Come stanno andando gli Under 21? Parte II

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Come stanno andando gli Under 21? Parte II

Secondo appuntamento per monitorare i progressi del Under 21 più promettenti del tennis: Nick Kyrgios, Alexander Zverev, Borna Coric ma anche gli azzurri Matteo Donati e Stefano Napolitano

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Nella prima puntata, avevamo commentato come sul cemento di inizio stagione i membri della Next Generation, così come l’ha ribattezzata la ATP, se la fossero cavata egregiamente: chi si era confermato (Kyrgios e Zverev), chi era esploso (Fritz) e chi aveva limitato i danni (Chung e Coric). Ma sul duro ormai la maggioranza dei tennisti giocano fin da quando sono in fasce e vari tipi di gioco e atleti vengono premiati. La terra e l’erba, le due superfici originali, invece non perdonano. La terra premia gioco di gambe e spin mentre l’erba timing e talento. E si dà il caso che i due tornei probabilmente più affascinanti del mondo, Wimbledon e il Roland Garros, si giochino su queste superfici. Insomma questi mesi erano la prova del nove per le stelline del circuito maschile: alcuni l’hanno superata più o meno brillantemente mente altri sono rimandati a settembre.

Nick Kyrgios

Come al solito risulta abbastanza complicato analizzare i progressi dell’irrequieto tennista australiano. Il talento gli imporrebbe già di arrivare in fondo ovunque ma le lacune mentali e una posizione in classifica non sufficientemente alta (ora è n.18) lo frenano. Dopo aver saltato Montecarlo, Kyrgios si è presentato all’Estoril, luogo della sua prima finale ATP nel 2015, dove ha dominato il derby dell’avvenire con Coric per poi essere eliminato in semifinale in due set da un Almagro formato vintage. La parziale delusione portoghese è stata presto riscattata prima a Madrid regolando Wawrinka e perdendo nei quarti da un super Nishikori e, successivamente, a Roma, tenendo testa ad un gran Nadal. Arrivato al Roland Garros come mina vagante del tabellone, il classe 1995 di Canberra si è arreso prematuramente a Gasquet, che dopo 6 scontri diretti sembra aver capito come disinnescare la sua potenza. L’incoraggiante stagione su terra rossa doveva essere il preludio ai trionfi sull’erba. E invece Kyrgios al Queen’s è uscito al primo turno contro Raonic e a Wimbledon ha rimediato la solita bastonata da Murray. Due sorteggi davvero terribili ma anche due prove del nove fallite, a seconda di come la si guarda. Ah, giusto, nel frattempo ha rinunciato alle olimpiadi per una querelle con il capo della delegazione australiana Kitty Chiller (nella quale è stato forse un po’ permaloso ma per una volta forse non era dalla parte del torto) e ha ribadito che il tennis a lui fa abbastanza schifo. Così, tanto per rimanere sempre sotto i riflettori, volente o nolente.

 

Alexander Zverev

Registriamo la prima variazione in questa sorta di power ranking, come lo chiamano gli americani. Grazie ad una serie strabiliante di risultati, tenendo conto che si tratta pur sempre di un 19enne, Zverev infatti ha sorpassato in classifica Coric e attualmente ricopre la posizione n.27. In questi 4 mesi, il baby prodigio tedesco ha collezionato una serie di successi che la maggioranza dei tennisti professionisti non colgono in un’intera carriera: prima finale ATP a Nizza, prima vittoria contro Federer ad Halle (dopo essere stato chiaramente colpito dalla sindrome di Stendhal nel match precedente al Foro Italico), primo Slam come testa di serie a Wimbledon (dove ha battuto il navigato Youzhny al quinto prima di cedere a Berdych). E l’impressione è che potesse fare ancora di meglio. Ci si riferisce soprattutto alle tre sconfitte contro l’amico Thiem (nella suddetta finale in costa azzurra, nella semifinale di Monaco e al Roland Garros) dove ha pagato i cinque anni di differenza più che un sostanziale gap sul piano del gioco. Ma nel prossimo futuro non gli mancheranno di certo altri treni su cui salire, già in questa stagione. Da rimarcare anche come Zverev si sia adattato splendidamente all’erba, una superficie sulla quale aveva giocato poco in carriera. Ma d’altronde col talento che si ritrova non avevamo dubbi che potesse riuscirci.

Borna Coric

Vi avevamo avvertito che la situazione non si presentava rosea per il coriaceo ragazzino di Zagabria. In effetti siamo stati buoni profeti. Tra terra e erba, Borna ha raccolto solo 8 vittorie ed è inciampato altrettante debacle, scivolando fuori dai primi 50 (54 per la precisione), dove si trovava oltre un anno fa. Le note più dolenti forse sono arrivate dalla mancata chance di sollevare il primo trofeo sul tour maggiore in finale a Marrakech contro l’argentino Delbonis, dalla manifesta inferiorità tecnica e fisica evidenziata contro Kyrgios all’Estoril, dall’eliminazione al primo turno a Roma contro Kukushkin e forse anche dalla rimonta subita da uno scarico Goffin ad Halle. Il problema tattico del croato in questo momento è molto semplice: da dietro non sfonda (in particolare con il dritto) e deve limitare al massimo gli errori per portare a casa (a fatica) un incontro. Per risolverlo Borna ha addirittura cambiato racchetta, passando ad un modello che gli dovrebbe consentire di dare più punch alla palla lo dimostra. Anche la decisione di saltare i giochi olimpici appare saggia. Chissà se il cemento nordamericano si rivelerà un toccasana per la sua complicata situazione. Anche perché il rischio di perdere la fiducia accumulata è molto alto in questo momento.

Taylor Fritz

È difficile pensare che il californiano partisse per questa trasferta in Europa con grandi aspettative, se non quella di ricevere il fatidico sì dalla sua fidanzata nella romantica cornice della Tour Eiffel. Nonostante le sole 2 vittorie su 10 incontri nel vecchio continente Fritz, attualmente n.64 del ranking ATP, può comunque tornare dall’altra parte dell’oceano con alcune buone sensazioni oltre che tanta esperienza in più. Il classe 1997 di Racho Santa Fe ha infatti portato al terzo un paio di volte il veterano ceco Radek Stepanek su terra (Madrid e Roma) e ha ben figurato su erba contro i fenomeni svizzeri Federer (Stoccarda) e Wawrinka (Wimbledon). I presupposti per un exploit in qualche torneo minore sul cemento a stelle e strisce ci sono: vedremo se sarà bravo ad approfittare di qualche entry list magari non superba in agosto, con la concomitanza dei giochi olimpici.

Kyle Edmund eYoshihito Nishioka

Come nell’episodio precedente mettiamo insieme il britannico e il giapponese perchè accomunati dall’anno di nascita, il 1995, lo stesso di Kyrgios. Ma il gap tecnico e fisico tra i due è palese e sta piano piano venendo alla luce. Continua a crescere il biondino nato a Johannesburg, grazie a risultati solidi sia sulla terra (la sua superficie prediletta in termini di vittorie), che sull’erba (la sua superficie prediletta per ragioni di passaporto). In questi mesi infatti Edmund, n.67 della classifica, ha conquistato il suo quinto Challenger in meno di due anni al Garden di Roma e ha perso solo da giocatori con ranking ben superiore al suo come Paire, Zverev, Isner, Murray e Dolgpolov. Per la verità un Top20 lo ha anche battuto, Simon, al primo turno del Queen’s. C’è dunque curiosità per vederlo all’opera di nuovo sul cemento, dove non ha ancora convinto del tutto a certi livelli. Stazionaria invece la situazione di Nishioka. La terra rossa è ancora indigesta al piccolo nipponico e si vede: in due tornei Challenger in Cina ha raccolto una solo partita contro il n.904 del mondo, tanto per dire. Arrivato in Europa Nishioka ha fallito le qualificazioni al Roland Garros ma ha centrato il main draw a Wimbledon, perdendo però al primo turno da Stakhovsky. Ma sul cemento è tutta un’altra musica per il 21enne di Mie che ha alzato il trofeo a Winnetka in finale su Tiafoe. Questa vittoria gli ha permesso di tornare dentro esattamente dentro i primi 100 del ranking.

I russi: Karen Khachanov e Andrey Rublev

Il fatto che abbiamo invertito l’ordine dei nomi dei due talenti russi dovrebbe già indicare una rivoluzione nelle gerarchie. Dopo aver fallito la qualificazione a Montecarlo, Khachanov è volato a Barcellona dove ha giocato il torneo che gli ha fatto svoltare la stagione e forse anche la carriera. Partito dalle qualificazioni il russo classe 1996 ha sconfitto al primo turno Bedene e poi clamorosamente Baustista-Agut al secondo turno, sfoderando una prestazione sensazionale. In quella partita Khachanov ha esibito in particolare una mobilità assolutamente straordinaria per un gigante di quasi due metri. La brillante prestazione in Catalogna lo ha trascinato a vincere il Challenger di Samarcanda e fare semifinale in quelli di Prostejov e Mosca. Peccato per i main draw mancati al Roland Garros e a Wimbledon che sono comunque stati compensati dal recente ingresso nei Top100 (ora è n.104). Discorso completamente diverso per Rublev che da marzo ha cominciato a lavorare con lo stesso coach di Khachanov, lo spagnolo Galo Blanco. Il moscovita in questi mesi non si è distinto per nessun risultato di rilievo né a di circuito maggiore né a livello challenger. In diverse occasioni Rublev è inoltre rimasto vittima di avversari con classifiche ben inferiori alla sua: l’azzurro Giustino a Marrakech, l’ungherese Fucsovics a Barcellona, il croato Galovic a Vicenza, il canadese Diaz in casa a Mosca e, infine, l’ormai celebre Willis a Wimbledon. Chissà che sotto l’ala protettrice di Galo Blanco l’indiscutibile talento di Rublev, attualmente n.193, possa riemergere.

Hyeon Chung

Avevamo raccontato di come l’avvio di questa stagione 2016, la prima a tempo pieno sul circuito maggiore, si fosse rivelato molto complicato per il tennista coreano, dotato di un tennis fluido e di notevole intelligenza tattica ma di scarsa potenza. Prevedibilmente la terra battuta, con i suoi rimbalzi lenti, non ha fatto altro che acuire il problema. Dopo un discreto torneo a Houston, Chung sul mattone tritato europea ha raccolto una sola vittoria (contro Berlocq ad Istanbul) in 5 tornei. Il finalista dell’edizione junior di Wimbledon 2013 sperava di consolarsi sull’erba ma è stato fermato da un infortunio agli addominali. A causa di questa seri di risultati deludenti Chung ha perso terreno in classifica ed è uscito dalla Top100 a maggio, dopo esserci entrato per la prima volta nell’aprile del 2015 (n.115).

Gli altri americani: Jared Donaldson, Frances Tiafoe, Noah Rubin, Tommy Paul

Mentre Frtiz si misurava con la terra rossa europea, i suoi più o meno coetanei statunitensi hanno preferito quanto meno inizialmente rimanere sulla locale terra verde. A segnalarsi nei tre tornei che facevano parte del mini tour per assegnare la wild card USA al Roland Garros sono stati sopratutto Jared Donaldson, finalista a Savannah, e Frances Tiafoe, finalista a Tallahssee. Nessuno dei due però una volta attraversato l’atlantico e saggiato il mattone tritato vero e affrontati i nativi della superficie, si è riuscito a imporsi. Infatti sia Donaldson che Tiafoe, come d’altronde Tommy Paul e Noah Rubin, non hanno centrato l’accesso al tabellone principale del Roland Garros. Quello che c’è andato più vicino è il 18enne Tiafoe che poi ha confermato le sue potenzialità anche sull’erba del Challenger di Surbiton e alle qualificazioni del Queen’s dove ha superato l’australiano Millman. Dopo aver fallito dome Donaldson e Paul le qualificazioni a Wimbledon, l’afroamericano nato in Maryland è tornato subito negli States nel Challenger di Winnetka dove ha raggiunto la finale, come abbiamo già scritto. Tirando le somme, come Fritz, gli altri Under 21 americani non hanno brillato in questa parte di stagione su terra poco consona alle loro caratteristiche e DNA tennistico ma comunque hanno dato buoni segnali in vista del ritorno sull’amato cemento.

Elias Ymer

Sulla carta il 20enne svedese di origini etiopi, grazie alla sua notevole fisicità, potrebbe essere un ottimo giocatore da terra rossa. Evidentemente convinto di questa potenzialità, Ymer ha giocato 11 tornei da inizio aprile, per lo più Challenger. Uno lo ha pure vinto a Barletta in finale su Pavlasek e il suo particolare feeling con l’Italia è stato confermato dalla semifinale a Perugia. Degne di lode anche le due vittorie francesi contro Rosol, prima ad Aix en Provence e poi a Bordeaux. Peccato che a questo impegno in termini di incontri giocati e di trasferte non sia conseguito un sostanziale miglioramento nel ranking, che lo vede ancora in 155esima posizione posizione.

Quentin Halys

Invece di rimanere in Europa, il francese classe 1996 ha curiosamente deciso di iniziare la stagione su terra battuta dall’America, forse per ottenere punti più facilmente. E la scelta si è rivelata vincente visto che gli ha regalato il primo torneo Challenger a Tallahssee, con vittoria in finale su Tiafoe, e l’ingresso nella top200. Tornato nel vecchio continente, Halys ha ben figurato a Nizza e a Bordeaux e ha onorato la wild card del Roland Garros superando Chung e impegnando il top 30 Cuevas. Anche sull’erba le cose non sono andate malissimo con il main draw di Wimbledon sfumato solo all’ultimo turno delle qualificazioni contro Nishioka. I progressi in termini di risultati sono dunque evidenti nel suo caso.

Thanasi Kokkinakis

Proprio lo scorso giugno l’australiano, ancora teenager, raggiungeva il suo best ranking di n.69. Oggi, causa un infortunio alla spalla che non gli ha permesso di giocare nessun match nel 2016, Kokkinakis è scivolato in 440esima posizione. Speriamo davvero di rivederlo molto presto in campo. Anche perché pareva essere uno dei più dotati del lotto.

Gli italiani: Matteo Donati, Lorenzo Sonego, Stefano Napolitano, Gianluigi Quinzi

Non nascondiamoci, il tennis italiano non gode di buona salute. A livello femminile dopo la generazione d’oro e Giorgi, la quale come noto è in rotta con la federazione e comunque sta attraversando una innegabile crisi di risultati, c’è il vuoto assoluto, dimostrato dall’assenza di tenniste azzurre nelle qualificazioni degli Slam. A livello maschile quantomeno possiamo contare su quattro ragazzi abbastanza promettenti. Gli scettici sottolineano che Donati è vicino ai primi 200 mentre Sonego, Napolitano e Quinzi orbitano addirittura attorno la 300esima posizione e dunque che il paragone con i coetanei internazionali è impietoso. Ma si può controbattere loro che spesso i tennisti italiani maturano più lentamente e che queste ragazzi qualche oggettivo segnale positivo ultimamente lo hanno dato. Donati per esempio, superati i problemi alla schiena che lo hanno afflitto nei primi mesi del 2016, ha ottenuto la seconda finale a livello Challenger a Caltanisetta, dove si è arreso solo al tiebreak del terzo a Lorenzi. Da segnalare per il piemontese anche la bella vittoria nelle qualificazioni del Roland Garros contro Ymer. Napolitano ha fatto grandi progressi da inizio stagione coronati dalla splendida semifinale ad Ostrava partendo dalle qualificazioni e dalla finale a Todi. Sonego da inizio anno ha scalato ben 70 posizioni in classifica e al Foro Italico è riuscito a tenere testa al portoghese Sousa per tre set molto tirati. Lo stesso Qunizi sta trovando un minimo di stabilità, sotto la guida di Ronnie Leigteb. Speriamo che questi quattro ragazzi riescano ad ottenere risultati anche fuori dalla amata terra rossa. Magari il tennis italiano non troverà in questà nidiata un top50 e magari nemmeno un top100. Ma non dargli speranze di emergere a 20 anni sarebbe affrettato oltreché ingiusto nei loro confronti.

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Binaghi sulla stessa linea di Gaudenzi: “Roma a settembre/ottobre”

Il presidente della FIT, parlando con l’ANSA, ha confermato i piani del Chairman dell’ATP, ma non ha escluso che il torneo si possa giocare indoor in un’altra città se necessario

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Si inizia a vedere una maggiore unità d’intenti nel tennis, e questo non può che far piacere. Durante una conference call con il sito dell’ANSA, infatti, il presidente della FIT Angelo Binaghi ha corroborato le parole di ieri di Andrea Gaudenzi, confermando i piani dell’ATP e della WTA sulla riprogrammazione della stagione al termine dell’emergenza Covid-19 – nell’intervista si è concentrato sugli Internazionali d’Italia, ça va sans dire, ma le sue parole hanno lasciato trasparire l’esistenza di un piano più ampio e dettagliato per la ripresa.

Binaghi (che ci ha tenuto a sottolineare ancora una volta che gli Internazionali sono “sospesi e rinviati”, quindi non cancellati) si è dunque mostrato ottimista sulla possibilità che Roma si svolga nel 2020: “Ci sono ottime probabilità. Siamo in stretto contatto con le istituzioni internazionali, in particolare con l’ATP, che ha un presidente e un amministratore delegato italiani. Credo che ci sia una convergenza molto forte fra giocatori e interessi della FIT e dei tornei Master 1000 in generale. La fortuna del tennis è quella di non essere uno sport di squadra né di contatto, oltre a quella di essere praticato all’aria aperta, il che significa che non appena si vedrà la luce in fondo al tunnel sarà possibile riprogrammare sia a livello locale che internazionale, partendo proprio dai Master 1000″.

Interrogato sulle date in cui il torneo potrebbe svolgersi, Binaghi ha espresso una preferenza mantenendosi però flessibile: “Non mi sento di dare una data precisa, anche se il nostro obiettivo sarebbe di giocarlo a Roma fra settembre e ottobre, prima o dopo Parigi, visto che la terra dovrebbe essere riprogrammata in modo unitario, ma pur di farlo possiamo considerare anche l’ipotesi residuale di organizzarlo anche fra novembre e dicembre sul veloce, magari indoor. Non sarebbe la prima volta che il torneo viene spostato, Pietrangeli li vinse una volta a Torino (nel 1961, edizione svoltasi in Piemonte per il centenario dell’unità nazionale, ndr), ma la nostra priorità resta Roma a settembre/ottobre. Per certi versi ci sembra che come periodo sia addirittura migliore rispetto a quello in cui il torneo viene programmato solitamente“.

 

Il presidente FIT ha anche commentato l’annullamento di Wimbledon, definendolo “inevitabile”: “La curva epidemiologica è in ritardo nel Regno Unito rispetto alla nostra, quindi è lecito aspettarsi che la risoluzione del problema arrivi altrettanto in ritardo. Inoltre va considerato che lì c’è l’erba, su cui si può giocare solo in quel determinato periodo dell’anno. Loro non possano riprogrammare in un periodo con un numero di ore di luce inferiore al necessario, a differenza nostra”.

Infine, un appello e un ringraziamento al Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: “Il 2019 è stato un anno straordinario per il nostro tennis maschile, il migliore dal 1976. Alla ripresa, però, tutto dipenderà da quanto i nostri atleti avranno potuto sfruttare la pausa per allenarsi. Ho perciò chiesto al Ministro che alle nostre punte di diamante venga data la possibilità di ricominciare ad allenarsi il prima possibile, e penso in particolare a Berrettini che difende la semifinale allo US Open. L’impatto economico di questa emergenza imprevedibile è lo stesso che ha colpito altre discipline, diciamo svariate decine di milioni di euro, ma non è quantificabile. Voglio ringraziare il Ministro e il Governo per l’assistenza che stanno garantendo ai nostri 10.000 maestri di tennis e riprogrammando la ripresa. Spadafora ha fatto pervenire più fondi per lo sport italiano dall’inizio del suo mandato, e ora sta agendo tempestivamente con tutto l’esecutivo”.

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La lettera aperta di Mouratoglou: “Bisogna aiutare i giocatori fuori dalla top 100”

Il coach di Serena denuncia la difficile situazione dei tennisti più indietro in classifica: “Trovo rivoltante che il centesimo miglior giocatore di uno degli sport più popolari del mondo riesca a malapena a mantenersi”

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Il tennis è fermo e questo ormai lo sappiamo. Molti top player si trastullano con challenge sui social o si prodigano per raccogliere fondi, donando anche loro in prima persona. C’è però un microcosmo di giocatori che ha moltissimo da perdere da questa pausa forzata, non in termini di risultati o di stato di forma, ma proprio di guadagni. Parliamo dei tennisti che gravitano fuori dalla top 100 e che faticano a chiudere in pari i bilanci alla fine dell’anno.

La sospensione del tennis ha riportato l’attenzione su questo tema, sempre molto dibattuto. Stavolta in prima linea si è schierato Patrick Mouratoglou, allenatore di Serena Williams, sempre molto diretto nelle proprie esternazioni. Il coach francese ha diffuso sui social una lunga lettera aperta con la quale invita gli organi che reggono il tennis a rivalutare seriamente la questione. Di seguito la traduzione integrale:

Cara comunità del tennis,
il nostro sport è grande. Però il difficile periodo che stiamo affrontando sottolinea quanto sia disfunzionale. I giocatori fuori dalla top 100 a malapena riescono a pareggiare i bilanci e molti di loro sono costretti a finanziare le proprie carriere per continuare a giocare a livello professionistico. Le loro vite sono piene di problemi economici.

 

Al contrario dei giocatori di basket e dei calciatori, i tennisti non sono coperti da salari annuali fissi. Sono liberi professionisti. Pagano loro i viaggi. Pagano stipendi fissi al proprio staff, mentre il loro stipendio dipende dal numero di partite che riescono a vincere. Si tratta di un sistema meritocratico – il che va benissimo per me. I top player meritano al 100% i propri guadagni. Però trovo rivoltante che il centesimo miglior giocatore di uno degli sport più popolari del mondo – si stima che sia seguito da circa un miliardo di appassionati – riesca a malapena a mantenersi.

Stando a quanto dice Tim Mayotte, ex top 10, ‘dovresti guadagnare circa 200.000$ tutti gli anni di montepremi e/o sponsor per mantenerti’. Per Noah Rubin, ‘chi è fuori dalla top 50 o dalla top 100 non ha molti sponsor fuori dal campo e, se ce li ha, sono piccoli e non puoi vivere di quelli. Se non lavori, non vieni pagato’.

Quindi cosa accade quando i giocatori sono costretti a non lavorare per un indefinito periodo di tempo? Non vengono pagati. Alcuni di essi stanno rinunciando ai propri sogni e la chiamano carriera. È stato così per troppo tempo. Anche se abbiamo fatto fuori la ben radicata supremazia maschile nel campo finanziario, il tennis mantiene uno dei più elevati livelli di disuguaglianza tra tutti gli sport.

Il fatto è che il tennis ha bisogno di loro per sopravvivere. Non può reggersi solo sulle proprie elite. Il circuito si atrofizzerebbe. La riforma ITF dell’anno scorso che fortunatamente è stata cancellata pochi mesi dopo essere stata approvata, ha reso la situazione dei tennisti fuori dalla top 100 quasi insopportabile. Molti di loro hanno deciso di abbandonare il tennis semplicemente perché non c’erano altre opzioni.

Al momento stanno affrontando un’altra sfida: dal momento che il circuito è in pausa per i motivi che tutti sappiamo, non hanno nessun introito e, a differenza di molti top 100, non hanno soldi dagli accordi con gli sponsor per andare avanti. È il momento di pensare a questi giocatori e aiutarli, prima nell’immediato e poi nel lungo periodo.

Per questa ragione, mi piacerebbe molto vedere ATP, WTA, ITF e gli Slam seduti allo stesso tavolo (ovviamente virtualmente) per cercare di trovare una soluzione sostenibile. Ci affidiamo tutti a questi organi di governo che hanno il potere di proteggere l’economia del tennis professionistico e hanno anche responsabilità sociali.

Mi piacerebbe che queste istituzioni dicessero BASTA. Non possiamo più lasciare indietro i tennisti con un ranking più basso. Non è giusto. Il tennis ha bisogno di un cambiamento. Sfruttiamo questo tempo per iniziare un dibattito“.

Il messaggio è ovviamente giustissimo e riflette una realtà molto spesso evidenziata dai media e dai giocatori stessi. Il problema è appunto quello di trovare una soluzione nel breve e poi nel lungo periodo. In questo senso Mouratoglou non dà grande aiuto e si limita alla denuncia dell’ingiustizia, senza però proporre alcunché. Una prima piccola mossa l’ATP l’ha fatta recentemente, destinando ai tennisti più bisognosi (anche se non si è capito bene con che modalità) i fondi raccolti con il Mutua Madrid Open Virtual Pro, la versione virtuale del torneo madrileno. Il manager Morgan Menahem, ha avanzato un paio di proposte per tamponare nell’immediato l’emergenza: fornire una sovvenzione una tantum attingendo dal fondo pensionistico dell’ATP o ripartire il montepremi delle ATP Finals ai primi 300 tennisti del ranking (qui l’articolo completo). Il problema è ovviamente ancora apertissimo. La speranza è che questi continui sassi gettati nello stagno smuovano finalmente le acque.

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Soderling dietro la racchetta: “Il tennis offusca la percezione della realtà”

Il palcoscenico e una carriera sempre in rampa di lancio, poi la malattia e la necessità di ritrovare una dimensione reale. “L’agonismo è una minima parte delle nostre vite. Tutto è vago, tutto sembra enorme”

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Si ride e si scherza ma il tempo che Robin Soderling ha già passato lontano dal circuito professionistico avvicina pericolosamente i dieci anni. Concluse a casa, a Bastad, peraltro sollevando un trofeo anche se il dato potrebbe sembrare secondario, e in effetti lo è. Quando si pensa all’ultimo grande giocatore prodotto dalla storica scuola svedese, la cui crisi è stata forse infine resa reversibile dai discreti risultati prodotti nell’ultimo anno dai fratelli Ymer, si tende un po’ a dimenticare che quando Soderling ha appeso la racchetta al chiodo le sue primavere erano solo ventisette.

Ospite di turno nel salotto di Noah Rubin, l’ex numero quattro delle classifiche mondiali conferma la percezione distorta della vita che la prolungata frequentazione del palcoscenico può provocare nei campioni e in coloro che li ammirano. “Tutto è vago, tutto sembra enorme,” ha voluto sottolineare il povero Robin sul taccuino digitale di Behind the Racquet, “gli atleti famosi incarnano ciclicamente l’emblema degli esseri immortali destinati a giocare per sempre, invece dura poco. Ho smesso da quasi dieci anni e sembra passata una vita. Ma fa ancora più impressione il fatto che ho mollato tutto a ventisette anni: per l’agonismo non sei lontanissimo dall’imboccare la via del tramonto, ma per la vita reale sei un ragazzino obbligato a pensare al futuro senza tennis, ed è giusto che sia così“.

Il suo percorso si è interrotto sul più bello, come si dice, ma aveva iniziato a essere accidentato molto prima che il ragazzo si decidesse ad alzare bandiera bianca. “Ho cominciato ad avere i primi problemi nel 2009. Giocavo, mi allenavo e facevo una fatica tremenda a recuperare. Mi sentivo stanco, spossato e anche spaesato, perché non mi era mai capitato prima“. Fu a quel punto che iniziò il tour dei medici e delle cliniche specializzate. “Ho fatto centinaia di esami che restituivano immancabilmente esiti rassicuranti, i medici dicevano che era tutto a posto ma nell’intimo sapevo che qualcosa non andava. Alla fine la verità venne a galla: il mio sistema immunitario non funzionava a dovere e questo grave problema, unito al sovrallenamento al quale mi sottoponevo per tentare di uscire dal tunnel, ha sconfitto ogni resistenza del mio corpo. Quando ho scoperto di avere la mononucleosi tutto è andato definitivamente a rotoli“.

 
https://www.instagram.com/behindtheracquet/?hl=it

Non che Robin non le abbia provate tutte, per trovare una quadra con il suo organismo in ribellione. “Staccavo per qualche giorno e mi sentivo meglio, provavo allora ad allenarmi a fondo e tornavo uno straccio. Dopo l’ultimo torneo a Bastad, e almeno tre tentativi di tornare al top andati a vuoto, mi sono detto che non aveva senso continuare“. A volte le porte della vita, per soggetti che non hanno conosciuto altro che l’agonismo, iniziano a girare proprio in questi momenti. “Non subito, però,” ha tenuto a specificare Soderling, “perché le sensazioni sono state alquanto strane. Per i primi sei mesi dopo il ritiro del tennis non mi è interessato nulla, anzi ero sollevato. Solo dopo, quando guardavo dal divano giocare avversari che pochissimo tempo prima sfidavo e battevo, sono tornato a provare il desiderio di tornare in campo“.

Il treno, tuttavia, aveva lasciato la stazione da un po’: “Ho impiegato cinque anni a liberarmi di ogni sintomo connesso alla mononucleosi, e a quel punto era tardi per tornare a giocare seriamente. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che ero stato uno stupido, che avevo pensato troppo al tennis, che non ero mai stato capace di staccare la spina tra un torneo e l’altro. Che avrei dovuto studiare qualcosa passati i vent’anni, perché la carriera dura molto meno di quanto ci si aspetti e occorre avere altre competenze, altre conoscenze, una cultura più vasta. Anche perché distogliere l’attenzione dal lavoro, nel tennis come in ogni altro campo, aiuta a sentire meno la pressione“.

Consuntivi a parte, comunque sintomatici di un essere pensante di un certo spessore, occorre dire che fintanto che è durata, la carriera di Robin ha toccato livelli piuttosto alti. In un particolare frangente, siamo costretti a dire, quello che tutti conoscono e nessuno perde occasione di ricordargli: “La vittoria contro Nadal a Parigi nel 2009 resta un grande risultato, il più famoso. Ci ho messo diverso tempo a realizzare, a mettere le cose nella giusta prospettiva. Dopo la stretta di mano mi sembrava di aver vinto la finale, considerato l’incredibile caos generato da quel match, invece erano solo ottavi. È stato difficile tenere i piedi per terra: quando sono tornato negli spogliatoi ho trovato circa trecentocinquanta messaggi sul telefono, ma mi sono dovuto imporre una certa calma. Non volevo essere ricordato come il tizio che ha battuto per la prima volta Nadal al Roland Garros e ha perso la partita successiva“.

Come si diceva, molto sta nell’osservare i fatti dalla giusta angolazione. “In tantissimi si sono complimentati per quell’incontro, in parecchi lo fanno ancora oggi. Ma il clamore seguito a quella vittoria è solo merito di Nadal: non nascerà mai più un tennista capace di vincere per dodici volte lo stesso torneo dello Slam“.

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