Kerber vincitrice degli Australian Open contro Serena Williams. Come è stato possibile?

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Kerber vincitrice degli Australian Open contro Serena Williams. Come è stato possibile?

Le ragioni tecniche e psicologiche della partita agli Australian Open che ha determinato un successo storico per il tennis femminile. Ecco perché non è una definizione eccessiva

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Lo Slam appena concluso ha proposto moltissimi spunti interessanti, tanto che nello spazio di un solo articolo non è possibile trattarli tutti. Per questa settimana mi dedico alla vincitrice, Angelique Kerber, e ai temi tecnici della finale, ma conto di tornare sugli altri argomenti prossimamente.

Gli ultimi Australian Open sono stati un crescendo: iniziati con tante eliminazioni eccellenti e match non particolarmente memorabili, si sono invece conclusi con una partita appassionante, in cui proprio il set conclusivo è stato il migliore dei tre giocati. Sotto questo aspetto il torneo di Melbourne è stata una di quelle storie di sport perfette per essere ricordate e raccontate, con il clou proprio al termine dell’evento.

Ma la finale di Melbourne ha coinciso anche con il clou della carriera di Angelique Kerber, che nella sua vita sportiva di fasi di crescita importanti ne ha vissute almeno due.
Il primo grande salto in avanti era avvenuto tra il 2011 (semifinalista agli US Open da sconosciuta numero 92 del mondo) e il 2012 (altra semifinale a Wimbledon).

 

Dopo quel biennio si era assestata in top ten grazie a tanti buoni piazzamenti, ad un paio di vittorie in tornei International e a diverse sconfitte in finale in tornei di livello Premier. Ma oltre pareva non fosse in grado di andare; anzi, all’inizio dell’anno scorso sembrava che la parabola di Angelique stesse cominciando la fase discendente, dopo una serie di sconfitte al primo o secondo turno. In febbraio era uscita dopo tre anni dalla top ten e si era separata dal coach Benjamin Ebrahimzadeh.

La crisi sembrava diventare sempre più profonda e il ranking peggiorava (numero 16 in aprile), ma improvvisamente in maggio era arrivata la svolta; dopo essere tornata a collaborare con il suo storico coach Torben Beltz aveva vinto la finale di Charleston contro Madison Keys. Nel prosieguo della stagione aveva vinto altri tre tornei Premier, su tutte le superfici possibili: dopo l’har-tru della Carolina del sud, la terra rossa di Stoccarda, l’erba di Birmingham e il cemento di Stanford; e sempre al terzo set dopo match combattutissimi.

Come ho già avuto occasione di scrivere, Kerber è una giocatrice piuttosto atipica sul piano tecnico: non soltanto perché mancina (che però utilizza la destra per scrivere), ma anche perché ama di più colpire in corsa che da ferma: ed effettivamente è meno fallosa quando affronta la palla dinamicamente rispetto a quando lo fa con i piedi ben piantati a terra. A questo si aggiunge la propensione ad esaltarsi nelle fasi difensive piuttosto che in quelle offensive.

Ma forse la caratteristica più anomala di Kerber è questa: molto solida su tutti i colpi di contenimento, quando invece vuole spingere non ha un lato più forte tra dritto e rovescio, quanto una combinazione tra le due parti.
Angelique infatti si trova meglio nell’esecuzione del dritto lungolinea e del rovescio incrociato. E visto che è mancina, questo significa che i suoi due migliori colpi di attacco finiscono per insistere verso la stessa zona di campo avversaria: l’angolo del dritto delle giocatrici destre.
Al contrario fatica di più a spingere il dritto incrociato e il rovescio lungolinea: quindi la geometria ci dice che non riesce ad essere ugualmente incisiva verso l’angolo opposto. E infatti in alcuni match, contro avversarie che non tengono conto di questa sua particolarità, arriva a totalizzare il 90% di vincenti indirizzati nella stessa zona di campo.

Con il passare degli anni sempre più giocatrici hanno compreso questa caratteristica di Kerber; e dunque quando si sono trovate a dover difendere in situazioni difficili hanno cominciato a coprire sistematicamente il lato del proprio dritto. Se a questo aggiungiamo che Angelique non possedeva un gran servizio (poco più che una rimessa in gioco) e nemmeno una risposta particolarmente incisiva, si capisce come faticasse ad andare oltre un certo limite di rendimento. Doveva quindi sperare di fare la differenza facendo leva soprattutto sulle qualità difensive e lo spirito battagliero.

Nel 2015 queste doti l’hanno portata a dare vita a molti match appassionanti, tanto che negli Stati Uniti l’avevano definita la migliore “supporting actress” del tennis femminile. In italiano traduciamo l’espressione (che viene utilizzata per i premi Oscar) come “attrice non protagonista”; e quello sembrava il livello massimo a cui Kerber potesse aspirare nel circuito: personaggio importante, ma di supporto e di livello inferiore rispetto alle stelle del tennis femminile, cioè le giocatrici in grado di vincere gli Slam. Invece il successo di Melbourne l’ha trasformata improvvisamente in “leading actress” (attrice protagonista).

Quando avevo scritto di lei un paio di anni fa, avevo suggerito che la sua storia sembrava perfetta per essere raccontata al cinema. E direi che il percorso nel torneo australiano sembra altrettanto perfetto come episodio finale della sceneggiatura. Con l’inizio thriller determinato dall’esordio contro Misaki Doi (6-7, 7-6, 6-3: ha corso il rischio di uscire al primo turno senza nemmeno vincere un set, salvata sul match point da una risposta fuori della sua avversaria), poi il momento del superamento dei propri limiti contro Vika Azarenka (che non aveva mai battuto in carriera), sino al trionfo conclusivo contro un’avversaria considerata quasi imbattibile come Serena Williams.

In realtà il successo australiano non è solo una storia con l’happy end, è soprattutto il frutto di un concreto e impegnativo lavoro di affinamento compiuto tra i 27 e i 28 anni (è nata il 18 gennaio 1988) su diversi aspetti del suo tennis, che potremmo definire la seconda fase di crescita dopo quella del periodo 2011-12.
Innanzitutto il progresso è stato fisico: l’anno scorso Angelique ha perso alcuni chili e questo ha reso ancora migliore la già notevole mobilità, facendo del suo gioco di contenimento uno dei più efficaci, se non il più efficace del circuito.
Poi, rendendosi conto che ormai troppe avversarie conoscevano e anticipavano le sue mosse, ha cominciato a ragionare tatticamente sull’effetto sorpresa: proponendo cioè attacchi verso l’angolo per lei peggiore, per cercare di minare le certezze in chi ormai l’aveva inquadrata come una giocatrice molto prevedibile nelle geometrie di palleggio.
Infine, durante l’ultima off-season, è riuscita a migliorare l’incisività al servizio, e nei primi match del 2016 ha cercato di accrescere l’aggressività in risposta. Contro Azarenka ha saputo mettere a segno alcuni ace in momenti importanti del match, e si è ripetuta poi contro Serena. Non si è trattato di moltissimi punti, ma rispetto a prima hanno significato comunque un progresso nel rendimento complessivo, e si sa che a volte bastano pochi quindici per spostare l’equilibrio di una partita.

Ci sono poi le palle corte: in finale le hanno procurato due punti fondamentali nel game più combattuto (poi vinto per salire 4-2 nel terzo set); in realtà sono una soluzione che è sempre stata presente nel suo repertorio. Per la verità di solito esegue un unico tipo di drop-shot (il rovescio lungolinea) e se ha colto impreparata Serena probabilmente è stato perché nel corso del match non lo aveva mai utilizzato prima. Del resto Angelique tende a proporlo nei momenti in cui sale la pressione e ha qualche dubbio sulle direzioni di gioco del palleggio da fondo.

Questo insieme di cose le ha consentito di raggiungere quello che a mio avviso rimane comunque un successo storico per il tennis femminile.
Perché storico? Si potrebbe pensare al fatto che Serena ha perso una finale Slam dopo cinque anni (Stosur, US Open 2011) e addirittura per la prima volta nella carriera una finale di Major al terzo set (8 vittorie su 8 prima di sabato scorso); ma la definizione sarebbe eccessiva.
In realtà questo successo è storico per una aspetto ancora più strutturale del tennis femminile: da più di dieci anni tutti gli Slam (senza eccezioni) erano stati vinti da giocatrici che prediligono il gioco offensivo, o quanto meno un tennis in cui l’aggressività e il mantenimento del controllo dello scambio sono prioritari. Mai una “difensivista” come Kerber era riuscita a prevalere in oltre quaranta edizioni di un Major femminile, e per trovare il successo di una giocatrice di contenimento direi che occorre risalire al 2004 (Roland Garros, Anastasia Myskina).
A mio avviso la ragione del predominio è questa: a differenza degli uomini, per le donne lo Slam è un torneo sempre disputato due set su tre, ma con in più il giorno di riposo tra un turno e l’altro; questo consente alle attaccanti, che praticano un gioco più rischioso e che richiede maggiore lucidità, di approdare più riposate e incisive nei turni finali rispetto ai normali tornei WTA. Nei tornei WTA invece, che prevedono cinque partite nell’arco di una sola settimana, nelle fasi finali la stanchezza influisce di più, e favorisce chi pratica un tennis meno rischioso e più conservativo.

Va detto che per raggiungere questo successo Angelique ha dovuto comunque migliorare la sua capacità offensiva, sia nei colpi di inizio gioco che durante lo scambio. Non è quindi un caso che contro Azarenka sia riuscita a mettere a segno più vincenti della sua avversaria (31 a 28), ottenendo cosi contro Vika il primo successo in carriera dopo sei sconfitte consecutive.

In finale la qualità difensive di Kerber hanno invece contribuito a evidenziare il limite maggiore della Serena attuale, che è strapotente ed esplosiva, ma che fatica a recuperare lo sforzo dopo gli scambi prolungati. E penso che in questo momento della carriera di Williams siano proprio le giocatrici che riescono ad allungare il palleggio quelle che hanno più possibilità di contrastarla.
Abituata a condurre un tennis da “sprinter”, basato cioè sull’uno-due e deciso dai colpi di inizio gioco, Serena soffre se la partita si allunga e si trasforma: non dico in una maratona, ma quantomeno in una gara di mezzofondo; situazioni che mettono in difficoltà una atleta che negli anni ha aumentato l’esplosività a scapito della resistenza. Ad esempio nel sesto game del terzo set della finale (quello più combattuto) ad un certo punto Serena ha dato l’impressione di trovarsi in debito di ossigeno, e di sicuro questo non l’ha aiutata a servire al meglio. E probabilmente non è un caso che dopo i due scambi vinti da Kerber con il drop-shot, Williams abbia commesso due doppi falli.
Consapevole di questo, nella finale di sabato Serena ha attuato una scelta tattica del tutto ragionevole: ha spesso cercato la rete per evitare di scambiare troppo a lungo da fondo; solo che poi ha commesso molti errori, anche su volèe non impossibili. In realtà da giovane a rete sapeva giocare piuttosto bene, ma nel corso degli anni ha progressivamente abbandonato lo schema attacco/volèe a favore del vincente definitivo da fondo, e penso che la desuetudine a concludere in avanti si sia fatta sentire.
A questo proposito ci sarebbero da aggiungere diverse altre cose sul tennis di Serena e su come si sia trasformato negli ultimi anni, ma per ragioni di spazio rimando ad una prossima occasione.

Riguardo al confronto di stili proposto dalle giocatrici in campo, direi che la finale di Melbourne si può avvicinare ad un altro grande match degli ultimi anni: la semifinale del Masters di Singapore del 2014, quando Serena finì per vincere solo al tiebreak del terzo set contro la migliore Caroline Wozniacki degli ultimi anni.
Anche allora aveva trovato un’avversaria in grado di allungare il palleggio, e di farle sistematicamente giocare il classico “colpo in più”, e che però non rinunciava al contrattacco per chiudere lo scambio. In questo modo Serena era stata portata al limite sul piano della resistenza fisica; al Masters aveva vinto per un soffio (2-6, 6-3, 7-6), mentre a Melbourne non ce l’ha fatta (4-6, 6-3, 4-6). Forse è accaduto perché nel frattempo sono passati 15 mesi, e alla sua età questo potrebbe contare, o forse perché a Singapore giocava con meno pressione che in Australia.

Lo dico perché nella finale lo scarso rendimento nel primo set (23 gratuiti) e la giornata non eccelsa al servizio di Serena, potrebbero avere la stessa ragione che ha inciso sulla sconfitta agli ultimi US Open: la pressione da Grande Slam.
Certo, a New York il traguardo era molto più vicino, ma in realtà se si parte fin dall’inizio della stagione con quell’obiettivo anche il primo Major è determinante. E visto che Mouratoglou aveva dichiarato che Serena poteva conquistare addirittura il Golden Slam (i quattro Slam più le Olimpiadi), allora si capisce che il tassello di Melbourne 2016 era indispensabile quanto quello di New York 2015.
E la mia personale interpretazione dell’ammirevole atteggiamento di Serena a fine match, estremamente sportivo e sorridente, è che in parte derivasse dal sollievo di essersi definitivamente tolta di dosso il peso del “maledetto” Grande Slam. Finalmente con la sconfitta in Australia non se ne parlerà più almeno per dodici mesi, e potrà giocare libera da stress supplementari, con la certezza che nessuna sconfitta potrà riproporre lo choc vissuto l’11 settembre 2015 contro Roberta Vinci.

Un’ultima curiosità: nel 1984 Martina Navratilova aveva fallito la rincorsa al grande Slam esattamente come Serena, cioè perdendo in semifinale dell’ultimo Slam stagionale dopo aver vinto il primo set (6-1, 3-6, 5-7 contro Helena Sukova). L’anno successivo aveva mancato la possibilità di inseguire nuovamente l’impresa perdendo in finale nel primo Slam stagionale: era stata sconfitta in tre set dopo aver vinto il secondo (3-6, 7-6, 5-7 da Chris Evert). Ancora una volta esattamente come Serena.

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Wimbledon, le lacrime di Katie Boulter e il segreto rivelato a fine partita

Boulter ha confidato che sua nonna è venuta a mancare martedì, il giorno della sua vittoria al primo turno. Ora punta alla seconda settimana

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Katie Boulter (GBR), Wimbledon. Credit: AELTC/Ian Walton

La 25enne Katie Boulter sta vivendo in assoluto il suo miglior Wimbledon, dove alla sua sesta partecipazione (qualificazioni incluse) ha raggiunto il terzo turno per la prima volta. Tuttavia per certi versi questo non si può definire il suo torneo più felice. Ieri infatti, dopo la vittoria in rimonta su Karolina Pliskova per 3-6 7-6(4) 6-4, la tennista britannica visibilmente commossa ha spiegato, nell’intervista rilasciata in campo davanti al pubblico del Campo Centrale, la situazione di lutto familiare che l’ha toccata. Il successo su Pliskova, finalista della passata edizione infatti, è stato dedicato da Boulter a sua nonna venuta a mancare martedì, proprio il giorno in cui lei ha disputato il primo turno (vinto in due set con Burel). La madre della tennista ha deciso di non informarla della cosa fino al termine del match, per assicurarsi che la sua prestazione non venisse influenzata emotivamente. “Non sapevo nulla fino a dopo il mio primo incontro in cui mia madre mi ha praticamente preso da parte e me lo ha detto” ha spiegato Boulter.

Come si legge su The Thelegraph, anche suo nonno in lutto Brian Gartshore, visibilmente commosso, ha viaggiato da Leicestershire per essere nel box giocatori sugli spalti ed esultare per il match della nipote vinto ieri. L’impatto della famiglia, e soprattutto dei nonni, è stato fortissimo nella formazione di Boutler. Basti pensare che sua nonna era una campionessa regionale di tennis, e viveva vicino al club di tennis dove Katie ha colpito le sue prime palline da bambina; mentre il nonno – un inventore che ha inventato il cartellino dei negozi antifurto – è un punto di riferimento per lei. “È letteralmente il mio idolo, qualcuno che ammiro” ha spiegato poi Boutler. “Ha installato le luci degli aeroporti di Gatwick e Heathrow, è un tipo dannatamente intelligente. E abbiamo delle conversazioni davvero fantastiche su cose che non hanno nulla a che fare col tennis. È una piccola opportunità di distrazione”.

A contribuire a rendere serena l’atmosfera attorno alla n.118 del mondo c’è anche il suo fidanzato Alex de Minaur, anche lui tennista che ieri ha battuto sul campo 1 il britannico Jack Draper dopo un match palpitante. Tutta questa serenità sta spingendo la 25enne Katie Boulter avanti nel torneo, e anche le imprese di certe sue connazionali fungono da sprone. “Quello che ha fatto [Raducanu] è stato sorprendente. È scesa in campo, ha sorpreso tutti e ha giocato a tennis senza paura. Questa è la cosa così impressionante. Spero di poter andare là fuori e fare lo stesso. Mi piacerebbe fare quello che ha fatto lei. Non si sa mai, un giorno potrebbe succedere”. Il prossimo avversario di Boulter sabato sarà Harmony Tan, la francese che ha sconfitto la sette volte campionessa Serena Williams al primo turno.

 

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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