Come stanno andando gli under 21? Parte I

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Come stanno andando gli under 21? Parte I

Primo di una serie di appuntamenti per monitorare i progressi dei vari Nick Kyrgios, Borna Coric, Alexander Zverev, Taylor Fritz, Thanasi Kokkinakis, Andrey Rublev e, con un po’ di patriottismo, pure Matteo Donati e Gianluigi Quinzi

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Il punto di fine stagione sugli interessantissimi teenager presenti attualmente nel circuito ATP aveva riscosso un buon successo di critica e, quindi, riproporremo la panoramica in più episodi, per essere, speriamo, più accurati. Quello che vi apprestate a leggere è il primo episodio. Il secondo verrà pubblicato dopo Wimbledon; il terzo dopo gli US Open; e il quarto al termine della stagione.

Ci sono due motivi che ci inducono ad alzare l’asticella dell’età e coprire tutti coloro che non superano i 21 anni (in parole povere dalla classe 1995 in giù). In primo luogo per includere forse l’unico astro nascente già in grado di portare a casa risultati davvero pesanti anche negli Slam, ovvero Nick Kyrgios. In secondo luogo per ragioni sciovinistiche, visto che il piemontese Matteo Donati, più concreta speranza del tennis italiano, viste le difficoltà di Gianluigi Quinzi nel passaggio al tennis professionistico, è nato proprio nel 1995. L’ordine di apparizione dei giocatori è legato al ranking, salvo qualche eccezione.

Nick Kyrgios

 

Strano, parliamo di Kyrgios. Il 20enne di Canberra ha dato fuoco alle polveri trionfando in Hopman Cup insieme alla connazionale Gavrilova, vincendo tutti i suoi incontri e travolgendo persino Murray nel Round Robin. I fanatics si aspettavano di vederlo protagonista a Melbourne e invece l’avventura di Kyrgios si è interrotta al terzo turno contro Berdych, in un match che ha messo in luce ancora una volta il suo deficit di concentrazione. Causa un infortunio al gomito, per rivederlo in azione c’è stato bisogno di un mese. Il ritorno è però coinciso con il suo primo titolo ATP a Marsiglia, dove ha lasciato le briciole ad avversari di spessore come Gasquet, Berdych e Cilic, e l’ottima semifinale a Dubai. Un Kyrgios in forma smagliante avrebbe dato il suo contributo in Davis nella prima di capitan Hewitt in casa contro gli USA. Tuttavia un virus lo ha costretto ad alzare bandiera bianca e lo ha reso vittima dell’inopportuno sfogo del compagno e amico Bernard Tomic. Ancora debilitato e scioccato dalla polemica, Nick ha rimediato una figuraccia contro l’ostico Ramos ad Indian Wells. Ma si è riscattato alla grande a Miami, raggiungendo la prima semifinale in un Masters 1000 che gli è valsa l’ingresso in Top 20.
Insomma quando l’australiano sta bene fisicamente e psicologicamente è capace di arrivare in fondo a qualunque torneo e di battere anche i primi della classe. Peccato non capiti ancora con regolarità. E che le intemperanze proseguano…

Borna Coric

Borna, miglior teen-ager in classifica alla fine del 2015 (n.44), ha iniziato la stagione con una buona finale a Chennai, ottenuta però superando avversari tutt’altro che trascendentali. Poi per il croato sono arrivate tre pessime sconfitte al primi turno a Sydney (contro Muller), agli Australian Open (contro Ramos) e, soprattutto, a Montpellier (contro Berrer). Poco, ma molto poco, meglio è andata a Rotterdam e a Dubai. Il 19enne di Zagabria si è rifatto nella trasferta di Davis in Belgio dove, prima ha trascinato al quinto Goffin e, poi, ha portato il punto decisivo per la sua Croazia contro Coppejans. Sull’onda dell’entusiasmo ha passato un paio di turni a Indian Wells perdendo da Berdych ma poi è uscito sconfitto per crampi dalla maratona contro Istomin al primo turno a Miami. Insomma la cura MacLagan non sembra dare i frutti sperati e Borna ha perso posizioni invece che guadagnarne (ora è n.48). Un dato spiega pregi e difetti di Coric più di mille parole: ben 7 partite al set decisivo su 18, con 5 vittorie e 2 sconfitte. Il ragazzo ha un carattere da gladiatore ma se devi sempre lottare così tanto significa che ti mancano le armi per chiuderle più in fretta. E ciò è molto preoccupante se hai 19 anni. Si prospettano tempi duri per Borna, soprattutto sulla terra dove la sua carenza di “punch” potrebbe costargli ancora più cara.

Alexander Zverev

Una volée di dritto sul match point a favore agli ottavi di finale di Indian Wells contro Nadal poteva trasformare l’avvio di 2015 di Sasha da ottimo a straordinario. Errori di gioventù e lui, con i suoi 18 anni, è ancora tanto giovane. Dopo il riscaldamento in Hopman Cup con Lisicki, Zverev ha beccato Murray a Melbourne, prendendo una severa bastonata. Poi però è arrivata la terza semifinale a livello ATP a Montpellier, i quarti a Rotterdam e appunto gli ottavi in California prima dell’eliminazione al secondo turno a Miami per mano di Johnson. In mezzo c’è stata anche una batosta da Rosol nell’incontro decisivo del tie di Davis della sua Germania contro la Repubblica Ceca. Fa crescere pure quella. Intanto il tedesco ha scalato quasi 30 posizioni (da n.83 a 54) ma, soprattutto, fatto innamorare della sua perfezione tecnica e  stilistica tutti gli appassionati di questo sport, compreso il nostro Luca Baldissera. Deve fare ancora però qualche passo in avanti mentalmente. Spesso e volentieri sembra, come chi sa di essere forte, pretendere fin troppo dal suo tennis, finendo per innervosirsi quando commette alcuni errori. Ma, tornando al discorso precedente, se sei un giovane talento quello che conta è il potenziale e il margine di crescita; sulla testa c’è sempre tempo per lavorare.

Hyeon Chung

Il “secchione” sudcoreano, reduce da un 2015 sul circuito Challenger ricco di soddisfazioni, in questo primo scorcio di 2016 sta sperimentando quanto sia più alto il livello al piano superiore. Al momento si contano solo 5 vittorie su 12 incontri, due delle quali arrivate in Davis contro la Nuova Zelanda. Praticamente Chung ha battuto solamente Groth a Brisbane, Garcia-Lopez a Rotterdam e Seppi a Dubai. È vero che le sconfitte sono giunte contro avversari sempre meglio classificati di lui. Ma d’altronde questo è il circuito maggiore. Conseguentemente a questi scarsi risultati, nel ranking Hyeon ha perso esattamente 20 posizioni, dalla 51 alla 71. Ma forse il peggio deve ancora venire visto che il sudcoreano non si potrà esimere dal mettere piede sulla terra rossa, una superficie che ha visto solo con il binocolo finora. Sicuramente la ragione di queste difficoltà risiede nella mancanza di un colpo risolutivo nel suo arsenale. Chung colpisce bene sia il dritto che il rovescio ma non sfonda con nessuno dei due e la sua seconda servizio viaggia decisamente troppo lenta per gli standard. L’ammirabile intelligenza tattica e l’eccellente gioco d’anticipo al momento non bastano a compensare questi limiti di potenza.

Taylor Fritz

Nell’episodio precedente il nome di Taylor Fritz, vincitore degli scorsi US Open juniores e finalista a Parigi, figurava nel mucchio dei teen-ager americani di belle speranze. Grazie ai fenomenali exploit di inizio stagione si è conquistato ampiamente il suo spazio. Il californiano figlio d’arte ha iniziato l’anno come aveva chiuso il precedente, ovvero da protagonista nei Challenger, con la vittoria ad Happy Valley su Sela. Agli Australian Open ha superato brillantemente le qualificazioni per poi impegnare fino al quinto set il connazionale Sock. Ma a Memphis c’è stata la svolta. Buttato nella mischia come Wild Card, Taylor si è clamorosamente issato fino alla finale persa contro Nishikori, entrando nel libro dei record di precocità e nella Top100 (ora è n.79). Sconfitto a Delray Beach da Smyczek ha poi ottenuto i quarti ad Acapulco. Le cose sono andate un po’ peggio nei due Masters 1000 statunitensi: sconfitto ad Indian Wells dall’altro baby prodigio made in USA Tiafoe e da Ferrer al secondo turno a Miami, tenendo alla grande il campo nel primo set per poi crollare nel secondo. Fritz abbina ad un servizio molto efficace un dritto letteralmente devastante, nella migliore tradizione dei giocatori americani del recente passato. Notevole anche la maturità mentale considerati i suoi 18 anni. Le premesse per una grande carriera ci sono tutte con quei tratti che vagamente ricordano Sampras.

Oltre a Kyrgios: Kyle Edmund e Yoshihito Nishioka

L’annata 1995 ha regalato al tennis Nick Kyrgios. Potrebbe sembrare sufficiente in tutti i sensi ma invece no. Due coetanei dell’australiano meritano di entrare in questa rassegna: il britannico Kyle Edmund e il nipponico Yoshihito Nishioka. Il primo, dopo aver messo paura a Goffin nella finale di Davis, ha disputato fin qui un buon 2016: quarti di finale a Doha partendo dalle qualificazioni, finale al Challenger di Lahania, vittoria al Challenger di Dallas, secondo turno a Dubai e una bella maratona vinta contro Vesely a Miami dopo averne persa un’altra ad Indian Wells contro Pella. A dimostrazione del fatto che Kyle è un fighter. E ora per il biondissimo n.92 del ranking arriva prima la terra battuta, che, sorprendentemente per un ragazzo dal passaporto britannico e nato a Johannesburg, è la superficie sulla quale si esprime al meglio, e successivamente, l’erba di casa. Più indietro, alla posizione n.113, si trova il giapponesino Nishioka. Il 20enne di Mie ha messo a segno un paio di buone settimane a Memphis, dove ha raggiunto i quarti di finale, e a Miami, dove, partendo dalle qualificazioni, ha giocato il terzo turno sorprendendo Feliciano Lopez. Buon potenziale nonostante un fisico minuto (misura solo 1 metro e 70 di altezza). Ma con Nishikori condivide solo la parte iniziale del cognome.

I russi: Andrey Rublev e Karen Khachanov

Alla fine del 2015, avevamo lodato il genio e la sregolatezza del russo Andrey Rublev. In questo avvio di stagione si è vista tanta sregolatezza e poco genio. Anzi solo un lampo in mezzo a tante brutte sconfitte (l’ultima a Miami al primo turno contro lo spagnolo Cervantes) nel prestigioso Challenger di Qumiper in Francia, dove ha alzato il suo primo titolo di questa categoria partendo dalle qualificazioni e stendendo Stakhovsky e Mathieu per strada. Come a dire: vedete che quando voglio li batto tutti? Ma la continuità è ancora un’utopia per il talentuoso moscovita che è fermo alla posizione n.158. L’exploit che gli fa fare la svolta potrebbe essere sempre dietro l’angolo anche se la terra non è forse la superficie ideale per lui. Poco più avanti di Rublev c’è ancora alla 135, praticamente stazionario, il connazionale classe 1996 Karen Khachanov che continua però ad orbitare nel circuito Challenger con discrete fortune.

Elias Ymer

Nessun segnale di progresso nemmeno dallo svedese di origini etiopi Elias Ymer il quale ormai da mesi orbita attorno alla 150esima posizione. Anzi Ymer sembra entrato in una vera e propria spirale negativa. Il suo 2015 è cominciato con una pessima sconfitta al primo turno delle qualificazioni del torneo di Chennai, in cui era il primo favorito del seeding, contro il croato Ante Pavic, n.449 del ranking ATP. Ma questa non è stata la debacle più clamorosa di Ymer, che, nel Challenger di Jinkoping, nella sua Svezia, è stato estromesso dal torneo al terzo turno dal n.824, tale Matwe Middelkopp, olandese. Avanti così ed Elias non rischia di non comparire nel prossimo episodio.

Thanasi Kokkinakis

Dopo una stagione di assestamento nel circuito maggiore, il 2016 doveva essere l’anno della consacrazione per Thanasi. E invece il 19enne di Adelaide è stato costretto ad operarsi per un infortunio alla spalla e non ha ancora disputato un singolo match. Pare anche che il recupero proceda a rilento. Get well soon Kokk!

Gli altri americani: Jared Donaldson, Frances Tiafoe, Noah Rubin, Tommy Paul e Michael Mmoh 

Ci sono svariati altri teen-ager statunitensi che, a contrario di Fritz, non meritano (ancora) un loro spazio personale. Il meglio piazzato in classifica, n.142, è il classe 1996 Jared Donaldson che dà prova di una buona continuità nei Challenger ma non sembra avere il tennis per fare il salto di qualità. Il miglior risultato del ragazzo del Rhode Island è la semifinale ad Irving persa con Bedene. Una trentina (n.174) di posizioni più indietro troviamo quello che viene descritto come il vero futuro crack del tennis statunitense: Frances Tiafoe. Prima parte di stagione convincente per il 18enne originario della Sierra Leone che ha eliminato al primo turno dal Challenger di Dallas Groth e si è aggiudicato il derby dell’avvenire con Fritz ad Indian Wells. Il tennis fluido e la grande esplosività lo aiutano certamente ad essere già competitivo con professionisti ben più scafati di lui. Ha tutte le carte in regola per entrare presto nei primi 100 e sentiremo parlare ancora molto di lui. Ai confini della top 200 (n.190 per l’esattezza) recuperiamo il newyorkese classe 1996 Noah Rubin, vincitore di Wimbledon junior nel 2014, il quale, dopo aver raggiunto la finale del campionato NCAA per Wake Forest, ha deciso di passare professionista la scorsa estate. Inserito tramite Wild Card agli Australian Open, Rubin ha estromesso dal torneo niente di meno che Benoit Paire, testa di serie n.17. Da segnalare anche una bella vittoria al primo turno di Delray Beach su Groth, annullando 3 match point. È ancora fuori dai top 200 invece Tommy Paul, campione in carica del Roland Garros junior, anche perché sta giocando prevalentemente a livello collegiale, con l’Università della Georgia. Tuttavia a Memphis, a Delray Beach e ad Indian Wells gli sono state concesse Wild Card. Risultato? 3 sconfitte al terzo set, con avversari non irresistibili. Ma il potenziale c’è. Molto più lontano è il classe 1998 di origini nigeriane ma nato in Arabia Saudita Michael Mmoh che ad Indian Wells ha costretto ad un doppio tiebreak uno svogliato Zverev. Gran fisico e bel dritto. Sul resto c’è tanto da lavorare.

Quentin Halys

Ci eravamo dimenticati erroneamente del transalpino Quentin Halys alla fine dell’anno scorso. E, impermalosito, Quentin ce lo ha fatto notare superando Dodig al primo turno degli Australian Open per poi prendersi i complimenti del n.1 del mondo Djokovic al secondo turno. Non è cosa da tutti i giorni. Tennis pulito (come tutti i giocatori della scuola d’oltralpe) e potente il suo. Per adesso però continua a navigare nei Challenger ed è scivolato oltre la 200esima posizione con una brutta sconfitta  al primo turno la scorsa settimana. Magari riceverà Wild Card in qualche torneo francese sul rosso. Vedremo come se la caverà.

Gli italiani: Matteo Donati e Gianluigi Quinzi

Veniamo alle nostre giovani leve. E le notizie non sono molto positive. Matteo Donati che veniva da un notevole 2015 in cui aveva scalato oltre 200 posizioni, non ha avuto un inizio di stagione affatto positivo, soprattutto a causa di un fastidio alla schiena che continua a tormentarlo. Il piemontese classe 1995 non è mai andato oltre il secondo turno dei 6 tornei Challenger ai quali ha preso parte tra Australia e America, venendo eliminato spesso da tennisti classificati peggio di lui. Inevitabile è stata la discesa dalla posizione n.180 di gennaio alla 193 attuale. Complessivamente deludente finora anche il 2016 di Gianluigi Quinzi, che ha interrotto il secondo capitolo della collaborazione con il coach Eduardo Medica, colui che l’aveva assistito in quella magica cavalcata ai Championships nel 2013. Il marchigiano classe 1996 ricopre purtroppo la posizione n.445 del ranking ATP e gravita ancora tra qualificazioni dei Challenger e Future. Quinzi però in Israele ha mostrato timidi segnali di risveglio, battendo il suo primo Top 100 in carriera. A 20 anni si deve ancora dargli credito e fiducia nonostante le tante difficoltà e traversie.

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Binaghi sulla stessa linea di Gaudenzi: “Roma a settembre/ottobre”

Il presidente della FIT, parlando con l’ANSA, ha confermato i piani del Chairman dell’ATP, ma non ha escluso che il torneo si possa giocare indoor in un’altra città se necessario

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Si inizia a vedere una maggiore unità d’intenti nel tennis, e questo non può che far piacere. Durante una conference call con il sito dell’ANSA, infatti, il presidente della FIT Angelo Binaghi ha corroborato le parole di ieri di Andrea Gaudenzi, confermando i piani dell’ATP e della WTA sulla riprogrammazione della stagione al termine dell’emergenza Covid-19 – nell’intervista si è concentrato sugli Internazionali d’Italia, ça va sans dire, ma le sue parole hanno lasciato trasparire l’esistenza di un piano più ampio e dettagliato per la ripresa.

Binaghi (che ci ha tenuto a sottolineare ancora una volta che gli Internazionali sono “sospesi e rinviati”, quindi non cancellati) si è dunque mostrato ottimista sulla possibilità che Roma si svolga nel 2020: “Ci sono ottime probabilità. Siamo in stretto contatto con le istituzioni internazionali, in particolare con l’ATP, che ha un presidente e un amministratore delegato italiani. Credo che ci sia una convergenza molto forte fra giocatori e interessi della FIT e dei tornei Master 1000 in generale. La fortuna del tennis è quella di non essere uno sport di squadra né di contatto, oltre a quella di essere praticato all’aria aperta, il che significa che non appena si vedrà la luce in fondo al tunnel sarà possibile riprogrammare sia a livello locale che internazionale, partendo proprio dai Master 1000″.

Interrogato sulle date in cui il torneo potrebbe svolgersi, Binaghi ha espresso una preferenza mantenendosi però flessibile: “Non mi sento di dare una data precisa, anche se il nostro obiettivo sarebbe di giocarlo a Roma fra settembre e ottobre, prima o dopo Parigi, visto che la terra dovrebbe essere riprogrammata in modo unitario, ma pur di farlo possiamo considerare anche l’ipotesi residuale di organizzarlo anche fra novembre e dicembre sul veloce, magari indoor. Non sarebbe la prima volta che il torneo viene spostato, Pietrangeli li vinse una volta a Torino (nel 1961, edizione svoltasi in Piemonte per il centenario dell’unità nazionale, ndr), ma la nostra priorità resta Roma a settembre/ottobre. Per certi versi ci sembra che come periodo sia addirittura migliore rispetto a quello in cui il torneo viene programmato solitamente“.

 

Il presidente FIT ha anche commentato l’annullamento di Wimbledon, definendolo “inevitabile”: “La curva epidemiologica è in ritardo nel Regno Unito rispetto alla nostra, quindi è lecito aspettarsi che la risoluzione del problema arrivi altrettanto in ritardo. Inoltre va considerato che lì c’è l’erba, su cui si può giocare solo in quel determinato periodo dell’anno. Loro non possano riprogrammare in un periodo con un numero di ore di luce inferiore al necessario, a differenza nostra”.

Infine, un appello e un ringraziamento al Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: “Il 2019 è stato un anno straordinario per il nostro tennis maschile, il migliore dal 1976. Alla ripresa, però, tutto dipenderà da quanto i nostri atleti avranno potuto sfruttare la pausa per allenarsi. Ho perciò chiesto al Ministro che alle nostre punte di diamante venga data la possibilità di ricominciare ad allenarsi il prima possibile, e penso in particolare a Berrettini che difende la semifinale allo US Open. L’impatto economico di questa emergenza imprevedibile è lo stesso che ha colpito altre discipline, diciamo svariate decine di milioni di euro, ma non è quantificabile. Voglio ringraziare il Ministro e il Governo per l’assistenza che stanno garantendo ai nostri 10.000 maestri di tennis e riprogrammando la ripresa. Spadafora ha fatto pervenire più fondi per lo sport italiano dall’inizio del suo mandato, e ora sta agendo tempestivamente con tutto l’esecutivo”.

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La lettera aperta di Mouratoglou: “Bisogna aiutare i giocatori fuori dalla top 100”

Il coach di Serena denuncia la difficile situazione dei tennisti più indietro in classifica: “Trovo rivoltante che il centesimo miglior giocatore di uno degli sport più popolari del mondo riesca a malapena a mantenersi”

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Il tennis è fermo e questo ormai lo sappiamo. Molti top player si trastullano con challenge sui social o si prodigano per raccogliere fondi, donando anche loro in prima persona. C’è però un microcosmo di giocatori che ha moltissimo da perdere da questa pausa forzata, non in termini di risultati o di stato di forma, ma proprio di guadagni. Parliamo dei tennisti che gravitano fuori dalla top 100 e che faticano a chiudere in pari i bilanci alla fine dell’anno.

La sospensione del tennis ha riportato l’attenzione su questo tema, sempre molto dibattuto. Stavolta in prima linea si è schierato Patrick Mouratoglou, allenatore di Serena Williams, sempre molto diretto nelle proprie esternazioni. Il coach francese ha diffuso sui social una lunga lettera aperta con la quale invita gli organi che reggono il tennis a rivalutare seriamente la questione. Di seguito la traduzione integrale:

Cara comunità del tennis,
il nostro sport è grande. Però il difficile periodo che stiamo affrontando sottolinea quanto sia disfunzionale. I giocatori fuori dalla top 100 a malapena riescono a pareggiare i bilanci e molti di loro sono costretti a finanziare le proprie carriere per continuare a giocare a livello professionistico. Le loro vite sono piene di problemi economici.

 

Al contrario dei giocatori di basket e dei calciatori, i tennisti non sono coperti da salari annuali fissi. Sono liberi professionisti. Pagano loro i viaggi. Pagano stipendi fissi al proprio staff, mentre il loro stipendio dipende dal numero di partite che riescono a vincere. Si tratta di un sistema meritocratico – il che va benissimo per me. I top player meritano al 100% i propri guadagni. Però trovo rivoltante che il centesimo miglior giocatore di uno degli sport più popolari del mondo – si stima che sia seguito da circa un miliardo di appassionati – riesca a malapena a mantenersi.

Stando a quanto dice Tim Mayotte, ex top 10, ‘dovresti guadagnare circa 200.000$ tutti gli anni di montepremi e/o sponsor per mantenerti’. Per Noah Rubin, ‘chi è fuori dalla top 50 o dalla top 100 non ha molti sponsor fuori dal campo e, se ce li ha, sono piccoli e non puoi vivere di quelli. Se non lavori, non vieni pagato’.

Quindi cosa accade quando i giocatori sono costretti a non lavorare per un indefinito periodo di tempo? Non vengono pagati. Alcuni di essi stanno rinunciando ai propri sogni e la chiamano carriera. È stato così per troppo tempo. Anche se abbiamo fatto fuori la ben radicata supremazia maschile nel campo finanziario, il tennis mantiene uno dei più elevati livelli di disuguaglianza tra tutti gli sport.

Il fatto è che il tennis ha bisogno di loro per sopravvivere. Non può reggersi solo sulle proprie elite. Il circuito si atrofizzerebbe. La riforma ITF dell’anno scorso che fortunatamente è stata cancellata pochi mesi dopo essere stata approvata, ha reso la situazione dei tennisti fuori dalla top 100 quasi insopportabile. Molti di loro hanno deciso di abbandonare il tennis semplicemente perché non c’erano altre opzioni.

Al momento stanno affrontando un’altra sfida: dal momento che il circuito è in pausa per i motivi che tutti sappiamo, non hanno nessun introito e, a differenza di molti top 100, non hanno soldi dagli accordi con gli sponsor per andare avanti. È il momento di pensare a questi giocatori e aiutarli, prima nell’immediato e poi nel lungo periodo.

Per questa ragione, mi piacerebbe molto vedere ATP, WTA, ITF e gli Slam seduti allo stesso tavolo (ovviamente virtualmente) per cercare di trovare una soluzione sostenibile. Ci affidiamo tutti a questi organi di governo che hanno il potere di proteggere l’economia del tennis professionistico e hanno anche responsabilità sociali.

Mi piacerebbe che queste istituzioni dicessero BASTA. Non possiamo più lasciare indietro i tennisti con un ranking più basso. Non è giusto. Il tennis ha bisogno di un cambiamento. Sfruttiamo questo tempo per iniziare un dibattito“.

Il messaggio è ovviamente giustissimo e riflette una realtà molto spesso evidenziata dai media e dai giocatori stessi. Il problema è appunto quello di trovare una soluzione nel breve e poi nel lungo periodo. In questo senso Mouratoglou non dà grande aiuto e si limita alla denuncia dell’ingiustizia, senza però proporre alcunché. Una prima piccola mossa l’ATP l’ha fatta recentemente, destinando ai tennisti più bisognosi (anche se non si è capito bene con che modalità) i fondi raccolti con il Mutua Madrid Open Virtual Pro, la versione virtuale del torneo madrileno. Il manager Morgan Menahem, ha avanzato un paio di proposte per tamponare nell’immediato l’emergenza: fornire una sovvenzione una tantum attingendo dal fondo pensionistico dell’ATP o ripartire il montepremi delle ATP Finals ai primi 300 tennisti del ranking (qui l’articolo completo). Il problema è ovviamente ancora apertissimo. La speranza è che questi continui sassi gettati nello stagno smuovano finalmente le acque.

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Soderling dietro la racchetta: “Il tennis offusca la percezione della realtà”

Il palcoscenico e una carriera sempre in rampa di lancio, poi la malattia e la necessità di ritrovare una dimensione reale. “L’agonismo è una minima parte delle nostre vite. Tutto è vago, tutto sembra enorme”

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Si ride e si scherza ma il tempo che Robin Soderling ha già passato lontano dal circuito professionistico avvicina pericolosamente i dieci anni. Concluse a casa, a Bastad, peraltro sollevando un trofeo anche se il dato potrebbe sembrare secondario, e in effetti lo è. Quando si pensa all’ultimo grande giocatore prodotto dalla storica scuola svedese, la cui crisi è stata forse infine resa reversibile dai discreti risultati prodotti nell’ultimo anno dai fratelli Ymer, si tende un po’ a dimenticare che quando Soderling ha appeso la racchetta al chiodo le sue primavere erano solo ventisette.

Ospite di turno nel salotto di Noah Rubin, l’ex numero quattro delle classifiche mondiali conferma la percezione distorta della vita che la prolungata frequentazione del palcoscenico può provocare nei campioni e in coloro che li ammirano. “Tutto è vago, tutto sembra enorme,” ha voluto sottolineare il povero Robin sul taccuino digitale di Behind the Racquet, “gli atleti famosi incarnano ciclicamente l’emblema degli esseri immortali destinati a giocare per sempre, invece dura poco. Ho smesso da quasi dieci anni e sembra passata una vita. Ma fa ancora più impressione il fatto che ho mollato tutto a ventisette anni: per l’agonismo non sei lontanissimo dall’imboccare la via del tramonto, ma per la vita reale sei un ragazzino obbligato a pensare al futuro senza tennis, ed è giusto che sia così“.

Il suo percorso si è interrotto sul più bello, come si dice, ma aveva iniziato a essere accidentato molto prima che il ragazzo si decidesse ad alzare bandiera bianca. “Ho cominciato ad avere i primi problemi nel 2009. Giocavo, mi allenavo e facevo una fatica tremenda a recuperare. Mi sentivo stanco, spossato e anche spaesato, perché non mi era mai capitato prima“. Fu a quel punto che iniziò il tour dei medici e delle cliniche specializzate. “Ho fatto centinaia di esami che restituivano immancabilmente esiti rassicuranti, i medici dicevano che era tutto a posto ma nell’intimo sapevo che qualcosa non andava. Alla fine la verità venne a galla: il mio sistema immunitario non funzionava a dovere e questo grave problema, unito al sovrallenamento al quale mi sottoponevo per tentare di uscire dal tunnel, ha sconfitto ogni resistenza del mio corpo. Quando ho scoperto di avere la mononucleosi tutto è andato definitivamente a rotoli“.

 
https://www.instagram.com/behindtheracquet/?hl=it

Non che Robin non le abbia provate tutte, per trovare una quadra con il suo organismo in ribellione. “Staccavo per qualche giorno e mi sentivo meglio, provavo allora ad allenarmi a fondo e tornavo uno straccio. Dopo l’ultimo torneo a Bastad, e almeno tre tentativi di tornare al top andati a vuoto, mi sono detto che non aveva senso continuare“. A volte le porte della vita, per soggetti che non hanno conosciuto altro che l’agonismo, iniziano a girare proprio in questi momenti. “Non subito, però,” ha tenuto a specificare Soderling, “perché le sensazioni sono state alquanto strane. Per i primi sei mesi dopo il ritiro del tennis non mi è interessato nulla, anzi ero sollevato. Solo dopo, quando guardavo dal divano giocare avversari che pochissimo tempo prima sfidavo e battevo, sono tornato a provare il desiderio di tornare in campo“.

Il treno, tuttavia, aveva lasciato la stazione da un po’: “Ho impiegato cinque anni a liberarmi di ogni sintomo connesso alla mononucleosi, e a quel punto era tardi per tornare a giocare seriamente. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che ero stato uno stupido, che avevo pensato troppo al tennis, che non ero mai stato capace di staccare la spina tra un torneo e l’altro. Che avrei dovuto studiare qualcosa passati i vent’anni, perché la carriera dura molto meno di quanto ci si aspetti e occorre avere altre competenze, altre conoscenze, una cultura più vasta. Anche perché distogliere l’attenzione dal lavoro, nel tennis come in ogni altro campo, aiuta a sentire meno la pressione“.

Consuntivi a parte, comunque sintomatici di un essere pensante di un certo spessore, occorre dire che fintanto che è durata, la carriera di Robin ha toccato livelli piuttosto alti. In un particolare frangente, siamo costretti a dire, quello che tutti conoscono e nessuno perde occasione di ricordargli: “La vittoria contro Nadal a Parigi nel 2009 resta un grande risultato, il più famoso. Ci ho messo diverso tempo a realizzare, a mettere le cose nella giusta prospettiva. Dopo la stretta di mano mi sembrava di aver vinto la finale, considerato l’incredibile caos generato da quel match, invece erano solo ottavi. È stato difficile tenere i piedi per terra: quando sono tornato negli spogliatoi ho trovato circa trecentocinquanta messaggi sul telefono, ma mi sono dovuto imporre una certa calma. Non volevo essere ricordato come il tizio che ha battuto per la prima volta Nadal al Roland Garros e ha perso la partita successiva“.

Come si diceva, molto sta nell’osservare i fatti dalla giusta angolazione. “In tantissimi si sono complimentati per quell’incontro, in parecchi lo fanno ancora oggi. Ma il clamore seguito a quella vittoria è solo merito di Nadal: non nascerà mai più un tennista capace di vincere per dodici volte lo stesso torneo dello Slam“.

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