Roland Garros, Zverev: “L’oro olimpico è la cosa più difficile da vincere, non lo cambierei con uno Slam”

Zverev dopo la vittoria: "Non mi sorprendo del livello di Berrettini, lo ha sempre avuto. Semifinale? Se gioco bene, ho fatto il 99% del lavoro"

Di Pellegrino Dell'Anno
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Alexander Zverev - Roland Garros 2026 (foto X @atptour)

Alexander Zverev è il primo semifinalista, al maschile, del Roland Garros 2026. Il tedesco ha battuto Rafael Jodar facendo pesare qualità ed esperienza. Appare come il grande favorito per la vittoria finale di questo Roland Garros. Ma, soprattutto, appare molto sereno in conferenza stampa. Rilassato, come se riuscisse ad isolarsi dalla situazione, dalla pressione crescente per un titolo che sembra un dovere. E che, più che altro, è un’occasione unica.

D: Eri sotto 5–2 nel primo set: come sei riuscito a ribaltare la situazione e quanto sei soddisfatto della tua prestazione di oggi?
Zverev: “Domanda molto bella, quasi da vero giornalista. Le condizioni oggi erano molto diverse, dovevo trovare il ritmo. All’inizio lui stava giocando molto meglio di me, ha trovato il ritmo più in fretta. Quando l’ho trovato anch’io, mi sono sentito bene in campo e penso di aver giocato una buona partita“.

D: Rafael ha 19 anni e il tuo prossimo avversario ne avrà 19 o 20. Come vivi questa differenza di età? Ti dà più fiducia come giocatore più esperto o ti mette più pressione?
Zverev: “Penso che dimostri che abbiamo un grande gruppo di giovani che stanno giocando un tennis fantastico. Per me non cambia nulla, mi concentro sulla prossima partita e sulle cose che posso controllare. Abbiamo giocatori giovani fantastici in questo momento nel tour, c’è molto potenziale, ma devo fidarmi di me stesso, del mio gioco e concentrarmi sul mio lavoro“.

Ubaldo Scanagatta: Bravo, complimenti. Hai fatto cinque semifinali negli ultimi sei anni e hai perso solo un set contro Halys, quindi sei in grande forma. Se ti chiedessi se preferisci giocare Mensik o Fonseca, potresti sorprendermi e dirmelo, ma se non vuoi: sei sorpreso dei tre italiani nei quarti nell’altra parte del tabellone? Quale dei tre ti ha sorpreso di più? Ti aspettavi il ritorno di Berrettini, quello che ha fatto Arnaldi ieri sera contro Tiafoe, o magari Cobolli che conosci meglio?
Zverev: “Quello che conosco meglio è Berrettini, ma per me Matteo ha sempre avuto questo livello: si tratta solo di portarlo in campo, quindi non mi sorprende che l’abbia ritrovato. Probabilmente la sorpresa più grande è Arnaldi, soprattutto per la classifica e per quello che aveva fatto in passato. Di Cobolli conosciamo il potenziale, di Berrettini sappiamo che è stato finalista in uno Slam e che può giocare un tennis fantastico. Se parliamo di sorpresa, direi Arnaldi, ma è comunque un grandissimo giocatore. Penso che il tabellone si sia molto aperto nella parte alta, un po’ meno nella parte bassa. Ovviamente la vittoria di Joao Fonseca su Djokovic ha cambiato molte cose, ma per il resto nella parte bassa è tutto abbastanza normale, mentre nella parte alta è diverso. Chi preferisco affrontare tra Mensik e Fonseca? Non mi interessa per niente, davvero, per me non fa alcuna differenza“.

D: Una settimana fa discutevamo su cosa sia meglio, una medaglia d’oro olimpica o uno Slam. Io dicevo che, a parte Wimbledon, preferirei la medaglia d’oro, un mio collega era dalla parte dello Slam. Tu cosa preferisci? Cambieresti mai la tua medaglia d’oro con uno Slam?
Zverev: “Assolutamente no. Per me la medaglia d’oro è la cosa più difficile da vincere perché hai una chance ogni quattro anni. È speciale perché pochissime persone ci sono riuscite e lo fai per il tuo Paese e per la gente a casa. Non scambierei mai la mia medaglia d’oro con niente, ma non mi dispiacerebbe aggiungere qualche altro titolo alla mia lista“.

D: Volevo chiederti della scelta dei colpi. Sembra una cosa che i giovani imparano con il tempo. Per te, l’equilibrio tra quando spingere e quando no è qualcosa che viene solo con l’esperienza o si può anche insegnare?
Zverev: “Quando sei giovane e cresci, quando diventi più forte fisicamente, hai automaticamente più armi. Queste armi a volte sorprendono anche te: all’improvviso puoi tirare un dritto a 100 miglia orarie o servire a 140, cosa che magari un anno prima non potevi fare. All’inizio vuoi usare questa potenza sempre. Ci vuole tempo, anni sul tour, per capire che non devi farlo sempre. Dipende anche dall’avversario e dallo stato in cui si trova, ma è soprattutto una questione di tempo e di esperienza sul tour“.

D: C’è anche il fatto che, quando capisci che i giocatori hanno paura della tua potenza e arretrano, non hai più bisogno di usarla sempre? Puoi impiegare la palla corta e non devi sempre tirare fortissimo?
Zverev: “Lì entra in gioco la varietà. Roger probabilmente era il migliore di sempre nel cambiare ritmo: quando giocava benissimo, dopo pochi game avevi la sensazione di non sapere più come affrontarlo, quasi di non sapere più giocare a tennis, perché ti distruggeva il gioco. Poteva tirare un dritto a 110 miglia orarie e il punto dopo fare una palla corta. Quando hai potenza naturale, il resto diventa più semplice: la palla corta è più efficace perché l’avversario arretra, il kick al servizio diventa più facile da usare quando hai 140 all’ora nella spalla. Se lo fai costantemente e sempre, però, diventa meno efficace“.

D: Riguardo alla prossima partita, qual è il fattore più importante che ti permetterà di passare al turno successivo, da parte tua e magari anche da parte dell’avversario?
Zverev: “Per me è semplice: devo giocare bene. L’ho già detto, devo fidarmi del mio gioco, del mio tennis e di me stesso. Se gioco bene, quello è il 99% del lavoro“.

D: Sei ormai da 12–13 anni sul tour. Di recente hai parlato di tutte le persone che fanno qualcosa per te, famiglia, allenatori, fisioterapisti. Hai però omesso un dettaglio: tua nonna è recentemente con te da due o tre tornei. Dopo 13 anni di tour, com’è nato questo cambiamento?
Zverev: “Mio nonno purtroppo è morto qualche tempo fa e l’abbiamo portata in Europa. È stato difficile ottenere un visto, ha richiesto tempo perché ha ancora un passaporto russo. Ora ha il visto e viaggia un po’ con noi, si gode la vita, i nipoti e i pronipoti. A Sochi ormai ha poco da fare, quindi cerca di stare il più possibile con noi”.

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