Paolo Lorenzi, il gladiatore buono alla conquista di Rio, si racconta ad Ubitennis

Interviste

Paolo Lorenzi, il gladiatore buono alla conquista di Rio, si racconta ad Ubitennis

Paolo Lorenzi non finisce più di stupire. A 34 anni suonati e piazzato al meritato best ranking si prepara con entusiasmo a vivere l’ennesimo capitolo – quello olimpico – di una lunga carriera. Lo abbiamo intervistato e ci ha parlato di sé, dei suoi obiettivi futuri e di un mondo del tennis in continua evoluzione

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Se sei nato nel 1981 e, con bravura ed abnegazione, del tennis ne hai fatta una fortunata professione non sarà poi così inusuale che qualche appassionato possa decidere di scomodare l’ingombrante paragone con quel perfettino là dalle tue stesse 34 primavere sul groppone che, scevro dal concetto meccanico di fatica, da ormai tre lustri dispensa frustate liquide con la grazia di un étoile della Scala. Se in più, sempre a differenza del fenomeno di Basilea, la tua cifra stilistica è una generosa mescolanza di fisicità, polmoni e gambe e al fioretto preferisci senza batter ciglio sguainare una più rude scimitarra, ecco che la situazione si complica oltremisura, con il proliferare incontrollato di scetticismi e luoghi fin troppo comuni. Anche da parte di chi, per istituzione o per dovere, dovrebbe prendere decisamente le tue parti. “Sono in molti che non credevano potessi diventare il quarantanovesimo giocatore più forte al mondo”, la chiosa per nulla polemica strappata tra un sorriso e l’altro al nostro Paolo Lorenzi, affabile protagonista di una appassionata chiacchierata con noi di Ubitennis.

Già. Ai luoghi comuni questo dottore (per ora) mancato deve proprio averci fatto il callo. Lui che nel corso di un’estenuante carriera, spesa sbuffando come una locomotiva a vapore sui campi da gioco dei cinque continenti, ne avrà sentite davvero di tutti i colori. Quello ha più talento, quell’altro ha un tennis migliore del tuo, quell’altro ancora appassiona di più la gente. Voci di sottofondo raccolte ai margini di quei playground, possibilmente intrisi dell’amato mattone tritato, da sempre polverosi habitat naturali per un gladiatore dalle fluttuanti appendici in carbonio e le gestualità volutamente prive di fronzoli. Vivi e lascia vivere – sarebbe proprio il caso di dire in certi casi – tanto che Paolo, noncurante di ciò, un pezzettino alla volta si è costruito il castello tutto da solo. Gioco, morale, classifica, risultati, soddisfazioni. In uno spot permanente, celebrativo della formica che, zitta zitta, spodesta a calci nel sedere la cicala.

Affidabile come un motore diesel di fabbricazione teutonica, al punto da fornire di sé ogni qualvolta la miglior versione possibile, il brutto anatroccolo, dall’arzigogolata spazzolata di diritto a cui siamo tanto affezionati, stagione dopo stagione si è finalmente fatto cigno. Un cigno operaio, sui generis, con tutte le credenziali al posto giusto per finire di corsa in paradiso. E non fa niente se alla fascetta parasudore un po’ snob che ingentilisce la fronte del più vincente di sempre lui preferisca esibire un verace cappellino da baseball. Portato alla rovescia, per giunta. Perché Paolo, anzi Paolino, è realmente fatto così. Spontaneo, genuino. Con le braghe colorate dal cavallo abbondante e l’immancabile polsino tricolore a testimoniare l’attaccamento ad una nazione tennistica colpevolmente avara di elogi. A noi, questo senese d’adozione dalla loquacità facile e la simpatia contagiosa, piace proprio per questo. Giacché, che si vinca o si perda, un pensiero sincero Paolo non lo nega mai a nessuno, con l’inscalfibile serenità di chi sa bene di aver fatto fino in fondo il proprio dovere.

 

Lorenzi, tanto per suscitare un minimo di interesse anche nella distratta cerchia dell’Italia pallonara, è uno che sta ai Fab Four di questa florida epoca tennistica come l’insostituibile Angiolino Colombo – per chi lo ricorda, il tuttofare del centrocampo al soldo del buon Arrigo – stava al grande Milan degli olandesi. Il tennis, vivaddio, non è unicamente carezze e amenità, almeno quanto il calcio non si nutre di sole rovesciate e pennellate a foglia morta. Questione di sostanza. Roba alla Lorenzi, appunto.

Corri e tira, Paolo. Non smettere proprio adesso, non ancora. Perché non si diventa il quarantanovesimo giocatore al mondo se non si è speciali. Nel braccio che impugna la racchetta o nel cuore che pulsa forte per ogni quindici da conquistare. Nel colpire con vigore una pallina che schizza impazzita o nella strenue rincorsa pancia a terra a difesa del fortino. Sempre con la medesima incantevole dedizione. A Monte Carlo, nello sfarzo per nulla accomodante del Country Club, o nell’anonimato di Bucaramanga, lontano dall’opulenza e pure ignorato dalle cartine geografiche.

A metà di queso 2016 olimpico è tempo di tirare qualche somma. Di ritorno dalla sfortunata campagna di Parigi – che, per una volta, non val bene una messa – e subito impegnato nel Challenger di Caltanissetta, Paolino in un raro momento di quiete si è dunque concesso in una lunga intervista. Quella che potete leggere nel seguito è il risultato della nostra conversazione. Si parla di tennis, ovviamente, ma non solo.

Ciao Paolo, innanzitutto grazie per la disponibilità. 34 anni, n.3 d’Italia e attuale posizione n.57 del ranking ATP. Complimenti. Che obiettivi ti sei fissato prima di appendere la racchetta al chiodo?
Ancora mi mancano tante cose perché sai, alla fine tanti degli obiettivi che in passato volevo raggiungere li sto conseguendo proprio adesso. Insomma, le cose da fare sono tante. La prima però è quella di migliorare il mio best ranking, ci sono andato vicino altre volte ma non ci sono riuscito. Spero di farlo già nei prossimi mesi.

In questo primo scorcio di 2016 per te subito la vittoria a Canberra e la finale di Bucaramanga nel circuito Challenger. In ATP, invece, grandi risultati a Quito e Buenos Aires prima di un comprensibile calo complice anche qualche sorteggio non molto fortunato. A questo punto della stagione ti ritieni comunque soddisfatto o hai qualche rammarico? Magari legato alle sconfitte di Roma e Parigi?
Sinceramente a Roma e a Parigi speravo di fare meglio così come a inizio stagione non pensavo di fare così bene. A Parigi mi è dispiaciuto per la prestazione ma se mi avessero detto che sarei arrivato dopo il Roland Garros da numero 57 del mondo ci avrei messo la firma. Ora è normale che dopo un inizio di stagione in quel modo si cerchi sempre di fare meglio. Purtroppo ho avuto qualche problemino fisico e poi con l’allergia non mi sono mai riuscito ad esprimere al meglio. Il mio leggero calo è quindi abbastanza normale, mi capita praticamente tutti gli anni. A Parigi sapevo di aver preso un buonissimo giocatore (Carlos Berlocq, ndr) ma tre set a zero non era certo quello che mi aspettavo da quella partita. Giornate storte così però ci stanno. Comunque ci torno l’anno prossimo, bisogna sempre provarci.

Sempre a proposito di questa stagione, il 2016 è anno olimpico. Quanto sarebbe importante per te prendervi parte? Scusa se lo stavo dando per scontato, ci andrai a Rio?
Sicuramente sì, se sono dentro ci vado perché è uno dei miei obiettivi stagionali. Qualcosa che in carriera ancora mi manca. A Londra quattro anni fa ci ero già andato vicino ma purtroppo ero appena fuori con il ranking quindi, insomma, se questa volta entro di diritto è senza dubbio una delle priorità stagionali. Più che i grandi protagonisti in sé sarà per me davvero interessante conoscere un po’ l’ambiente olimpico, vedere ciò che succederà. Il nostro portabandiera? Ci sono tanti atleti che se lo meriterebbero, è quasi impossibile sceglierne uno. Per fortuna non è una decisione che spetta a me (ride).

Nel corso di una lunga carriera hai incrociato le racchette dei più grandi campioni della tua epoca. Chi è a tuo parere il giocatore più forte o comunque quello che ti ha impressionato di più?
Senza dubbio Djokovic. Perché è quello che ha meno punti deboli degli altri. Dove ha ancora bisogno di migliorare un po’, se si può dire, è forse il gioco al volo ma quando va a rete il punto per lui è già quasi fatto. Il Grande Slam? Sì certo, ce la può benissimo fare. Ora bisogna vedere come reggerà la pressione e innanzitutto se riesce a portare a casa Wimbledon. Abbiamo visto cosa è successo a Serena (Williams, ndr) lo scorso anno a New York…

Qual è la differenza principale tra un grande giocatore come puoi essere considerato tu ed il numero uno al mondo?
Intanto il numero uno vince sempre ed il numero cinquanta no (ride). Madrid e Roma hanno però dimostrato che se non è al meglio anche Djokovic è un giocatore battibile. Al top, invece, l’intensità che ci mette ed il livello di gioco che è in grado di raggiungere fanno sì che oggi sia quasi di un altro pianeta. Se gioca così non perde mai.

Veniamo in casa nostra. Non è un momento particolarmente favorevole per il tennis italiano e i risultati di Parigi – lo Slam sulla carta a noi più favorevole – lo confermano. Dopo anni di vacche grasse siamo giunti al momento di un delicato cambio generazionale. Qual è il tuo punto di vista? La Federazione ci ha messo del suo o è solo un momento sfortunato?
Non credo che sia tutto così negativo. I nostri giovani sono buoni. Abbiamo per esempio Cecchinato che è entrato nei primi 100 a 22-23 anni. Poi c’è il gruppo di Napolitano, Donati e Quinzi e tanta altra gente giovane come Sonego, Eremin e Caruso. Tutti possono giocare bene. La situazione non la vedo così grigia come la si vuol descrivere. Diciamo che per una volta le donne hanno qualche problemino più di noi uomini. Ma è anche vero che negli anni precedenti loro hanno vinto tutto quello che c’era da vincere e ovviamente metterei la firma affinché gli uomini possano in futuro fare come loro.

Leggevo da qualche parte dei tuoi trascorsi in medicina. A fine carriera ti vedi più dottore o allenatore?
Ho dato solo sette esami in Università, sono piuttosto indietro. Non so ancora se quando smetterò di giocare a tennis avrò intenzione di continuare o che altro. In questo momento però mi vedo più facilmente nei panni di un allenatore. In futuro si vedrà.

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Roland Garros, Swiatek si toglie pressione: “Prima o poi perderò, ma questa stagione è già un successo”

La numero 1 punta al suo secondo Slam: “Da quando sono in vetta la gente mi tratta in modo diverso. Tenere a mente che questa striscia può finire è salutare”

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Iga Swiatek - Mutua Madrid Open 2022 (PHOTO- ANGEL MARTINEZ : MMO)

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Non ci sono dubbi da sciogliere, Iga Swiatek a poche ore dall’inizio del Roland Garros 2022 è la chiara favorita per la vittoria finale. La polacca arriva a Parigi come meglio non potrebbe: ha vinto gli ultimi 5 tornei che ha disputato, inanellando 28 vittorie consecutive. Inoltre ha già vinto sui campi del Bois de Boulogne nel 2020, quando però a dire il vero le condizioni climatiche e di conseguenza di gioco erano ben diverse da quelle che i giocatori troveranno da domenica 22 maggio in poi. La gestione della pressione sarà più che mai il fattore decisivo per la numero 1 mondiale, un aspetto che l’ha tradita nella scorsa edizione quando difendeva il titolo. Iga ha parlato così ai giornalisti nella consueta conferenza pre-torneo.

D: È chiaro che il gioco è dove vuoi che sia, ma è una sfida mentale per te adattarsi a questa nuova situazione? Se sì, come ti stai preparando?

Swiatek: “Beh, finora è andato tutto bene, ma in realtà non ho giocato un Grande Slam da quando è iniziata la striscia di successi. Quindi immagino che vedremo se tutto quello che ho fatto finora è abbastanza. Ma ho dei pensieri davvero positivi. Onestamente, è capitato un paio di volte in questi tornei di essere già stressata, sono stata in grado di lavorare su questo e fare un ottimo lavoro semplicemente concentrandomi sul tennis. Quindi spero di poter continuare a farlo”.

 

D: Essere numero 1 sembra essere adatto a te. Non sembri sentire troppa pressione, almeno per tutti noi che ti guardiamo. Avevi pensato molto a come sarebbe stato essere numero 1 mondiale prima di arrivare in cima e ora è come ti aspettavi?

Swiatek: “Non ci stavo pensando, ma è una buona domanda. Di solito quando scalavo la classifica non sapevo nemmeno dove fossi, onestamente. Stavo solo andando avanti, e non mi importava davvero se fossi numero 50 o 100. Era sicuramente importante quando partecipavo ai tornei, ma per me era solo un numero, quindi non mi importava. In questo momento mi sento come se grazie alla mia nuova classifica, le persone intorno a me mi trattassero in modo un po’ diverso. Così il mondo è cambiato, di sicuro (sorride). Mi sento comunque come se stessi rimanendo me stessa, come giocatrice e persona. Ma ritengo che ci sia ancora da migliorare”.

D: Hai pianificato qualche trucco per tenere la mente libera nei day off durante questo torneo, fino al tuo primo turno e si spera dopo, avete alcune attività da fare solo per non pensare alle partite?

Swiatek: “In realtà, quest’anno mi sembra più facile non pensare alle partite, perché ci sono anche molte cose che possiamo fare, come fare un giro turistico, anche fare una passeggiata. L’anno scorso con la bolla è stato piuttosto difficile, ed è stato normale che tutti stessero solo pensando al tennis perché era l’unica cosa da fare alla fine. Sto leggendo molto, come al solito, quindi niente di speciale. Guardo serie TV. Oggi, per esempio, sarà il mio giorno libero, quindi di sicuro andrò a fare un giro se il tempo migliorerà. Quando ho avuto i miei giorni di allenamento, speravo che piovesse, quindi avrò più giorni liberi, ma piove quando ho il giorno libero, quindi come al solito (sorride)”.

D: Cosa stai leggendo ora? In secondo luogo, come potresti definiresti un successo in questo torneo?

Swiatek: “Sto leggendo “21 Lessons for the 21st Century”, ho la tua approvazione? (sorride). È difficile rispondere alla seconda, perché non ho obiettivi come ad esempio raggiungere la semifinale o una finale. Vedrò partita dopo partita. Sono consapevole che questa striscia potrebbe finire presto, quindi non voglio avere il cuore spezzato quando succederà. Penso che esserne consapevoli sia abbastanza salutare. Ho già così tanti punti e sono abbastanza contenta degli ultimi tornei, a tal punto che penso questa stagione sia già un successo per me (sorride)”.

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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RG: per Zverev favoriti Nadal e Djokovic. Medvedev: “Sulla terra posso perdere da chiunque”. Tsitsipas e la sfida con Musetti

Il n.2 Daniil Medvedev svela i suoi piani per la stagione sull’erba. Tsonga e Simon sperano in un’ultima soddisfazione

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Daniil Medvedev - Acapulco 2022 (Twitter - @AbiertoTelcel)
Daniil Medvedev - Acapulco 2022 (Twitter - @AbiertoTelcel)

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Giornata di allenamenti e parole per alcuni tra gli uomini più attesi della 121esima edizione del Roland Garros, al via domenica. Oltre a Nadal e Djokovic, si sono presentati in sala stampa per le conferenze della vigilia anche due beniamini di casa come Tsonga e Simon (entrambi ormai a un passo dal canto del cigno) e le teste di serie dalla numero due alla quattro: Medvedev, Zverev e Tsitsipas. Gli spunti interessanti tra le loro dichiarazioni non sono mancati, a partire dal russo che ha parlato a lungo delle sue sensazioni dopo l’operazione che gli ha impedito di partecipare ai ‘mille’ sulla terra e della sua programmazione per i prossimi mesi in cui sarà costretto a saltare Wimbledon

Medvedev non ha cercato di nascondere il fatto di non gradire più di tanto la terra, tanto che quando un giornalista gli ha fatto notare il suo bilancio assai negativo contro i giocatori francesi affrontati sul rosso (la sconfitta più recente è quella arrivata martedì con Gasquet al suo rientro nel circuito a Ginevra), il russo ha risposto così: “Onestamente, su questa superficie posso perdere con chiunque!. Tuttavia ha anche detto che per lui è stato un dispiacere non poter giocare a Montecarlo, Madrid e Roma per via dell’infortunio che ormai è del tutto superato: “Fisicamente mi sento bene, in grado di giocare cinque set. La prima settimana di allenamento è stata complicata perché per i muscoli è difficile dopo due-tre settimane senza fare niente, ma ho fatto le cose passo dopo passo e ora sono pronto”. Lo stop gli è stato persino d’aiuto: “sentivo di avere bisogno di un break per ricaricare le batterie anche a livello mentale”.

Il numero 2 del mondo, stuzzicato in più occasioni sulla decisione di Wimbledon di escludere i tennisti russi (qui il provvidimento dell’ATP a tal riguardo), ha anche affermato di non avere intenzione di fare ricorso al TAS (Tribunale Arbitrale dello Sport) e di avere comunque intenzione di giocare sull’erba: “probabilmente giocherò ad Halle, ‘s-Hertogenbosch e anche a Mallorca”. Ha inoltre aggiunto che potrebbe iniziare la stagione sul cemento già a Los Cabos, ATP 250 a cui si è iscritto. Daniil si è anche espresso sul fatto di essere capitato nella parte di tabellone più “morbida”: “è sempre meglio non avere vicini giocatori come Nadal e Djokovic”.

 

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Del 13 volte vincitore a Parigi e del campione in carica ha parlato anche Zverev, secondo cui i due non possono che essere i maggiori favoriti. Il tedesco, che si trova nella stessa metà di tabellone di Rafa e Nole (e di Alcaraz), si è sbilanciato affermando che a suo avviso “il vincitore del torneo uscirà dalla parte alta (cioè quella più dura, ndr)”. Il numero 3 del mondo ha affrontato il tema dei tanti fattori che entrano in gioco nel corso di un major. Per lui ciò che fa la differenza rispetto agli altri tornei è proprio il sogno che tutti hanno di vincere uno Slam: “penso di aver perso alcuni match per la pressione di voler vincere a tutti i costi uno Slam”. Per questo secondo Sascha sarà interessante vedere come gestirà questo elemento Alcaraz.

Nella metà di tabellone debole si trova invece Tsitsipas che al primo turno affronterà il nostro Lorenzo Musetti e anche di lui ha parlato: “È un ottimo giocatore su questa superficie, ha un grande potenziale e ha dimostrato di poter esprimersi su alti livelli. So che dovrò essere in grado di mettere sul campo il mio miglior tennis”. Il greco è stato sollecitato anche sulle sue attività extra-campo e in particolare sui social, dove spesso pubblica dei contenuti in un certo senso “filosofici”: “tra i miei follower ci sono molti bambini e ragazzi e per questo voglio essere una sorta di mentore, di maestro per loro e quindi condivido opinioni che penso siano importanti. Spero di poter aiutare gli altri a vivere meglio le loro vite”.

Non sono di certo tra i favoriti del torneo ma sono comunque molto attesi dal pubblico Tsonga e Simon. Per entrambi sarà l’ultima volta sui campi del Roland Garros: per il primo sarà l’ultimo torneo in assoluto, mentre Gilles aspetterà la fine della stagione per dire addio al tennis. I due hanno parlato delle loro emozioni, di cosa li ha portati a prendere questa decisione e del loro futuro. L’ex numero 5 del mondo si è detto “sollevato” di essere arrivato all’ultimo torneo e di aver potuto decidere quando smettere: “Il mio obiettivo era poter essere consapevole di star giocando il mio ultimo torneo in modo da godermi ogni singolo momento […] Il mio corpo e la mia mente mi hanno detto che arrivato il momento di mettere un punto […] Voglio andare in campo per giocarmela con un giocatore molto solido (Ruud, ndr) anche se so che sarà difficile. Sono sicuro che le emozioni saranno tante”. Tsonga ha poi parlato del suo amico Simon, definendolo “parte della sua storia tennistica” e ripercorrendo alcuni momenti del loro rapporto iniziato all’età di 11-12 anni.

Gilles ha spiegato di non avere ancora dei piani per il futuro: “Se potrò avere un anno di break sarà un bene per me, ma il tennis è sempre stata la mia passione e di sicuro non mi allontanerò da esso, anche non so in che modo e con quale ruolo. Ho sempre voluto essere un tennista sin da quando ero piccolo, per questo qualsiasi cosa farà dopo non era una mia priorità, ma non ci ho ancora pensato: vedremo”. Invitato a tracciare un bilancio della sua carriera, il francese ha detto di aver dato il massimo durante la sua carriera: “avrei potuto fare meglio, sicuramente, ma anche peggio. Sono riuscito a essere orgoglioso di me stesso in varie occasioni (ha ricordato ad esempio la vittoria a Metz e quelle su Nadal e Federer). Non si tratta solo di vittorie, sconfitte e ranking, ma è qualcosa che va oltre”.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Djokovic: “Ho dato un’occhiata al tabellone, ma è qualcosa che non puoi controllare. Voglio solo iniziar bene”

Il campione in carica Novak Djokovic è in forma per il Roland Garros: “A Roma ho raggiunto il livello desiderato”

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Novak benvenuto. Oltre al primo turno dove c’è Nishioka, il potenziale quarto è con Nadal, e poi eventualmente Alcaraz o Zverev. Hai dato uno sguardo al tabellone?
Sì. Ho dato un’occhiata al tabellone. Penso che ogni giocatore guardi sempre l’intero tabellone e lo studi in un certo senso. Puoi concentrarti solo sulla tua prossima sfida. E ovviamente è una prima metà molto difficile del tabellone maschile, ma si tratta di qualcosa che non puoi davvero influenzare. È così e basta. Per quanto mi riguarda, penso solo a iniziare bene il torneo contro Nishioka e poi partirò da lì.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Sei il campione in carica. Hai battuto Rafa qui l’anno scorso, lo hai definito, come molte persone, il re della terra rossa. Hai avuto molto successo, ovviamente hai molta fiducia nelle tue capacità sulla terra battuta. Come consideri te stesso e lui all’inizio di questo torneo?
Beh insomma, se parliamo dei favoriti del Roland Garros e della terra battuta, sai, Nadal deve sempre essere presente, a causa dei suoi record in particolare in questo torneo. E poi hai Alcaraz che ovviamente è la storia del tennis maschile degli ultimi quattro o cinque mesi per validi motivi. Ha fatto degli enormi balzi in avanti nelle classifiche e i risultati che sta ottenendo sono fenomenali per qualcuno della sua età. Quindi sento di essere sempre in quella contesa per lottare per qualsiasi trofeo del Grande Slam. Credo nelle mie capacità di arrivare lontano e di lottare per uno dei trofei più prestigiosi del mondo del tennis. Come campione in carica, ovviamente devo credere di poterlo fare di nuovo. Rivivere i ricordi dell’anno scorso è qualcosa che ovviamente mi dà la pelle d’oca e la motivazione per provare a replicarlo. Ma ovviamente ogni stagione e ogni anno è diverso. Ci sono così tanti giocatori che vogliono mettere le mani su quel trofeo tra poche settimane. Ne sono molto consapevole. Penso che l’esperienza di essere in tuor per così tanto tempo aiuti a sapere come spendere le energie in campo partita dopo partita, tirare fuori la giusta intensità, gestire tutto ciò che accade anche fuori dal campo. Al meglio delle cinque le cose sono diverse. Penso che uno Slam susciti tanta motivazione ed emozioni in un tennista. Vincerne uno è il sogno di molti tennisti. Ecco perché non puoi sottovalutare nessuno e probabilmente non confrontare le prestazioni di quei giocatori in nessun altro torneo con le prestazioni potenziali qui in uno Slam. Quindi, sapendo questo, ecco il mio approccio rispetto ai giocatori, al gioco e al torneo, ma in ogni caso credo in me stesso perché l’ho fatto in passato e so cosa serve.

 

Puoi dire qualche parola su Jo-Wilfried Tsonga, perché sta terminando la sua carriera?
Gli auguro il miglior addio possibile al tennis, e sono sicuro che ci sarà molto supporto per lui al centro del campo. Penso che al primo turno giocherà con una testa di serie, quindi sono sicuro che sarà molto emozionante per lui (tds 8, Ruud). E ovviamente con tutta la folla francese che lo ha visto giocare nel corso degli anni, lui è stato uno dei tennisti più carismatici ed energici là fuori. Quando era al suo meglio è stato costantemente tra i primi 10 del mondo, e ha giocato contro di me nella mia prima finale Slam. Era anche la sua prima finale Slam in Australia, quindi torniamo indietro di molto tempo (2008). Conosco molto bene Jo anche un po’ dai tempi delle giovanili. Ci siamo sempre trovati molto bene. Ho un sacco di rispetto per lui. Davvero, davvero un bravo ragazzo. Ha portato molta attenzione positiva allo sport con il modo in cui si comportava e giocava. Penso che possa essere molto orgoglioso di tutto ciò che ha realizzato e lasciato in questo sport.

Volevo chiederti, cosa significa giocare qui e in generale sulla terra battuta, e se questa superficie più di ogni altra tende a cambiare e può avere effetto su una partita e così di settimana in settimana, torneo in torneo?
Questa superficie è la più impegnativa credo sotto vari aspetti. Innanzitutto fisicamente, devi sempre aspettarti di giocare un tiro o due in più rispetto a qualsiasi altra superficie a causa della natura della terra. È lenta e, sai, richiede molto sforzo mentalmente, emotivamente, fisicamente. Penso che tutti i giocatori lo sappiano. Quindi, ovviamente, adattano il loro regime di allenamento alla stagione su terra. Ovviamente non posso parlare a nome degli altri giocatori, ma per me in particolare, storicamente è sempre stato necessario un po’ di tempo e diversi tornei per sentirmi davvero a proprio agio giocando sulla terra battuta. Raramente mi sono sentito al meglio sulla terra nel primo o nel secondo torneo della stagione. Quindi è stato così anche in questa stagione. Mi ci sono voluti due tornei per sentire davvero che mi sto avvicinando al livello desiderato. Ho raggiunto quel livello a Roma. Quindi non ho perso un set lì e ho vinto il torneo. Roma è sempre stato un torneo di grande successo per me nella mia carriera, ed è arrivato davvero al momento giusto. Sono sempre riuscito ad arrivare alle fasi successive di quel torneo solo la settimana prima di Parigi, momento perfetto per trovare davvero la forma.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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