Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all'indoor di Milano - Pagina 2 di 4

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Tornei scomparsi. Stelle senza polvere all’indoor di Milano

La nostra rubrica prevede oggi una tappa che farà lacrimare i nostalgici e arrabbiare gli appassionati. Tra Borg, McEnroe, Edberg e Federer, ascesa e caduta di un torneo che meritava di più e che è stato segnato da una nevicata

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Il mancino nato per caso a Wiesbaden entra nel cuore dei milanesi proprio come il nuovo sponsor, l’olio Cuore, che accompagnerà l’evento per un quadriennio. Nel 1980 una serie di concause fa dimezzare il numero degli spettatori. Il tappeto è velocissimo, le teste di serie cadono prematuramente come birilli e i tre italiani (Panatta, Bertolucci e Zugarelli) non sono da meno. Per fortuna che McEnroe non delude, anche se è costretto a cedere l’unico set del torneo in semifinale a un ventenne che, in quanto a sorrisi, fa concorrenza a Buster Keaton: Ivan Lendl. Il ragazzo è giovane e, nonostante le spalle strette, si farà. Eccome se si farà.

La finale mancata del 1979 va in scena due anni più tardi. Borg torna a Milano nella stagione in cui ha scelto di ridurre l’attività. La sua stella è stanca, al debutto stagionale ha perso a Bruxelles dal tedesco Gehring ma con il pubblico meneghino ha un conto in sospeso e ci tiene a fare bella figura. Per raggiungere McEnroe nell’atto conclusivo, Bjorn trova pure la maniera di “riabilitare” Gianni Ocleppo. Il torinese è il secondo italiano, dopo Adriano Panatta, a raggiungere la semifinale nell’evento milanese; tuttavia basta dare un’occhiata al suo cammino per rendersi conto che la buona sorte ha avuto la sua bella importanza. Un qualificato al primo turno e due ritiri (la lombalgia di Amaya e la caviglia in disordine di Gene Mayer) hanno accomodato Ocleppo verso un traguardo insperato ma il futuro telecronista di Eurosport non ci sta e, pur perdendo in due set, strappa al n°1 del mondo ben undici giochi. “Bjorn non è più lo stesso” afferma McEnroe a fari spenti; mentre erano accesi, sul campo, lo svedese ha avuto tre palle per salire 4-2 nel primo set ma le ha fallite e da quel momento l’americano ha edificato la sua quinta vittoria contro Borg. La sesta e la settima, in teatri ben più prestigiosi, sanciranno il passaggio di consegne tra i due.

Nelle tre edizioni seguenti, McEnroe non metterà più piede vicino San Siro e sul trono della Cuore Cup si siedono altri re consacrati (Vilas, 1982) o in divenire (Lendl e Edberg, 1983 e 1984).
L’argentino si è scrollato la terra da sotto le suole e con l’età ha affinato il suo tennis rendendolo adatto anche ai tappeti indoor. I suoi passanti imbavagliano gli attaccanti Denton e Curren e in semifinale a Sandy Mayer non bastano i dieci minuti di yoga pre-partita per fermare la corsa del poeta. Nella finale tra le teste di serie principali, superficie e rango collocano Guillermo un gradino sotto ma Connors ha faticato più di Ercole nella settimana lombarda e Vilas si porta a casa il titolo.

 

L’anno dopo Ivan Lendl sopperisce ai forfait dell’ultimo minuto di Connors e McEnroe ma la curiosità degli addetti ai lavori è tutta per il computer, la cui apparizione in sala stampa lascia più d’uno a bocca aperta. Oltre a fare i caffè e snocciolare dati ancora poco apprezzati, il cervellone azzecca pure 18 pronostici su 31. Non un granché, vien da pensare, ma prevedere che Simpson e Dickson battano al primo turno Gerulaitis e Gomez e, soprattutto, che quel lungagnone di Chip Hooper arrivi in semifinale e rischi di fare lo sgambetto anche a Lendl… Beh, altro che computer! Nostradamus ci vuole. E servirebbe l’indovino anche per azzeccare i finalisti della più giovane finale nella storia del torneo, quella tutta svedese del 1984.

Quell’anno McEnroe e Connors ripetono lo scherzetto del ritiro in “Zona Cesarini” (un po’ di calcio non guasta, visto che siamo a due passi dal Meazza) e il “rimedio” Lendl va in fumo perché Ivan sta acquistando un ristorante in Florida. Come se non bastasse, il Palazzone viene messo a disposizione degli organizzatori solo 24 ore prima dell’inizio del torneo per via della coppa del mondo di equitazione. Gli aggiustamenti alla struttura si susseguono per tutta la settimana e la vittoria in finale del diciottenne semisconosciuto Stefan Edberg sembra la ciliegina sulla torta della maledizione. Sembra, appunto. Dopo aver fatto il pieno tra gli juniores, lo svedese che si è ribellato alla “logica-Borg” e ha tolto la seconda mano dal rovescio inaugura qui la sua bacheca di trofei maggiori. Il resto lo conosciamo.

Come detto in apertura, la nevicata del secolo toglie di mezzo il Palazzone a due mesi dall’inizio dell’ottava edizione. Per la Fila, nuovo main-sponsor, un debutto niente male. Il carrozzone del tennis si trasferisce nell’angusto Palalido e il ripiego crea danni evidenti alle casse del torneo. Parziale consolazione, i giocatori si dicono felici del calore emanato dalla vicinanza del pubblico. Poi c’è da festeggiare il ritorno di John McEnroe, che aveva lasciato la manifestazione senza il suo tricampione in carica nell’82 e riprende il filo interrotto con altre cinque sonanti vittorie in due set. Più del finalista Jarryd, a mettere in apprensione SuperMac è un tedesco di neanche diciotto anni e rosso di capelli le cui bordate, quando riesce a tenerle dentro le righe, non si prendono. Boris Becker perde 6-4 6-3 al primo turno ma il futuro è nella sua racchetta. Anche se McEnroe la pensa diversamente: “Raggiungerò il vertice della mia carriera nei prossimi 2/3 anni” afferma al termine della finale. Si sbaglia: il vertice ha appena finito di toccarlo.

Ritirato dall’attività (almeno per il momento), Bjorn Borg è rimasto ambasciatore della casa d’abbigliamento italiana che lo vestiva quando giocava e dunque premia il vincitore nel triennio del Fila Trophy. Dopo McEnroe, tocca a Lendl (1986) e allo stesso Becker (1987) ricevere il trofeo dalle mani dell’orso ma i due campioni vengono percepiti in maniera quasi opposta dal pubblico. In prospettiva Wimbledon, che l’ex cecoslovacco vuole aggiudicarsi a tutti i costi, Ivan si presenta a Milano nei panni del semi-attaccante ma continua a beccarsi dell’antipatico perché ai sorrisi preferisce gli scatti d’ira. E così i milanesi gli preferiscono il vellutato Mecir, da lui sconfitto in semifinale e che l’anno dopo fa un passo avanti e raggiunge la finale, stavolta fermato da Boris. Nel frattempo il torneo ha di nuovo cambiato dimora e si gioca al PalaTrussardi, su un sintetico rapidissimo e con palle Pirelli ancora più veloci. Nonostante le difficoltà logistiche, Cino Marchese e compagnia fanno di tutto per rendere indimenticabile la settimana di tennis a Milano e continuano a contornare il torneo di avvenimenti mondani. Sono quasi cinquantamila gli spettatori che testimoniano il dominio di Becker e la debacle del secondo favorito, Mats Wilander, al cospetto della sua bestia nera Mecir, e la domenica della finale il tedesco sta ancora posando con il trofeo che già gli inservienti hanno tolto il tappeto e predisposto l’impianto per la gara interna della Tracer.

Nel 1988 Fila cede il posto a Stella Artois e per tre stagioni lega il suo nome al torneo, che continua a riscuotere grande interesse sia nei protagonisti che negli spettatori. Per esigenze di calendario, il torneo viene anticipato di oltre un mese rispetto al periodo abituale di inizio primavera e si colloca a metà febbraio, tra gli Australian Open e la prima parte della stagione sul cemento americano. È l’anno delle treccine, da quelle del fuoriclasse olandese del Milan Ruud Gullit in tribuna a quelle di Yannick Noah in campo. Il funambolico francese è una mina vagante che può tutto e il contrario di tutto; si complica l’esistenza al secondo turno con l’austriaco Antonitsch per poi lasciare cinque giochi a Cash. Becker vorrebbe confermarsi campione ma nell’altra occasione in cui ha affrontato Noah in Italia ci ha perso (a Roma, sulla terra) e la storia si ripete anche al PalaTrussardi in un match di rara bellezza e intensità. Yannick sa cosa deve fare, ovvero tagliare col rovescio e costringere Becker a piegarsi su palle basse e viscide, ma la teoria va bene solo quando si riesce a metterla in pratica. Due break, uno per parte, consegnano altrettanti 6-4 all’uno e all’altro mentre il terzo set si chiude al 13° gioco nonostante Noah abbia servito per il match sul 5-4. Becker non vuole abdicare e per una volta risponde meglio di quanto solitamente serva, ma deve arrendersi al tie-break per un soffio. Una grandissima partita, che sostituisce di fatto la finale resa monca dal ritiro di Connors dopo soli otto giochi (4-4) a causa di uno stiramento.

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Storie di tennis: il conte volante, Panatta e altro ancora

Ci sono stati tennisti… che non hanno fatto soltanto i tennisti. Sì, esatto: anche Adriano Panatta non è stato un campione solo con la racchetta

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Seconda puntata dedicata ai tennisti polivalenti, ovvero capaci di eccellere, oltre che nel tennis, anche in altri sport. Nella prima puntata abbiamo parlato di:

  1. Giovanni Balbo di Robecco (calcio)
  2. Fred Perry (Ping pong)
  3. Jaroslav Drobny (Hockey su ghiaccio)
  4. Ellsworth Vines (golf)
  5. Tony Travert (Basket)
  6. Ion Tiriac (Hockey su ghiaccio)

Grazie alle vostre segnalazioni in questa puntata narreremo in ordine cronologico le gesta di due uomini e una donna:

  1. Charlotte “Lottie” Dod
  2. Leonardo Bonzi
  3. Adriano Panatta

Partiamo dalla segnalazione fattaci da Claudio65 – lettore e gentiluomo – che ci pone innanzi a una vera e propria immortale del tennis: l’inglese Charlotte “Lottie” Dod.

 

Dod vinse per la prima volta il singolare a Wimbledon nel 1887 a 15 anni di età, record ancora oggi imbattuto. A questa vittoria ne seguirono altre quattro l’ultima delle quali nel 1893 anno in cui la campionessa britannica abbandonò il tennis agonistica con sole cinque sconfitte ufficiali al passivo. Il Guinness dei Primati la colloca al secondo posto tra le sportive più poliedriche di tutti i tempi poiché oltre al tennis Charlotte praticò con discreti risultati il golf e l’hockey su prato e con eccellenti risultati il tiro con l’arco. In questa disciplina ella conquistò infatti la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1908.

Dopo le Olimpiadi Dod continuò a mietere successi con arco e frecce sino al 1910, anno in cui si ritirò. La morte la colse il 27 giugno 1960 durante il torneo di Wimbledon mentre ascoltava la cronaca radiofonica di un incontro dei Championships. Per la storia fu María Bueno ad aggiudicarsi il singolare femminile nel 1960. 

Il secondo protagonista del nostro racconto ci è stato segnalato dal lettore TennisLover. Si tratta del conte milanese Leonardo Bonzi, personaggio probabilmente sconosciuto ai più (per esempio a chi scrive), ma dalla personalità straordinaria.

Il sito a lui dedicato – www.leonardobonzi.it– lo introduce definendolo alpinista, tennista, aviatore, esploratore, medaglia d’oro al valore aeronautico, 4 medaglie d’argento al valore militare e una decorazione interalleata. Bonzi fu sicuramente tutto questo, ma anche di più; infatti egli fu anche regista e produttore cinematografico grazie al matrimonio con la grande attrice Clara Calamai, la donna  che per prima mostrò il seno nudo in un film italiano e qualche decennio più tardi impugnò un’accetta per diventare l’ indimenticabile assassina di “Profondo rosso“.

Per dare conto di tutto ciò che Leonardo Bonzi fu in grado di compiere nell’arco di una vita iniziata agli albori del ‘900 e conclusasi nel 1977 ci vorrebbe un libro. Per coerenza tematica noi ci concentreremo sui suoi exploit sportivi, ma non possiamo tacere un episodio della sua vita che ne sottolinea la dimensione umana: il volo senza scali effettuato nel 1948 da Milano a Buenos Aires allo scopo di raccogliere fondi a favore dei mutilatini di guerra dell’Istituto per bambini Don Gnocchi.

Veniamo quindi alle imprese sportive del conte Bonzi. Il nobiluomo iniziò a fare parlare di sé nel 1924 quando prese parte alle Olimpiadi invernali di Chamonix in qualità di membro della squadra italiana di bob a quattro. In quella occasione non ebbe molta fortuna e – riposto il bob – si dedicò al tennis  primeggiando in Italia e difendendosi con onore all’estero. Leonardo Bonghi fu infatti più volte campione italiano e per anni difese i nostri colori in Coppa Davis. In campo internazionale il suo anno migliore fu il 1929 quando riuscì a raggiungere il terzo turno a Wimbledon e al Roland Garros. A Parigi fu nettamente sconfitto in un derby dal sangue blu dall’unico italiano ad avere sino ad oggi conquistato una medaglia olimpica nel tennis: Uberto de Morpurgo detto “il Barone”. Terminò la carriera tennistica introno alla metà degli anni ’30 per dedicarsi ai voli e alle esplorazioni.

Per finire eccoci alla segnalazione di 1More (uno pseudonimo che ha il sapore del rimpianto: “ah se anche Federer come Kyrgios avesse avuto un match-point advisor …”) relativa all’Adriano più famoso di tutti i tempi dopo quello narrato da Marguerite Yourcenar: Panatta. L’eroe del ‘76 (Roma-Parigi-Davis) dopo il ritiro dal tennis giocato si è dedicato anche alla motonautica con notevole successo. Nel 1991 ha vinto il titolo mondiale nella classe Evolution e nelle acque del lago di Como ha stabilito il record del mondo di velocità nella categoria entrobordo toccando i 238 km/h. Infine nel 2004 si è laureato campione del mondo di Endurance nella classe Powerboat P1.

Per ora è tutto con le storie di tennis. Se vi sono piaciute, segnalatecene altre e saremo lieti di aggiungere altri capitoli.

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Storie di tennis: il ping pong di Perry e l’hockey di Drobny

Perché l’attualità è seducente, ma certe volte la storia lo è di più

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Jaroslav Drobny - Wimbledon 1953

I recenti articoli che hanno avuto come protagonisti Felicisimo Ampon e Bob Falkenbourg hanno inaugurato una serie dedicata a vicende non direttamente legate al tennis giocato, bensì alla vita di alcuni dei suoi interpreti. Qualcosa di simile a un “trivial pursuit” o di “non tutti sanno che” da leggere sotto l’ombrellone quando non si sa più come passare il troppo tempo libero generato dalle vacanze e le notizie di calcio-mercato della Rosea appaiono francamente improponibili anche al tifoso meno smaliziato. In questa puntata parleremo di polivalenza.

Gli sportivi professionisti sono di norma dotati di qualità fisiche e psicologiche che gli permettono di eccellere in svariate discipline sportive. All’interno dei nostri confini a titolo di esempio ad oggi insuperato citiamo un nome: Cesare Rubini. Rubini fu un eccelso pallanuotista (oro olimpico Londra ’48), ottimo cestista e grande allenatore di pallacanestro; è uno dei pochissimi atleti ad avere ricevuto l’onore di essere cooptato in due Hall of Fame: quella della pallanuoto in qualità di giocatore e quella del basket come allenatore.

Il tennis a sua volta vanta tra le proprie fila giocatori che si sono fatti onore ad alti livelli anche in altri sport. Noi ne abbiamo individuati sei. In ordine di anno di nascita essi sono:

1 Giovanni Balbo di Robecco
2 Fred Perry
3 Ellsworth Vines
4 Jaroslav Drobny
5 Tony Trabert
6 Ion Tiriac

Il Conte Giovanni Balbo di Robecco nacque a Genova nel 1883. La sua carriera sportiva di alto livello iniziò nel Genoa Football club nel 1905 quando esordì in prima serie nel ruolo di portiere e ala destra (!). La sua carriera di calciatore si esaurisce praticamente in quell’anno con due sole presenze all’attivo. I risultati che il Conte ottenne nel tennis, sport al quale si dedicò a tempo pieno dopo avere appeso le scarpette al chiodo, sono molto più significativi. Egli infatti conquistò 4 titoli italiani in singolare, partecipò alle Olimpiadi di Anversa del 1920 e alla Coppa Davis. In campo internazionale il suo successo più prestigioso è costituito dalla vittoria nel 1922 al torneo di Montecarlo nel quale mai prima di allora un italiano era riuscito a imporsi.

L’inglese Frederick John Perry ha bisogno di poche presentazioni. Qualunque appassionato sa che fu l’ultimo britannico a conquistare i Championships prima di Andy Murray e anche i non appassionati almeno una volta nella vita lo hanno sentito nominare per i capi di abbigliamento sportivo che – non per coincidenza – portano il suo nome. Quanti però sanno che prima di diventare uno dei migliori tennisti della sua epoca egli fu un campione di ping pong?

Nel 1928, a soli 19 anni, Perry conquistò la medaglia di bronzo di tennis tavolo ai mondiali di Stoccolma e l’anno successivo la medaglia d’oro a Belgrado. Probabilmente fu proprio grazie a questa disciplina che il britannico sviluppò capacità di coordinazione e di riflessi fenomenali che gli permettevano di colpire la palla con grande anticipo facendo di lui una specie di Agassi, Federer o Davydenko ante litteram.

Fred Perry

Il californiano Henry Ellswort Vines jr fu, risultati alla mano, il miglior tennista al mondo a livello professionistico nella seconda metà degli anni ’30 e, prima di passare tra i professionisti, aveva vinto due titoli agli US Open e uno a Wimbledon. Nel 1940 a soli 29 anni decise di abbandonare il tennis per dedicarsi dal 1942 all’altra grande passione sportiva della sua vita: il golf. Pur non riuscendo a eguagliare i risultati ottenuti nel tennis, anche in questa specialità Vines si difese molto bene. Nel suo palmares figurano infatti 3 tornei del PGA Tour, l’ente che organizza i maggiori tornei statunitensi.

Il cecoslovacco di nascita e britannico di passaporto (e per qualche anno anche egiziano) Jaroslav Drobny, vincitore negli anni ’50 di due titoli al Roland Garros e di uno a Wimbledon, ha in comune con Cesare Rubini l’onore di essere membro della Hall of Fame di due differenti discipline sportive: hockey su ghiaccio e tennis. L’hockey su ghiaccio è sport ancora oggi popolarissimo in Cecoslovacchia (Thomas Berdych ad esempio ne è appassionato) e Drobny prima di dedicarsi a tempo pieno al tennis ne fu un interprete di rilievo.

Con la nazionale cecoslovacca partecipò in veste di titolare ai mondiali del 1947 e alle Olimpiadi Invernali del 1948 conquistando rispettivamente la medaglia d’oro e d’argento. Drobny abbandonò l’hockey a favore del tennis a 28 anni nel 1949, anno in cui raggiunse, perdendo, la sua prima finale a Wimbledon. Desta comunque stupore constatare come, nei medesimi anni in cui gareggiava sui pattini, Drobny fosse altresì in grado di esprimersi ad alto livello con la racchetta: nel 1946 era arrivato sino alla semifinale a Wimbledon e nel 1948 aveva trionfato al Roland Garros nel doppio e nel doppio misto.

Marion Anthony Trabert fu un tennista incomparabilmente migliore di quanto non fosse come cestista. I 5 titoli conquistati tra Wimbledon, US Open e Roland Garros non sono controbilanciati da successi anche solo minimamente paragonabili nel basket. Purtuttavia, Trabert giocò due stagioni nel ruolo di guardia della squadra universitaria di Cincinnati che nella prima metà degli anni ’50 era figurava tra le più forti del Paese.

Il rumeno Ion Tiriac è il classico personaggio al quale calza a pennello il detto americano: “Bigger than life”. Il mentore nonché compagno di doppio di Ilie Nastase, è attualmente un ricchissimo banchiere che a 80 anni suonati si diletta ancora a organizzare il torneo combined di Madrid, meglio se su terra blu. Sotto il profilo sportivo Tiriac nacque hockeysta e divenne solo successivamente un buon tennista; in singolare giunse sino alla posizione numero 55 e nel doppio, specialità in cui vinse il RG in coppia con Nastase nel 1970, alla diciannovesima.

Ion Tiriac (a sinistra) e Ilie Nastase

L’hockey su ghiaccio gli diede la soddisfazione forse più grande per uno sportivo, ovvero quella di prendere parte ai Giochi Olimpici in rappresentanza del proprio Paese. Tiriac vi partecipò nel 1964 e, dato che il primo amore non si scorda mai, nel 2016 ha inaugurato nelle vicinanze di Bucarest un impianto dedicato agli sport su ghiaccio di 5.000 mq.

I sei personaggi dei quali abbiamo sin qui parlato hanno in comune il fatto di dovere la propria fama principalmente al tennis. Prima di accomiatarci dai lettori ne menzioniamo uno che, al contrario, è noto per i successi raggiunti in uno sport differente, ma che ha praticato anche il tennis a livello professionistico: John Lucas.

Lo statunitense Lucas tra gli anni ’70 e ’80 fu un professionista della National Basketball League e successivamente un allenatore nella medesima Lega. Negli anni ’70 fu però anche eccellente tennista a livello universitario e arrivò a disputare qualche torneo di categoria Challenger prima di abbandonare completamente il tennis a favore della palla a spicchi. Il sito ATP ci informa che nel dicembre del 1979 raggiunse il suo best ranking al numero 579.

E voi, cari lettori, sapete indicarci altri tennisti che si sono distinti in diversi sport?

 

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Focus

Caro Nole ti scrivo

Sette giorni dopo la splendida finale di Wimbledon, proviamo a metterci nei panni di Roger Federer e immaginiamo di scrivere una lettera a Novak Djokovic

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Un immaginario e simpatico viaggio nella mente di Roger Federer, a pochi giorni di distanza dalla delusione di Wimbledon. Il problema dei match point, la visualizzazione, l’emotività e un nuovo piano tattico. Un racconto leggero e semiserio per provare ad immaginare i pensieri dello svizzero. Roger scrive a Nole…


Caro Nole ti scrivo così mi distraggo un po’. La voglia di distrarmi è mia, mentre lo spunto l’ho preso da una canzone di Lucio Dalla. Non so se lo conosci. È un cantautore italiano del quale mi sono innamorato ascoltando una canzone nella quale diceva che la gente lo chiamava Gesù Bambino. Mi ci sono subito identificato. A pensarci bene, con tutti i regali che ti ho fatto nel corso degli anni credo che anche tu dovresti chiamarmi così o, vista la mia data di nascita, Babbo Natale.

Scherzi a parte, come stai? A casa tutto bene? Ti sei ripreso dalla sgambata che ci siamo fatti domenica scorsa? Digerita l’erbetta? (ma come ci riesci? Hai forse quattro stomaci come i ruminanti?). Grazie per la sobrietà e la compostezza con le quali hai celebrato la vittoria dopo l’ultimo scambio, sia a titolo personale sia delle quattro o cinque persone che hanno fatto il tifo per me.

 

Scusa se nel quinto set sull’8-7 e 40-15 ti ho creato un po’ di ansia. Ma scommetto che non hai sofferto tanto. Ti eri già trovato in precedenza in situazioni quasi identiche contro di me e ne eri sempre uscito benissimo. Non c’era motivo per cui non dovessi farcela un’altra volta. A proposito: con quella di domenica a che numero siamo? Tre o quattro? Ti sembrerà strano ma ricordo perfettamente le partite che ho giocato a inizio carriera mentre fatico a ricordare quelle giocate di recente.

Sono sicuro di avere perso contro di te le semifinali del 2010 e del 2011 agli US Open dopo avere avuto due match point consecutivi a favore al quinto set. Ma la finale del 2018 a Indian Wells in cui ero 5-4 40-15 al terzo set l’ho perduta contro di te o contro Del Potro? Mi sa che era Delpo perché ricordo che dall’altra parte della rete c’era un tipo gigantesco. Quanto mi manca Delpo. Speriamo torni presto nel circuito. Con lui riuscivo a incasinarmi le partite in modo ammirevole, soprattutto quando lo affrontavo agli US Open.

A proposito: più penso al numero di volte in cui li ho persi in circostanze rocambolesche e più mi convinco che farei bene a dare retta a Ljubo e trovare un bravo medium che tolga il malocchio dall’Arthur Ashe Stadium. Se dovessi decidere di farlo, mi permetti di rivolgermi a Pepe Imaz? Prima di salutarti voglio farti una confidenza e chiederti un consiglio.

Premetto che non ho mai dato alle statistiche la stessa importanza che gli dai tu. Quando si nasce benedetti da un talento immenso come il mio è facile peccare di presunzione e trascurare i dettagli. In virtù di cotanto talento sono sempre stato certo che avrei potuto cavarmela in ogni circostanza semplicemente scoccando un dardo dalla mia racchetta per poi raccogliere il plauso dei miei tifosi adoranti e passare a un altro trionfo. Nel corso degli anni però la mia sicurezza ha iniziato a scricchiolare – e tu e Rafa non siete estranei a questo fatto – e poi è definitivamente franata due giorni fa quando proprio una statistica mi ha colpito con la forza di un gancio di Tyson.

Leggendo qua e là (con un pizzico di fastidio) gli articoli relativi al nostro match, ho infatti scoperto che tu hai perso solo 3 volte in 1.053 incontri dopo avere avuto match point a favore e Rafa 8 volte in 1.152. A me è successo 22 volte in 1.487 partite! Se è una semplice coincidenza è ancora più incredibile del pronostico all’incontrario azzeccato da Ubaldo, ma ne dubito.

Se mia moglie fa due conti e scopre quanto è costato questo scherzo alle casse della famiglia per me sono grune Mause (sorci verdi, ndt), come diciamo nel mio Cantone. Devo fare il possibile per evitare che questi spiacevoli inconvenienti mi capitino di nuovo. Ma come? Ho letto che tu ti avvali di specifici esercizi di visualizzazione. Sono davvero utili? Hai il nome di un bravo specialista a cui potrei rivolgermi? Quello statistico che hai ingaggiato secondo te potrebbe fare anche al caso mio? Credi che farei bene a preparare insieme al mio staff un piano tattico al quale attenermi nei momenti topici di un match che mi aiuti anche a gestire meglio le mie emozioni in quei frangenti?

Forse non si vede ma nonostante sia uno svizzero e per di più tedesco, sono un tipo molto emotivo e in determinate situazioni perdo la bussola. Il piano di cui parlo potrebbe, per esempio, prevedere che in caso di match point invece di cercare l’ace al centro a tutti i costi (a meno che non mi trovi sul 40-0), batta una prima slice a tre quarti di velocità a uscire. Cose così insomma.

È tutto. Non voglio rubarti altro tempo. Resto in trepidante attesa della tua risposta e dei tuoi consigli, che sono certo non mi negherai. Ci vediamo a Cincinnati. Tuo Roger.

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