Rafael Nadal: “Che fortuna aver avuto contro Federer” (Piccardi). Goffin nuovo Agassi, l’antidoto belga contro i muscoli (Crivelli). A Istanbul paura attentati. Anche la Giorgi dà forfait (Tuttosport).

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Rafael Nadal: “Che fortuna aver avuto contro Federer” (Piccardi). Goffin nuovo Agassi, l’antidoto belga contro i muscoli (Crivelli). A Istanbul paura attentati. Anche la Giorgi dà forfait (Tuttosport).

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Rafael Nadal: “Che fortuna aver avuto contro Federer” (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

Se il tennis fosse un romanzo di Cervantes, Rafael Nadal Parera (al cognome della madre tiene, e parecchio) sarebbe un hidalgo senza ronzino e con racchetta, gli occhi due punture di spillo, il gancio mancino come lancia in resta per farsi largo tra le spine di una classifica mondiale mai così attempata (la media dei top ten oggi è oltre i 27 anni) e, dunque, permeabile. Chi crede che a trent’anni — li compirà il 3 giugno — archiviato il malore di Miami («Ho avuto paura»), e con nel motore un chilometraggio di un diesel, Rafa Nadal sia ancora in grado di vincere un torneo del Grande Slam (all’attivo ne ha 14) alzi la mano. «Bueno, io…!» ride lui realmente scandalizzato al telefono dall’altro capo del mondo. Uomo di sostanza, Rafa è quell’ufo che sulla terra rossa del Roland Garros ha conosciuto una sconfitta in due lustri, è il cavaliere senza macchia e senza paura che ai mulini a vento preferisce gli Slam, convinto com’è di non essere ancora passato di moda. «Mi aspetto grandi cose dal 2016 — racconta —, l’obiettivo è divertirmi sul campo e vivere il tipo di vita che adoro, quella del tennista professionista. Finché mi piace fare ciò che faccio, vado avanti: che senso avrebbe fermarsi ora, nell’anno dei Giochi di Rio?». Dicono che Nadal sia logoro. Che le sue giunture di velluto, sballottate dagli urti di un’esistenza da globetrotter, ormai siano tenute insieme con i cerotti. Dicono che certe assenze per infortunio mascherino pratiche borderline: nell’epoca buia del meldonio dei russi e della Sharapova positiva al doping, per un’allusione nemmeno troppo velata l’ex ministra dello sport francese, Roselyn Bachelot, si è beccata una querela dal clan Nadal. «Che ognuno pensi ciò che vuole ma io sono stufo delle accuse infondate. Amo il tennis, amo allenarmi e sudare sul campo, amo cercare di migliorarmi giorno dopo giorno. Amo tutto ciò che faccio. Di certo non continuerò a giocare fino a quarant’anni però fino a quando sento dentro la motivazione, procedo. Quando avvertirò che il fuoco si sta spegnendo, quello sarà il momento in cui smetterò». Isolano puro, nato sul rosso di Manacor (Maiorca), trapiantato sulla rive gauche della Senna, nel verde del Bois de Boulogne, con qualche digressione atipica (il cemento dell’Us Open e l’erba di Wimbledon due volte, più il veloce di Melbourne), tra il primo (2005) e il nono (2014) titolo del Roland Garros, Rafa ha compiuto la sua rivoluzione nadaliana, una circonvoluzione attorno a se stesso. Il 3 giugno 2005, quando nel giorno del suo 19esimo compleanno batte Roger Federer in semifinale a Parigi sulla rotta del trionfo contro Puerta, Rafa è ancora un adolescente, prima di diventare una sorta di multinazionale del tennis. Il look dell’epoca di Rafa, voluto dallo sponsor anche per conquistare il mercato dei teenager, come fu anni prima con Agassi, non rispecchia minimamente l’anima patrizia del guapo, ma tant’è: il capello lungo completa quell’immagine da tamarro che presto gli starà stretta. Il contrasto di stili che arricchirà strada facendo la straordinaria rivalità con Federer (oggi nei confronti diretti stanno 23-11 per lo spagnolo, che ammette: «Per me è stato fondamentale avere qualcuno di così forte e talentuoso là davanti: Roger è un giocatore molto più completo di me, per batterlo ho dovuto alzare l’asticella del mio tennis, tirare fuori il meglio») è un malinteso che si è trascinato per anni — Ruggero l’intellettuale e Raffaele il coatto — e che finalmente Nadal è riuscito a ribaltare con qualche illuminata scelta di marketing: al posto delle canotte e dei calzoni alla zuava ha preteso dallo sponsor tecnico materiale «tradizionale», è diventato testimonial di un profumo non dozzinale e di un orologio da 525 mila dollari, ha aperto un’Academy e un’associazione filantropica. Rafa e l’eleganza non sono più due rette parallele: «E vero che lo stile è un concetto personale — conferma — e nel tennis è innegabile che Federer ne abbia. Ma anch’io, nel mio piccolo, mi difendo. La mia filosofia è vivere alla giornata: dall’esistenza ho avuto molto più di quello che sognavo da bambino». Fedele a zio Toni, che lo allena e a Xisca, l’amica d’infanzia con cui condivide i sentimenti («Vengo da una famiglia numerosa, di certo nel futuro vorrò sposarmi e avere figli. Ma finché gioco a tennis non se ne parla: sono sempre in viaggio, manco da Manacor anche due mesi consecutivi, non desidero diventare padre perché i miei figli siano cresciuti dalla tata…»), Rafa adora l’Italia in tutte le sue espressioni. A partire da Flavia Pennetta, ex collega e compagna di allenamenti a Barcellona. «Grande persona, Flavia, e buona amica. Se ha fatto bene a ritirarsi dopo aver vinto l’Open Usa? Non sono nessuno per giudicare le sue decisioni: per lei era il momento giusto e quindi va bene. Quello che conta è che, dopo, l’ho vista felice. Auguro a lei e a Fabio tanta felicità». E se questa fosse una trama di Cervantes, il sipario scenderebbe morbido sullo sfondo di un mulino della Mancia.

 

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Goffin nuovo Agassi, l’antidoto belga contro i muscoli (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quelli come lui sono considerati una specie a rischio di estinzione: David Goffin rappresenta la speranza che un altro tennis sia possibile anche nell’epoca tutta muscoli e potenza: «Io ho altre armi». Già, perché più che l’altezza, tutto sommato adeguata (1.80), a rendere il ragazzo di Rocourt un’anomalia tra i top player (è numero 15, ma già virtualmente 13, miglior classifica di sempre) sono i suoi 68 chili che lo fanno sembrare ancor più minuto. E anche quel suo gioco, senza esasperazioni tecniche legate ai cannoni nelle braccia diventato ormai una rarità. Infatti, la dote migliore di David è il timing sulla palla, l’anticipo che mette sui colpi, una specie di Agassi dei nostri tempi, circondato da un mare di bombardieri. Il suo idolo, però, resta Federer, che indirettamente lo rese popolare per qualche ora nel 2012, quando ci perse un set negli ottavi al Roland Garros e il belga era entrato in tabellone da lucky loser. Goffin non ha esitato a sporcarsi le mani con i tornei challenger per crescere e costruirsi una classifica adeguata, non ha forzato i tempi e dopo la storica finale di Coppa Davis dell’anno scorso, persa contro la Gran Bretagna dei fratelli Murray, adesso si gode la seconda semifinale di fila in un Master 1000 e il ranking di miglior giocatore di sempre del suo paese. Certo, ora l’esame si fa durissimo, perché in semifinale oggi lo attende Djokovic, che lo ha battuto tre volte su tre e a Miami non ha ancora perso un set. Il numero uno insegue il quinto trionfo in Florida e il record di Masters 1000 vinti (attualmente è a 27 come Nadal), ha inanellato con Berdych il 26° successo stagionale (una sola sconfitta, quella della congiuntivite con Lopez a Dubai) e sembra decisamente più forte del piccolo mal di schiena che lo sta tormentando, tanto da dover richiedere di nuovo un medical time out: ”Ma se faccio un paragone con l’anno scorso di questi tempi, la mia condizione atletica e psicologica è decisamente migliore”. Tanto per cambiare.

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A Istanbul paura attentati. Anche la Giorgi dà forfait (Tuttosport)

Come cambiano le cose in dodici mesi. Solo un anno fa Istanbul sembrava poter diventare la nuova Mecca del tennis, ma oggi tutto è cambiato. E’ la paura di nuovi attentati terroristici a dettare la linea. L’ultima atleta ad annunciare la sua rinuncia è stata Camila Giorgi. L’azzurra ha deciso di non partecipare al torneo, in programma dal 18 al 24 aprile optando per il torneo di Stoccarda. Come la Giorgi hanno rinunciato anche la ceca Lucie Hradedca, l’americana Irina falconi e la britannica Laura Robson. I fatti sconvolgenti di Bruxelles hanno avuto un grande impatto sull’opinione pubblica. La Turchia è al centro di questa tempesta. Solo la domenica prima dei fatti di Bruxelles le autorità di Istanbul hanno dovuto annullare, a poche ore dall’inizio, un derby cittadino tra Galatasaray e Fenerbahce. Così anche il tennis finisce nell’occhio del ciclone, nonostante i grandi investimenti profusi, con la Turkish Airlines in prima fila. Il percorso di crescita dei tornei cittadini, era stato costante ed era divenuto imperioso negli ultimi anni. Per tre anni Istanbul aveva ospitato le Wta Finals, poi lo scorso anno un torneo sempre più ricco. Anche dal punto di vista degli impianti i turchi avevano fatto le cose in grande. Lo scorso anno si è giocato al Koza World of Sport, spettacolare Accademia con 60 campi da tennis. La scelta di Camila Giorgi e delle altre atlete va rispettata, tuttavia c’è una contraddizione: anche a Parigi e Wimbledon campioni e non (anche i tifosi sugli spalti) saranno esposti. Con in più la consapevolezza di essere al centro di un evento mediatico seguito in tutto il mondo. Da una parte i grandi interessi in gioco impediranno ai campioni di non essere in campo, dall’altra parte gli organizzatori di questi tornei dovranno cercare risposte all’altezza degli eventi.

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Il tris di Nole, i dubbi di Rafa, l’ora di Sinner (Bertolucci). Le tre sfide di Alcaraz per conquistare Parigi (Azzolini). Wimbledon azzerato, il tennis è nel caos (Giammò). Trevisan, colpo a Rabat. Primo torneo in carriera (La Gazzetta dello Sport)

La rassegna stampa di domenica 22 maggio 2022

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Il tris di Nole, i dubbi di Rafa, l’ora di Sinner (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Dopo il sesto trionfo a Roma, Novak Djokovic è il grande favorito del torneo?

Il successo di Roma ci ha restituito un Djokovic vicino al livello dell’anno scorso dopo le note vicissitudini di inizio stagione. In particolare, ha sorpreso la rapidità con cui Nole è riuscito a recuperare una condizione atletica ideale nonostante le poche partite messe nel serbatoio in questi primi cinque mesi dell’anno. Ovvio che vada considerato favorito, anche se dalla sua parte di tabellone sono stati inseriti i rivali più tremendi, Nadal e Alcaraz. Sono i due spagnoli, assieme a Tsitsipas, gli sfidanti del numero uno più accreditati. Il margine stavolta però è molto ristretto rispetto alle edizioni in cui il favorito era praticamente già designato alla vigilia. Perciò questa edizione potrebbe risultare la più aperta e incerta degli ultimi 15 anni.

 

Quante possibilità ha Rafal Nadal di vincere il 14° titolo?

Fino all’inizio di marzo, non si accettavano scommesse sul 14° successo di Nadal al Roland Garros: reduce da tre tornei vinti sul cemento, tra cui il 21° Slam conquistato in Australia, era normale immaginarlo ancor più dominante sull’amata terra rossa. E invece ci si sono messi i soliti infortuni a complicargli i piani: prima la costola fratturata nel vento di Indian Wells, poi il riacutizzarsi del cronico dolore al piede sinistro. A Roma, Rafa si è congedato dal torneo con molta preoccupazione. ma le immagini che poi sono arrivate dagli allenamenti di Parigi e le sue dichiarazioni confortanti lasciano immaginare un recupero lampo. Se il guaio al piede sinistro fosse gestibile, nessuno vorrebbe affrontare il Nadal rodato e agguerrito della seconda settimana.

Carlos Alcaraz è pronto per vincere un torneo dello Slam?

Se il metro di giudizio è il bilancio degli ultimi due mesi, in cui Carlitos ha messo insieme due Masters 1000 (a Miami e a Madrid) nonché un torneo ricco di tradizione come Barcellona, la risposta non può che essere affermativa. II giovane spagnolo è esploso con la forza dirompente del predestinato con un gioco senza punti deboli e una condizione atletica debordante: sa trovare la soluzione giusta per ogni situazione calda del match, è cresciuto molto al servizio, la palla corta e le discese a rete non rappresentano mai scelte estemporanee ma fanno parte di un canovaccio tecnico consolidato in cui si vede la grande mano di coach Ferrero. Ma adesso per lui arriva il test più complicato, che implica la capacità di gestire la pressione di un grande torneo sulle due settimane, e con le partite tre su cinque, non più dalla posizione di outsider, ma da quella di favorito in ogni match, a parte forse un paio di avversari. E tra l’altro su una superficie, la terra, che prolunga scambi e fatica. […]

Quali ambizioni può coltivare Jannik Sinner?

L’assenza forzata di Berrettini, che rivedremo per la stagione sull’erba, coagula tutte le attenzioni su Jannik, che a Roma ha mostrato buoni progressi e al Roland Garros raggiunse già i quarti due anni fa. Gli serve ancora tempo per assimilare definitivamente i dettami tecnici del nuovo coach Vagnozzi, ma sarà Interessate capire come l’altoatesino reagirà alle eventuali difficoltà improvvise, che sulla terra possono maturare contro qualsiasi avversario: un paio di vittorie «sporche», se dovesse presentarsi il rischio, sarebbero un eccellente viatico in una zona di tabellone non troppo ostica. Musetti sfortunato trova subito Tsitsipas; gli altri Italiani devono per adesso vivere alla giornata.

La Swiatek imbattibile degli ultimi mesi può perdere al Roland Garros?

Dopo anni in cui il Roland Garros maschile limitava il pronostico a un paio di protagonisti mentre quello femminile era aperto almeno a una decina di aspiranti regine, quest’anno la situazione si è ribaltata. Il torneo, Infatti, inizia sotto il segno della polacca Swiatek, già campionessa parigina nel 2020 e reduce da un filotto di successi (cinque tornei di fila e 28 partite) che, salvo cataclismi, la rendono inavvicinabile. Il ritiro della Barty e la conseguente ascesa al numero uno, anziché stressarla, le hanno dato una consapevolezza feroce nei suoi mezzi tecnici già notevolissimi. Certo, la Krejcikova che difende il titolo è sempre da tenere d’occhio, ma la rivale più pericolosa sarà la fantasiosa Jabeur vincitrice a Madrid.

Le tre sfide di Alcaraz per conquistare Parigi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nei sogni ricorrenti di Carlitos c’è un ragazzino che vince a Parigi. Ovviamente quel ragazzo è lui, Alcaraz, che da quando ha posto sotto assedio il tennis, da un lato vincendo allo stesso ritmo del Nadal 2005, quello degli esordi, dall’altro imprigionandolo nell’attesa di scoprire fin dove riuscirà a spingersi, c’è chi si è affrettato a correggere in Alcatraz. Tennis di massima sicurezza. Che poi è quello che gli consiglia Juan Carlos Ferrero, coach, mentore e fratello maggiore, che fu numero uno nel 2003. «Se non conoscessi bene i suoi genitori, direi che è figlio tuo», disse JCF a Nadal, quando gli portò il bimbetto dodicenne. Alcaraz ama Nadal, ma giura di trarre ispirazione da Federer. «Il mio dritto è quello che più si avvicina al suo», dice Carlitos. E infatti, i suoi colpi non sono “lame rotanti” come quelli di Rafa, né transitano 50 centimetri sopra la rete. La sfiorano piuttosto, proprio come ha sempre fatto Federer. Alcaraz intanto, vince ovunque. Parigi, il mondiale su terra rossa, attende risposte… Se Carlitos dovesse vincerlo, ripeterebbe il percorso di Rafa diciannovenne. Due ‘1000 vinti; quindi la prima affermazione al Roland Garros. Diventato numero sei del mondo, lo spagnolo ha davanti a sé tre sfide. Una con Djokovic, che la vittoria romana ha rilanciato, l’altra con Nadal per il primato spagnolo, l’ultima con Sinner, per il titolo di “più forte” tra i teenagers. Il torneo ha posto i due spagnoli e Djokovic dalla stessa parte. Nole troverà prima Rafa (quarti) poi Alcaraz (semifinale) e sarà come immergersi nel tritatutto. Sinner è dall’altra parte, dove si sta più comodi. Debutterà domani o dopo contro Bjorn Fratangelo, statunitense figlio di italiani. […]

Wimbledon azzerato, il tennis è nel caos (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Né l’ATP né la WTA e né tantomeno Wimbledon avevano previsto conseguenze come quelle che da ieri si sono innescate all’annuncio da parte dei due sindacati di non assegnare alcun punto valido per i ranking per lo Slam londinese. Ma gli indizi dei giorni scorsi lasciavano presagire una conclusione come quella a cui si è assistito. Così come le note in calce recate nei due comunicati – la decisione dell’ ATP prima, la risposta dell’All England Club – lasciano ora spazio a ulteriori negoziati in cui le parti proveranno a raggiungere una sintesi che al momento sembra ancora lontana. Politica, interessi, soldi, monarchia, tradizione, paure: tutto tranne il tennis. La cui posizione, a ventiquattr’ore dall’annuncio, è tutt’altro che univoca e allineata a quanto deciso dai suoi vertici. Discriminare un atleta in base a una colpa collettiva è un precedente che l’ATP si è premurata di sanzionare onde evitare che altre discriminazioni, un domani, possano minare uno dei suoi principi fondanti. Il problema è che nel tentativo di voler fare giustizia venendo incontro al tennisti russi e bielorussi messi al bando da Wimbledon, la risposta dell’ATP a conti fatti si è rivelata una mossa capace di scontentare un po’ tutti, le cui conseguenze si riverbereranno in un ranking che poco avrà a che fare – al termine dello Slam inglese – con meriti e demeriti maturati sul campo, e che si presenterà molto più simile a una fotografia in cui i vari interpreti si troveranno a scontare fortune, sfortune, colpe e scelte maturate dodici mesi fa. Novak Djokovic, non avrà modo di difendere i 2000 punti conquistati 12 mesi fa a Church Road. Punti che puntualmente gli verranno sottratti al termine del torneo favorendo – indovinate un po’ – quel Daniil Medvedev che potrebbe virtualmente ritrovarsi nuovo leader del ranking. Sottolineava, l’ATP nella sua nota, che l’esclusione di russi e bielorussi andasse a minare l’integrità del sistema di assegnazione dei punti del ranking. La soluzione offerta, nel tentativo di offrire solidarietà a pochi, ha finito invece col far impazzire tutta la maionese alterando equilibri e gerarchie che al 10 luglio non troveranno più alcun riscontro nella classifica. Alcaraz e Sinner, che l’anno scorso offrirono una fugace apparizione a Wimbledon, quest’anno pur non conquistando alcun punto vedranno salvi i rispettivi ranking. Matteo Berrettini, che invece lì colse la prima finale della storia del tennis azzurro, si vedrà privato di ben 1200 punti che finiranno col farlo precipitare nel ranking complicando di molto il suo prosieguo di stagione. […]

Trevisan, colpo a Rabat. Primo torneo in carriera (La Gazzetta dello Sport)

La sognava da una vita, una giornata così, dopo aver sfiorato il baratro ed essere risalita con il coraggio di una leonessa. A Rabat, la fiorentina Martina Trevisan, 28 anni, diventa la 20′ giocatrice italiana a sollevare un trofeo Wta nell’Era Open, regalando al nostro tennis femminile il successo numero 76 sul circuito. E, per una volta, il tempo scorre all’indietro, a quando erano le donne a portare in alto il tricolore: si tratta infatti del primo torneo dell’anno conquistato da un’azzurra, uomini compresi. In finale, la nuova numero 59 del mondo (best ranking da domani) concede appena tre game all’americana Liu. 92 Wta, pure lei all’esordio in una partita per il titolo, imponendosi per 6-2 6-1: una sfida equilibrata fino alla metà del primo set, quando il ritmo imposto da Martina, corroborato da un rovescio lungolinea praticamente imprendibile, diventa insostenibile. La fiorentina abbandonò improvvisamente il tennis nel 2009, travolta dalle aspettative, e conobbe la depressione e l’anoressia. Uscitane con grande forza di volontà, nel febbraio del 2014 annunciò il ritorno, ispirato dagli incoraggiamenti dei bambini che seguivano i suoi corsi di maestra di tennis: «Dedico questa vittoria a papà Claudio, purtroppo questa settimana non ha potuto vedermi ma sarà orgoglioso di me, noi Trevisan siamo una famiglia di guerrieri». Non è mai troppo tardi per volare.

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Ne resterà uno solo (Cocchi). Sinner, sfide russe. Musetti, provaci (Giammò)

La rassegna stampa di venerdì 20 maggio 2022

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Ne resterà uno solo (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Stavolta hanno voglia di vedersi prima. Lo ha deciso il sorteggio, lo ha deciso anche la classifica con il maiorchino sceso al numero 5. Nadal e Djokovic atto 59, se mai dovesse esserci, potrebbe essere ai quarti di finale del Roland Garros. E dire che loro ci hanno abituati a sfide per il titolo, alla semifinale, come accadde l’anno scorso. Soltanto in due occasioni avevano incrociato le racchette ai quarti di finale, nel 2006, con la vittoria di Nadal per il ritiro di Nole, e nel 2015. Segno dei tempi, segno anche dell’età che avanza soprattutto per un Nadal sofferente, costretto a uscire di scena a Roma nel duello mancino con Shapovalov, ma soprattutto per il tiro mancino della sorte che ha voluto di nuovo accanirsi contro Rafa. Il piede, quello che soffre della sindrome di Mueller Weiss, il sinistro operato l’estate scorsa, è tornato a farsi sentire forte: «Non sono infortunato – ha detto il campione di 21 Slam -, io vivo con un infortunio». Il richiamo di Parigi, però, era troppo forte e Nadal è tornato in campo per preparare lo Slam che per 13 volte ha visto scrivere il suo nome sull’albo doro. Per entrambi, l’appuntamento di Parigi ha un sapore speciale. Per lo spagnolo un (probabilmente) ultimo tentativo di sollevare il trofeo più amato, per il serbo la prima grande rivalsa. Per Rafa anche il bisogno di allontanare ancora un po’ il sorpasso di Carlos Alcaraz, il 19enne che ha battuto entrambi a Madrid e potrebbe aspettare uno di loro in semifinale: «Basta paragoni – la supplica di Nadal – lo dico per lui…». Una stagione partita malissimo per Djoko, con le polemiche per l’opposizione al vaccino e l’espulsione dal primo Slam della stagione, a Melbourne, dove puntava alla decima vittoria e a ripartire nella corsa per il Grande Slam. E invece, paradossalmente, in questa storia di destini incrociati, a Melbourne ha vinto Rafa, diventando così il più vincente in ambito Slam nella storia del tennis e lasciando Nole a quota 20. Rivalità e affetto, perché se per 20 anni sei abituato a fare la stessa vita di lavoro, abnegazione e sacrifici, è difficile non provare stima, quasi affetto, per quello dall’altra parte della rete. Su 58 incroci a tutte le latitudini e su tutte le superfici, il numero 1 al mondo ha esultato 30 volte contro le 28 di Rafa. Una contabilità record, che anche Djokovic ha voluto nobilitare con parole di affetto a Roma. Appena festeggiato il successo contro Stefanos Tsitsipas al Foro Italico, Nole ha mandato un messaggio allo spagnolo: «Se voglio vincere uno Slam più di lui? C’è sempre competizione tra noi. Nadal è il più grande avversario che ho avuto nella mia carriera; finché gioca lui, gioco io… Sono cresciuto come giocatore perché l’ho affrontato tante volte a questo livello, mi ha sempre dato una spinta in più. Mi auguro che lo faremo ancora in altre occasioni». Dubbi Se lo augurano anche tutti gli amanti del tennis che sperano di vedere a Parigi l’ennesimo duello. Molto dipenderà dalle condizioni di Rafa, arrivato al Roland Garros mercoledì e subito sceso in campo a lavorare sotto lo sguardo di Carlos Moya. Ieri Nadal ha fatto allenamento con Jannik Sinner ed è sembrato muoversi senza troppa fatica: «Il piede ha vissuto momenti migliori, ma anche peggiori – ha detto l’ex numero 1 al mondo ora al fianco del mancino -. Si sta allenando bene e le sensazioni in generale sono buone».

Sinner, sfide russe. Musetti, provaci (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

L’Italia avrà una finalista nel WTA 250 di Rabat. A contendersi il posto saranno Martina Trevisan e Lucia Bronzetti, opposte domani in semifinale dopo aver battuto rispettivamente nei quarti l’olandese Rus (7-6(4), 6-3) e la spagnola Parrizas-Diaz (6-1, 3-6, 7-6(5)). Nell’altra semifinale si affronteranno invece l’ungherese Bondar e l’americana Liu. A Parigi è stato invece sorteggiato il tabellone principale del Roland Garros. L’ultimo italiano ad unirsi al gruppo dei già presenti è stato Giulio Zeppieri che ieri nell’ultimo turno delle qualificazioni ha battuto in due set il francese Cuerin e che ora dovrà aspettare la fine delle qualificazioni per scoprire il suo avversario. Nel tabellone maschile, oltre a Zeppieri e in attesa di capire se alla legione azzurra dovesse unirti anche un lucky loser, il sorteggio più ostico è toccato in sorte a Lorenzo Musetti che al primo turno affronterà il greco Stefanos Tsitsipas (n. 4), finalista a Roma. Sinner invece, testa di serie n.11 del seeding, inizierà la sua campagna parigina contro un qualificato. Sinner e stato sorteggiato nella parte bassa del tabellone, quella della testa di serie n.2 Daniil Medvedev tornato in campo dopo la recente operazione di ernia e subito sconfitto all’esordio nell’ATP250 di Ginevra. In caso di vittoria per l’attuale n.12 del mondo potrebbe aprirsi un cammino decisamente alla sua portata che solo al quarto turno lo vedrebbe opposto al russo Rublev. Decisamente più competitiva la parte alta del draw dove, oltre alla testa di serie n.1, Novak Djokovic, sono presenti anche Rafa Nadal e Carlos Alcaraz. Marco Cecchinato farà il suo esordio contro l’esperto spagnolo Pablo Andujar. Fabio Fognini invece se la vedrà contro l’australiano Popyrin.

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La sesta vittoria a Roma di Novak Djokovic (Crivelli, Calabresi, Semeraro)

Il sesto titolo a Roma di Novak Djokovic

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Nole 6 il re di Roma. Domina Tsitsipas e vola a Parigi « Grazie Roma » (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Da Roma verso il mondo. L’impero mostrava le prime crepe dopo un inverno terribile e surreale. Marcato da una delle più incredibili vicissitudini mai capitate a una leggenda dello sport. A Capodanno, Novak Djokovic ha visto arrivare il 2022 dalla cella di un centro di detenzione per immigrati irregolari di Melbourne, privato del visto dalle autorità australiane per le note posizioni no vax; trascorsi cinque mesi, alza per la sesta volta in carriera la Coppa degli Internazionali, rimettendosi al centro della terra. Il condottiero, il conquistatore delle 1001 vittorie, si riprende la scena nel modo che da sempre gli è più abituale, cioè dominando il rivale di giornata Tsitsipas in una finale per larghi tratti senza storia. Senza età In tutta la settimana, Nole non ha concesso neppure un set agli avversari (una primizia per lui, a Roma), ha mostrato una condizione atletica sfavillante e si è lasciato definitivamente alle spalle le scorie mentali della sosta forzata. 

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«Dentro mi sento giovane, fresco, credo di avere ancora tanto tennis davanti a me». Del resto, dopo un primo set in cui il conto dei punti è 27-10 per lui, in campo quello fuori posto sembra l’Apollo greco che ha 11 annidi meno, fallosissimo e poco incisivo al servizio anche per il solito, fenomenale rendimento alla risposta del Djoker, che in aggiunta non sbaglia mai una scelta da fondo. Titsi non aveva mai subito un 6-0 in un match Atp, e neppure l’incitamento del pubblico, che vorrebbe naturalmente una partita, lo scalda. Così, ci ripensa Djokovic a riportarlo in corsa con un game di servizio orribile per il break dell’ateniese del 3-1 e un improvviso calo di tensione che potrebbe costargli addirittura il 5-1 e probabilmente il set, ma quando sul 5-3 il numero 5 del mondo si presenta alla battuta per allungare la contesa, regala due gratuiti e il controbreak. A quel punto, tomato di prepotenza nel duello, Novak azzanna di nuovo il match, giocando con più accuratezza il tie break dell’apoteosi. Non vinceva un torneo da Bercy a novembre, 189 giorni di sofferenza: 

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È il 38° Masters 1000 della carriera, ma soprattutto il trionfo della ritrovata consapevolezza: «Dopo quello che mi è accaduto, avevo bisogno di un grande successo come questo, grazie a Roma e all’Italia perché qui ho sempre vissuto emozioni positive quando mi sentivo giù. Ho sempre cercato di prendere il lato positivo da ciò che mi è successo, qui non potevo chiedere una settimana migliore, non ho perso neppure un set e in finale ho giocato un primo set perfetto. Anche la condizione atletica è migliorata dopo Madrid, ora sono consapevole delle mie chance per il Roland Garros, anche se un torneo di due settimane richiede un approccio particolare e tanta cura nei dettagli». 

Djokovic rompe il digiuno e torna re di Roma: “Questo posto mi dà forza” (Marco Calabresi, Corriere della Sera)

Non ha giocato in Australia e nemmeno negli Stati Uniti, ma quando Novak Djokovic lo fa, e lo fa in questo modo, non si tiene. Lo ha fatto capire ieri, ancora una volta, e serviva farlo anche perché lo sfortunato avversario di turno era lanciatissimo e, mai come quest’anno, sentiva che fosse arrivato fl suo momento. Niente di più sbagliato. A una settimana dal Roland Garros, la sentenza l’ha data direttamente Nole: «Fisicamente mi sento perfetto». Via i problemi di metabolismo che lo avevano intimorito, via anche le incertezze che per il lungo periodo di inattività dovuto alla sua decisione di non vaccinarsi dalla quale non si è mai spostato e che gli ha fatto prendere porte in faccia sia a Melbourne che nei due Masters 1.000 sul cemento americano. 

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Il primo set, però, è stato una non finale. Perché Djokovic è sceso in campo con la fame del cannibale, ma anche perché Stefanos Tsitsipas in campo non è sceso proprio. Papà Apostolos, che ogni tanto si alzava in piedi, non sapeva più che dire, e a Stefanos non sono servite neanche due racchettate alla borsa dopo aver subito il secondo break di fila. Anzi, se possibile è andata addirittura peggio. Dopo il cappotto, però, la partita è finalmente iniziata, con il pubblico di Roma che ha preso le parti del greco proprio per evitare di tornarsene subito a casa. Quel «TsiTsi-Pas» urláto da diecimila persone ha avuto l’incredibile effetto di innervosire Djokovic, che ha commesso qualche errorino ed è sembrato vulnerabile come era successo soprattutto venerdì sera contro Auger-Aliassime, ma dopo la partita numero i.000 (senza mangiare la torta che gli avevano dedicato, ma dando solo una ditata alla base di panna) ha vinto anche la 1000, Chissà se ci sarà un altro Djokovic: intanto ci godiamo questo, un personaggio estremamente controverso e che ha attirato tante antipatie per quello che è successo nei primi mesi di questo 2022, ma che in campo dà l’impressione di essere inscalfibile e per gli avversari resta un modello da seguire. 

Il ritorno del re (Stefano Semeraro, La Stampa)

A Roma è tornato il re, a Belgrado ha vinto anche l’erede. «Mentre io e Tsitsipas entravamo in campo qui mio figlio Stefan giocava il suo primo torneo. Questa coppa è per lui. Io il mio primo torneo l’ho vinto a otto anni e mezzo, lui ci è riuscito a sette. Ma del resto le nuove generazioni sono sempre migliori delle vecchie, no?». Per ora, fra i grandi, la questione è incerta. Se Alcaraz ha spaccato negli ultimi due mesi, e Nadal proprio a Roma ha raccontato del suo calvario al piede, Djokovic sembra tornato quello dei bei tempi. Rapido, elastico, di ottimo umore, non ha perso un set in tutta la settimana e in finale ha liquidato anche il numero 5 del mondo, che ha sì steccato il primo set- letteralmente anche causa il centrale diviso fra sole e ombra -, ma gli ha dato filo da torcere nel secondo (6-0 7-6). «Quello che è successo in Australia mi ha reso più forte, o almeno spero, ma ormai è dietro alle spalle. A Monte-Carlo ero arrugginito, fra Belgrado e Madrid sono tornato in forma fisicamente, qui tutto ha fatto clic. Per come ho giocato nelle ultime settimane mi considero fra i favoriti per il Roland Garros, anche con Alcaraz a Madrid avevo perso per un punto, di sicuro parto con ambizioni molto alte». 

(…)

Con Roma, dove ha vinto sei volte su dodici finali, ha un rapporto particolare: «Il primo match lo persi con Fognini in qualificazione, nel 2006, sul campo numero 2. Sono cresciuto con Fogna, e Roma è sempre stata la mia seconda casa, forse perché parlo l’italiano. Qui di soli *** to trovo la mia forma migliore sulla terra battuta». Gli dicono che il Milan è 2-0 con l’Atalanta, e il volto si illumina: «Evvai, speriamo nello scudetto. Tifare per il Milan mi emoziona sempre, come per la Stella Rossa, mio padre iniziò ai tempi di Savicevic. Ibra? Un modello, anche per la longevità, con lui parlo in serbo perché la sua famiglia viene dalla mia stessa regione». Quello di ieri è l’87° titolo da pro, il 38esimo in un Masters 1000, che gli assicura anche il primo posto per la 371esima settimana. È diventato anche il campione anziano del Foro, battendo Nadal di dieci giorni: «Rafa è il mio più grande avversario, mi ha fatto crescere. Finché giocherà lui giocherò io, penso sia un bene per il tennis».

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