Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all'indoor di Milano - Pagina 4 di 4

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Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all’indoor di Milano

La nostra rubrica prevede oggi una tappa che farà lacrimare i nostalgici e arrabbiare gli appassionati. Tra Borg, McEnroe, Edberg e Federer, ascesa e caduta di un torneo che meritava di più e che è stato segnato da una nevicata

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Nel 2001 c’è il ritorno al passato. Milano si riprende il torneo e lo colloca al Palalido. Per questa rinascita si è puntato forte sui russi Safin e Kafelnikov, in cerca di riscatto dopo un Australian Open non del tutto convincente. Invece anziché il derby, la finale vede in campo due outsider: il francese Julien Boutter (67 ATP) e lo svizzero Roger Federer, un ragazzino a cui il completo bianco e rosso della Nike sta evidentemente abbondante ma mai quanto abbondante è il talento che corre nel sangue di chi lo indossa. “Non ho giocato benissimo ma finalmente ho scoperto la causa del mal di denti che mi ha impedito di riposare bene: mi è spuntato il dente del giudizio” dichiara Federer, che aggiunge: “Questo primo titolo ha un valore immenso per me. Da oggi cambia tutto”. Infatti, da lì in poi Federer lavorerà per riscrivere la storia e tramutarla in leggenda.

Un anno dopo l’elvetico torna in finale da secondo favorito del torneo ma il pubblico del Palalido è tutto per l’eroe della settimana meneghina, il quasi trentenne di Viareggio Davide Sanguinetti che al debutto ha fatto fuori la testa di serie n°1 (Juan Carlos Ferrero) e riscatta una carriera in controluce con la partita della vita. “Oggi ho giocato davvero bene” dice “Dado” rivolto a Federer. “È banale ribadirlo ma il lavoro paga e negli ultimi mesi avevo fatto tanto per migliorare gli aspetti del mio gioco che non andavano” aggiunge.

Il crepuscolo inizia nel 2003. E non è colpa di nessuno. Certo non dell’olandese Martin Verkerk, a cui in pochi sono disposti a credere quando sostiene di gradire maggiormente la terra rossa. Perché il suo, dall’alto di un servizio micidiale, è il tipico gioco degli attaccanti e quindi adatto ai fondi veloci. Il Play-it steso sul pavimento del Palalido non è però particolarmente rapido e Verkerk (che per inciso non è un bugiardo, se è vero che qualche mese dopo andrà in finale al Roland Garros) entra direttamente in tabellone grazie alla rinuncia dell’ultima ora di Youzhny, Mathieu e Tommy Johansson. Il cammino dell’olandese è tutt’altro che agevole: Enqvist, Sanguinetti, Ljubicic e l’ex-campione Kafelnikov. Sono queste le sue vittime. Il russo sintetizza così l’esito della finale: “Mi ha messo addosso una pressione enorme con il servizio. Non credevo potesse esprimersi a questi livelli”.

 

Non ce ne voglia Antony Dupuis che, anzi, avercene di atleti così caparbi! Però la sua vittoria nella 24esima e penultima edizione del torneo, quantunque accomunata a quella dei mostri sacri Edberg e Federer dal fatto di essere la prima in carriera, suona come campanello d’allarme sulla salute precaria dello stesso. Per la prima volta dalla sua nascita il torneo è privo di stelle e non può essere il ritorno di Ivanisevic l’attrattiva che ne cambia le sorti. Il pubblico risponde da par suo e la finale, con il giovane Mario Ancic che annulla nove match-point prima di arrendersi al decimo, dispensa emozioni a non finire. Ancic è il futuro e al secondo turno ha battuto uno spagnolo che forse diventerà qualcuno, ma Dupuis, anche se è il passato, non può far attendere il paradiso.

Nel 2005 il torneo spegne 25 candeline e non ce ne saranno altre. Vince Robin Soderling, un nome che non macchia l’albo d’oro di un torneo giunto ai titoli di coda. Un quarto di secolo per certi versi indimenticabile, pur in mezzo alle consuete italiche difficoltà. Se pensiamo che, dove tutto era iniziato, adesso c’è un parcheggio e nemmeno il Palalido (demolito nel 2012 per far posto al nuovo Pala AJ di cui però poco o nulla si sa) esiste più, possiamo consolarci ricordando quel che è stato. Con la speranza che un giorno o l’altro possa tornare ad essere.

ALBO D’ORO

1978 Bjorn Borg b. Vitas Gerulaitis 6-3 6-3
1979 John McEnroe b. John Alexander 6-4 6-3
1980 John McEnroe b. Vijay Amritraj 6-1 6-4
1981 John McEnroe b. Bjorn Borg 7-6 6-4
1982 Guillermo Vilas b. Jimmy Connors 6-3 6-3
1983 Ivan Lendl b. Kevin Curren 5-7 6-3 7-6
1984 Stefan Edberg b. Mats Wilander 6-4 6-2
1985 John McEnroe b. Anders Jarryd 6-4 6-1
1986 Ivan Lendl b. Joakim Nystrom 6-2 6-2 6-4
1987 Boris Becker b. Miloslav Mecir 6-4 6-3
1988 Yannick Noah b. Jimmy Connors 4-4 ritiro
1989 Boris Becker b. Alexander Volkov 6-1 6-2
1990 Ivan Lendl b. Tim Mayotte 6-1 6-2
1991 Alexander Volkov b. Cristiano Caratti 6-1 7-5
1992 Omar Camporese b. Goran Ivanisevic 3-6 6-3 6-4
1993 Boris Becker b. Sergi Bruguera 6-3 6-3
1994 Boris Becker b. Petr Korda 6-2 3-6 6-3
1995 Yevgenyi Kafelnikov b. Boris Becker 7-5 5-7 7-6
1996 Goran Ivanisevic b. Marc Rosset 6-3 7-6
1997 Goran Ivanisevic b. Sergi Bruguera 6-2 6-2
2001 Roger Federer b. Julien Boutter 6-4 6-7 6-4
2002 Davide Sanguinetti b. Roger Federer 7-6 4-6 6-1
2003 Martin Verkerk b. Yevgenyi Kafelnikov 6-4 5-7 7-5
2004 Antony Dupuis b. Mario Ancic 6-4 6-7 7-6
2005 Robin Soderling b. Radek Stepanek 6-3 6-7 7-6

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Uno contro tutti: le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten

Dal novembre 2000 al novembre 2001, si avvicendano in vetta al ranking ATP due tra i tennisti più amati dal pubblico: Kuerten e Safin, che sarà (numeri alla mano) il peggior numero uno della storia per partite vinte

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Marat Safin - US Open 2000

Utopia, come il nome originale del galattico impianto edificato sulle rive del Tago, con il ponte Vasco de Gama alle spalle che fa tanto Brooklyn. Utopia, come sembrava essere la sua, prima di iniziare la Masters Cup 2000 nella capitale del Portogallo. Quando inizia il torneo dei maestri a Lisbona, Marat Safin è numero 1 del mondo da una settimana. Ha strappato la corona a Pete Sampras, giunto (come abbiamo ricordato nella puntata precedente) il 19 novembre alla fine del suo lungo e glorioso regno. Al termine di una stagione a dir poco equilibrata (quattro campioni diversi negli slam, otto nei nove Masters 1000), il russo Safin ha fatto valere i risultati ottenuti da agosto in poi e il settimo titolo, quello di Parigi Bercy, l’ha messo sul trono anche se, inevitabilmente, il colpo grosso l’ha messo a segno a Flushing Meadows, aggiudicandosi gli US Open.

Marat è il principale indiziato per chiudere l’anno in testa al ranking, anche perché Pete Sampras ha troppi punti da difendere, e l’unico che può insidiarlo è Gustavo Kuerten. Ma il brasiliano, pur giocando davanti a un pubblico che parla la sua stessa lingua, non è certo uno specialista dei tornei indoor e, comunque, ha la schiena a pezzi e parte con una sconfitta (contro Agassi) che lo mette già con le spalle al muro. Quando inizia il secondo turno del round robin, Guga ha una sola possibilità per diventare leader: vincere il torneo senza perdere più incontri e senza incontrare in finale Safin.

Utopia? Forse, ma non per Kuerten che, in un crescendo entusiasmante, infila quattro vittorie consecutive, batte uno dietro l’altro Kafelnikov, Sampras e lo stesso Agassi e si può inginocchiare sul campo del Pavilhao Atlantico con la bandiera del suo paese sulle spalle. Guga è il 19° numero uno nella storia dell’ATP e si porta in dote la carica nel 2001 ma a Melbourne, nel primo Slam stagionale, la sconfitta al secondo turno per mano di Greg Rusedski gli costa lo scettro, che Safin gli strappa pur non facendo molto meglio (battuto negli ottavi di finale dall’ammazzanumeriuno Dominik Hrbaty) di lui. Nelle successive quattro settimane, il russo gioca due tornei e un weekend di Davis ma i risultati sono piuttosto negativi: perde al terzo turno a Milano (con Rusedski) e al primo a Rotterdam (Mirnyi) così come a Bratislava contro gli slovacchi Hrbaty (ancora lui) e Kucera.

 

Nel frattempo, Kuerten ha scelto la terra americana e la vittoria a Buenos Aires lo rimette in vetta mentre il bis messicano ad Acapulco gli regala il primo titolo da re. Il divario con Safin, tuttavia, è minimo e nel Sunshine Double sono gli scarti a stabilire il nuovo sorpasso: Guga perde al terzo turno a Indian Wells con il quadrumane statunitense Jan-Michael Gambill e al secondo a Miami dove a fermarlo è lo svedese Thomas Johansson, che invece in California ha eliminato Safin al debutto. A questo punto poco importa se Marat esce all’esordio anche in Florida (per mano di Balcells) perché Kuerten lascia sul terreno a Crandon Park la finale del 2000 e non può far nulla per evitare di abdicare. Dal 2 al 22 aprile, Safin colleziona le ultime tre settimane del suo breve regno e perde malamente l’unico match giocato, a Monte Carlo con il bronzo olimpico Arnaud Di Pasquale. Nelle sue nove settimane di regno, Marat Safin fa registrare un primato assai poco invidiabile, ovvero quello di essere il peggior numero uno della storia in quanto a percentuale di incontri vinti: appena il 36% (4 su 11).

Marat Safin – US Open 2000

Con la terra rossa sotto le suole, Kuerten riprende a volare. Vinto Monte Carlo da numero 2, Guga perde in finale a Roma con lo spagnolo Juan Carlos Ferrero e al primo turno ad Amburgo con Max Mirnyi. Non ancora dedito esclusivamente al doppio (specialità nella quale vincerà 10 slam nonché l’oro olimpico sull’erba di Londra in coppia con Vika Azarenka), il bielorusso gioca un tennis offensivo di estrema qualità e dimostra di sapersela cavare bene anche sulla terra, sia pur quella rapida del Super 9 tedesco. Il KO di misura (6-3 3-6 7-6) rimediato ad Amburgo non demoralizza Kuerten che al Roland Garros conquista il suo terzo titolo parigino dopo quelli del 1997 e del 2000. Nell’Era Open, il brasiliano è tuttora l’unico tennista (tra quelli che ne hanno disputate almeno tre) ad aver vinto tutte le finali slam giocate.

Prima di spostarsi negli Stati Uniti, per preparare la seconda parte di stagione sul duro, Kuerten mette in saccoccia un altro titolo sulla terra (Stoccarda) ma anche cambiando superficie i suoi risultati sono in linea con le aspettative. A Los Angeles perde in semifinale con Agassi e a Montreal esce al terzo turno per mano di un ragazzino non ancora diciannovenne con la dinamite nel servizio, un certo Andy Roddick. A Cincinnati, il numero 1 fa suo il quinto e ultimo Masters 1000 in carriera (unico sul duro) battendo Rafter, contro il quale si ritira nel primo set della finale di Indianapolis la settimana successiva. Kuerten sta giocando troppo e il fisico si lamenta ma allo US Open il ragazzo di Florianopolis trova la maniera di risalire la china di due set e battere Mirnyi 6-7 5-7 7-6 7-6 6-2 al termine di una sfida meravigliosa; nei quarti, però, la fatica accumulata nelle settimane precedenti si fa sentire tutta in una volta e con Kafelnikov rimedia appena sette giochi. Per Kuerten è l’inizio della fine.

Curiosamente, sarà proprio Kafelnikov a chiuderne la carriera da n°1 dopo che Guga ha collezionato una sequela di nove sconfitte quasi consecutive, interrotte solo dalla vittoria su Ulihrach a Bercy. In mezzo: Saretta a Costa do Sauipe, Ljubicic a Lione, Mirnyi a Stoccarda, Boutter a Basilea, Schalken a Bercy e la coppia Ivanisevic e Ferrero a Sydney, dove si svolge la Masters Cup che il brasiliano difende nel peggiore dei modi. Un anno dopo il clamoroso exploit di Lisbona, Kuerten conclude la sua esperienza sul trono con numeri “sporcati” in parte dal rendimento nelle ultime partite: 43 settimane in vetta, 63 incontri (46-17) in 19 tornei, di cui 4 vinti. I continui infortuni – soprattutto all’anca – limiteranno l’attività di Guga dal 2002 in poi e, salvo qualche sporadico buon risultato, gli impediranno di tornare a lottare per il vertice.

Vertice che, dalla Masters Cup di Sydney, è occupato dal più giovane n°1 della storia: Lleyton Hewitt. Ed è proprio di lui che parleremo la prossima settimana. 

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2000SAFIN, MARATSAMPRAS, PETE36 26MASTERS H
2000SAFIN, MARATAGASSI, ANDRE36 36MASTERS H
2001KUERTEN, GUSTAVORUSEDSKI, GREG64 46 36 62 79AUSTRALIAN OPENH
2001SAFIN, MARATRUSEDSKI, GREG06 67MILANOS
2001SAFIN, MARATKUCERA, KAROL63 64 36 57 26DAVIS CUPH
2001SAFIN, MARATHRBATY, DOMINIK36 16 46DAVIS CUPH
2001SAFIN, MARATMIRNYI, MAX76 46 36ROTTERDAMH
2001KUERTEN, GUSTAVOGAMBILL, JAN-MICHAEL67 46INDIAN WELLSH
2001KUERTEN, GUSTAVOJOHANSSON, THOMAS36 64 46MIAMIH
2001SAFIN, MARATDI PASQUALE, ARNAUD36 16MONTE CARLOC
2001KUERTEN, GUSTAVOFERRERO, JUAN CARLOS63 16 62 46 26ROMAC
2001KUERTEN, GUSTAVOMIRNYI, MAX36 63 67AMBURGOC
2001KUERTEN, GUSTAVOAGASSI, ANDRE76 36 36LOS ANGELESH
2001KUERTEN, GUSTAVORODDICK, ANDY76 46 26CANADA OPENH
2001KUERTEN, GUSTAVORAFTER, PATRICK24 RIT.INDIANAPOLISH
2001KUERTEN, GUSTAVOKAFELNIKOV, YEVGENY46 06 36US OPENH
2001KUERTEN, GUSTAVOSARETTA, FLAVIO64 26 46COSTA DO SAUIPEH
2001KUERTEN, GUSTAVOLJUBICIC, IVAN67 26LIONES
2001KUERTEN, GUSTAVOMIRNYI, MAX64 67 46STOCCARDA INDOORH
2001KUERTEN, GUSTAVOBOUTTER, JULIEN67 26BASILEAS
2001KUERTEN, GUSTAVOSCHALKEN, SJENG64 46 46PARIGI BERCYS
2001KUERTEN, GUSTAVOIVANISEVIC, GORAN26 76 46MASTERS H
2001KUERTEN, GUSTAVOFERRERO, JUAN CARLOS67 26MASTERS H
2001KUERTEN, GUSTAVOKAFELNIKOV, YEVGENY26 64 36MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras

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Umago Stories 3: 2020 inception, quando un torneo di tennis diventa… un sogno

L’ATP 250 di Umago quest’anno non si è giocato né si giocherà, vittima della pandemia di COVID-19. Eppure il nostro inviato lo ha giocato comunque. Come in un sogno ad occhi aperti

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Il campo centrale di Umago

L’assenza dei Championships è stata e resterà straziante, ma è anche stata abbondantemente celebrata tra ricordi, analisi e torneo virtuale. È giunto allora il tempo di occuparci di un’altra perdita, quella che ora ci sta affliggendo quasi nella stessa misura, nel tentativo di esorcizzarla anche per poter guardare con rinnovata speranza ai prossimi appuntamenti. A beneficio dei più distratti e insensibili, l’evento in questione è l’ATP 250 di Umago, la cittadina dell’Istria a circa 35,9 km dall’Italia che in quest’anno originariamente olimpico avrebbe aperto le porte al tennis mondiale a partire dal 20 luglio. Il 15 maggio, però, arriva la notizia che tutti cominciavano a temere: l’edizione del 2020 è cancellata. Oppure no?


Fare l’inviato a un torneo quando non c’è il torneo può sembrare piuttosto semplice a livello teorico, ma nella pratica ci sono alcuni ostacoli da superare, primo fra tutti l’ammasso di cianfrusaglie in quello che sarebbe l’ingresso al Goran Ivanisevic Stadium riservato a giudici di linea e raccattapalle: una mano per farti largo e una per controllare sullo smartphone se il codice penale croato ha previsto una fattispecie per quello che stai facendo. Che, peraltro, è solo essere in anticipo di un paio di giorni. Un anno e due giorni, per i fanatici della precisione.

Nessuna speranza di un rinvio a settembre sulla strada aperta dal Roland Garros per un evento che deve tenersi in piena estate, con i bagnanti che alle 17.30 si trasformano magicamente in spettatori. Voci che odi vicine ti inducono ad allontanarti: non sei riuscito a raggiungere il campo per lasciare l’impronta di un tuo piede sul manto, ma il tuo avvocato potrà eventualmente sostenere la desistenza volontaria.

 

Arrivato da poche ore, ti sei già reso conto delle prevedibili difficoltà che quest’anno dovrà affrontare chi vive di turismo estivo, le cui aspettative non possono perciò essere improntate all’ottimismo e, se la scenografia che ti circonda è quella della festa, la musica che l’accompagna è suonata in chiave minore. C’è allora chi cerca di allontanare gli inevitabili timori con qualche battuta dal retrogusto aspro, come la scritta sulla lavagna all’ingresso della trattoria in cui ti imbatti percorrendo la strada in salita verso la tua meta: mangia o patiremo entrambi la fame.

Risotto amaro

Per compensare la sensazione amara che ha prontamente sostituito l’iniziale sorriso di fronte a quell’insegna, decidi che assumerai senza indugio e in sol colpo la dose giornaliera massima di zuccheri liberi che l’OMS raccomanda di non superare. Arrampicandoti faticosamente per le poche decine di metri che ancora ti separano dal negozio della tua fornaia preferita, non fai subito caso al ragazzone che incroci. Dopo alcuni secondi, ti si accende una luce: possibile che fosse Matteo Berrettini, quello? Quando ti giri, è già sparito dietro chissà quale angolo.

Il sillogismo “Berrettini non è mai venuto a Umago quando il torneo si è disputato, quest’anno non si gioca, quindi dev’essere lui” ti suona un po’ forzato, ma ti lanci comunque all’inseguimento cercando di pensare a una domanda abbastanza intelligente da giustificare l’aver importunato un giocatore che passeggia per i fatti suoi lontano da impegni ufficiali. Lo raggiungi e ti fermi a fissarlo. Lo facevi più alto. Con i capelli un po’ meno biondi. Anche l’accento, quando ti chiede cosa tu abbia da guardare, non è giusto. Peccato, avevi la domanda perfetta, ma di sicuro non la sprechi con questo imitatore dal talento discutibile che ti costringe a ripercorrere parte di quell’infinita salita – un’inclinazione sconosciuta ai tuoi luoghi d’origine, profondamente innaturale e ferocemente contraria alla tua genetica pianeggiante.

Stremato, decreti che lo sforzo appena compiuto ti dispenserà dall’osservare strettamente quella che, dopotutto, è solo una (forte) raccomandazione e ti gusterai uno strudel al papavero, una come-si-chiama alle noci e un… Sgomento. A dispetto del cartello radno vrijeme sulla porta che indica l’apertura continuata 6-20, il panificio è chiuso. E non solo oggi, ti spiegano nel negozio accanto alludendo agli effetti del COVID-19 mentre cercano di venderti un materassino da spiaggia. Compri le anelate paste dall’altra parte della strada dove solitamente sono altrettante buone, ma ormai non hanno più lo stesso sapore.

“Ricordo quando qui c’era la sala stampa e adesso è tutta campagna”

Nel giorno che sarebbe destinato alla compilazione del tabellone, la location del torneo – il complesso Stella Maris – è deserta. Sui campi, non solo mancano i tennisti che si allenano, ma non ci sono nemmeno le reti e parti delle righe hanno vinto la resistenza dei chiodi. Prendi posto sul Grand Stand dove non ci sarà l’irrinunciabile briefing delle hostess ogni giorno alle 16. Inizi a pensare che questa situazione non sia reale, bensì una sorta di Matrix però al contrario, dove il mondo immaginario fa schifo. Se le pandemie sono roba da film, la spiegazione più logica è che questo sia un sogno – un incubo dall’apparente durata di alcuni mesi da cui fuggire per tornare al più presto alla realtà.

Come ci si desta da questa sconcertante illusione? Leonardo di Caprio e soci, viaggiatori dei sogni nel film Inception, insegnano: una sensazione di caduta ti sveglia. Nulla di più facile. Tornato all’appartamento, piazzi una sedia sul letto in modo che lo schienale coincida con il bordo e ti ci siedi con cautela. Giri la testa e sbirci da sopra la spalla: è parecchio alto. D’un tratto, non ti sembra tutta questa grande idea. Ti convinci che dovrebbe funzionare anche girando la sedia per ricadere sul letto – così, per essere più tranquilli. Cerchi di alzarti, ma perdi l’equilibrio: stump!

Domenica mattina, entrando allo Stella Maris armato di laptop e di tutto l’equipaggiamento da inviato previdente, rimpiangi i vecchi tempi (fino a cinque anni fa) con i tre turni delle qualificazioni che occupavano l’intero weekend e i lunedì che già proponevano un programma corposo. Adesso, invece, tabellone cadetto dimezzato, sabato libero e lunedì scarno. La tua missione odierna, oltre a dare un’occhiata a un paio di italiani impegnati nel primo turno di “quali”, è venire a capo di un dubbio che ti tormenta da un buon paio di anni, dalla prima volta che hai visto giocare Matthias Bachinger – evento che ti avrebbe lasciato indifferente se non fosse che avevi già impresso nella mente Peter Gojowczyk per la sua entusiasmante vittoria in Coppa Davis contro Jo-Wilfried Tsonga.

I due tedeschi si stanno allenando sul campo 4. Quello che deve guadagnarsi l’accesso al main draw indossa il cappellino, l’altro no: il gioco “trova le differenze” finisce qui. Entrambi nati negli anni ’80 a Monaco di Baviera (e ivi residenti), alti 188 cm, Bachinger e Gojowczyk vantano cognomi di nove lettere (ma goiovcik è più facile da pronunciare), hanno iniziato a giocare a tennis nello stesso anno e non sono particolarmente a loro agio sulla terra battuta – non che sia una sorpresa con quei colpi. Già, i colpi. Perché le cose che hanno in comune “sono tante che quasi spaventa”, ma i colpi… quelli sono pressoché identici. Il dritto soprattutto, ma anche il rovescio bimane e il servizio sembrano portati dallo stesso tennista.

E pensare che la scheda dell’ATP bolla come “sconosciuto” il rovescio di Bachi: è un po’ come sapere la data di nascita di Mike Bryan ma ignorare quella di Bob, il suo gemello. Ecco allora la tua missione: scoprire se c’è un motivo dietro a quella che, almeno ai tuoi occhi, è molto più di una semplice somiglianza. Già parecchio tempo fa, però, un tuo ben più esperto collega ti aveva vagamente sconsigliato di porre quella domanda (“che non ti venga in mente di chiedere a Bachinger quella stupidaggine”) e scegli di attenerti a quell’indicazione di massima. Ottima decisione, per una volta. Lo domanderai a Gojowczyk.

La settimana del Croatia Open 2020 procede senza particolari scossoni, con il favorito Ilvio “nei dintorni di Djokovic” Vidovich che si avvia a mettere le mani sull’ennesimo trofeo. Ma, tranne che per l’intrusione di un diciottenne italiano, rispetta i valori del ranking anche l’altro torneo, quello mainstream, dove i giornalisti tornano a fare i giornalisti e a impugnare le racchette sono i tennisti di professione. Sebbene i colori azzurri risplendano durante i quarti di finale, il tuo spirito indie ti spinge in un’altra direzione. Nel 2019 si era ritirato poco prima della compilazione del tabellone, ma quest’anno Marton Fucsovics è tornato a Umago.

Ti sembra proprio l’occasione propizia per ricordargli l’episodio dello scorso anno a Roma, quando una chiamata all’apparenza stupefacente dell’arbitro Moscarella mise fine a un match che la tensione di Basilashvili avrebbe anche potuto riaprire a favore di Marton. Vuoi domandare a Fucsovics se per quella chiamata abbia poi sospettato un motivo diverso dalla personale interpretazione del segno dopo il tristemente noto pep talk di Moscarella a Pedro Sousa in quel di Firenze, specificatamente nella parte in cui avrebbe voluto finire al più presto per il troppo caldo (26° gradi, ma vabbè). La ritieni una domanda innocente; dopotutto, non potrà andare peggio di com’è finita con Gojowczyk. Oppure sì?

Lo spettacolo pirotecnico di domenica sera festeggia il trionfo di Matteo Berrettini al “250” di Umago. Certo, era la prima testa di serie e l’unico top ten in tabellone, ma pensando a com’era iniziata… Il Berretto nazionale, in vacanza nel Paese natio della fidanzata Ajla, fa tappa a Umago per salutare l’amico Lorenzo Sonego impegnato nel torneo. Proprio in quelle ore, si libera un posto nel tabellone. “Senti Matteo” lo approccia con eccessiva confidenza uno del team di Lawrence Frankopan, il direttore della manifestazione. “Sai che Thiem ci aveva chiesto una wild card durante l’interruzione per pioggia mentre era sotto 4-6 4-6 1-5 al primo turno di Wimbledon, no? Beh, con la scusa che poi è arrivato in fondo al torneo, ha rinunciato per prendersi un’altra settimana di riposo”. “Addirittura due settimane senza giocare?” chiede Matteo con enfasi esagerata. L’altro lo ignora e prosegue: “Prendi tu il suo posto”. Ma no, voglio andare a vedere i laghi di Plitvice – vacci pure, tanto giochi il primo match giovedì – eppoi non ho neanche le racchette – te le presto io, sono uguali alle tue – su questo avrei qualche dubbio – dai, c’è anche Santopadre con te…

Il nostro si convince, rientra martedì sera dalla gita ai laghi, mercoledì si allena con le sue racchette giunte tramite corriere (si scorge una punta di delusione sul viso di quello dell’organizzazione) e vince quattro durissimi incontri in quattro giorni restando in campo complessivamente quasi undici ore. “Mi fanno un po’ malino le caviglie” dirà al termine della spettacolare finale vinta contro Jannik Sinner.

Con il naso puntato in direzione dei fuochi d’artificio mentre cerchi di non sporcarti eccessivamente di salsa tzatziki azzannando il falafel acquistato da quello che dalle tue parti sarebbe un piadinaro ambulante, cammini a un paio di metri dal bordo della laguna che delimita il lato nord dell’impianto. Un metro. Qualche centimetro. Cadi in acqua.

La prima cosa che vedi appena riapri occhi è il lampadario della tua stanza in affitto. La testa ti duole, ma già intuisci i prodromi di un altro dolore, meno tangibile eppure più profondo. Spietati, gli indizi suggeriscono che le emozioni della settimana umaghese hanno preso vita solo nel tuo cervello commosso – nel senso di commozione encefalica. Ma potrebbe non essere così semplice. Nel film di Christopher Nolan, i protagonisti capivano di trovarsi ancora in un sogno se l’oggetto personale che portavano sempre con sé – il totem – violava le leggi della fisica. Non sei stato previdente e non hai scelto il tuo totem, quindi, per quanto ne sai, potresti essere solamente “risalito” da un sogno-dentro-a-un-sogno al livello superiore e non essere ancora sveglio.

Un suono di passi agili ti distoglie dalle tue matrioske oniriche. Si avvicinano. Tenuta da tennis, borsone sulle spalle e un elegante segno diacritico sulla c, Ajla Tomljanović ti guarda perplessa: “Smetti di fare lo scemo lì per terra e andiamo in campo a tirare due palle”. A cosa serve un totem quando la realtà ti si presenta inequivocabile…

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Uno contro tutti: Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras

Oggi introduciamo ben tre nuovi numeri uno, che insieme ad Agassi si insediano nella terza e ultima fase del regno di Pete Sampras, che si conclude nel novembre del 2000

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Yevgeny Kafelnikov

Il 24 agosto 1998, alla vigilia degli US Open, Pete Sampras torna in vetta al ranking per la sesta volta. La sua estate di preparazione al major di casa non è stata memorabile: tre tornei e nessun titolo con lo scivolone finale a New Haven dove, forse poco motivato, si è arreso al terzo turno all’indiano Leander Paes, uno che farà fortuna nei doppi, specialità nella quale collezionerà ben 18 slam in carriera. Tuttavia, a New York il favorito è Pete che infatti arriva in semifinale lasciando per strada un solo set. Qui però deve vedersela con un australiano che ha l’attacco nel sangue e che l’ha sconfitto di recente nella finale di Cincinnati recuperandogli un set: Patrick Rafter. Degno erede della scuola dei canguri, Rafter a Flushing Meadows è il campione in carica avendo vinto il titolo non senza sorpresa nel 1997 battendo in finale l’anglo-canadese Greg Rusedski. Sampras e Rafter non si amano molto e sono alla sfida diretta numero 11. Delle dieci precedenti, l’australiano ha vinto la prima (tre tie-break nei quarti a Indianapolis nel 1993) e appunto l’ultima, a Cincinnati; in mezzo otto successi del numero 1, di cui un paio sofferti. 

Sulla lunga distanza parrebbe che Pete dovesse essere favorito e invece, pur in vantaggio due set a uno, alla fine è Rafter a prevalere 6-7 6-4 2-6 6-4 6-3 e continuare il suo cammino verso il secondo titolo degli US Open consecutivo (in finale regolerà il connazionale Mark Philippoussis). Ben saldo in testa alla classifica ATP, Sampras chiuderà la stagione al n°1 per la sesta volta consecutiva (un record tuttora ineguagliato) ma fino al termine della stagione dovrà accontentarsi di un solo titolo (Vienna) e rimedierà ben cinque sconfitte. Di queste, la più cocente e imprevedibile sarà proprio l’ultima, patita per mano dello spagnolo Alex Corretja nella semifinale dell’ATP World Tour Championship ad Hannover. Considerato a giusta ragione un terraiolo (anche in virtù della vittoria a Roma nel 1997 e della finale persa con Moya al Roland Garros nel giugno scorso), Corretja ha saputo adattare il suo tennis al duro tanto che, nella stagione in corso, ha vinto più tornei sul veloce (Dubai, Indianapolis e Lione) che sulla terra (Gstaad). Nessuno però lo ritiene in grado di fare il colpaccio nel torneo dei Maestri; invece, recuperando da 0-2, Alex mette a segno la vittoria più prestigiosa vendicandosi di Moya e succedendo nell’albo d’oro proprio a Sampras.

Bisognoso di riposo dopo l’intensa attività di fine 1998, il n°1 salta gli Australian Open e inizia la stagione direttamente a San Josè, dove supera tre turni prima di dare forfait in semifinale. A Scottsdale, Sampras perde al secondo turno contro il connazionale Gambill mentre al debutto nel Super 9 di Indian Wells sono due spagnoli a rendergli amara la trasferta californiana: Felix Mantilla, che lo batte al debutto, e Carlos Moya, che conquista la finale e con essa la prima posizione mondiale. Il regno dell’iberico durerà appena due settimane e si chiuderà in Florida il 28 marzo. A Key Biscayne Carlos cede al terzo turno a Grosjean mentre a Sampras basta spingersi fino ai quarti (dove a batterlo, tanto per cambiare, è Richard Krajicek) per ridiventare re del mondo. I carnefici dei due che lottano per la vetta del ranking si giocheranno il titolo in finale e a prevalere sarà l’olandese.

 
Carlos Moya – Australian Open 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

Questo però è un Sampras a scartamento ridotto, desideroso solo di approdare la sua isola sicura, fatta di erba sotto i piedi. Nelle cinque settimane in cui siede di nuovo sul trono, Pete non gioca nemmeno un incontro e così il russo Yevgeny Kafelnikov – che nello stesso periodo colleziona ben quattro sconfitte consecutive a Estoril (Pavel), Barcellona (Squillari), Monte Carlo (Ljubicic) e Praga (Fromberg) – diventa numero uno del mondo. Ancora una volta il meccanismo di attribuzione dei punti mostra il suo lato debole e non mancano le giuste perplessità sull’investitura del “Principe di Sochi”, uomo da due Slam in bacheca (Roland Garros 1996 e Australian Open nella stagione in corso) che inquina le sue sei settimane da re con numeri assai poco lusinghieri: il terzo turno a Roma, battuto da Kuerten, e la semifinale a St.Polten (sconfitto da Zabaleta) sono l’antipasto della rovinosa caduta al secondo turno di Parigi, dove lo slovacco Dominik Hrbaty gli lascia appena nove giochi (6-4 6-1 6-4) e inaugura il suo positivo bilancio contro i numeri 1 in carriera, che si chiuderà con 4 vittorie e 3 sconfitte. Eliminato al primo turno anche al Queen’s (da Sargsian), il 16° numero 1 della storia chiude mestamente la sua esperienza e cede di nuovo lo scettro a Sampras.

Sui prati, Sampras ritrova vigore e motivazioni e la doppietta londinese Queen’s-Wimbledon ne legittima il ruolo di sovrano ma ancora una volta il computer ha un punto di vista diverso e il giorno dopo la finale dei Championships, nonostante Pete abbia battuto Agassi in tre set al termine di una prestazione maiuscola (lui stesso definirà quello come “il miglior match della mia carriera”), sarà proprio Andre a scalzarlo dal trono. Nei tre anni e mezzo trascorsi dall’ultima volta che si era seduto lì (era l’11 febbraio 1996), Agassi è stato sulle montagne russe: ha vinto l’oro olimpico ad Atlanta, è stato 141 al mondo alla fine del 1997, è ripartito dai challenger per ritrovare punti e fiducia, è rientrato in Top-10 nel 1998 e infine ha concluso il Career Grand Slam vincendo il Roland Garros nel 1999. Il cervellone elettronico però, non ancora pago, scombussola di nuovo le idee agli appassionati e il 26 luglio, ovvero il giorno in cui inizia il torneo di Los Angeles, retrocede Agassi al n°3 alle spalle di Sampras e del 17° numero 1 della storia, l’australiano Patrick Rafter. 

Patrick Rafter

Campione degli US Open nel biennio 97-98, Rafter si insedia a palazzo reale senza aver giocato e sarà l’unico leader ATP a non disputare nemmeno un incontro come tale; il suo regno durerà infatti una sola settimana, durante la quale Pat non scenderà in campo. Il 2 agosto è Sampras a prendere il suo posto, giusto in tempo per fare suo il torneo di Cincinnati e ritirarsi a Indianapolis contro Vincent Spadea, infortunio che lo terrà lontano dalle scene per diversi mesi e gli farà saltare gli US Open. In assenza del numero 1, a New York il favorito è Agassi che infatti vince il torneo battendo in finale Todd Martin e inaugura la sua quarta vita da re, la più duratura. Dal 13 settembre 1999 al 10 settembre 2000, Andre terrà il bastone del comando per un anno esatto. Il suo finale di stagione è contrassegnato da un solo titolo (Bercy, dove diventa il primo e unico tennista campione dei due eventi parigini nello stesso anno) e ben quattro sconfitte, l’ultima delle quali nella finale dell’ATP World Tour Championship contro Sampras.

La sensazione è che Pete, nonostante tutto, sia ancora il migliore di tutti ma a salvare Agassi, stranamente, è quella continuità che in carriera non ha mai avuto. Così, chiuso il 1999 in testa al ranking, Agassi inaugura il nuovo millennio conquistando gli Australian Open a spese dei due che lo seguono nel ranking (Sampras, n°3, in semifinale e Kafelnikov, n°2, in finale) e niente fa presagire ciò che avverrà nel resto dell’anno, ovvero che quello rimarrà il suo unico titolo del 2000. Fino al Roland Garros, Andre eccelle solo in Davis (quattro vittorie su quattro) mentre nei tornei ATP rimedia diverse battute d’arresto fino al Roland Garros, dove è chiamato a difendere il titolo. Qui, dopo l’agile debutto contro Dupuis, incappa al secondo turno in Karol “Gattino” Kucera, slovacco allievo di “Gattone” Mecir, del quale replica per sommi capi il gioco. Agassi è avanti di un set e serve per il secondo sul 5-4 ma dal 15 pari in poi entra in un tunnel che lo conduce ben presto negli spogliatoi; con un parziale incredibile di 15 giochi a 1 Kucera accede al turno successivo (2-6 7-5 6-1 6-0) non senza meraviglia: “Aveva il match in mano e d’un tratto ci siamo trovati un set pari; quella è stata un’iniezione di fiducia per me” dirà lo slovacco in conferenza stampa dopo la sua terza vittoria in carriera contro il n°1 del mondo. E non sarà l’ultima.

Dopo l’ostilità della terra, pure l’erba si dimostra nemica di Andre Agassi. Al Queen’s è costretto a ritirarsi al secondo turno contro Gianluca Pozzi mentre a Wimbledon, dopo essersi salvato di un soffio con Todd Martin (10-8 al quinto), arriva in semifinale e gioca una bella partita contro Patrick Rafter, che però l’australiano fa sua 6-4 al quinto qualificandosi per la finale in cui soccomberà a Pete Sampras. Nei due Super 9 americani la presenza di Agassi è quasi impalpabile (fuori al primo turno in Canada per mano di Jerome Golmard e costretto al ritiro nel secondo match a Cincinnati contro Fernando Vicente; Washington potrebbe essere la città del riscatto ma in finale Andre si fa sorprendere da Corretja e così allo US Open arriva la cambiale più grossa, quella che gli costa la poltrona. Un debutto agevole con Kevin Kim non fa testo perché al secondo turno il francese Arnaud Clement lo domina 6-3 6-2 6-4 e di fatto riconsegna la corona a Pete Sampras, che perderà in finale contro il russo Marat Safin.

Malmesso fisicamente, Pete si prende qualche settimana di riposo e sceglie di rientrare direttamente alla Masters Cup di Lisbona ma a quel tempo non sarà più lui il padrone delle ferriere. Il suo lungo regno, iniziato il 12 aprile 1993, si conclude il 19 novembre del 2000 ma del suo successore parleremo nella prossima puntata.

Questa la chiudiamo con le cifre di Sampras, che sono rilevanti: 286 settimane da n°1 (16 più di Lendl, record) con un bilancio di 335 incontri vinti e 64 persi (82,9%) in 100 tornei, di cui 36 vinti. Soprattutto, primato a cui Pete tiene particolarmente, sei stagioni consecutive chiuse in vetta al ranking. E poco importa se in tutto questo tempo altri sei colleghi hanno indossato la corona.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SEDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1998SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK76 46 62 46 36US OPENH
1998SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE64 67 36BASILEAS
1998SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD76 46 67STOCCARDA INDOORH
1998SAMPRAS, PETERUSEDSKI, GREG46 67 36PARIGI BERCYS
1998SAMPRAS, PETESTOLTENBERG, JASON67 64 46STOCCOLMAH
1998SAMPRAS, PETECORRETJA, ALEX64 36 67MASTERS H
1999SAMPRAS, PETEGAMBILL, JAN-MICHAEL64 36 46SCOTTSDALEH
1999SAMPRAS, PETEMANTILLA, FELIX67 63 36INDIAN WELLSH
1999MOYA, CARLOSGROSJEAN, SEBASTIEN63 46 67MIAMIH
1999KAFELNIKOV, YEVGENYKUERTEN, GUSTAVO57 16ROMAC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYZABALETA, MARIANO57 36ST.POLTENC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYHRBATY, DOMINIK46 16 46ROLAND GARROSC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYSARGSIAN, SARGIS63 36 36QUEEN’SG
1999SAMPRAS, PETESPADEA, VINCENT46 63 RIT.INDIANAPOLISH
1999AGASSI, ANDREHAAS, TOMMY06 76 46GRAND SLAM CUPH
1999AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL46 57BASILEAS
1999AGASSI, ANDREENQVIST, THOMAS36 64 06STOCCARDA INDOORH
1999AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE16 57 46MASTERS H
2000AGASSI, ANDRECLAVET, FRANCISCO16 26SCOTTSDALEH
2000AGASSI, ANDREARAZI, HICHAM36 63 36INDIAN WELLSH
2000AGASSI, ANDREKUERTEN, GUSTAVO16 46MIAMIH
2000AGASSI, ANDREVANEK, JIRI46 RIT.ATLANTA C
2000AGASSI, ANDREHRBATY, DOMINIK46 46ROMAC
2000AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL62 57 16 06ROLAND GARROSC
2000AGASSI, ANDREPOZZI, GIANLUCA64 23 RIT.QUEEN’SG
2000AGASSI, ANDRERAFTER, PATRICK57 64 57 64 36WIMBLEDONG
2000AGASSI, ANDREGOLMARD, JEROME67 67CANADA OPENH
2000AGASSI, ANDREVICENTE, FERNANDO63 36 01 RIT.CINCINNATIH
2000AGASSI, ANDRECORRETJA, ALEX26 36WASHINGTONH
2000AGASSI, ANDRECLEMENT, ARNAUD36 26 46US OPENH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
Uno contro tutti: Lendl
Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
Uno contro tutti: Mats Wilander
Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier
Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
Uno contro tutti: la seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona

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