A Rafa Nadal ora manca solo la prova del nove. Né Murray né uno dei due francesi lo fermeranno

Editoriali del Direttore

A Rafa Nadal ora manca solo la prova del nove. Né Murray né uno dei due francesi lo fermeranno

ATP Montecarlo – Lo pensano Roger Federer e Jo Wilfried Tsonga. E chi scrive. In 12 duelli “terraioli” con i tre semifinalisti ne ha perso uno solo. Profumo di “grandeur” per la prima semifinale tutta francese in 70 anni

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Rafa Nadal ha vinto e, al contrario che con Dominic Thiem il giorno prima, non ha mai dato la sensazione di poter perdere. Roger Federer ha perso da Jo Wilfried Tsonga, ma quando è stato avanti 5-4 e 15-30 nel terzo sul servizio del francese, ha dato l’impressione di poter vincere. Ma la mia pronosticata quarta finale d’antan, Federer-Nadal – odio il neologismo, anzi il veterologismo, Fedal – non ci sarà, perché Roger non è – e non poteva essere – il miglior Roger. Lo dicono certi dritti sbagliati a campo aperto, 34 errori non forzati, certe volée abbastanza semplici per uno come lui, affossate in rete o finite nei corridoi. Comprese le ultime, quelle che gli hanno fatto scaraventare rabbiose palle in tribuna, o lanciare come nel finale del secondo set la racchetta verso la propria panchina con evidente disgusto. Ma alla fine su 191 punti giocati (97 a 94) i punti di differenza sono stati soltanto 3, e questo significa – sebbene notoriamente non tutti i punti abbiano uguale peso specifico – che sarebbe bastata pochissima attenzione (preparazione?) in più a Roger per portare a casa il match e misurarsi con Monfils.

Ecco, più che quello con Tsonga, proprio questo con Monfils, facile vincitore del già appagato lucky loser Granollers, sarebbe stata a mio avviso il match più difficile da vincere per un Roger ancora in condizione inevitabilmente approssimativa. Con Monfils che è sì capace di distrarsi con Granollers regalandogli 3 games all’inizio del secondo set, ma che contro Federer è certamente più attento e motivato, lo svizzero aveva perso proprio qui al Country Club un anno fa e anche in Coppa Davis. Mentre all’US Open 2014 Federer battè Monfils nei quarti ma soltanto dopo aver recuperato un handicap di due set e annullato due matchpoint. Match memorabile, come quel minimo errore sul match point di Monfils. Tutto ciò per sottolineare, insomma, che “spezzare in due Monfils” non è mai stato facile per Federer (9-4 nei duelli testa a testa). Quindi ipotizzare un Federer in finale contro Nadal era certo un mio azzardo, ma un azzardo suggestivo dopo 34 sfide incrociate e anni memorabili, contrassegno di una rivalità che ha fatto la storia del tennis. Troppo bello, forse, perché succedesse ancora in questo torneo vinto 8 volte da Rafa e mai da Roger nonostante quattro finali (tre perse con Rafa, una con Wawrinka). Non so che razza di caffè avessero bevuto stamani Wawrinka e Federer, ma certo mi sono apparsi parecchio più nervosi del solito. Wawrinka, fin dall’inizio del primo set, davvero disastroso (1-4), Federer a fine secondo set e a fine match. Non accade spesso che Stan spacchi la racchetta in modo così manifesto, spezzandola con forza in due sul ginocchio. E il Federer che lancia via la palla in cima all’altissima tribuna è il Roger intemperante che hanno conosciuto quelli che lo hanno visto giocare da junior. Come il sottoscritto che lo vide vincere il torneo under 18 delle Cascine a Firenze nell’aprile 1998, a 17 anni da compiere, 10 anni esatti dopo un altro svizzero, Marc Rosset.

Il primo torneo sulla terra rossa per i big, che da mesi e mesi non l’avevano più frequentata, ha dato vita sia a diverse sorprese, l’eliminazione di Novak Djokovic in testa, sia a performances estremamente contraddittorie. Ho accennato al Nadal anti-Thiem e al Nadal anti-Wawrinka, non l’ho ancora fatto sul Murray che aveva rischiato grosso con Paire (arrivato a servire per il match nel terzo prima di regalarglielo con una tripletta di doppi falli negli ultimi due turni di servizio) e che oggi invece ha dominato Raonic in poco più di un’ora. Il Murray di ieri non era neppure la controfigura del Murray di oggi. Insomma dalle… stalle alle stelle (anche se di solito si usa il percorso inverso). Il Murray di oggi potrebbe allora ripetere la performance del Murray che a Madrid dette una severa lezione a Nadal, però, se ascolti Federer e Tsonga, oggi come oggi Rafa Nadal è il grande favorito “forcement” (per forza) del torneo. Murray aveva giocato qui la sua ultima semifinale 5 anni fa, perdendola proprio contro Rafa Nadal. Correva l’anno 2011. Anche nel 2009 aveva perso da Rafa. Insomma, per carità, questi risultati monegaschi del 2016 non escludono davvero nuove sorprese, ma io credo – restando fedele a quanto scrissi 48 ore or sono, quando sostenni che il vincitore di Nadal-Thiem avrebbe vinto questo torneo – che Nadal batterà nuovamente Murray.

 

Oggi Rafa ha mostrato di nuovo di essere in fiducia. La sua prova del nove, quindi, non sarà tanto confermarsi all’altezza della partita vinta con Wawrinka contro Murray, quanto vincere il torneo, cioè appunto il suo nono torneo qui a Montecarlo. Non lo vedo perdente né contro Monfils né contro Tsonga che disputeranno il loro settimo duello “fratricida” per la prima volta sulla terra battuta. Le quattro sfide vinte fin qui da Tsonga contano abbastanza poco, anche se Monfils – forse per mettere le mani avanti – ha sottolineato come fino ad oggi Tsonga sia stato molto più vincente contro i connazionali di quanto lo sia stato lui: “Io faccio più fatica, ho più difficoltà”. Sarà questa la prima semifinale tutta francese qui a Montecarlo dell’era Open. Cedric Pioline nel 2000 è stato l’ultimo vincitore francese del torneo, ed era stato finalista anche nel ’98 (battuto da Moya) e nel ’93 (sconfitto da Bruguera). I colleghi dell’Equipe, Julien Reboullet e Frank Ramella, stanno dannandosi per ritrovare tutte le stats più gloriose della loro affievolita “grandeur”: Yannick Noah vinse nell’86 sullo svedese Nystrom (tre anni dopo il Roland Garros poi sempre sfuggito ai transalpini e ai rappresentanti del serve&volley) e nel biennio ’62-’63 vinse tre volte Pierre Darmon, avversario del nostro Pietrangeli (vittorioso nel ’61,’67,’68, ultimo anno “amateur”). L’ultima semifinale tutta francese risale addirittura al 1946: la vinse Yvon Petra su Roger Abdessalam. Poi in finale trionfò un altro francese, Pierre Pelizza.

Queste le quote dei bookmakers: Nadal 11/8, Murray 4, Monfils 5 e Tsonga 6. Se Nadal è avanti 16-6 con Murray (e sulla terra rossa in 7 duelli ci ha perso solo quella volta ricordata a Madrid), con Monfils è avanti 11-2 ma entrambe le sconfitte le ha patite sul cemento, entrambe a Doha (2009 e 2012), e con Tsonga 8-4 senza mai perdere sul rosso in 2 sole sfide, qua nel 2013 e in Davis nel 2011. Insomma, io credo che Nadal supererà la prova del nove, cioè vincerà questo torneo per la nona volta. Perché, con gli altri tre semifinalisti di questa edizione n.110 del torneo monegasco, Nadal ha perso una sola volta sulla terra rossa, ovvero quella anomala (anche per via dell’altitudine) di Madrid con Murray, in 12 incontri complessivamente disputati. Come si fa a non considerarlo superfavorito, alla faccia di tanti che avevano già recitato il suo de profundis?

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Australian Open

Australian Open: a quasi 36 anni un exploit di Rafa Nadal stupiva. Di Novak Djokovic no. Tre obiettivi per il serbo, due per Tsitsipas

Curiosità per il caso Srdjan Djokovic: autoconfinato in hotel, domiciliari imposti o nel box di Novak? Mi piace più Rybakina di Sabalenka

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Che dire dopo due semifinali scontate che non sono mai state incerte ma sono state più lunghe soltanto perché i due vincitori si sono distratti un po’?

Tsitsipas poteva vincere 7-6 6-4 6-4 quella che era stata preannunciata come la semifinale probabilmente più equilibrata (lo è stata) e invece nei momenti in cui poteva chiudere due set su tre – ha servito sul 5-3 nel primo, sul 5-4 nel terzo, quando poi ha avuto anche due matchpoint nel tiebreak – è stato meno deciso e così ha avuto bisogno del quarto set. Nel quale, a scanso di equivoci, è salito subito sul 3-0 e non si è fatto più riacchiappare.

 

Quanto a Djokovic beh… se avesse vinto 6-1 6-1 6-2 nessuno si sarebbe sorpreso, perché nel primo set vinto invece soltanto 7-5 Djokovic era avanti 5-1 con setpoint. Lo avesse trasformato, e non si fosse messo a discutere con l’arbitro che gli aveva inflitto un time-warning, avrebbe perso solo 5 game in tre set dopo averne persi 6 con de Minaur e 7 con Rublev.

Contando gli ultimi due punti del primo set Djokovic ha conquistato nei successivi 95 punti… la bellezza di 62 punti lasciandone appena 33 al suo malcapitato avversario che però, secondo me, era già stracontento di aver raggiunto una semifinale di uno Slam e non gli è detto che gli ricapiti.

Quello di Djokovic nelle fasi finali di questo torneo (con un unico set perso per colpa della gamba con il francesino Couacaud) è stato un dominio così schiacciante che impressiona noi e, forse, anche i suoi rivali.

Forse l’unico che non si lascia impressionare troppo è proprio Stefanos Tsitsipas, anche se con Djokovic ha perso 10 volte su 12.

Però c’è quella finale di Parigi che Djokovic aveva dimenticato (non credo l’avesse fatto apposta…) nella quale Tsitsipas aveva vinto i primi due set, a dare fiducia al tennista ateniese che oggi è certo più forte di allora.

Semmai viene da chiedersi se anche Djokovic col passare degli anni, anziché diventare più vulnerabile, non sia invece diventato più forte sulla soglia dei 36 anni. Per la verità io avrei quasi quest’ultima impressione. Oltre che gli avversari Nole sembra infatti in grado di sconfiggere l’anagrafe.

Per esser più chiari: la rimonta del quasi trentaseienne Rafa Nadal con Daniil Medvedev un anno fa ebbe del miracoloso, dell’assolutamente sorprendente. Tant’è che tutti sottolinearono quell’impresa come una straordinaria riprova del grande carattere del guerriero Nadal.

Per carità, quel Medvedev, che pochi mesi prima aveva stoppato Djokovic in finale all’US Open, impedendogli la conquista del Grande Slam, era un giocatore ben più forte di de Minaur, Rublev e Paul, tuttavia la vittoria di Nadal fu celebrata – certo anche per il modo in cui era avvenuta – come una clamorosa e sorprendente impresa.

Invece quel che sta facendo Djokovic, che ha perso una sola partita (con Rune a Bercy) da un pezzo a questa parte – e a prescindere dalle 27 vittorie consecutive all’open d’Australia – sembra perfettamente normale, tutt’altro che una impresa straordinaria.

Dei quasi 36 anni di Nadal un anno fa parlavano tutti, si preoccupavano i suoi fan. Dei quasi 36 anni di Djokovic nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa, tranne qualche volta lui stesso appena avverte un dolorino…perché è chiaramente un ipocondriaco cui se sente male a un dito pensa sia dolorante tutto il braccio.

Certamente Novak ha preso cura del proprio corpo come nessun altro, con una determinazione e una attenzione straordinaria, quasi ossessiva e assolutamente non comune.

Vedremo che cosa succederà domenica mattina con Tsitsipas. Che timori reverenziali non ne ha. E questa è la sua forza. I giocatori più… presuntuosi, e non solo ambiziosi, alla fine sono quelli che vincono più spesso degli altri. E Tsitsipas, che spesso appare quasi arrogantello e non sempre simpaticissimo, è uno che crede molto in se stesso. È una condizione ideale per vincere davvero.

E vedremo anche – sebbene ciò sia argomento molto più marginale – se Djokovic senior tornerà sul campo a seguire il figlio o resterà confinato davanti alla tv nella sua camera d’hotel. Autoconfinato o “fermato” come fosse incastrato in qualcosa di simile agli arresti domiciliari?

Non è ancora chiaro, qui UP-ABOVE, se sia stata una sua decisione (o di Novak) quella di non venire a vedere Nole contro Tommy Paul o se invece Tennis Australia, sollecitata dal sindaco di Melbourne e/o da altri politici Governativi, abbia ritirato l’accredito a papà Srdjan.

A Wimbledon – ho saputo -il finalista del torneo può disporre di 35 biglietti, 10 nel suo box, 25 in ottime posizioni, ma il giocatore è tenuto a dichiarare a chi vanno i biglietti.

Come funzioni a Melbourne non so. Papà Djokovic l’altro giorno è stato ingenuo protagonista di una gaffe e nelle risposte ad alcuni lettori, in calce all’articolo che riguardava la sua vicenda, ho cercato di spiegare perché non si trattava tanto di discutere del diritto a una libertà di pensiero, di espressione e di azione, ma semmai era – almeno secondo me – una questione di rispetto nei confronti di chi aveva invitato tutta una famiglia in un luogo dove erano state stabilite certe regole.

Non è questione di impedire a qualcuno la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questione semmai di educazione, stile, rispetto nei confronti di chi ti ospita e – a torto o a ragione (non è il caso di discuterne quando si è ospiti) – desidera imporre certe regole, certi comportamenti.

Ripeto: magari sono regole e obblighi comportamentali sbagliati – sapeste quante volte mi sono trovato io stesso costretto in certi tornei a dover sopportare regole che non condividevo affatto, e talvolta mi sono trovato in buona fede a non rispettarle, tanto mi parevano inconcepibili e inimmaginabili – ma una volta che accetti di trovarti in certe situazioni non puoi permetterti di dire e fare quello che ti pare.

Clicca qui per leggere il seguito a pagina 2: “Srdjan in una specie di libertà condizionata per per non aver immaginato il casino che avrebbe sollevato? Il pensiero di Nole, le presunte responsabilità della sicurezza dell’Australian Open e le TV down under. E la finale femminile, con favorita…

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Editoriali del Direttore

Australian Open: due semifinali donne? No, una sola. Djokovic senior? Padrone di pensare, dire e fare ciò che vuole, ma inopportuno

Rybakina e Sabalenka gemelle anche nel modo di vincere. Mentre Srdjan Djokovic ha trovato modo di creare una difficoltà in più a Novak, che non ne aveva certo bisogno. Ma non è la prima volta

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Voglio dire quello che penso sulla vicenda di papà Djokovic che si lascia coinvolgere da un gruppetto di simpatizzanti di Putin. Lo farò qui subito dopo aver commentato il tennis giocato e da giocare.

Le due semifinali femminili mi sono sembrate…una sola, con la seconda copia carbone della prima. Quasi lo stesso punteggio, 7-6 6-3 per Rybakina su Azarenka, 7-6, 6-2 per Sabalenka su Linette, 1h e 43 m la prima, 1h e 42 m la seconda.

Due ragazzone sopra il metro e 82cm (tanto è alta la Sabalenka, la Rybakina è due cm di più), più massiccia e potente la bielorussa di 24 anni (80kg). Più longilinea (73 kg) ma con un servizio non meno efficace la kazaka che fino al 2017 era russa e che dal proprio forte servizio (già con i suoi 9 ace contro i 3 dell’Azarenka, e i suoi 3 doppi falli contro i 6 di Vika, ha ricavato 9 punti in più) ha colto altri frutti importanti.

 

Ha infatti raccolto il 76% di punti quando ha messo dentro la prima, mentre la Azarenka non è andata oltre al 63%. Ha ugualmente subito 3 break, ma la Azarenka ha fatto peggio perché anche a causa della sua debole seconda palla di break ne ha subiti 5. Insomma, ci sono stati 8 break su 21 game. Per il tennis femminile non sono neppure troppi. Semmai è curioso che a leggere i dati statistici sono tutti talmente a favore della Rybakina che il punteggio appare quasi troppo benevolo per la Azarenka: 30 vincenti contro 26 (+4), 21 errori gratuiti contro 27 (+6). E in effetti poi a contare i punti vinti sono 78 quelli di Elena contro i 62 di Vika: 16 punti non sono pochi per un match di 140 punti finito 7-6 (4),6-3.

Ma anche quelli che separano Sabalenka da Linette per il loro 7-6 (1) 6-2, non sono distanti: 71 a 58, 13 punti. Però 6 di quei 13 vengono dal tiebreak vinto 7-1.  E il match ha richiesto 129 punti, 11 meno di quell’altro.

C’è stata la metà dei break, 4 in tutto, perché la Sabalenka (6° ace contro 1, 2 doppi falli contro 1= +4) ha concesso un solo break su 4 palle break, salvandone quindi 3 e strappando 3 volte in 7bp la battuta alla ragazza polacca che comunque il suo torneo lo aveva già vinto battendo una testa di serie dopo l’altra, Kontaveit 16, Alexandrova 19, Garcia 4 e Pliskova 30, e potrà festeggiare questi exploit salendo da n.45 a n.22 quando il suo best ranking era stato 33. La Sabalenka, dal canto suo, ritorna al suo best ranking di n.2 scavalcando Jabeur e Pegula.  Ma era già stata n.2. Se anche vincesse il torneo resterebbe a distanza siderale dalla Swiatek, che ha 10.485 punti e Aryna non potrebbe guadagnarne di più che altri 700 arrampicandosi a 6.100. Quanto alla Rybakina, mai più su di n.12, è già top-ten comunque vada, e potrebbe diventare n.8 vincendo il secondo Slam in carriera dopo Wimbledon superando Bencic e Kasatkina. Sarebbe stata in realtà n.5 del mondo se avesse potuto aggiungere i 2.000 che non ha avuto a Wimbledon e n.2 vincendo il torneo. Ma quei 2.000 è meglio che li dimentichi. Nessuno glieli restituirà, né a lei né a Djokovic che però vincendo il torneo ridiventerebbe comunque n.1 ATP.

E vengo alla questione Djokovic senior. Papà Djokovic è libero di pensarla come vuole. E anche di esprimere i suoi pensieri come preferisce. Le sue azioni e i suoi pensieri non sono comportano alcuna responsabilità per Djokovic junior. I figli non sono responsabili per quello che dicono e fanno i genitori. E viceversa.

Ciò detto papà Djokovic talvolta dice e fa cose inopportune, in qualche modo creando evitabilissimi imbarazzi al figlio, quasi non si rendesse conto che suo figlio era arrivato in Australia quest’anno con qualche apprensione, portandosi inevitabilmente appresso una situazione complessa per quanto accaduto Down Under un anno fa.

Se anche Srdjan è un sostenitore palese di Putin poteva capire che non era opportuno unirsi a quel gruppetto di filorussi (come lui) in un momento in cui l’Australia e Tennis Australia hanno preso la decisione di riaprire le porte a suo figlio ma è stata presa anche la decisione (giusta o sbagliata che sia) di non consentire a bandiere russe e bielorusse di sventolare durante il torneo. Torneo nel quale tennisti russi e bielorussi giocano per sé stessi, senza bandiere e inni.

Papà Djokovic resta padronissimo di essere filoPutin, ci mancherebbe. Magari lo è pure Novak, sebbene lo scorso anno avesse preso una posizione piuttosto critica nei confronti dell’aggressione russa – così come successivamente sarebbe stato critico prima nei confronti di Wimbledon che aveva bandito la partecipazione di tennisti russi e bielorussi ai Championships e poi di ATP che aveva reagito togliendo i punti ATP a tutti i partecipanti al torneo di Church Road – ma considerando che tutti i Djokovic sono comunque ospiti di un Paese e di un’organizzazione che ha preso pubblicamente certe posizioni, beh con un minimo di sensibilità avrebbe potuto astenersi dal mischiarsi a quella manifestazione filo-Putin e filo-russa. Io sono quasi certo che Novak, a prescindere da come la pensa lui stesso (io non lo so), non è stato contento. Ma non è la prima volta che il padre gli combina qualche casino. Ormai, però, la frittata è stata fatta. Nole dovrà rispondere a qualche domanda in più, come è accaduto anche a Vika Azarenka. Ma di sicuro saprà come cavarsela.   

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