Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all'indoor di Milano - Pagina 2 di 4

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Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all’indoor di Milano

La nostra rubrica prevede oggi una tappa che farà lacrimare i nostalgici e arrabbiare gli appassionati. Tra Borg, McEnroe, Edberg e Federer, ascesa e caduta di un torneo che meritava di più e che è stato segnato da una nevicata

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Il mancino nato per caso a Wiesbaden entra nel cuore dei milanesi proprio come il nuovo sponsor, l’olio Cuore, che accompagnerà l’evento per un quadriennio. Nel 1980 una serie di concause fa dimezzare il numero degli spettatori. Il tappeto è velocissimo, le teste di serie cadono prematuramente come birilli e i tre italiani (Panatta, Bertolucci e Zugarelli) non sono da meno. Per fortuna che McEnroe non delude, anche se è costretto a cedere l’unico set del torneo in semifinale a un ventenne che, in quanto a sorrisi, fa concorrenza a Buster Keaton: Ivan Lendl. Il ragazzo è giovane e, nonostante le spalle strette, si farà. Eccome se si farà.

La finale mancata del 1979 va in scena due anni più tardi. Borg torna a Milano nella stagione in cui ha scelto di ridurre l’attività. La sua stella è stanca, al debutto stagionale ha perso a Bruxelles dal tedesco Gehring ma con il pubblico meneghino ha un conto in sospeso e ci tiene a fare bella figura. Per raggiungere McEnroe nell’atto conclusivo, Bjorn trova pure la maniera di “riabilitare” Gianni Ocleppo. Il torinese è il secondo italiano, dopo Adriano Panatta, a raggiungere la semifinale nell’evento milanese; tuttavia basta dare un’occhiata al suo cammino per rendersi conto che la buona sorte ha avuto la sua bella importanza. Un qualificato al primo turno e due ritiri (la lombalgia di Amaya e la caviglia in disordine di Gene Mayer) hanno accomodato Ocleppo verso un traguardo insperato ma il futuro telecronista di Eurosport non ci sta e, pur perdendo in due set, strappa al n°1 del mondo ben undici giochi. “Bjorn non è più lo stesso” afferma McEnroe a fari spenti; mentre erano accesi, sul campo, lo svedese ha avuto tre palle per salire 4-2 nel primo set ma le ha fallite e da quel momento l’americano ha edificato la sua quinta vittoria contro Borg. La sesta e la settima, in teatri ben più prestigiosi, sanciranno il passaggio di consegne tra i due.

Nelle tre edizioni seguenti, McEnroe non metterà più piede vicino San Siro e sul trono della Cuore Cup si siedono altri re consacrati (Vilas, 1982) o in divenire (Lendl e Edberg, 1983 e 1984).
L’argentino si è scrollato la terra da sotto le suole e con l’età ha affinato il suo tennis rendendolo adatto anche ai tappeti indoor. I suoi passanti imbavagliano gli attaccanti Denton e Curren e in semifinale a Sandy Mayer non bastano i dieci minuti di yoga pre-partita per fermare la corsa del poeta. Nella finale tra le teste di serie principali, superficie e rango collocano Guillermo un gradino sotto ma Connors ha faticato più di Ercole nella settimana lombarda e Vilas si porta a casa il titolo.

 

L’anno dopo Ivan Lendl sopperisce ai forfait dell’ultimo minuto di Connors e McEnroe ma la curiosità degli addetti ai lavori è tutta per il computer, la cui apparizione in sala stampa lascia più d’uno a bocca aperta. Oltre a fare i caffè e snocciolare dati ancora poco apprezzati, il cervellone azzecca pure 18 pronostici su 31. Non un granché, vien da pensare, ma prevedere che Simpson e Dickson battano al primo turno Gerulaitis e Gomez e, soprattutto, che quel lungagnone di Chip Hooper arrivi in semifinale e rischi di fare lo sgambetto anche a Lendl… Beh, altro che computer! Nostradamus ci vuole. E servirebbe l’indovino anche per azzeccare i finalisti della più giovane finale nella storia del torneo, quella tutta svedese del 1984.

Quell’anno McEnroe e Connors ripetono lo scherzetto del ritiro in “Zona Cesarini” (un po’ di calcio non guasta, visto che siamo a due passi dal Meazza) e il “rimedio” Lendl va in fumo perché Ivan sta acquistando un ristorante in Florida. Come se non bastasse, il Palazzone viene messo a disposizione degli organizzatori solo 24 ore prima dell’inizio del torneo per via della coppa del mondo di equitazione. Gli aggiustamenti alla struttura si susseguono per tutta la settimana e la vittoria in finale del diciottenne semisconosciuto Stefan Edberg sembra la ciliegina sulla torta della maledizione. Sembra, appunto. Dopo aver fatto il pieno tra gli juniores, lo svedese che si è ribellato alla “logica-Borg” e ha tolto la seconda mano dal rovescio inaugura qui la sua bacheca di trofei maggiori. Il resto lo conosciamo.

Come detto in apertura, la nevicata del secolo toglie di mezzo il Palazzone a due mesi dall’inizio dell’ottava edizione. Per la Fila, nuovo main-sponsor, un debutto niente male. Il carrozzone del tennis si trasferisce nell’angusto Palalido e il ripiego crea danni evidenti alle casse del torneo. Parziale consolazione, i giocatori si dicono felici del calore emanato dalla vicinanza del pubblico. Poi c’è da festeggiare il ritorno di John McEnroe, che aveva lasciato la manifestazione senza il suo tricampione in carica nell’82 e riprende il filo interrotto con altre cinque sonanti vittorie in due set. Più del finalista Jarryd, a mettere in apprensione SuperMac è un tedesco di neanche diciotto anni e rosso di capelli le cui bordate, quando riesce a tenerle dentro le righe, non si prendono. Boris Becker perde 6-4 6-3 al primo turno ma il futuro è nella sua racchetta. Anche se McEnroe la pensa diversamente: “Raggiungerò il vertice della mia carriera nei prossimi 2/3 anni” afferma al termine della finale. Si sbaglia: il vertice ha appena finito di toccarlo.

Ritirato dall’attività (almeno per il momento), Bjorn Borg è rimasto ambasciatore della casa d’abbigliamento italiana che lo vestiva quando giocava e dunque premia il vincitore nel triennio del Fila Trophy. Dopo McEnroe, tocca a Lendl (1986) e allo stesso Becker (1987) ricevere il trofeo dalle mani dell’orso ma i due campioni vengono percepiti in maniera quasi opposta dal pubblico. In prospettiva Wimbledon, che l’ex cecoslovacco vuole aggiudicarsi a tutti i costi, Ivan si presenta a Milano nei panni del semi-attaccante ma continua a beccarsi dell’antipatico perché ai sorrisi preferisce gli scatti d’ira. E così i milanesi gli preferiscono il vellutato Mecir, da lui sconfitto in semifinale e che l’anno dopo fa un passo avanti e raggiunge la finale, stavolta fermato da Boris. Nel frattempo il torneo ha di nuovo cambiato dimora e si gioca al PalaTrussardi, su un sintetico rapidissimo e con palle Pirelli ancora più veloci. Nonostante le difficoltà logistiche, Cino Marchese e compagnia fanno di tutto per rendere indimenticabile la settimana di tennis a Milano e continuano a contornare il torneo di avvenimenti mondani. Sono quasi cinquantamila gli spettatori che testimoniano il dominio di Becker e la debacle del secondo favorito, Mats Wilander, al cospetto della sua bestia nera Mecir, e la domenica della finale il tedesco sta ancora posando con il trofeo che già gli inservienti hanno tolto il tappeto e predisposto l’impianto per la gara interna della Tracer.

Nel 1988 Fila cede il posto a Stella Artois e per tre stagioni lega il suo nome al torneo, che continua a riscuotere grande interesse sia nei protagonisti che negli spettatori. Per esigenze di calendario, il torneo viene anticipato di oltre un mese rispetto al periodo abituale di inizio primavera e si colloca a metà febbraio, tra gli Australian Open e la prima parte della stagione sul cemento americano. È l’anno delle treccine, da quelle del fuoriclasse olandese del Milan Ruud Gullit in tribuna a quelle di Yannick Noah in campo. Il funambolico francese è una mina vagante che può tutto e il contrario di tutto; si complica l’esistenza al secondo turno con l’austriaco Antonitsch per poi lasciare cinque giochi a Cash. Becker vorrebbe confermarsi campione ma nell’altra occasione in cui ha affrontato Noah in Italia ci ha perso (a Roma, sulla terra) e la storia si ripete anche al PalaTrussardi in un match di rara bellezza e intensità. Yannick sa cosa deve fare, ovvero tagliare col rovescio e costringere Becker a piegarsi su palle basse e viscide, ma la teoria va bene solo quando si riesce a metterla in pratica. Due break, uno per parte, consegnano altrettanti 6-4 all’uno e all’altro mentre il terzo set si chiude al 13° gioco nonostante Noah abbia servito per il match sul 5-4. Becker non vuole abdicare e per una volta risponde meglio di quanto solitamente serva, ma deve arrendersi al tie-break per un soffio. Una grandissima partita, che sostituisce di fatto la finale resa monca dal ritiro di Connors dopo soli otto giochi (4-4) a causa di uno stiramento.

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Storie di tennis: tra cielo e terra

Joseph Raphael Hunt, detto Joe, e Jack Kramer. Una storia che forse non conoscete e una foto che non dimenticherete

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Joe Hunt e Jack Kramer - Forest Hills 1943

La storia del tennis nella prima metà del ‘900 fu spesso frutto di fatali incontri tra il cielo e la terra. In questo articolo ne racconteremo due. È noto che il più importante torneo di tennis su terra prende il nome da un asso dell’aviazione francese di origine spagnola morto in azione sul finire della prima guerra mondiale: Roland Garros. Non è invece conosciuto il nome di chi abbatté il pilota francese. In teoria avrebbe potuto essere il barone Uberto de Morpurgo, dal momento che all’epoca della prima guerra mondiale prestava servizio come aviatore nell’esercito austro-ungarico.

Uberto Luigi de Morpurgo nacque nel 1896 a Trieste, città allora appartenente all’impero austro-ungarico; la madre era inglese e il padre era membro di una delle più ricche e potenti famiglie triestine, fondatrice del gruppo assicurativo Generali. Al termine del primo conflitto mondiale Trieste divenne italiana, e di conseguenza anche il barone de Morpurgo lo divenne. Simile a molti dei suoi colleghi dell’epoca sotto il profilo dell’estrazione sociale, il nobiluomo era però da loro molto dissimile per il comportamento in campo, caratterizzato da un agonismo spesso ben oltre le righe.

Nella sconfitta il suo comportamento fu spesso censurabile. Gianni Clerici in “500 anni di tennis” racconta della volta in cui il nostro protagonista rifilò un solenne ceffone a Giorgio de Stefani – suo allievo – al termine di una partita nella quale il discepolo osò batterlo. Nel tennis come nella vita però, molto viene perdonato ai vincenti e de Morpurgo lo fu, seppure nel suo palmares manchi l’acuto che regala l’immortalità tennistica. Il suo excursus honorum è pressoché privo di affermazioni dentro i confini patri poiché la sua natura cosmopolita lo indusse a cercare quasi sempre la gloria sui grandi palcoscenici internazionali. Solidissimo in entrambi i fondamentali di rimbalzo oltre che dotato di straordinaria vis agonistica, all’apice della sua arte tennistica coincisa con il triennio ’28-’30, il suo nome appare nella classifica mondiale a cavallo tra l’ottava e la decima posizione assoluta.

Nel 1928 a Wimbledon si arrese solo ai quarti di finale al vincitore di quella edizione, René Lacoste. Nel ‘29 a Parigi al terzo turno batté il tennista e aviatore italiano conte Leonardo Bonzi, protagonista di una nostra precedente storia, e nel 1930 arrivò sino in semifinale dove perse contro Henri Cochet. La terra rossa era la sua superficie preferita e proprio su quel terreno alle olimpiadi parigine del 1924 colse il suo alloro più prestigioso: la medaglia di bronzo. Ad oggi quella medaglia resta l’unica ufficiale nella storia olimpica italiana. Tra i suoi avversari figura anche il monarca del tennis dell’epoca Bill Tilden, che lo batté nettamente nella finale della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputata al Tennis Club Milano. L’incontro ebbe luogo sul campo centrale intitolato a un aviatore perito nel corso della Grande Guerra: Gilberto Porro Lambertenghi.

Uberto de Morpurgo non prese mai parte al major statunitense che funge da sfondo per la nostra seconda storia. Una storia che nasce da un incontro causale tra il suo autore e una fotografia: quella che ritrae Jack Kramer e Joe Hunt che si stringono la mano seduti uno di fronte all’altro al termine della finale dell’edizione 1943 di Forest Hills. Il torneo – seppure a ranghi ridotti – venne disputato anche durante il secondo conflitto mondiale e molti dei giocatori americani che vi presero parte dal ’43 al ’45 erano sotto le armi. Tra questi c’era il californiano Joseph Raphael Hunt, detto Joe.

Classe 1919, Joe Hunt era il prototipo del californiano: alto, biondo, bello, atletico e ricco. Suo padre era un importante avvocato militare con una grande passione per il tennis che il figlio fece propria sin dalla più tenera infanzia. Il nostro protagonista era uno specialista del serve & volley, tattica con la quale vinse il torneo riservato agli under 15, agli under 18 e agli studenti universitari. Talento precocissimo, nel torneo principale giunse sino al terzo turno nel ’36 e nel ’37 contro Don Budge; ai quarti nel 1938 contro John Bromwich e alle semifinali nel 1939 contro Bobby Riggs.

Nel 1940 decise di abbandonare temporaneamente lo sport (oltre al tennis praticava con ottimi risultati anche il football) per entrare nell’Accademia Navale e diventare pilota di caccia. Il sacro fuoco del tennis non era però spento e nel 1943 chiese e ottenne una breve licenza premio per tentare nuovamente la scalata a Forest Hills, che quell’anno per motivi bellici si disputava nell’arco di una sola settimana. Quattordici dei trentadue uomini che quell’anno presero parte al singolare erano militari in licenza. Spiccava l’assenza del campione in carica, Ted Schroeder, al quale le autorità militari avevano negato il congedo. La scalata di Hunt fu trionfale. Dopo avere superato ai quarti di finale Frank Parker che era arrivato a Forest Hills dalla base aerea di Guam guidando personalmente il suo aereo, in semifinale superò Bill Talbert e in finale sconfisse in quattro set un ragazzo di 22 anni che nel mondo del tennis avrà un certo peso negli anni successivi: Jack Kramer.

Non inganni il 6-0 dell’ultimo parziale: Hunt rischiò seriamente di perdere l’incontro a causa dei crampi che lo tormentarono nella parte finale del match. Al termine dell’ultimo scambio il vincitore si accasciò al suolo urlando non per la gioia, bensì per il dolore procuratogli dai crampi e non fu in grado di rimettersi subito in posizione verticale. Kramer con grande prontezza di spirito e innegabile fiuto scenico si sedette quindi di fronte a lui per stringergli la mano regalando così ai fotografi la memorabile immagine sopra descritta.

Il giorno successivo alla conquista del titolo, Hunt tornò in servizio. Nel 1944 non lo difese e il 2 febbraio 1945 morì precipitando al suolo con il suo Grunman Hellcat F6F. Fu incluso nella Tennis Hall of Fame nel 1966. Ad oggi Joe Hunt è l’unico uomo ad avere vinto, oltre al torneo principale di Forest Hills, il singolare under 15 e 18 nonché il titolo universitario.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

Chi dice che iL Diavolo non ha mai calcato i campi del circuito ATP? C’è stato Kent Carlsson, secondo Gianni Clerici ‘il re degli arrotini’

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“Oggi ho perso contro il diavolo” (Massimo Cierro, torneo di Bari 1986) 

L’infortunio alla spalla sinistra di Djokovic ha tenuto banco nei forum tennistici nel corso delle ultime settimane. Ma, sempre per rimanere in tema di infortuni, si è parlato anche di Kim Clijsters e della sua volontà di tornare in campo nel 2020 e della vittoria di Filip Polasek a Cincinnati in doppio dopo essere stato lontano dal circuito per cinque anni a causa di gravi problemi fisici.

Oggi rimarremo quindi in argomento narrando le vicende sportive di uno dei più forti e sfortunati terraioli della seconda metà degli anni ’80. Un tennista noto agli appassionati italiani con il soprannome affibbiatogli da Massimo Cierro (best ranking 113) con la  battuta citata in apertura: lo svedese Kent Carlsson.

 

Carlsson nacque a Eskilstuna il 3 gennaio 1968. Alla nascita il neonato ricevette da mamma e papà grandi doti fisiche e un difetto che si rivelerà fatale: una gamba tre centimetri più corta dell’altra (o più lunga, secondo i punti di vista). Probabilmente il piccolo diavolo iniziò a palleggiare già in culla dal momento che lo troviamo a Ginevra nel tabellone principale del torneo nel settembre del 1983; lo vediamo poi aggiudicarsi il Roland Garros junior nel 1984 ed entrare nella top 100 nel luglio del 1985.

Il 1986 fu per lui un anno benedetto dall’assenza di infortuni e ciò gli permise di chiudere la stagione con le vittorie di Bari e Barcellona e il 14esimo posto nel ranking. A Indian Wells nel 1987 si dovette ritirare a causa del primo di una lunga serie di infortuni al ginocchio; da questo in particolare si riprese comunque bene e nella stessa stagione vinse prima a Nizza e poi a Bologna superando in entrambi i casi in finale Emilio Sanchez, uno che di terra rossa se ne intendeva parecchio.

Come lui stesso affermò anni dopo, a Bologna raggiunse probabilmente l’apice della sua arte tennistica e stabilì un record ancora oggi imbattuto, consistente nell’avere perso il minor numero di game complessivi nel corso di un torneo: dieci. Dopo averne concessi cinque al primo turno a Meinecke, nelle quattro partite successive ne smarrì complessivamente altrettanti: tre in finale contro Sanchez; uno contro Paolo Canè; zero contro Franco Davin (l’ex coach di Fognini) e uno 1 contro Rebolledo.

Il giorno successivo alla vittoria bolognese Carlsson raggiunse la top 10 e due mesi dopo fu costretto a entrare in sala operatoria per ricostruire i legamenti del ginocchio. Il ritorno in campo avvenne ad aprile del 1988.

Da quel momento in poi Carlsson giocò bardato da una ginocchiera alla Goldrake e non poté più calcare altri terreni di gioco al di fuori della terra rossa sulla quale si impose nei tornei di Madrid, Amburgo (6-2 6-1 6-4 in finale a Leconte che due mesi dopo giunse in finale al Roland Garros), Kitzbuhel (ancora in finale contro Emilio Sanchez che evidentemente doveva avergli fatto qualche cosa di male) Saint Vincent e Barcellona, che costituirà l’ultimo dei suoi 9 successi.

La ciliegina sulla torta di questa straordinaria annata arrivò a settembre: sesta posizione mondiale alle spalle di Becker, Agassi, Edberg, Lendl e Wilander.Non andò oltre; dove non poterono gli avversari poté il ginocchio che lo costrinse al ritiro ad appena 23 anni dopo avere perso al primo turno del torneo di Kitzbuhel del 1989. Il suo bilancio tennistico è rappresentato da 160 match vinti e 54 persi.

Non si può però parlare di Kent Carlsson senza soffermarsi sul suo modo unico di interpretare il gioco del tennis. I filmati dell’epoca ci mostrano un tennista con movenze curiosamente simili a quelle del cantante Alberto Camerini nel video di “Tanz bambolina”: una specie di marionetta sincopata.

Per avere poi un’idea dello spettacolo che Carlsson infliggeva agli inermi spettatori, prendiamo in prestito un commento scritto da Rino Tommasi per la Gazzetta dello Sport all’indomani della sua vittoria contro Joakim Nystrom nei quarti di finale degli internazionali d’Italia del 1987: “…infine l’ultimo quarto tra gli svedesi Carlsson e Nystrom, una partita alla quale solo uno psicopatico avrebbe potuto assistere”; le cronache parlano di una estenuante vicenda di pallettoni scagliati due metri sopra la rete durata circa tre ore e trenta.

Forte di una resistenza fisica prodigiosa, Kent poteva giocare con la medesima intensità dalle 11 del mattino alle 11 di sera rigorosamente ancorato alla riga di fondo campo. Non esistono testimonianze attendibili di sue discese a rete, e se ne trovate qualcuna su Internet diffidate: è quasi certamente un fake.

Gianni Clerici lo definì a ragione “re degli arrotini poiché egli, brandendo la racchetta con una impugnatura più chiusa di un riccio, con entrambi i colpi di rimbalzo infliggeva alla pallina rotazioni superiori a quelle raggiunte da un frullatore atomico.La sua nemesi tennistica fu un giocatore ancora più cocciuto (e più bravo) di lui, Mats Wilander, che lo batté quattro volte su quattro (tra cui anche una finale a Palermo, nel 1988). Ivan Lendl si prese addirittura il lusso di rifilargli un 6-0 al terzo set nella semifinale di Amburgo dopo avere perso il primo 6-3.

Mats Wilander e Kent Carlsson – Finale del torneo di Palermo 1988

Da tempo Carlsson è uscito dal mondo del tennis dove per qualche anno si distinse come coach di professionisti d’élite quali Magnus Norman e Thomas Johansson. Attualmente vive in Svezia dove alleva cavalli per i quali sin da ragazzo ha avuto una grande passione.

Rileggendo l’articolo ci siamo resi conto di avere omesso di dire quale ginocchio gli fu fatale, se il destro o il sinistro. Dal momento che parliamo del Diavolo ci sembra però superfluo precisarlo.

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