Marco Cecchinato squalificato per 18 mesi!

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Marco Cecchinato squalificato per 18 mesi!

Pugno duro del tribunale federale contro il palermitano Marco Cecchinato, quarto uomo Davis nella disastrosa esperienza pesarese. Cecchinato, secondo il tribunale, avrebbe aggiustato una partita in Marocco e dato informazioni riservate su altre partite tra cui Seppi-Isner di Parigi 2015

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Il 2016 rischia di essere l’anno peggiore della storia del tennis italiano. Come se non fossero sufficienti i cattivi risultati sportivi negli slam di uomini e donne e le brutte batoste subite dalle nazionali arriva adesso una notizia sconcertante: Marco Cecchinato, forse l’unico uomo su cui il tennis azzurro potesse puntare è stato condannato a 18 mesi di squalifica e 40.000 € di multa per aver alterato una sua partita – quella contro il polacco Kamil Majchrzak – al challenger di Mohamedia, in Marocco.

Il Tribunale ha anche condannato Antonio Campo e Riccardo Accardi

 

Nella ricostruzione del tribunale – formato dal Presidente Giorgio Gasparotto, e da Fulvio Brizio e Massimo Montanari – tutto parte da una segnalazione da parte dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli di un flusso anomalo di scommesse su una partita dell’8 ottobre del 2015, quella appunto giocata da Cecchinato contro Kamil Majchrzak. Si tratta del quarto di finale del torneo, e Cecchinato ci arriva dopo aver superato a primo turno Matteo Viola e nel turno successivo lo spagnolo Oratio Roca Batalla. Marco è nel momento migliore della sua carriera (è il momento in cui ottiene il suo Best Ranking, numero 82) e ha lasciato sei game al connazionale e cinque allo spagnolo. Il polacco è numero 338, ma Cecchinato perde nettamente, 6-1 6-4. Il 2 a 0 per il polacco veniva pagato a 7 (per ogni Euro scommesso ne vincevi 7). In Italia due sole persone avevano scommesso su questo risultato Riccardo Accardi e suo padre. La Procura Federale li ascoltava e scopriva che Riccardo Accardi e Marco Cecchinato erano amici di lunga data, che frequentavano lo stesso circolo del tennis, a Palermo, e che si sentivano abbastanza spesso. Accardi negava che si fosse accordato con Cecchinato  o che l’amico gli avesse rivelato informazioni da poter utilizzare per le scommesse. La Procura gli ha chiesto come mai avesse allora scommesso contro l’amico e Accardi pare abbia parlato di un “presentimento” che Cecchinato fosse scarico. Sentito Cecchinato, l’azzurro diceva che secondo lui Accardi aveva tratto indebite conseguenze da alcuni suoi rituali scaramantici, come quello appunto di dirsi non a posto fisicamente o “scarico” e di non credere alla sua vittoria.

Per la procura è stato abbastanza, anche perché Cecchinato ammetteva che Accardi a volte scommetteva per lui, ma “su altri sport” non sul tennis e risultavano disperse tutte le conversazioni intercorse tra i due dal settembre al dicembre 2015, con un’eccezione, quella del 23 settembre. In questa chat, Cecchinato scrive che deve “rifarsi con i marocchini per la scommessa perduta su Napoli Carpi”. Non solo, ma Cecchinato si sarebbe contraddetto cambiando versione sui suoi colloqui con Accardi, prima ammettendoli e poi negandoli.

Per quanto riguarda l’incontro tra Seppi e Isner, Cecchinato ha confessato di aver dato ad Accardi delle informazioni sullo stato di salute dell’altoatesino “affinché egli scommettesse sulla sconfitta dell’italiano” ma dice di averle apprese esattamente come chiunque altro, leggendo i giornali.  Peccato che Cecchinato si allenasse con Seppi in quei giorni…

Il procedimento contro Cecchinato riguarda anche altri due incontri, uno di doppio, nel quale era impegnato  insieme a Luca Vanni contro Sergey Betov e Mikhail Elgin. Il secondo sarebbe un singolare giocato ad Antalya tra Lorenzo Frigerio e Daniel Cox.

Luca Vanni e Lorenzo Frigerio hanno ammesso le loro colpe – di cui la sentenza non parla – e hanno “patteggiato” un pena pecuniaria.

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A Budapest, avanza Berrettini e perde ancora Seppi. Forfait di Cecchinato

Matteo supera Kukushkin, Andreas gira un match perso ma cede nel finale

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Matteo Berrettini (foto Adelchi Fioriti)

BRAVO MATTEO – È la prova convincente che gli era richiesta quella che Matteo Berrettini offre per superare con un doppio 6-4 il numero 7 del seeding Mikhail Kukushkin. Certo, se devi affrontare una testa di serie al primo turno di un torneo su terra battuta, il kazako con i suoi colpi relativamente piatti non è tra quelli che vorresti assolutamente evitare (al contrario, nel caso di trasferta di Coppa Davis…), ma poi bisogna comunque entrare in campo e vincere l’ultimo punto. Ed è proprio l’ultimo punto che stava diventando un problema per un Berrettini che, ben supportato da servizio e dritto, si era involato sul 5-1 del secondo set dopo aver vinto il primo. Kukushkin salva infatti un match point sul proprio servizio e gioca un ottimo game aggressivo in risposta che non dà chance a Matteo; annulla un’altra palla dell’incontro con uno splendido recupero su una smorzata azzurra forse un po’ troppo morbida e mette a referto il terzo gioco consecutivo, mentre un lampo dell’occhio della tigre brilla sul viso di Mikhail. Chiamato di nuovo a servire per chiudere con l’avversario in piena fiducia negli scambi, Berrettini mette in mostra la capacità di adottare la strategia migliore, vale a dire nascondergli la palla: spara subito tre ace spegnendo ogni velleità di Kukushkin che cede anche il punto successivo. Agli ottavi, esattamente come nella passata edizione, troverà Aljaz Bedene che lo scorso anno ebbe la meglio in tre set su un Matteo ancora fuori dai primi cento del mondo. Lo sloveno ha eliminato in due set Bernard Tomic.

ANDREAS, QUASI – In un match che è un continuo inseguimento di Filip Krajinovic, Andreas Seppi recupera e si salva più volte, ma fallisce l’ultimo aggancio dopo due ore e quaranta minuti. Diventano così quattro le sconfitte consecutive al primo turno per Andreas che, dopo essere stato in balia dell’avversario per un set e mezzo, ritrova almeno a tratti il suo gioco migliore, cosa che potrà ridargli fiducia. Filip, dotato di un buon tennis senza però una particolare pesantezza dei colpi, arriva sì dalle qualificazioni, ma è stato n. 26 ATP dodici mesi fa, in una stagione tuttavia compromessa dagli infortuni (piede, caviglia e mano) che lo ha visto abbandonare la top 100.
Salvato lo 0-2, Filip avanza sicuro nel primo parziale con l’azzurro che mette in campo appena il 40% di prime di servizio e vince pochi punti con la seconda. Che Filip sia molto centrato si nota quando, servendo sul pur rassicurante 5-2, reagisce prontamente a due punti persi (doppio fallo e insidiosissima risposta steccata di Andreas) e chiude senza indugi il set. Sotto anche nella seconda partita, Seppi annulla quattro match point servendo sul 3-5 e, al game successivo, veste all’improvviso i suoi panni migliori; poi, non senza l’indispensabile fortuna (due nastri vincenti), rientra nel punteggio dopo che Krajinovic si è visto annullare un’altra palla per guadagnarsi la via della doccia. Il tie-break non può che andare all’italiano, ma Filip non dà alcun segno di cedimento e, anzi, è di nuovo lui a tornare avanti nel set decisivo. Entrambi offrono un buon ritmo e scambi godibili; Seppi continua ad avvalersi anche dell’aiuto del nastro, alza ancora il livello annullando due palle dell’1-5 e recupera lo svantaggio. Chiamato a servire per andare al tie-break, però, Andreas si disunisce ed è allora Krajinovic ad avanzare in attesa del vincente fra Radu Albot e Sergiy Stakhovsky.

 

CECK OUT – Mentre Andreas lotta sul centrale, arriva la notizia del forfait di Marco Cecchinato, leggermente febbricitante già nel match perso contro Pella a Monte Carlo. Ceck perde così i 250 punti ottenuti con la vittoria dello scorso anno. Al suo posto, il lucky loser Matthias Bachinger.

Risultati:
M. Berrettini b. [7] M. Kukushkin 6-4 6-4
A. Bedene b. B. Tomic 7-6(5) 6-4
[Q] F. Krajinovic b. A. Seppi 6-2 6-7(3) 7-5
[8] R. Albot vs [LL] S. Stakhovsky

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evidenza

Pagelle: a Montecarlo Nadal sbianca e Fognini sbanca

Fabio Fognini trionfa a Montecarlo detronizzando un Nadal rosicone, Lajovic sorprende. Djokovic torna dal guru e ricominciano i guai. Sonego trai grandi e l’Italdonne è in C

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Qualcuno lo aveva detto. Per i malfidati, whatsapp manent. Quando abbiamo saputo (prima dell’inizio del torneo) che il Direttore per la prima volta nella vita avrebbe lasciato un torneo prima della sua conclusione, abbiamo sentenziato: “Vedrai che Fognini vincerà il torneo…”. Purtroppo quando lanciamo questi proclami, dimentichiamo sempre di passare dalle agenzie di betting.


E insomma, il Fabio Fognini (10 e lode) che sembrava in crisi totale e che per cinque volte è andato ad un punto dal 1-5 nel secondo set contro Rublev (10…senza la sua collaborazione staremmo parlando di altro), prima di salvarsi con un ace di seconda (!) e approfittare del ko della bestia nera Simon (10 pure a lui…) ha finito per mettere in riga Zverev (4,5), Coric (6) e nientepopodimenoche Rafa Nadal (5) giocando un tennis da favola e scrivendo una pagina storica per il tennis italiano.

 

L’immagine più bella è quella di papà Fufone, strenuo difensore di Fabio dagli haters twittaroli (qualcuno travestito addirittura da giornalista), immobile e in lacrime dopo il match point, incapace di proferire alcunché. “Adesso posso anche morire” ha scritto papà Fognini dopo il match e invece magari il meglio deve ancora venire. In fondo l’esempio Fabio ce l’ha in famiglia, con Flavia capace di portare a casa Indian Wells prima del trionfo di New York: mai porre limiti al provvidenza divina, soprattutto a Pasqua.


Quello che è molto triste invece è il balletto scatenatosi sin dopo la semifinale, tra i denigratori di Fognini –  “Vince solo perché gli altri sono cotti” oppure “Fognini in finale a Montecarlo è la dimostrazione della crisi del circuito maschile” – e gli ultrapatriottici  del “adesso non salite sul carro”.  Come disse lo scriba una volta al Foro mentre c’era una partita di calcio all’Olimpico in contemporanea con urla belluine e sul Centrale un paio di mentecatti fischiarono  l’arbitro per una chiamata dubbia: “C’è un’osmosi di cattive maniere dal limitrofo campo di pallone”. Mitico Gianni. Tra poco tornerà anche Dio Roger a giocare sulla terra e purtroppo si porterà dietro i suoi ultras: si salvi chi può.


E dunque è stata una buona Pasqua ma non un buon Nadal (cit. Rdo). Va detto che Rafa non ha contribuito al trionfo del FairPlay con il suo “Ho giocato la peggiore partita degli ultimi quattordici anni”: si rosica pure dalle parti di Manacor ogni tanto. Certo, un Nadal che dichiari che “tornare ad allenarsi domani sarà difficile” fa un po’ specie, ma mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, e Parigi resta sempre un’altra storia.


Dusan Lajovic (9) è arrivato ad un passo dall’impresa della vita e non sono serviti  a fermare Fabio neppure i consigli dell’ex Perlas. L’onore serbo è comunque slavo anzi salvo anche per questo torneo, nonostante la nuova défaillance di Novak Djokovic (4,5):  occhio però, nel box di Nole si è rivisto il Guru Pepe Imaz, e se il buon giorno si vede dal mattino…
Abbiamo detto di Sascha Zverev, spazzato via da super-Fabio e così  turbato da dimenticare l’inglese e concedersi solo ai giornalisti tedeschi: quando vincono sono tutti simpatici e poliglotti, chissà perché.La nuova moda di questo 2019 è comunque il Toilette-break (1) dopo ogni set con soste anche di dieci minuti: vuoi vedere che a Montecarlo non sanno cucinare? Vedremo gli effetti della Paella a Barcellona e della Amatriciana al Foro se comporterà la sospensione delle partite…


Marco Cecchinato (6,5) non è più il numero uno d’Italia ma è sulla strada buona per tornare ai fasti del 2018 e la sua rivalità con Fabio può solo fare bene. In più è sbocciato Lorenzo Sonego (8) a completare una settimana da urlo per il nostro tennis. Maschile, si intende, perché le azzurre di FedCup sono precipitate in C, senza grandi speranze di risalire. Dal granata Sonego alla Torino delle Finals il passo è breve e  dopo un infinito balletto pare che l’ufficialità sia alle porte. Nei giorni in cui si festeggia l’ottavo scudetto bianconero qualche orfano della Champion’s potrà però avere degli incubi al pensiero che la parola Finali possa essere accostata a Torino.


Dal fronte giovani questa settimana viene fuori Medvedev (8) come primo degli eletti, ma forse ha perso una chance, mentre Tsitsipas (5,5) ha balbettato e Shapovalov (5) deluso. Ma stavolta possiamo dirlo tutti insieme, ha vinto Fabione nostro e “questa NextGen è una cazzata”.

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Editoriali del Direttore

Fognini come Panatta: la storia si ripete

A gran richiesta, parlo della vittoria di Fognini. Che io sappia Giovan Battista Vico non ebbe mai modo di impugnare una racchetta. E i suoi corsi e ricorsi non furono prodezze atletiche. Però, però, però…

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Fabio Fognini (trofeo) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 1976 fu l’anno magico di Adriano Panatta e un po’ di tutto il tennis italiano che dagli anni di Pietrangeli e Sirola a cavallo degli anni Sessanta non aveva brillato granché. Quasi un’era geologica per quei tempi in cui il tennis era ancora sport d’élite, praticato da pochi Paesi e l’Italia della racchetta grazie a quei due, ma anche a Beppino Merlo, Fausto Gardini e prima di loro a De Morpurgo, De Stefani, Cucelli e i Del Bello, si era fatta rispettare in campo internazionale.

Dopo quasi tre lustri di penombra agonistica, se non proprio di oscurità, toccò a un giovane romano di grande talento, figlio di Ascenzio custode del TC Parioli, rischiarare con vari sprazzi di luce le prospettive di un tennis nel complesso assai poco azzurro. Fra i suoi 20 e 25 anni, quel bel ragazzo romano de’ Roma che in piena epoca di Dolce Vita piaceva tanto alle donne (anche se talvolta eccedeva un po’ nei modi un po’… arrogantelli da bulletto), aveva fatto vedere lampi di vera classe giocando un tennis magnifico, spettacolare e battendo nelle giornate di vena alcuni dei migliori tennisti del mondo: Orantes, Nastase, Borg, Rosewall, Connors. Innamorandosi dei suoi gesti tecnici, della loro varietà ed originalità perfino in un’epoca in cui nessuno dei grandi giocava in modo simile agli altri, gli si rimproverava una sola cosa: la discontinuità. La sporadicità di quelle giornate di vena.

 

Non c’era chi non lo temesse, perfino Bjorn Borg, il più forte tennista del mondo di allora – certamente sulla terra rossa anche se cinque trionfi sull’erba di Wimbledon sottolineavano la sua completezza – sapeva che un Adriano Panatta in giornata di vena avrebbe potuto farlo precipitare nel polvere rosso tritata. E accadde più di una volta, anche in teatri importanti. L’Orso Borg partecipò a otto Roland Garros, ne vinse sei. Da chi perse quelle sole due volte? Da Adriano Panatta.

Sì, era già successo nel 1973. Ma, come detto, fu il 1976 l’anno magico di Adriano Panatta. Trionfò nel torneo cui teneva di più, nella sua Roma vicino casa sua. Per dar vita a un’impresa sportiva ci vuole tanta forza, fisica e mentale, tanto coraggio e – come avrebbe detto in una sede principesca 43 anni dopo un altro grande della racchetta – anche un bel po’ di… culo.

Fino a quella memorabile settimana al Foro Italico, Adriano aveva collezionato tanti scalpi importanti, diversi tornei minori, ma mai ancora un grande torneo sebbene tutti gliene attribuissero il potenziale ad hoc. Ma non era mai favorito fino in fondo. Tutti sapevano che poteva vincere contro chiunque, ci speravano, ma accadeva solo talvolta. E troppe volte accadeva il contrario, rispetto alle aspettative di chi si era innamorato del suo modo di giocare. Scriveva su Ubitennis Fede Torre – vi invito a rileggerlo – poco tempo fa: “uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente trova in lui. È un destino riservato a pochi, il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più”.

Panatta in tribuna – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche quella settimana sembrava proprio che non dovesse accadere. Contro un australiano di retroguardia, non certo uno dei grandi Aussies che hanno fatto la storia del tennis, tal Kim Warwick, talentuoso la sua parte – la settimana prima ad Amburgo aveva battuto Kodes – ma pazzerello ai confini dell’isteria in certi frangenti, Adriano si imbatte in una apparente giornata no. Fin quasi alla doccia. Warwick può giocarsi – non è uno scherzo – 11 match point. Dieci sul proprio servizio a partire dal 5-2 40-15, poi altri tre in quel game. Altri sul 5-4 40-0. Ripeto perché li annotai uno per uno, non è uno scherzo. Un paio furono scambi corpo a corpo, ravvicinati, da cardiopalmo, il pubblico impazzì: ‘Adriaaanooo Aaadriaaanooo!’. Chissà come, Panatta rovescia una giornata di non vena in una giornata lucidamente folle, in cui comincia d’incanto a rispondere divinamente, a giocare dei passanti incredibili contro l’australiano che si attacca alla rete con la forza della disperazione, match point dopo match point. La risposta, il passante, non erano mai stati i punti di forza di Adriano, eppure miracolosamente e improvvisamente quel giorno lo diventano.

Fortuna, culo, quindi? Beh, anche, ma anche no, perché poi Adriano infila una magnifica sequenza di vittorie, contro giocatori fortissimi sulla terra battuta. Stentòa ancora contro Tonino Zugarelli, romano anche lui ma… trattato come uno straniero dal pubblico di Adriano così spesso ingeneroso. Poi è la volta di Franulovic, sì, il direttore oggi del torneo di Montecarlo, quindi il “sorcio” americano Solomon che si ritira per proteste per una chiamata arbitrale in vantaggio 5-4 nel terzo set. Poi Adriano travolge Newcombe, entusiasmando, e infine raggiunge l’apoteosi battendo in finale Guillermo Vilas che sui campi rossi era, dopo Borg, decisamente il più forte e il più continuo del mondo. Lo mette k.o. In quattro set. Pandemonio. In quel torneo c’erano sette dei dieci tennisti più forti del mondo. Si poteva parlare ancora di fortuna? Certo che no. In ogni vittoria, salvo alcune di Borg e Nadal al Roland Garros, per restare sul pianeta terra rossa, c’è sempre un po’ di fortuna.

La farò più breve con Panatta al Roland Garros. Anche li sembrava tutto fuorché il suo torneo. Al primo turno contro il ceco Pavel Hutka appare in giornata no per quasi un intero match e salva miracolosamente con un tuffo prodigioso un match point. Un altro Panatta gioca la seconda parte del match. E lo vince in carrozza dando spettacolo. In semifinale e finale batterà due piccoletti irriducibili che si assomigliano tantissimo, per struttura fisica e tennis, rovescio bimane capace di cross strettissimi, un servizio così così, mai a rete salvo che per stringere la mano a fine partita. Pur sempre due top 10 di grande regolarità e continuità. Ma il capolavoro era arrivato nei quarti, quando la vittima era stata la più illustre, dominata con smorzate mascherate da finti attacchi in chop, attacchi in controtempo, serve&volley improvvisi. Bjorn Borg, il più forte tennista di sempre sulla terra rossa, prima dell’avvento di Nadal, era sembrato perfino impotente. I parigini si erano entusiasmato per il tennis brillante, fantasioso, vario, di Panatta non meno dei romani al Foro Italico.

Panatta avrebbe raggiunto prima a Roma e poi a Parigi il suo best ranking. Quando già qualcuno dubitava che ce l’avrebbe mai fatta a salire così in alto, per via di quella sua incapacità a mantenere i pronostici favorevoli. Io a Firenze, un torneo che ha anche vinto, l’ho visto mio malgrado perdere da carneadi quali il boliviano Benavides, gli americani Winitski e Fagel, l’australiano Dibley.

Beh, Giovan Battista Vico sarà certo d’accordo con me, laddove si trova. La storia di Fabio Fognini ricorda moltissimo quella di Adriano Panatta. Al quale, in termini di talento e potenziale, l’ho spesso confrontato, scrivendo a più riprese che negli ultimi 40 anni il tennis italiano non ha avuto un tennista più forte e talentuoso di lui.

Da quasi dieci lui senza vincere alcun grande torneo è costantemente fra i primi 20 del mondo e per anni tutti si aspettavano che sarebbe riuscito a entrare tra i primi dieci. E perché non ci sia riuscito il primo a dirlo è sempre stato lui: un problema di testa, non certo di gioco. Il suo tennis è stato sempre più piacevole a vedersi, nelle giornate di vena, di tanti top 10. Non c’è bisogno di far nomi.

Ora, come al Foro Italico 43 anni fa, ecco che a Montecarlo accade quel che era stato annunciato mille volte senza che mai accadesse. Cronaca di un evento annunciato. È sull’orlo del baratro contro Rublev (non vale i Safin e i kafelnikov, ma è stato capace di raggiungere i quarti allUs Open da teenager): pazzerello come Kim Warwick. Ma meno coraggioso, o incosciente, di Fognini che mette a segno un ace con la seconda palla su una delle cinque palle break che Rublev non trasforma per andare a servire sul 64 5-1.

Dopo quel miracoloso e fortunato salvataggio Fognini è ancora più fortunato perché gli si ritira senza scendere in campo il francese Simon che lo aveva battuto cinque volte su cinque. Poi però dà una lezione di tennis al n.3 del mondo che in due precedenti confronti gli aveva lasciato sei game per match. Spettacolo puro. Grande show che prosegue con Coric dopo un primo set giocato dal cugino di Fognini. Ma gli altri due li gioca come sa solo lui. Ed ecco Borg in semifinale, pardon Nadal. Rafa come Bjorn sa che con Fognini in vena si può perdere. Gli è già successo tre volte. Una addirittura nonostante due set di vantaggio e non in un torneo qualsiasi: all’US Open.

Fognini vs Nadal inizio match – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

È nervoso Rafa, appena le cose non si mettono troppo bene per lui, perché sa di non essere al top, non ha giocato particolarmente bene al ritorno dall’infortunio di Indian Wells. Mentre Fognini è in una di quelle giornate in cui gli riesce tutto, anche i bambini con i baffi. Passano i punti, i game, e Fognini è l’unico che dà davvero spettacolo, tennis magnifico. Mentre Nadal affonda sempre di più nella sua giornata no. Quel Fognini oggi è imbattibile, il più forte, inarrestabile. Addirittura Nadal evita per un soffio l’umiliazione estrema, un 6-0 che il più forte tennista del mondo sulla terra battuta dai tempi di Borg non poteva mettere in preventivo neppure se si è ormai convinto, suo malgrado, di aver giocato male, malissimo.

Ma quanto è il merito di Fognini? Di sicuro grande, grandissimo. Fantastico. Come Panatta contro Borg.

E come Panatta Fognini non si distrae, questa volte – a differenza di tutte le altre tre volte post Nadal quando aveva immancabilmente perso – e batte anche Lajovic, senza farsi travolgere dalla pressione di non dover mancare l’opportunità che pare unica. Anche per Panatta battere prima Dibbs e poi Solomon nella prima grande, grandissima finale, era stata la stessa cosa, la stessa angoscia della vigilia.

Vinse, anzi trionfò. Conquistò il plauso del mondo, l’ammirazione sconfinata di tutti, per il modo in cui vinceva, per il modo in cui giocava. Conquistò il best ranking. E da quell’exploit tutto il tennis italiano ne trasse giovamento. Fu solo il primo, i primi due. A Fabio ora manca solo il secondo, ma quasi nessuno dubita più che arriverà; lui saprà’, a 32 anni rotto finalmente il ghiaccio, reggere la pressione di giocare da favorito e campione quale certamente è anche uno dei prossimi tornei. L’Italia del tennis – non mi parrebbe però giusto non ricordare, perfino in questo momento, che i suoi comportamenti non sono stati troppo spesso all’altezza del suo tennis – gli deve dire dire grazie e dirsi fortunata di aver avuto in questi dieci anni un tennista, un campione, come lui. Il migliore, come mille volte scritto, dai tempi di Panatta nell’arco di 40 anni. Adriano re di Roma, Fabio principe a Montecarlo. 

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