Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all'indoor di Milano - Pagina 4 di 4

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Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all’indoor di Milano

La nostra rubrica prevede oggi una tappa che farà lacrimare i nostalgici e arrabbiare gli appassionati. Tra Borg, McEnroe, Edberg e Federer, ascesa e caduta di un torneo che meritava di più e che è stato segnato da una nevicata

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Nel 2001 c’è il ritorno al passato. Milano si riprende il torneo e lo colloca al Palalido. Per questa rinascita si è puntato forte sui russi Safin e Kafelnikov, in cerca di riscatto dopo un Australian Open non del tutto convincente. Invece anziché il derby, la finale vede in campo due outsider: il francese Julien Boutter (67 ATP) e lo svizzero Roger Federer, un ragazzino a cui il completo bianco e rosso della Nike sta evidentemente abbondante ma mai quanto abbondante è il talento che corre nel sangue di chi lo indossa. “Non ho giocato benissimo ma finalmente ho scoperto la causa del mal di denti che mi ha impedito di riposare bene: mi è spuntato il dente del giudizio” dichiara Federer, che aggiunge: “Questo primo titolo ha un valore immenso per me. Da oggi cambia tutto”. Infatti, da lì in poi Federer lavorerà per riscrivere la storia e tramutarla in leggenda.

Un anno dopo l’elvetico torna in finale da secondo favorito del torneo ma il pubblico del Palalido è tutto per l’eroe della settimana meneghina, il quasi trentenne di Viareggio Davide Sanguinetti che al debutto ha fatto fuori la testa di serie n°1 (Juan Carlos Ferrero) e riscatta una carriera in controluce con la partita della vita. “Oggi ho giocato davvero bene” dice “Dado” rivolto a Federer. “È banale ribadirlo ma il lavoro paga e negli ultimi mesi avevo fatto tanto per migliorare gli aspetti del mio gioco che non andavano” aggiunge.

Il crepuscolo inizia nel 2003. E non è colpa di nessuno. Certo non dell’olandese Martin Verkerk, a cui in pochi sono disposti a credere quando sostiene di gradire maggiormente la terra rossa. Perché il suo, dall’alto di un servizio micidiale, è il tipico gioco degli attaccanti e quindi adatto ai fondi veloci. Il Play-it steso sul pavimento del Palalido non è però particolarmente rapido e Verkerk (che per inciso non è un bugiardo, se è vero che qualche mese dopo andrà in finale al Roland Garros) entra direttamente in tabellone grazie alla rinuncia dell’ultima ora di Youzhny, Mathieu e Tommy Johansson. Il cammino dell’olandese è tutt’altro che agevole: Enqvist, Sanguinetti, Ljubicic e l’ex-campione Kafelnikov. Sono queste le sue vittime. Il russo sintetizza così l’esito della finale: “Mi ha messo addosso una pressione enorme con il servizio. Non credevo potesse esprimersi a questi livelli”.

 

Non ce ne voglia Antony Dupuis che, anzi, avercene di atleti così caparbi! Però la sua vittoria nella 24esima e penultima edizione del torneo, quantunque accomunata a quella dei mostri sacri Edberg e Federer dal fatto di essere la prima in carriera, suona come campanello d’allarme sulla salute precaria dello stesso. Per la prima volta dalla sua nascita il torneo è privo di stelle e non può essere il ritorno di Ivanisevic l’attrattiva che ne cambia le sorti. Il pubblico risponde da par suo e la finale, con il giovane Mario Ancic che annulla nove match-point prima di arrendersi al decimo, dispensa emozioni a non finire. Ancic è il futuro e al secondo turno ha battuto uno spagnolo che forse diventerà qualcuno, ma Dupuis, anche se è il passato, non può far attendere il paradiso.

Nel 2005 il torneo spegne 25 candeline e non ce ne saranno altre. Vince Robin Soderling, un nome che non macchia l’albo d’oro di un torneo giunto ai titoli di coda. Un quarto di secolo per certi versi indimenticabile, pur in mezzo alle consuete italiche difficoltà. Se pensiamo che, dove tutto era iniziato, adesso c’è un parcheggio e nemmeno il Palalido (demolito nel 2012 per far posto al nuovo Pala AJ di cui però poco o nulla si sa) esiste più, possiamo consolarci ricordando quel che è stato. Con la speranza che un giorno o l’altro possa tornare ad essere.

ALBO D’ORO

1978 Bjorn Borg b. Vitas Gerulaitis 6-3 6-3
1979 John McEnroe b. John Alexander 6-4 6-3
1980 John McEnroe b. Vijay Amritraj 6-1 6-4
1981 John McEnroe b. Bjorn Borg 7-6 6-4
1982 Guillermo Vilas b. Jimmy Connors 6-3 6-3
1983 Ivan Lendl b. Kevin Curren 5-7 6-3 7-6
1984 Stefan Edberg b. Mats Wilander 6-4 6-2
1985 John McEnroe b. Anders Jarryd 6-4 6-1
1986 Ivan Lendl b. Joakim Nystrom 6-2 6-2 6-4
1987 Boris Becker b. Miloslav Mecir 6-4 6-3
1988 Yannick Noah b. Jimmy Connors 4-4 ritiro
1989 Boris Becker b. Alexander Volkov 6-1 6-2
1990 Ivan Lendl b. Tim Mayotte 6-1 6-2
1991 Alexander Volkov b. Cristiano Caratti 6-1 7-5
1992 Omar Camporese b. Goran Ivanisevic 3-6 6-3 6-4
1993 Boris Becker b. Sergi Bruguera 6-3 6-3
1994 Boris Becker b. Petr Korda 6-2 3-6 6-3
1995 Yevgenyi Kafelnikov b. Boris Becker 7-5 5-7 7-6
1996 Goran Ivanisevic b. Marc Rosset 6-3 7-6
1997 Goran Ivanisevic b. Sergi Bruguera 6-2 6-2
2001 Roger Federer b. Julien Boutter 6-4 6-7 6-4
2002 Davide Sanguinetti b. Roger Federer 7-6 4-6 6-1
2003 Martin Verkerk b. Yevgenyi Kafelnikov 6-4 5-7 7-5
2004 Antony Dupuis b. Mario Ancic 6-4 6-7 7-6
2005 Robin Soderling b. Radek Stepanek 6-3 6-7 7-6

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2019, il tennis ad aprile: Fognini punta sul rosso e vince, Berrettini nuova stella

Ad aprile splende il tennis italiano. Fabio vive una settimana magica e conquista il primo 1000 a Montecarlo. Matteo vince a Budapest e non si ferma più. Intanto Torino si aggiudica le ATP Finals dal 2021 al 2025

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

FABIO PRINCIPE A MONTECARLO – Aprile 2019 resterà per sempre nel cuore di Fabio Fognini. A Montecarlo – a pochi chilometri da casa sua (Fabio è infatti di Arma di Taggia) – il ligure, dopo un inizio di stagione alquanto deludente, centra finalmente la settimana perfetta e conquista il titolo più importante (finora) in carriera, diventando così il primo tennista azzurro a vincere un Masters 1000. Il giusto coronamento per un giocatore dal talento inesauribile e raffinato che, pur avendo conseguito fino a quel momento risultati egregi (non dimentichiamo la vittoria in doppio con Simone Bolelli all’Australian Open nel 2015 e la qualificazione al Masters della stessa categoria nello stesso anno), in singolare non era mai riuscito a realizzare quell’acuto che distingue i buoni giocatori da quelli più vincenti e con una marcia in più.

La consacrazione arriva per giunta sull’amata terra rossa, superficie prediletta da Fabio (ma ha vinto anche un torneo sul duro, in Messico), su cui precedentemente aveva sollevato ben sette trofei (Stoccarda e Amburgo, 2013; Viña del Mar, 2014; Umago, 2016; Gstaad, 2017; San Paolo e Bastad, 2018). Il ligure si era issato fino a quel momento in altre 10 finali (6 su terra e 4 sul duro). Fabio fa brillare di nuovo il blasone del tennis italiano, vincendo a Montecarlo 51 anni dopo Nicola Pietrangeli ed essendo il primo azzurro dell’Era Open a conquistare un Masters 1000 (l’ultimo ad imporsi in un torneo più o meno equivalente fu Adriano Panatta a Roma nel 1976).

Per l’azzurro, testa di serie n. 13, il destino è segnato sin dal primo turno. Contro il giovane Andrey Rublev è sull’orlo del baratro, trovandosi sotto 4-6 1-4 e 15-40 sul proprio servizio. Da questo momento, la svolta, complice un pizzico di fortuna e la volontà di risollevare le sorti di un match cominciato male. Fabio non solo annulla cinque palle per il 5-1 Rublev – la quarta con un inaspettato ace di seconda – ma rimonta e fa suo il secondo parziale, per poi cambiare atteggiamento e diventare così il mattatore del terzo set. Il russo, dal canto suo, rimane frastornato dalle tante occasioni mancate e perde via via la lucidità. Alla fine a vincere è Fognini che, sempre più intraprendente e in fiducia si impone sull’avversario con il punteggio di 4-6 7-5 6-4.

Al secondo round, Gilles Simon dà forfait per infortunio; agli ottavi Fabio liquida la pratica Sascha Zverev in due set mentre contro Borna Coric, ai quarti di finale, affronta e vince un’altra durissima lotta al terzo set. Ora è centrato e in fiducia, il suo tennis è sempre più efficace e solido. E poi Rafa Nadal. Una partita perfetta per un Fognini centratissimo, devastante e sempre in controllo in semifinale contro il campionissimo spagnolo, re (quasi sempre) incontrastato sul rosso che, a Montecarlo, ha trionfato ben 11 volte. Ebbene, non c’è storia. Fabio è semplicemente perfetto, Nadal un po’ meno. Con un perentorio 6-4 6-2 l’azzurro si impone su Rafa per la quarta volta in carriera, la terza sulla terra, e vola per la prima volta in finale di un torneo ‘1000’.

Tra lui e la coppa c’è l’outsider Dusan Lajovic, n. 48 del mondo. Nonostante il serbo sia un avversario ostico e abbia disputato un torneo perfetto fino alla finale senza perdere un set, si tratta per il ligure di un’occasione ghiotta. Gestendo alla grande vento, pressione e tensione, Fognini mette in campo tutta la sua esperienza e savoir faire e, alla fine, si impone su un combattivo Lajovic con lo score di 6-3 6-4. Un trionfo. La consacrazione di un talento che troppo spesso, in passato, era stato condizionato da emozioni e reazioni a volte inappropriate in campo da parte di Fabio.

Ed è un grande regalo, per Fabio stesso, il suo team, i tifosi e la sua famiglia: “Io sono nato qui vicino e vincere questo torneo per me è staordinario. È incredibile. Grazie al mio team. Quest’anno abbiamo iniziato abbastanza male, ma poi ad aprile abbiamo vinto un bel torneino (ride). Grazie ad Arma, agli amici. A Flavia, che mi supporta e mi sopporta. E poi un regalo speciale per la mamma: “La vittoria la voglio dedicare soprattutto a mia madre che domani compie gli anni. Questa coppa è per lei”. Dopo il successo al Principato, Fognini, da n. 18 sale al n. 12 eguagliando Paolo Bertolucci e, di lì a due mesi, taglierà il traguardo della top 10, raggiungendo il (per ora) best ranking della posizione n. 9.

Matteo Berrettini – Budapest 2019 (foto via Facebook, @huntennis)

L’ESPLOSIONE DI MATTEO BERRETTINI – Sulle orme di Fabio Fognini, un altro giovane italiano si mette in luce sulla scena mondiale. Il 23enne romano Matteo Berrettini, allenato da Vincenzo Santopadre, dopo aver vinto nel 2018 il suo primo titolo ATP a Gstaad, continua a fare progressi e, nel mese di aprile 2019, compie quel salto di qualità che farà di lui, a fine stagione, uno dei migliori otto tennisti del circuito. Reduce dalla semifinale a Sofia e dalla vittoria al Challenger di Phoenix, Matteo continua a mettere in campo un tennis sempre più solido e intraprendente, dimostrando di aver acquisito maggiore maturità e consapevolezza dei propri mezzi. A Budapest disputa un torneo pressoché perfetto e, dopo aver superato Kukushkin, Bedene, Cuevas e Djere, in finale contro Kraijnovic, sotto di un set, dimostra personalità e determinazione, alzando il livello nel momento cruciale e andandosi a prendere il secondo titolo (4-6 6-3 6-1 lo score). Entra così in Top 40 (aveva cominciato l’anno da n. 54).

Da questo momento, Matteo non si ferma più. Finale al torneo di Monaco (persa con Garin); percorso netto a Stoccarda (giugno) dove, senza concedere neanche un set, solleva il terzo trofeo nel circuito maggiore; semifinale ad Halle (persa da Goffin). Poi l’ulteriore grande conferma: arrivano le semifinali allo US Open e a Shanghai. Una gioia e una consapevolezza sempre più grandi per Berrettini che, alla fine della stagione, entra in Top 10 ed è, attualmente all’ottava posizione del ranking. Riscrive così la storia del tennis azzurro diventando il terzo italiano a qualificarsi (in singolare) alle ATP Finals dopo Panatta e Barazzutti, ed il primo a vincere un match al Masters grazie alla vittoria contro Thiem (round robin). Ma, ne siamo certi, per Matteo è solo l’inizio…

Torino ospiterà le ATP Finals dal 2021 al 2025 (foto @ATPTour)

TORINO PALCOSCENICO DELLE ATP FINALS DAL 2021 – Ma, in aprile, le belle sorprese per il tennis azzurro non finiscono qui. Il 24 aprile viene ufficializzata la nuova sede del Masters di fine anno: l’ATP sceglie Torino e l’evento si svolgerà al Pala Alpitour (14.700 posti) dal 2021 al 2025; le altre città candidate erano Manchester, Tokyo e Singapore. Vince Torino, vince l’Italia. Il capoluogo piemontese – quindicesima sede delle Finals – è forte non solo di una grande esperienza e tradizione nel mondo dello sport, ma anche del suo ruolo centrale nell’arte, nella cultura e nella storia del paese. L’Italia si inserisce così sempre più nella rosa dei paesi europei all’avanguardia nell’organizzazione di eventi sportivi dove il tennis trova sempre maggiore spazio. Dopo Roma, con gli Internazionali d’Italia, e Milano, con le NextGen, ora sarà la volta del capoluogo piemontese ad accogliere il grande tennis.

 

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Storie di tennis: tra cielo e terra

Joseph Raphael Hunt, detto Joe, e Jack Kramer. Una storia che forse non conoscete e una foto che non dimenticherete

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Joe Hunt e Jack Kramer - Forest Hills 1943

La storia del tennis nella prima metà del ‘900 fu spesso frutto di fatali incontri tra il cielo e la terra. In questo articolo ne racconteremo due. È noto che il più importante torneo di tennis su terra prende il nome da un asso dell’aviazione francese di origine spagnola morto in azione sul finire della prima guerra mondiale: Roland Garros. Non è invece conosciuto il nome di chi abbatté il pilota francese. In teoria avrebbe potuto essere il barone Uberto de Morpurgo, dal momento che all’epoca della prima guerra mondiale prestava servizio come aviatore nell’esercito austro-ungarico.

Uberto Luigi de Morpurgo nacque nel 1896 a Trieste, città allora appartenente all’impero austro-ungarico; la madre era inglese e il padre era membro di una delle più ricche e potenti famiglie triestine, fondatrice del gruppo assicurativo Generali. Al termine del primo conflitto mondiale Trieste divenne italiana, e di conseguenza anche il barone de Morpurgo lo divenne. Simile a molti dei suoi colleghi dell’epoca sotto il profilo dell’estrazione sociale, il nobiluomo era però da loro molto dissimile per il comportamento in campo, caratterizzato da un agonismo spesso ben oltre le righe.

Nella sconfitta il suo comportamento fu spesso censurabile. Gianni Clerici in “500 anni di tennis” racconta della volta in cui il nostro protagonista rifilò un solenne ceffone a Giorgio de Stefani – suo allievo – al termine di una partita nella quale il discepolo osò batterlo. Nel tennis come nella vita però, molto viene perdonato ai vincenti e de Morpurgo lo fu, seppure nel suo palmares manchi l’acuto che regala l’immortalità tennistica. Il suo excursus honorum è pressoché privo di affermazioni dentro i confini patri poiché la sua natura cosmopolita lo indusse a cercare quasi sempre la gloria sui grandi palcoscenici internazionali. Solidissimo in entrambi i fondamentali di rimbalzo oltre che dotato di straordinaria vis agonistica, all’apice della sua arte tennistica coincisa con il triennio ’28-’30, il suo nome appare nella classifica mondiale a cavallo tra l’ottava e la decima posizione assoluta.

Nel 1928 a Wimbledon si arrese solo ai quarti di finale al vincitore di quella edizione, René Lacoste. Nel ‘29 a Parigi al terzo turno batté il tennista e aviatore italiano conte Leonardo Bonzi, protagonista di una nostra precedente storia, e nel 1930 arrivò sino in semifinale dove perse contro Henri Cochet. La terra rossa era la sua superficie preferita e proprio su quel terreno alle olimpiadi parigine del 1924 colse il suo alloro più prestigioso: la medaglia di bronzo. Ad oggi quella medaglia resta l’unica ufficiale nella storia olimpica italiana. Tra i suoi avversari figura anche il monarca del tennis dell’epoca Bill Tilden, che lo batté nettamente nella finale della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputata al Tennis Club Milano. L’incontro ebbe luogo sul campo centrale intitolato a un aviatore perito nel corso della Grande Guerra: Gilberto Porro Lambertenghi.

Uberto de Morpurgo non prese mai parte al major statunitense che funge da sfondo per la nostra seconda storia. Una storia che nasce da un incontro causale tra il suo autore e una fotografia: quella che ritrae Jack Kramer e Joe Hunt che si stringono la mano seduti uno di fronte all’altro al termine della finale dell’edizione 1943 di Forest Hills. Il torneo – seppure a ranghi ridotti – venne disputato anche durante il secondo conflitto mondiale e molti dei giocatori americani che vi presero parte dal ’43 al ’45 erano sotto le armi. Tra questi c’era il californiano Joseph Raphael Hunt, detto Joe.

Classe 1919, Joe Hunt era il prototipo del californiano: alto, biondo, bello, atletico e ricco. Suo padre era un importante avvocato militare con una grande passione per il tennis che il figlio fece propria sin dalla più tenera infanzia. Il nostro protagonista era uno specialista del serve & volley, tattica con la quale vinse il torneo riservato agli under 15, agli under 18 e agli studenti universitari. Talento precocissimo, nel torneo principale giunse sino al terzo turno nel ’36 e nel ’37 contro Don Budge; ai quarti nel 1938 contro John Bromwich e alle semifinali nel 1939 contro Bobby Riggs.

Nel 1940 decise di abbandonare temporaneamente lo sport (oltre al tennis praticava con ottimi risultati anche il football) per entrare nell’Accademia Navale e diventare pilota di caccia. Il sacro fuoco del tennis non era però spento e nel 1943 chiese e ottenne una breve licenza premio per tentare nuovamente la scalata a Forest Hills, che quell’anno per motivi bellici si disputava nell’arco di una sola settimana. Quattordici dei trentadue uomini che quell’anno presero parte al singolare erano militari in licenza. Spiccava l’assenza del campione in carica, Ted Schroeder, al quale le autorità militari avevano negato il congedo. La scalata di Hunt fu trionfale. Dopo avere superato ai quarti di finale Frank Parker che era arrivato a Forest Hills dalla base aerea di Guam guidando personalmente il suo aereo, in semifinale superò Bill Talbert e in finale sconfisse in quattro set un ragazzo di 22 anni che nel mondo del tennis avrà un certo peso negli anni successivi: Jack Kramer.

Non inganni il 6-0 dell’ultimo parziale: Hunt rischiò seriamente di perdere l’incontro a causa dei crampi che lo tormentarono nella parte finale del match. Al termine dell’ultimo scambio il vincitore si accasciò al suolo urlando non per la gioia, bensì per il dolore procuratogli dai crampi e non fu in grado di rimettersi subito in posizione verticale. Kramer con grande prontezza di spirito e innegabile fiuto scenico si sedette quindi di fronte a lui per stringergli la mano regalando così ai fotografi la memorabile immagine sopra descritta.

Il giorno successivo alla conquista del titolo, Hunt tornò in servizio. Nel 1944 non lo difese e il 2 febbraio 1945 morì precipitando al suolo con il suo Grunman Hellcat F6F. Fu incluso nella Tennis Hall of Fame nel 1966. Ad oggi Joe Hunt è l’unico uomo ad avere vinto, oltre al torneo principale di Forest Hills, il singolare under 15 e 18 nonché il titolo universitario.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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