressione da Grande Slam.
Certo, a New York il traguardo era molto più vicino, ma in realtà se si parte fin dall’inizio della stagione con quell’obiettivo anche il primo Major è determinante. E visto che Mouratoglou aveva dichiarato che Serena poteva conquistare addirittura il Golden Slam (i quattro Slam più le Olimpiadi), allora si capisce che il tassello di Melbourne 2016 era indispensabile quanto quello di New York 2015.
E la mia personale interpretazione dell’ammirevole atteggiamento di Serena a fine match, estremamente sportivo e sorridente, è che in parte derivasse dal sollievo di essersi definitivamente tolta di dosso il peso del “maledetto” Grande Slam. Finalmente con la sconfitta in Australia non se ne parlerà più almeno per dodici mesi, e potrà giocare libera da stress supplementari, con la certezza che nessuna sconfitta potrà riproporre lo choc vissuto l’11 settembre 2015 contro Roberta Vinci.

Un’ultima curiosità: nel 1984 Martina Navratilova aveva fallito la rincorsa al grande Slam esattamente come Serena, cioè perdendo in semifinale dell’ultimo Slam stagionale dopo aver vinto il primo set (6-1, 3-6, 5-7 contro Helena Sukova). L’anno successivo aveva mancato la possibilità di inseguire nuovamente l’impresa perdendo in finale nel primo Slam stagionale: era stata sconfitta in tre set dopo aver vinto il secondo (3-6, 7-6, 5-7 da Chris Evert). Ancora una volta esattamente come Serena.

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WTA, chi migliorerà nel 2022?

Scommesse vecchie e nuove di inizio anno: come sono andate e come andranno le cose nel ranking femminile? Ecco quali spostamenti ho indovinato, quali ho sbagliato, e quali ipotizzo per il futuro

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Clara Tauson (Photo by Alexandre Hergott/Open 6ème Sens - Métropole de Lyon)

Avvertenza: La questione Djokovic, esplosa proprio martedì scorso, ha prodotto come conseguenza anche il rinvio di questa rubrica. Per questo esce oggi l’articolo preparato per il 4 gennaio. Visti i contenuti trattati, mi preme sottolineare che l’articolo non ha subìto alcun cambiamento. Significa cioè che tutte le analisi e i pronostici che leggerete sono precedenti alle partite svolte in questo inizio di 2022. Lo segnalo per dovere di correttezza nei confronti dei lettori.

È terminato il 2021 e comincia in questi giorni la stagione 2022. È il momento di chiudere i bilanci con il passato e dedicarsi al futuro. Quest’anno però oltre al solito tentativo di previsione sulla nuova stagione (che troverete da pagina 3) ho deciso di recuperare un articolo scritto ventiquattro mesi fa. Può sembrare una stravaganza, ma ci sono buoni motivi. Facciamo qualche passo indietro.

Il 7 gennaio 2020 era uscito un pezzo che presentava una serie di previsioni. Non era la prima volta che lo scrivevo, sempre con lo stesso criterio: provare a individuare all’interno delle prime 100 giocatrici del mondo chi avrebbe concluso la stagione con un progresso in classifica. Quel primo articolo, naturalmente, ne sottintendeva anche un secondo alla fine della stagione per verificare l’esito delle previsioni.

 

Poi però nel marzo 2020 la pandemia aveva bloccato i tornei, il Tour era stato gravemente menomato e, in sovrappiù WTA aveva modificato i criteri di calcolo della classifica. Per questi motivi ritenevo le regole del gioco troppo alterate per considerare la “scommessa” ancora valida. Ne ero così convinto che non sono più nemmeno andato a controllare i 14 nomi su cui avevo puntato per scoprire se, come previsore, ne sarei uscito bene o male. Tutto annullato.

Qualche giorno fa, però, mi è tornata in mente quella scommessa e mi sono detto che forse poteva avere un senso fare il controllo riferendosi a quanto accaduto nel 2021. Certo, sappiamo che anche nel 2021 non è stato proprio tutto normale, ma in fondo si tratta semplicemente di verificare le scelte di allora basandosi sui risultati dell’anno successivo. Una variazione che mi sembra più accettabile.

Una volta decisa la verifica, ho pensato di indicare per completezza anche la posizione alla fine del 2020. Ma, lo ripeto, il mio riferimento è quello di fine 2021. Ecco la lista dei 14 nomi secondo l’ordine dell’articolo originario di due anni fa.

Camila Giorgi
ranking di riferimento (fine 2019): n°100
ranking 2020: 75
ranking 2021: 34
Differenza: +66
Camila Giorgi è una giocatrice molto seguita dagli appassionati italiani: non è necessario entrare nel dettaglio dei suoi risultati. Su tutti rimane la vittoria nel WTA 1000 di Montreal 2021, che le ha permesso di riavvicinarsi alle prime 30 del mondo. Direi che come scommessa non era molto rischiosa, visto il ranking di partenza.

Jasmine Paolini
ranking di riferimento (fine 2019): 96
ranking 2020: 96
ranking 2021: 53
Differenza: +43
Per Paolini le cose non erano scontate come per Giorgi, ma secondo me si intuiva che Jasmine stava trovando il modo giusto di affrontare il livello WTA. Nel 2020, forse a causa della programmazione spezzettata dalla pandemia, non era riuscita a ingranare. La crescita di rendimento del 2021 è stata però evidente, coronata dalla vittoria a Portorose (primo titolo WTA della carriera).

Anastasia Potapova
ranking di riferimento (fine 2019): 92
ranking 2020: 100
ranking 2021: 69
Differenza: +23
Potapova aveva avuto un 2020 tribolatissimo, visto che dopo la pandemia non era più scesa in campo. Prima lo stop delle competizioni, poi la decisione di operarsi alla caviglia che l’ha tenuta ferma sino al mese di dicembre. Se a fine 2020 non è crollata nel ranking è stato grazie alla introduzione delle nuove regole che le hanno permesso di tenere validi molti punti del 2019.

Tecnicamente più attendibile la stagione 2021. Senza acuti particolari (3 quarti di finale come massimo), ma sufficienti per un progresso di oltre 20 posizioni. Neanche male per una giocatrice che ha compiuto vent’anni solo qualche mese fa.

Christina McHale
ranking di riferimento (fine 2019): 88
ranking 2020: 80
ranking 2021: 158
Differenza: -70
Tredici successi nel 2020, stagione in cui si è potuto giocare meno del solito, appena 8 successi (con 22 sconfitte) nel 2021, quando il Tour si è riavvicinato alla normalità. In sostanza la stagione negativa che ha vissuto Christina McHale condanna senza appello la mia previsione.

Taylor Townsend
ranking di riferimento (fine 2019): 81
ranking 2020: 89
ranking 2021: 293
Differenza: -212
La pandemia e la maternità; la somma di questi due fattori spiegano l’attuale classifica di Taylor Townsend. Direi che nel suo caso le vicende extra tennistiche hanno influito in modo così determinante da rendere la scommessa senza riferimenti tecnici. Nel 2020, una volta scoppiata la pandemia, Townsend aveva preferito non uscire dagli Stati Uniti. E questo non sorprende, visto che già in passato aveva anteposto ad alcuni impegni nel Tour la partecipazione a manifestazioni nazionali, come il World Team Tennis.

Poi però è stata la maternità a fermare le sue competizioni. Di fatto, dal marzo 2020 Townsend ha disputato solo due partite valide per conquistare punti WTA (entrambe perse): il primo turno di qualificazione a Cincinnati 2020 e il primo turno allo US Open 2020.

Coco Gauff
ranking di riferimento (fine 2019): 68
ranking 2020: 48
ranking 2021: 22
Differenza: +46
Alla fine del 2019 Coco Gauff era reduce dal primo successo in un torneo WTA, a Linz, a nemmeno 16 anni. Il dubbio che la circondava non era tanto sulle potenzialità fisico-tecniche quanto piuttosto sui rischi determinati dalla precocità. A oggi però sembra essere stata brava a reggere le pressioni, tanto che nel settembre scorso per alcune settimane è stata anche Top 20.

Iga Swiatek
ranking di riferimento (fine 2019): 60
ranking 2020: 17
ranking 2021: 9
Differenza: +51
Non c’è bisogno di dire molto su Iga Swiatek. Numeri e risultati parlano per lei: uno Slam vinto già nel 2020 e l’ingresso in Top 10 nel 2021.

a pagina 2: Le altre sette giocatrici scelte due anni fa

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WTA Hot Shots! (12) + 12 punti memorabili del 2021

Seconda parte dell’articolo dedicato ad alcuni grandi scambi della stagione 2021, con protagoniste attese ma anche sorprendenti

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Laura Siegemund - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Ultimo articolo della rubrica del martedì per il 2021, dedicato alla seconda parte della carrellata dei migliori punti della stagione. Come ho già spiegato la scorsa settimana, la scelta di partenza è stata quella di dividere i punti in due categorie: grandi colpi e grandi scambi. Dopo la prima parte riservata ai singoli colpi (vedi QUI), nella seconda ci concentriamo sui grandi scambi.

Ribadisco che non c’è alcuna pretesa di completezza né tanto meno di oggettività. Si tratta di un semplice svago, basato su scelte del tutto opinabili: una scusa per continuare a parlare di tennis anche quando le competizioni sono ferme. Per dare più pepe al gioco, ho deciso di mettere i punti in ordine da 12 a 1, ma confesso che non sono stato molto a riflettere sulle posizioni. Via dunque alla carrellata dedicata ai dodici scambi del 2021.

12. Karolina Pliskova e Viktorija Golubic
(QF Wimbledon, Pliskova b. Golubic 6-2, 6-2)
Cominciamo la rassegna con due punti (posizione 12 e posizione 11) che vedono protagonista Karolina Pliskova, che dopo un avvio di 2021 opaco ha progressivamente ritrovato la forma, sbocciando con il suo tennis migliore a Wimbledon.

 

Qui siamo nei quarti di finale contro una delle sorprese del torneo, Viktorija Golubic, e dallo scambio capiamo i motivi che hanno permesso a Karolina di arrivare in finale ai Championships. Infatti alle sue riconosciute doti di attaccante aggiunge alto rendimento in ambiti che non sono propriamente il suo forte: mobilità e recuperi difensivi. E così prima salva in allungo di dritto, poi di rovescio, per concludere con l’ultima perla rappresentata da un rovescio in avanzamento.

11. Karolina Pliskova e Sara Sorribes Tormo
(QF Montreal, Pliskova b. Sorribes Tormo 6-4, 6-0)
Il secondo set vinto 6-0 contro Sorribes Tormo a Montreal è stato forse il set migliore disputato da Pliskova in tutto il 2021. Ricordo che in quel momento Sorribes era in un periodo di grande condizione (qualche giorno prima a Tokyo aveva sconfitto la numero 1 Barty), ed era capace di offrire tennis di contenimento di alto livello. Tanto che spesso provocava alle sue avversarie dei “fuori giri” offensivi, causate dalla frustrazione che le coglieva di fronte alla impossibilità di sfondare il muro difensivo eretto dalla giocatrice spagnola.

Ecco, dare 6-0 a quella Sorribes significava raggiungere livelli di gioco eccezionali. E in un certo senso il punto proposto lo dimostra: nel corso dello scambio Karolina non riesce a sfondare in avvio, e anzi deve a sua volta impegnarsi in difesa, prima di trovare finalmente il colpo definitivo.

10. Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko
(QF Eastbourne, Ostapenko b. Kasatkina 1-6, 7-5, 6-2)
Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko sono due delle rappresentanti della generazione del 1997 che qualche anno fa si era messa in luce per la precocità ad alti livelli. Ancora teenager, per esempio, erano state protagoniste sulla terra di Charleston 2017 di una delle più giovani finali della recente WTA.

Nel 2021 Daria e Jelena si sono incontrate due volte, sempre sull’erba e ha sempre vinto Ostapenko, anche se al termine di partite tirate. Qui siamo a Eastbourne, poi si ritroveranno a Wimbledon e il match finirà 6-1, 3-6, 8-6. Il punto in questione è interessante perché si gioca tutto (o quasi) sulla diagonale sinistra. Ostapenko prova diverse soluzioni per sfondare: rovesci di pesantezza e angoli differenti, ma anche un dritto anomalo e perfino un dropshot. Ma Kasatkina riesce sempre a replicare, concludendo il punto con un cambio di direzione di assoluta accuratezza.

9. Mihaela Buzarnescu e Serena Williams
(2T Roland Garros, Williams b. Buzarnescu 6-3, 5-7, 6-1)
I prossimi due punti sono scelti dallo stesso match, disputato al Roland Garros fra due tenniste molto esperte: Serena Williams 39 anni e Mihaela Buzarnescu, 33 anni. Dopo l’infortunio subito nel 2018 alla caviglia, Buzarnescu non è più riuscita a recuperare la continuità ad alti livelli esibita in quella straordinaria stagione. Ma questo non significa che non sappia ancora oggi dimostrare tutte le sue qualità tecniche.

In questo scambio siamo nel secondo set, con Serena all’attacco e Mihaela in difesa, che sfodera una serie di recuperi eccezionali. La chiave del punto è la lettura anticipata dei contropiede. Deliziosi per sensibilità del braccio i due colpi a fine scambio.

8. Serena Williams e Mihaela Buzarnescu
(2T Roland Garros, Williams b. Buzarnescu 6-3, 5-7, 6-1)
Stesse protagoniste e stesso match della posizione numero 9, ma qui il punto è forse ancora più spettacolare. Siamo nel terzo set, e lo scambio si dipana con una serie di colpi in cui attacchi e recuperi cambiano più volte l’inerzia della situazione.

Non entro nel dettaglio sui diversi rovesciamenti di fronte, ma alla fine non si può che concordare con l’ammirevole fair play di Buzarnescu, che applaude il colpo definitivo di Serena.

7. Ashleigh Barty e Jil Teichmann
(Fin. Cincinnati, Barty b. Teichmann 6-3 6-1)
Non chiedetemi perché, ma questo è il punto giocato da Barty nel 2021 che mi è rimasto più impresso di tutta la sua stagione. Non so se sia davvero il suo migliore, ma a mio avviso racchiude in pochi secondi tante delle sue qualità tecniche e di tocco. Siamo a Cincinnati, in un match che vede di fronte la testa di serie numero 1 Barty contro la sorpresa Jil Teichmann, che ha raggiunto la finale giocando il miglior tennis della carriera.

E che Jil sia in forma lo si capisce da come riesce a tenere testa a tutte le soluzioni differenti che Ashleigh sviluppa durante lo scambio. Anzi: sembra addirittura avere la meglio quando riesce ad agganciare il dropshot di Barty replicando con un rovescio incrociato (da mancina) strettissimo. E invece Ashleigh è in grado di trovare la soluzione migliore con un dritto eseguito correndo in avanti e, malgrado questo, piazzato alla perfezione. Peccato per la pessima qualità del video, che per lunghi tratti rende la palla invisibile.

a pagina 2: Gli scambi dalla posizione 6 alla 1

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WTA Hot Shots! 12 (+12) punti memorabili del 2021

Prima parte dell’articolo dedicato ad alcuni grandi colpi della stagione 2021, con protagoniste attese ma anche sorprendenti

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Ons Jabeur

Ultimi due articoli dell’anno, dedicati ai migliori punti del 2021. Come già in passato, ho deciso di dividerli in due categorie: grandi colpi e grandi scambi. Penso sia l’unica strada possibile per dare ordine al materiale scelto, perché altrimenti i punti avrebbero caratteristiche così diverse da non essere quasi paragonabili. In alcuni casi la distinzione è difficile, ma ho preferito incorrere in qualche scelta dubbia piuttosto che mischiare situazioni troppo differenti.

Le fonti da cui sono ricavati i punti sono sostanzialmente due: le diverse scelte che si trovano su Internet e i promemoria che prendo io stesso durante l’anno mentre seguo le partite, e che spero rendano la selezione meno scontata. Purtroppo poi non sempre riesco a recuperare i video dei punti individuati, e questo finisce per limitare la presentazione. In ogni caso non ho alcuna pretesa di completezza né tanto meno di oggettività. Si tratta di un semplice svago, basato su scelte del tutto opinabili: una scusa per continuare a parlare di tennis anche quando le competizioni sono ferme.

Per dare più pepe al gioco, ho deciso di mettere i punti in ordine da 12 a 1, ma confesso che non sono stato molto a riflettere sulle posizioni. Cominciamo con i colpi, per gli scambi ci ritroveremo martedì 28 dicembre.

 

12. Harmony Tan
(2T Roland Garros, Vondrousova b. Tan 6-1, 6-3)
Nella selezione degli Hot Shots non può mancare un tweener. Tra tutti quelli della stagione 2021 ho scelto questo perché eseguito dopo una corsa in diagonale, una situazione che rende più difficile mantenere la percezione del campo spalle alla rete. Protagonista Harmony Tan, giocatrice francese ammessa nel tabellone principale del Roland Garros grazie a una wild card. E in un momento di buona forma, altrimenti al primo turno non avrebbe vinto il derby contro la ben più titolata Alizè Cornet.

Veniamo al punto. Tan si trova contro Marketa Vondrousova, che dello schema “dritto incrociato profondo + palla corta di rovescio lungolinea” ha fatto uno degli architravi del suo gioco: una situazione ampiamente codificata del suo modo di stare in campo (vedi QUI). In certe situazioni Marketa non perdona: parte il drop shot e diventa difficile cavarsela. Qui però Tan è molto brava nella doppia corsa avanti-indietro conclusa dal tweener potente e preciso che sorprende tutti, inclusa Vondrousova.

11. Dayana Yastremska
(1T US Open, Kerber b. Yastremska 3-6, 6-4, 7-6)
Immagino i dubbi dei detrattori: Dayana Yastremska è una giocatrice da “o la va o la spacca”, tanto che quando si è affacciata sul circuito proponeva un tennis con tassi di rischio e aggressività mai visti prima. E non era una semplice sensazione, ma un dato confermato dagli statistici.

US Open, match contro Kerber. Lo scambio di per sé è semplicissimo: Yastremska serve a uscire, e non è nemmeno una cattiva battuta; ma Kerber risponde ancora più incrociato con una parabola strettissima che obbliga l’avversaria oltre il corridoio. A questo punto Dayana sa che l’inerzia dello spostamento la spingerà fuori dal campo in modo quasi irreversibile. E allora si inventa una replica di dritto di assoluta precisione: il suo dritto passa fra la il seggiolone del giudice arbitro e il paletto della rete, atterrando esattamente all’incrocio delle righe, imprendibile per chiunque.

a pagina 2: I colpi da 10 a 6

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