WTA, le migliori al mondo: 9. Angelique Kerber

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WTA, le migliori al mondo: 9. Angelique Kerber

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TENNIS AL FEMMINILE – Stagione poco significativa per Angelique Kerber: tanti buoni piazzamenti, la permamanenza per il terzo anno consecutivo nella top ten, ma nessuna vittoria da ricordare. Un anno estremamente simile a quello precedente.QUI la presentazione dei sedici articoli.

Dicembre 2014

Il 2014 è stato un anno senza particolari acuti da parte di Angelique Kerber. Sotto questo aspetto non c’è molto da dire: è stato simile al 2013, stagione in cui ha raccolto ottimi piazzamenti, è riuscita a mantenersi nelle prime dieci, ma senza riuscire davvero a incidere con un risultato di prestigio.

 

Seguendo le sue partite ormai da diversi anni, mi sono fatto l’idea che sia una delle giocatrici meno amate dal pubblico.
Negli stadi è difficile che si ritrovi con il tifo dalla sua, e anche quando leggo i giudizi su di lei degli appassionati, molto raramente trovo qualcuno che la sostiene; mentre sono parecchi quelli che dichiarano di non amarla.
Per quanto mi riguarda mi sono più volte dichiarato kvitoviano e devo confessare che anch’io non posso annoverarmi tra i suoi sostenitori.

Per quali ragioni? Sinceramente faccio fatica a dirlo; vorrei capirlo innanzitutto interrogando me stesso, ma non riesco a razionalizzarne i motivi.
D’accordo, forse i suoi gesti non sono elegantissimi, ma non sono nemmeno così sgraziati da risultare fastidiosi; almeno a me non pare. Quali che siano le cause, Angelique sembra proprio non riuscire a farsi amare.
Però forse, malgrado tutto, si sta ritagliando un ruolo speciale nel circuito.

Per spiegarlo ho bisogno di una breve divagazione, che fa riferimento a “Il cinema secondo Hitchcock” (un libro straordinario, secondo me imperdibile per ogni appassionato di cinema).
Il libro è un’intervista ad Alfred Hitchcock realizzata da François Truffaut, nel corso della quale vengono affrontati uno a uno tutti i film di Hitchcock. Per valutare la loro qualità uno dei criteri ricorrenti sui quali i due registi si basano è quanto sia riuscito o meno il personaggio del “cattivo”.
Non è “il buono” l’elemento fondamentale del film, ma il suo oppositore: più il cattivo è ben delineato, più è costruito in profondità ed è capace di coinvolgere il pubblico, e migliore sarà l’intero film.

Mi è tornata in mente la questione dell’importanza del cattivo, quando ho fatto la scelta delle dodici partite da ricordare del 2014. Alla fine Kerber era presente diverse volte, e con lei in campo molti match erano diventati interessanti. Perfetta “counter-puncher”, non è mai un ostacolo facile da superare, e anche se non è la numero uno del mondo è sicuramente abbastanza brava da farsi temere.

A questo punto penso sia chiaro cosa intendo; se il destino di Angelique non è quello di essere la più amata del circuito, è forse quello di essere la giocatrice che il pubblico “ama odiare” (secondo le definizione coniata per Erich von Stroheim).

P.S. Vi lascio all’articolo del 2013, curiosamente anche quello con riferimenti cinematografici.
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Ecco l’articolo pubblicato il 14 dicembre 2013:

Le 16 stelle WTA: Angelique Kerber, la fighter

Il tennis è uno sport che contiene in sé molte componenti, e ogni giocatore finisce per far emergere quella che si avvicina di più alla sua natura: il giocatore molto tecnico farà sembrare il tennis una specie di scherma con la palla; quello tattico lo farà sembrare una partita a scacchi. E quello di carattere ci ricorda che il tennis può anche somigliare al pugilato: Angelique Kerber è una vera fighter del tennis, e quando scende in campo il rettangolo di gioco diventa il suo ring.

Ci vorrebbe un regista americano per raccontare la storia di Angelique. Una storia che per molti aspetti sembra più simile alla sceneggiatura sulla vita di un pugile che conquista combattendo il sogno americano piuttosto che quella di una tennista nata in Germania da genitori di lingua polacca.
Fossi un produttore, chiamerei Martin Scorsese, e lui saprebbe restituire il giusto pathos a tutta la vicenda.

Ma cominciamo dall’inizio, anzi, dall’antefatto: di tutti gli sport professionistici femminili, il tennis è di gran lunga il più remunerativo.
Diventare una tennista di successo significa guadagnare bene, e le giocatrici di buon ranking raggiungono medie da diverse centinaia di migliaia di dollari annuali di soli premi. Le primissime poi, viaggiano su cifre milionarie.
Ma alle spalle dello sfavillio del vertice WTA, ci sono molte decine di tenniste che cercano di farsi strada (prima attraverso i tornei junior e poi gli ITF) per poter accedere al circuito principale. Non è però sufficiente entrare nei tornei WTA per garantirsi l’agiatezza: occorre anche riuscire a scalare le classifiche.

Normalmente la maggior parte delle giocatrici più forti è riuscita abbastanza in fretta a percorrere la trafila, magari mettendosi in mostra già da junior e guadagnandosi wild card per misurarsi con le migliori, scavalcando così i gradini intermedi; oppure grazie ad uno-due anni pieni di successi che le hanno proiettate rapidamente nei grandi eventi.

Non è però il caso di Angelique Kerber.
Da junior aveva raggiunto al massimo la 44ma posizione (nel 2004): scorrendo la sua attività si vede che nei confronti con le coetanee che sarebbero diventate famose sono più le sconfitte che le vittorie, anche se non mancano successi con Makarova, Errani e soprattutto Vaidisova e Radwanska.
Passata tra le adulte, Angelique comincia una fase di carriera in cui non riesce a compiere quel salto di qualità necessario ad emergere: 15 partecipazioni ai tornei dello Slam con 10 uscite al primo turno, 3 al secondo, 2 al terzo. Miglior ranking 47mo posto, ma più spesso attorno al 100mo. Nessuna top ten battuta (ma per la verità anche poche volte incontrata) e nessun torneo WTA vinto.

A quasi 24 anni, per una tennista si possono cominciare a stilare i primi bilanci, e valutare le prospettive per il futuro. Che nel suo caso non sembra essere quello ricco di successi e di denaro riservato alle elette del circuito.
Ma siccome la sua è una storia che merita di essere raccontata, non può mancare il colpo di scena.
Improvvisa, la svolta arriva agli US Open 2011. Sconfigge al secondo turno Agnieszka Radwanska (sua antica conoscenza già da junior, come abbiamo visto), in quello che si può definire un quasi derby, visto che Angelique è una tedesca-polacca.

Nei quarti supera Flavia Pennetta e si ferma solo in semifinale dopo una dura lotta contro Samantha Stosur, che poi avrebbe vinto il torneo.
Entrata a Flushing Meadows da numero 92, ne esce come 34 del mondo (e con quasi mezzo milione di dollari guadagnati): ottiene in quindici giorni quello che non le era riuscito in cinque anni.

E’ un progresso che si rivela un formidabile propellente per la stagione successiva; nel 2012 arrivano i primi tornei vinti, i successi contro le top ten (ben 8 vittorie complessive contro 6 differenti giocatrici), la semifinale di Wimbledon, e il quinto posto nel ranking a fine anno.

E anche gli spettatori (come me) che seguono soprattutto i grandi eventi, cominciano a conoscerla: giocatrice dotata di gambe potenti, scattante e rapida al di là delle apparenze, ha la inconsueta caratteristica di colpire meglio in corsa che da fermo; il suo tennis migliore emerge quando deve difendere, contenendo i tentativi di sfondamento delle avversarie, che costringe all’errore rimandando la famosa palla in più.
Grazie alla potenza di gambe è capace di controllare e rimandare anche le palle più basse; e spesso nei recuperi carica di spin il dritto che produce di conseguenza una traiettoria particolarmente insidiosa: appena superata la rete la palla rimbalza molto corta, obbligando le avversarie a colpire correndo in avanti, e non tutte si trovano a loro agio in questa situazione.
Ha una prima di servizio non velocissima, e da classica mancina la traiettoria più efficace è lo slice ad uscire da sinistra. Mentre a mio avviso la seconda è uno dei punti deboli del suo gioco: abbastanza lenta e senza particolari spin, è attaccabile con troppa facilità dalle avversarie più forti.

Angelique però non è una difensivista pura; se il match diventa combattuto, sull’onda dell’entusiasmo (o della disperazione) può cominciare anche a spingere lei. E se riesce ad aprirsi il campo capita che lanci il suo tipico urlo che accompagna il vincente definitivo.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=c4S8QARXlFg#t=457

Contro le giocatrici più deboli può anche impostare la partita, ma secondo me il suo livello di gioco in “versione attaccante”, è inferiore: da attaccante non credo valga le prime dieci del mondo; anche perché, come dicevo, gioca meno bene quando colpisce da ferma, e produce un numero di gratuiti superiore.

Siccome si trova meglio a spingere il rovescio incrociato e il dritto lungolinea, da mancina finisce quasi sempre per cercare il vincente nell’angolo di campo coperto dal dritto delle giocatrici destre. E non è detto che insistere verso quella zona sia produttivo, soprattutto se si gioca contro chi ha nel dritto il suo colpo migliore.
E’ un problema difficile da risolvere per lei, perché l’alternativa che ha è lo sventaglio di dritto, un colpo che in termini di geometria equivale ad un rovescio incrociato, e quindi non allarga le sue varianti tattiche; mentre il lungolinea di rovescio è efficace sopratutto nei momenti di massima forma.

Quando questi schemi non sono sufficienti, la sua alternativa preferita è la palla corta lungolinea di rovescio: che però funziona a giorni alterni.
Ha un gioco di rete piuttosto arrangiato, anche se ha il pregio di avere buoni riflessi.

Ma secondo me ciò che rende particolare Angelique Kerber è il carattere: è una lottatrice, che dà il meglio di sé nella battaglia. E’ stata capace di uscire vincitrice da partite giocate non solo contro l’avversaria, ma contro un intero stadio; e infatti ha conquistato i primi due tornei sconfiggendo la giocatrice di casa: a Copenhagen Wozniacki, e a Parigi (indoor) Marion Bartoli.
Memorabile anche il match contro Venus Williams agli US Open 2012: in quella occasione Venus dichiarò di avere sentito per la prima volta in carriera tutto il centrale di Flushing Meadows dalla sua parte. Ma a vincere fu Angelique.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=KAszIWxOpFc#t=956

Quando ha contro le attaccanti che cominciano a martellare a tutto braccio, si esalta nella lotta; e allora nessuna palla per lei è troppo lontana per non provare a raggiungerla; e se riesce ad arrivarci vicino, farà di tutto per rimandarla dall’altra parte, magari perfino cambiando di mano:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=KAszIWxOpFc#t=425

Forse per alcuni aspetti la miglior Kerber è la versione femminile che più si avvicina a Nadal: e non lo dico solo per questioni tattiche e caratteriali, ma anche perché, come Rafa, curiosamente è mancina con la racchetta, ma non per altre attività della vita: per esempio firma gli autografi con la destra.

Con il 2013 inizia una nuova fase, anche questo un classico tòpos da film sportivo: il rischio dell’appagamento. Perché lo sappiamo tutti, un lottatore non può permettersi di mollare nemmeno di un centimetro, non può imborghesirsi.

Nella stagione appena conclusa i risultati non sono stati all’altezza del 2012: qualche turno in meno negli Slam, un solo torneo vinto in extremis (Linz), e la conquista dell’ultimo posto utile per partecipare al Masters, grazie ai buoni risultati in Asia e al forfait di Maria Sharapova.
Nel 2013 ha sempre perso contro le top ten, a parte due match vinti contro la “solita” Radwanska. Probabilmente le sue avversarie hanno trovato alcune contromisure: sanno quanto occorre spingere per chiudere i vincenti, sanno dove andare preferibilmente a coprire quando è Angelique a prendere l’iniziativa.

E forse anche Kerber ha perso un po’ di quella carica agonistica che aveva fatto la sua fortuna l’anno precedente. Del resto già nel 2012 si era notato che quando non riesce ad “accendersi”, può perdere dei match senza quasi entrare in partita, come nella semifinale di Wimbledon contro Radwanska (ancora lei…).

Nel frattempo quella di Kerber è diventata una storia di successo; in Polonia esiste una Academy di tennis che porta il suo nome, dove collabora con il suo ex-allenatore (Torben Beltz) che a metà 2011 aveva cominciato a seguirla e l’aveva portata ai vertici.

Non è più la giocatrice alla caccia del riscatto per aver sofferto tante stagioni nelle retrovie; è una tennista milionaria che le avversarie hanno imparato a conoscere.
Per tornare ai livelli 2012 forse sarebbe utile qualche novità tattica per rendere meno prevedibili certe soluzioni. E naturalmente Angelique avrà bisogno della sua voglia di lottare sempre e comunque su ogni palla perché, come dicevo, lei è la fighter del tennis femminile.

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Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.

 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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