Alberto Castellani: “In Messico, a Merida, inseguo il mio sogno”

Interviste

Alberto Castellani: “In Messico, a Merida, inseguo il mio sogno”

Intervista al Maestro di tennis e di vita perugino che sottolinea l’importanza della metodologia d’allenamento per sfornare campioni

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Siamo a Perugia, in occasione del Challenger Blue Panorama Airlines Tennis Cup, quando di mattina presto entriamo nel circolo TC Perugia che ospita il prestigioso torneo  e sentiamo il rumore delle palline colpite dalle racchette e una voce che canta. Incuriositi ci avviciniamo e osserviamo e ascoltiamo un bel signore col cappellino cantare mentre due ragazzoni “scambiano” sul campo da tennis, cercando di attenersi al ritmo del loro mentore. I due ragazzi in questione sono Nikola Cacic, 25enne serbo, attualmente numero 761 del mondo ma ex 281 e  Laslo Djere, serbo anche lui, 21 anni e numero 203 del mondo. Ci fermiamo ipnotizzati, Alberto ci nota e si rende disponibile, alla fine dell’allenamento, a rispondere alle nostre domande indotte da un allenamento tanto particolare quanto affascinante. Così come si rivelerà affascinante parimenti l’incontro con un uomo davvero speciale, che dà fiducia al prossimo e che ha speso una vita per migliorare il tennis e, diciamolo sottovoce sennò si arrabbia, anche un po’ per rendere questo mondo un posto migliore, grazie alla sua umanità e saggezza.

Alberto, che tipo di allenamento stai facendo con questi ragazzi?
Laslo e Nikola hanno grandi potenzialità e come vedi si concedono completamente altrimenti sarebbe impossibile lavorare, loro hanno grandi motivazioni e sono ragazzi in gamba. Con Laslo (Djere ndr) stiamo cercando di implementare il gioco al volo, lui ha già un gran bel ritmo e buoni fondamentali ma deve riuscire ad esprimerli  in tutti i tornei e in tutti gli incontri in maniera più continuativa. Entrerà nei 100 ne sono sicuro, molto presto se continua così. Con Nikola (Cacic ndr) lavoriamo su tutto ma in particolar modo lui deve ritrovare le sensazioni giuste per recuperare anche in classifica, e mi pare proprio ci stia riuscendo”

Ma tu, Alberto, che obiettivi hai?
Ho raggiunto tanti obiettivi in passato, ma me ne pongo sempre di nuovi. Nel 2010 ad esempio ho fondato insieme a Dirk Hordorff  la Global Professional Tennis Coach Association, di cui vado assai fiero, che annovera coach del livello di Toni Nadal, di Mouratoglu, Lari Passos, Claudio Pistolesi. È l’unica associazione di coaches riconosciuta dall’ATP. Organizziamo corsi che a 360 gradi aprono uno sguardo e formiamo i futuri coaches.

 

E quali caratteristiche deve avere un coach per definirsi tale?
L’empatia. Deve scattare qualcosa tra il maestro e l’atleta, se c’è l’empatia siamo già a buon punto. I più forti girano il circuito con uno staff completo, dal fisio al tecnico, passando per il preparatore mentale e quello fisico. I meno fortunati o i meno abbienti, perché queste figure costano, girano con un coach solo, quando se lo possono permettere. E quindi questa unica figura deve incarnare tutte le altre: deve saper curare l’aspetto tecnico, tattico, atletico e mentale. Se esiste un canale di comunicazione privilegiato con l’atleta si può fare, altrimenti si rischia il black out.

Alberto,  adesso gestisci un accademia a Merida, in Messico, ce ne parli?
Sì, è un mio progetto, è  sostenuto dal Credito Real, tanto che l’accademia ha preso proprio il loro nome, si trova a Merida, con un clima paradisiaco, fa sempre la temperatura giusta senza troppa umidità, nell Yucatan in una zona molto tranquilla di un paese effettivamente pieno di contraddizione. Da noi non solo si respira tennis, ma si cresce come atleti e come uomini. Ci sono campi sia in cemento sia in terra battuta, una palestra di ottimo livello, sauna, vasca per la crioterapia e una foresteria attrezzata.

Come funziona una giornata tipo?
Beh, dipende da molti fattori, anche dipende se stiamo in pre-season o in stagione piena, se i ragazzi stanno studiando o meno, da varie cose. Chi sta fisso qui in Accademia ci vive anche studiando, perché non facciamo abbandonare la scuola ma anzi studiano e ci sono esami interni, altri vengono magari per qualche settimana e quindi la preparazione è diversa. In linea generale con i miei coach abbiamo organizzato la giornata con la sveglia presto intorno alle 7, perché alle 8 si comincia col warm up. Poi 2 ore tecnico tattiche e un’ora di atletica. Poi si pranza, un altro paio di ore di tennis, un’altra ora di preparazione fisica, e se non ci sono lezioni teoriche ci si riposa dopo cena.

Chi è venuto tra i giocatori ATP nella tua accademia?
Un sacco, sicuramente me ne dimentico qualcuno, Safwat, Dzumhur, Grigelis, appunto Cacic, poi Patino e Gomez, 2 messicani interessanti. C’è qualche tennista allenato in passato che potrebbe essere da modello per questi giovani?
Adrian Voinea e Rainer Schuttler su tutti, 2 ragazzi con delle motivazioni incredibili, tanta umiltà e intelligenza. L’umiltà deve essere l’esempio, noi tutti che lavoriamo nel tennis dobbiamo mostrare tanta umiltà, perché si insegna così, mostrando la propria.

Come è cambiato l’allenamento nel corso degli anni?
Il tennis è sempre stato un sport prettamente mentale, ma oggi, che i valori tra gli atleti sono molto vicini,  ancora di più è fondamentale riuscire a giocare al massimo delle proprie potenzialità. E alcuni sono ancora carenti in questo. Perciò oltre agli aspetti tecnici (come il lavoro sulle volèè che hai visto con Djere) curiamo molto quelli mentali, con tecniche specifiche basate sulla visualizzazione attraverso la quale ricreare il giusto movimento. Si sfrutta l’effetto Carpenter, cioè attraverso un pensiero si genera una azione, che diventa reale a tutti gli effetti. E’ involontaria, e per un tennista, che a livello tecnico ha già cristallizzato i movimenti facendoli milioni di volte, questo può essere un grande vantaggio, perché sarebbe come giocare sotto ipnosi, facendo i movimenti giusti senza fatica o sofferenza.
[In sostanza, aggiungiamo noi,  si tratta di provare a trovare quello stato di flow in cui ogni atleta almeno una volta nella vita è entrato, in cui gioca il suo tennis migliore che sembra venire da dentro.]

Ce ne parli meglio?
Beh, dovendo semplificare potremmo dire che attraverso la visualizzazione, ed esercizi specifici, stiamo alla ricerca del colpo perfetto, quello che ogni tennista ha sperimentato, che “sente”, che “percepisce” come tale e che noi chiamiamo colpo prassico, dal latino praxis, pratica nel senso di “fare. L’atleta si concentra e attraverso delle tecniche di visualizzazione e attraverso diversi canali (visivi, uditivi e propriocettivi) riesce poi a riprodurre questo colpo quando lo desidera o sente di averlo perso, anche usando delle parole rafforzative come Yes. Comunque quando hai visto Djere e Cacic sdraiati e concentrati stavano facendo questo.

Utilizzi anche la musica vero? Ti abbiamo sentito cantare prima
Certo la musica è fondamentale per ogni espressione umana e l’espressione attraverso il corpo, come quella dello sportivo, si è sempre nutrita della musica. Il metodo del “Tennis on the beat”, creato e perfezionato dal mio amico Fabio Valentini è di grande aiuto. Usiamo il metronomo, e seguendo il ritmo i ragazzi devo trovare una loro velocità di crociera e poterla eventualmente aumentare. Anzi migliorano tutti.

Quale è il tuo sogno nel cassetto?
Da poco abbiamo fatto dei corsi a dei maestri cubani per formarli, perché lì hanno difficoltà persino a spendere 100 dollari, lo abbiamo fatto gratuitamente, alcuni verranno in Accademia ad imparare ancora per poi insegnare, l’Accademia è la meno costosa al mondo ma di enorme livello, si parte da 400 euro a settimana, all inclusive, il mio sogno alla fine è far sì che tutti possano giocare a tennis, o comunque esprimersi nello sport per crescere come uomini con valori orientati verso la correttezza e l’onestà.

Ringraziamo il Maestro Alberto Castellani,  che potremmo definire un innovatore nel solco della tradizione, visto che storicamente è uno dei più conosciuti e apprezzati coach italiani a livello internazionale e che moltissimi campioni sono passati tra le sue mani, non ultimo uno di cui forse avete sentito parlare, un serbo giovanissimo e magro. Si chiamava Novak Djokovic.

 

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L’inferno di Craig Tiley all’Australian Open: “Sono rimasto sveglio per 50 ore di fila”

Il numero uno di Tennis Australia ha dichiarato di aver perso peso a causa dello stress. La sua famiglia si è dovuta trasferire temporaneamente, ma Tiley si dice orgoglioso di quanto fatto: un segnale al mondo dello sport

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Craig Tiley controlla il suo Fitbit per conoscere il numero di ore di sonno di cui ha potuto godere durante lo Slam di Melbourne. “Nelle ultime sei settimane – tra le tre e le quattro ore a notte“, ha detto Tiley all’AAP mentre descriveva nel dettaglio l’enorme difficoltà mentale e fisica alla quale sono stati sottoposti lui e il team di Tennis Australia, formato da più di 600 persone, durante l’Australian Open, torneo fortemente condizionato dalla pandemia globale. “Quattro ore e 31. È stata una buona nottata. Tre ore e 10. Due ore e 50. Il mio orologio segnava costantemente la scritta ‘sotto la media’; ho perso peso a causa dello stress“.

Facilmente prevedibile, dato che Tiley ha regolarmente lasciato il quartier generale della TA di Melbourne Park minimo alle due del mattino ogni giorno per tutta la durata del torneo. “A quel punto devi guidare fino a casa e metterti a letto. La maggior parte delle volte guardavo l’orologio ed erano già le tre”.

 

Tiley ha lavorato quasi 24 ore su 24 da quando il Covid-19 ha iniziato a diffondersi lo scorso marzo, cercando disperatamente di garantire lo svolgimento dell’Australian Open 2021. Ma le ultime sei settimane sono state particolarmente difficili, talmente intense che il boss dell’Happy Slam si è dovuto allontanare parzialmente da sua moglie e dai loro tre bambini piccoli per proteggerli dallo stress.

Quando i passeggeri di tre dei 15 voli charter diretti in Australia sono risultati positivi ai test del coronavirus, costringendo 72 giocatori e i loro entourage alla quarantena il mese scorso, Tiley ha preso l’impegno di sostenere lunghe videochiamate notturne con le persone in quarantena. Ha iniziato con le giocatrici ed i rispettivi staff, poi è stato il turno degli uomini con i relativi allenatori ed infine dei dipendenti “internazionali” del torneo – coloro che arrivano in Australia a lavorare per lo Slam, tra cui arbitri, funzionari dell’ATP Tour, emittenti e media internazionali.

Comunicare per almeno cinque ore a notte con qualcosa come 451 persone, la maggior parte delle quali frustrate dall’isolamento, è stato difficile. “Sono stato subissato dalle chiamate. È stato devastante“, ha detto Tiley. “Ci sono state lamentele di ogni tipo, anche su aspetti su cui stavamo lavorando bene. Stavamo costantemente cercando di fare del nostro meglio. Così ho preso la decisione di essere costantemente attaccato in prima persona, in modo da salvaguardare il duro lavoro effettuato dal team che mi circondava. Ma normalmente, quando si subiscono lamentele, questo avviene una volta soltanto. In questo caso invece sono arrivate per 15 giorni consecutivi. Immaginatevi di essere attaccati, verbalmente parlando, per 15 giorni consecutivi”.

Questa serie di problemi ha spinto Tiley a mandare temporaneamente sua moglie Ali, i suoi gemelli, di soli sette anni, e sua figlia di otto anni a Rosebud, nella penisola di Victoria’s Mornington. “Lo stress dentro casa sarebbe stato troppo“, ha detto. “È stato veramente complicato perché mi sentivo un estraneo dentro casa. Però abbiamo preferito adottare questa soluzione. Sono stato a casa da solo per probabilmente sette, otto giorni. E così, purtroppo, doveva essere, mi sentivo letteralmente martellato dalle critiche, e se ti stanno attaccando in quel modo probabilmente è meglio non avere persone intorno, perché senti la necessità di sfogarti su qualcun altro. I miei cari hanno percepito una pesante sensazione di tensione che aleggiava dentro casa, così sono andati a Rosebud e, quando la quarantena dei giocatori è terminata ed il torneo ha preso il via, i bambini e mia moglie sono tornati“.

Tiley ha ammesso di non aver dormito per due notti consecutive durante il periodo di quarantena dei protagonisti dell’AO. “Sono rimasto sveglio per 50 ore di fila. Una tortura“, ha detto. “La privazione del sonno è una forma di tortura. Ma è stata una mia scelta. Mi sarei potuto comportare in maniera diversa, ma era fondamentale mostrarmi così anche agli occhi delle altre persone“.

Melbourne Park – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Tiley ha ammesso di aver temuto che, da un momento all’altro, il premier dello stato di Victoria, Dan Andrews, avrebbe cancellato l’Australian Open. “Ero sicuro che prima o poi sarebbe uscito il comunicato. Bastava una sola positività nel nostro ambiente e tutto sarebbe andato in rotoli. Abbiamo camminato su una sottilissima lastra di ghiaccio per tutta la durata del torneo, e lo facciamo tuttora. Ora dobbiamo fare in modo che tutti lascino l’Australia senza problemi e senza nuove complicazioni legate al Covid“.

Ma, alla domanda se ne valesse la pena, il sudafricano ha risposto fermamente: “Assolutamente. Lo rifarei 100 volte. Non ho mai, mai pensato di gettare la spugna. Alcuni momenti sono stati veramente duri. Ad esempio, quando ci sono stati i casi di positività sui voli. Quando un lavoratore dell’hotel in cui alloggiavano diversi è risultato positivo ed abbiamo dovuto sospendere tutto per una giornata intera e fare i test (appena quattro giorni prima dell’inizio dell’Open) – è stato un altro momento complicatissimo. Poi c’è stato il lockdown dello Stato di Victoria per cinque giorni durante l’Open – altro momento complicato. Cacciare le persone dallo stadio scoccata la mezzanotte – altro momento complicato”.

Tiley ha ammesso che Tennis Australia aveva esaurito gli 80 milioni di dollari che aveva in piano di spendere e dovrà probabilmente chiedere un prestito, andando ad affrontare anni di difficoltà per risollevarsi dai problemi finanziari. Tuttavia è orgoglioso del fatto che l’Australia abbia tirato fuori ciò che sembrava impossibile fino a non molto tempo fa. “L’investimento che abbiamo fatto e il sostegno che abbiamo ricevuto dal governo saranno ampiamente ripagati perché abbiamo inviato un messaggio di speranza globale”, ha detto. “Tutti gli occhi erano puntati su Melbourne e tutti hanno visto quali risultati siamo riusciti ad ottenere. Volevamo dare un segnale al mondo su ciò che, nonostante la pandemia, possa fare lo sport“.

Il 58enne si sentirà per sempre in debito con la sua squadra di Tennis Australia; ha inoltre concesso a tutti i suoi dipendenti di prendersi 10 giorni di riposo a Pasqua, quando l’azienda chiuderà. “Non mi sono preoccupato di me personalmente. Ero più preoccupato per gli altri“, ha detto Tiley. “Voglio dire, a volte mi commuovo quando penso al lavoro del team perché l’incredibile impegno che hanno dimostrato è veramente fuori categoria. Queste persone amano il tennis. Amano lavorare per l’azienda. Forse non tutti, ma la maggior parte di loro lo è. Mi sentirò per sempre legato alla maggior parte delle persone dell’organizzazione perché abbiamo raggiunto un risultato storico, da tramandare alle organizzazioni future del torneo“.

Naomi Osaka – Australian Open 2021 (via Twitter, @WTA)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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Focus

La mente dietro al successo di Iga Swiatek

Matthew Futterman del New York Times ha intervistato Daria Abramowicz, la psicologa dello sport che lavora con la recente vincitrice del WTA 500 di Adelaide e dello scorso Roland Garros

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Iga Swiatek ha vinto ad Adelaide il secondo titolo della sua carriera dopo il trionfo al Roland Garros. Alla vigilia dell’Australian Open, il New York Times ha pubblicato un bell’articolo sulla figura di Daria Abramowicz, ex velista che oggi lavora come mental coach proprio nel team di Swiatek. Alla luce del secondo successo di Iga, che aumenta le aspettative sul suo conto e la proietta tra le giocatrici più forti e in forma del circuito, pubblichiamo la traduzione di questo articolo – dal quale abbiamo eliminato i riferimenti all’Australian Open, ormai superati dai tempi.

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Lo scorso ottobre una teenager polacca, Iga Swiatek, ha stupito il mondo del tennis quando ha vinto l’Open di Francia spuntando dal nulla. Si presentava all’inizio del torneo alla cinquantaquattresima posizione mondiale e, nonostante ciò, ha vinto senza perdere set nelle sette partite giocate. Questa impresa l’ha immediatamente resa una delle giovani star del tennis mondiale, una celebrità in patria.

 

La sua straordinaria ascesa, a prescindere da cosa le riservi il futuro, si è compiuta anche grazie all’insolita decisione di lavorare con una mental coach fin dagli albori della carriera. Questa specialista, Daria Abramowicz, 33 anni, è un’ex velista che ha passato buona parte dello scorso decennio a portare in primo piano l’aspetto della salute mentale e della psicologia nello sport polacco. Si è caratterizzata come una costante presenza al fianco della Swiatek dal 2019, e spesso può essere vista sul campo durante i suoi allenamenti, dove, guardandola da vicino a braccia conserte, cerca di scrutarne la mente. Per ore e ore parlano fuori dal campo delle paure di Swiatek e dei suoi sogni. Lavorano per rafforzare le sue relazioni con la famiglia e gli amici, le persone che possono garantire stabilità emotiva“l’ancora umana”, usando le parole di Abramowicz (trovate qui un articolo del nostro Ilvio Vidovich sull’argomento, ndr).

A volte, durante gli allenamenti Swiatek indossa strumenti che misurano il suo livello di stress, monitorando l’attività del suo cuore e del suo cervello. Alla vigilia dell’Australian Open, ha guardato un documentario sulla Principessa Diana per meglio comprendere le insidie che derivano da una fama improvvisa. Due giorni prima della sua partita d’esordio a Melbourne è andata in spiaggia. “La mia vita è cambiata”, ha affermato recentemente Swiatek rispondendo ad alcune domande dalla sua stanza d’albergo a Melbourne, dove ha dovuto passare 19 ore al giorno per due settimane in ragione della quarantena imposta ai giocatori a causa della pandemia da COVID-19. C’è molta più pressione”.

Molti tennisti di vertice si consultano con psicologi dello sport, ma Abramowicz lavora con Swiatek con una frequenza maggiore di quella solita per questo sport. Abramowicz utilizza inoltre un approccio controintuitivo, che consiste nel dare la priorità alla gratifica, alle relazioni umane e alla crescita personale, utilizzandoli come percorso per la vittoria. A questo livello ogni giocatrice ha colpi fantastici e doti atletiche eccelse. Ciò che spesso separa una semplice grande tennista da una campionessa, o una vincitrice di un singolo torneo del Grande Slam da una dominatrice, è l’avere la forza mentale di prevalere in quei pochi punti chiave durante i quali l’inerzia di un match cambia.

“Parliamo tanto di emozioni positive e di quelle distruttive”, afferma Abramowicz in un’intervista. “Il perfezionismo non è così d’aiuto, pertanto cerchiamo di creare sensazioni positive, determinazione e grinta. L’idea è di abbracciare il proprio potenziale alla ricerca dell’eccellenza. Cerchiamo di dare il meglio ma, alla fine della giornata, siamo semplicemente degli esseri umani le cui vite hanno anche altri aspetti, e quando si perde una partita non significa che si valga meno come esseri umani. Abramowicz sostiene che l’autostima e i legami stretti sulla fiducia sono stati punti cruciali con cui supportare aspetti quali la motivazione, la gestione dello stress e la comunicazione che porta al successo dell’atleta. È impossibile diventare una campionessa quando non sei felice e non soddisfi pienamente le tue necessità in quanto essere umano, afferma Abramowicz.

Questa analisi è opinabile: il tennis, come altri sport, ha avuto svariati campioni che erano talvolta infelici, anche quando erano all’apice della carriera. Andre Agassi e Steffi Graf, che sono ora felicemente sposati, e più recentemente Victoria Azarenka, hanno avuto tanto successo durante periodi negativi nelle loro vite private. Detto ciò, Abramowicz ha spinto Swiatek ad abbracciare l’idea che si possa raggiungere un successo duraturo più facilmente (e di sicuro in maniera più piacevole) approcciandosi al tennis non come se fosse la propria vita ma solo una parte di essa. “È importante essere in pace, di modo tale da potersi focalizzare sul lavoro”, dice Swiatek. “Non è vero solo per i tennisti ma per chiunque voglia avere successo”. 

Iga Swiatek – Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

IL CAMPO DA TENNIS È COME IL MARE

Il viaggio di Abramowicz verso la squadra di Swiatek ha inizio 15 anni fa, quando aveva 18 anni ed era una giovane promessa nel programma nazionale di vela in Polonia. Dopo una regata nazionale, Abramowicz fece una caduta di tre metri da un rimorchio mentre stava preparando una barca a vela, fratturandosi il polso sinistro. Dopo l’incidente non poteva più veleggiare e si sentiva svuotata e sola. Ma due settimane dopo un allenatore le chiese se volesse partecipare come allenatrice non ufficiale a una regata in Italia, dove si era già trovata a competere. “Mi ha risollevato, mostrandomi un nuovo percorso”, spiega Abramowicz.

Continuò quindi ad allenare mentre studiava gli sport e la psicologia. Visto che la sua conoscenza diventava sempre più approfondita, creò un sito web nel quale scrivere sulla salute mentale negli sport. Mentre otteneva un dottorato in psicologia nel 2016, la sua reputazione in Polonia in ambito sportivo cresceva grazie alla sua abilità nello spingere gli atleti ad essere più aperti riguardo alle loro necessità psicologiche. Quindi, nel febbraio 2019, un membro della squadra di Swiatek la chiamò per chiederle se fosse interessata a lavorare con un’ancora acerba tennista ma dal potenziale teoricamente illimitato. Swiatek può giocare fenomenali accelerazioni da fondocampo così come eseguire morbide stop volley su passanti fulminanti, ma a volte aveva difficoltà durante le partite a livello mentale.

L’accoppiata era una scommessa. Cosa poteva sapere una velista delle vette del tennis professionista? Abramowicz sostiene che i due sport sono considerevolmente simili. Un velista professionista deve sentire i cambiamenti nelle condizioni del vento e saper valutare le correnti durante una gara, così come un tennista deve assimilare ed adeguarsi ai ritmi di una partita. Durante gli incontri di tennis e durante le gare di vela in solitaria non c’è una squadra su cui fare affidamento – se sei esausto oppure entri in confusione, tutto dipende comunque solo da te.

Dopo la chiamata da parte della squadra di Swiatek, Abramowicz prese un volo da Budapest per vederla nel suo successivo incontro. Mentre la osservava, vide un fuoco della competizione in Swiatek che raramente aveva visto in un giovane atleta. Swiatek le disse che era lusingata che avesse fatto un lungo viaggio fino in Ungheria semplicemente per vederla giocare. Sapeva poco sulla psicologia sportiva, se non che poteva renderla una giocatrice migliore.

STRESS E SUDOKU

A volte, prima che Swiatek entri in campo per gli allenamenti, Abramowicz le applica un sensore che misura le variazioni sul battito cardiaco per poter monitorare il livello di tensione a cui è sottoposta la tennista durante momenti ad alto stress. Altre volte la cinge con un dispositivo che analizza le variazioni delle onde cerebrali per rilevare eventuale stress. L’obiettivo è l’utilizzo di qualsiasi strumento disponibile per allenare la mente di Swiatek a gestire l’adrenalina e la pressione di una partita. All’Australian Open del 2020, Abramowicz ha notato come Swiatek diventasse sia più calma sia più focalizzata se aveva passato le ore prima di un incontro facendo compiti, specialmente di matematica. Swiatek si è diplomata l’anno scorso e ormai non ha più compiti a casa, quindi Abramowicz la fa lavorare su parole crociate o Sudoku, utilizzandoli come allenamento cognitivo. Altri giocatori di vertice spesso passano il tempo libero ascoltando musica o guardando serie televisive senza sosta.

L’approccio è simile a quello di un’altra atleta, che Abramowicz ha sfidato Swiatek a cercare di imitare il più possibile: la campionessa di sci Mikaela Shiffrin, la quale spesso si mette a cercare definizioni prima delle gare per cercare di rilassare e focalizzare il cervello – Swiatek cerca di guardare tutte le gare di Shiffrin. Abramowicz guarda alla Shiffrin, che è diventata campionessa del mondo a 17 anni ed è una grande celebrità in Europa, come a un modello di gestione del successo e delle aspettative senza lasciarsi prendere da una spirale fuori controllo dettata dalla notorietà.

Considerate questo: un anno fa, a una cena durante l’Australian Open, Swiatek disse a Naomi Osaka, la vincitrice di quattro Slam (due all’epoca, ndr), che stava considerando di andare al college anziché proseguire con la carriera di tennista professionista. “Le stavo dicendo che è davvero brava e che pensavo che avrebbe fatto ancora meglio, quindi forse non doveva ancora cercare di spostare le sue energie sul college”, ha ricordato Osaka la settimana scorsa.

DOPO LA VITTORIA IL LAVORO È CAMBIATO

Attraverso il lavoro con Abramowicz, Swiatek è cambiata, passando dall’essere una giocatrice motivata esclusivamente dai risultati – un tratto comune, specialmente nei tennisti giovani – a una persona che, come sostiene lei, può “essere felice anche senza vincere”. Quell’obiettivo cambia col tempo. Mentre Swiatek si giocava il punto della vittoria al Roland Garros contro Sofia Kenin, Abramowicz cercava di capire dove poter spostare il focus del suo lavoro. Prima dell’Australian Open, Abramowicz e Swiatek hanno lavorato su come gestire la vita nelle vesti di favorita e di stella dello sport. “Ci siamo preparate per il successo”, spiega Abramowicz.

In Australia, Swiatek ha partecipato ai suoi primo tornei da ottobre. Dato il periodo di inattività ha cercato prima dell’inizio del torneo di escludere dalla mente qualsiasi aspettativa di vittoria. “Ho vinto contro alcune delle migliori giocatrici”, ha spiegato Swiatek. “A volte questo può davvero creare confusione mentale”. Una volta tornata in campo, per Swiatek è stato come se non avesse mai lasciato Parigi, se si eccettua il fatto che ora buona parte della Polonia la osserva da vicino. Come del resto Abramowicz ha sempre fatto.

Traduzione a cura di Massimiliano Trenti

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Australian Open

Steve Flink: “Osaka vincerà almeno 11 o 12 Slam”

Seconda parte del video di fine Australian Open con il Direttore Scanagatta, stavolta sul torneo femminile. Brady può vincere dei grandi tornei? C’è ancora speranza per il titolo N.24 di Serena?

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La regina dell’Australian Open è per la seconda volta Naomi Osaka: la ventitreenne giapponese ha superato in finale Jennifer Brady, risultato che le è valso il quarto slam della carriera, tutti sul cemento, e sembra pronta a dominare il circuito, mentre la padrona di casa e attuale N.1 Ashleigh Barty non è riuscita a trovare il suo miglior tennis dopo un anno di stop, spegnendosi al primo momento di difficoltà. Questi sono alcuni dei temi che il direttore e Steve Flink hanno affrontato nella loro chat post-torneo. Di seguito il video:

00:00 – Ubaldo: “Steve, sono sicuro che tu non sia così sorpreso del fatto che abbia vinto la Osaka”. Flink: “No, non lo sono. Eravamo entrambi d’accordo che avesse ottime possibilità di vincere. Sta emergendo come la possibile dominatrice del circuito. Potremmo discutere di quanti Slam vincerà in carriera. Prima del torneo non era al top fisicamente per un piccolo infortunio, c’era qualche preoccupazione, ma ho sempre pensato che se fosse stata bene sarebbe arrivata in finale con ottime possibilità di vincere ed è andata così”.

01:55 – Ubaldo: “Osaka è stata in difficoltà una volta sola in tutto il torneo, con Muguruza quando ha dovuto salvare match point”. Flink: “Sicuramente è stato il match migliore del tabellone femminile. La spagnola ha giocato un grande match, ed è andata vicina a vincere. Per me la rimonta è stato merito di Osaka più che demerito di Muguruza. Credo sia stata spettacolare negli ultimi tre giochi dell’incontro, praticamente ingiocabile”. Ubaldo: “Sicuramente io mi aspettavo che Muguruza facesse qualcosa in più. Ha un po’ troppi alti e bassi, più di quelli che dovrebbe avere una vera campionessa. Lei del resto ha vinto degli Slam, ma nell’ultimo anno non ha fatto così bene. Hai ragione, tendo a credere che abbia commesso troppi errori gratuiti contro Osaka, anche se è vero che Naomi serve benissimo, tocca i 190 km/h, qualcosa che non riesce a molti uomini. Insomma, rispondere non è facile. Però quando hai match point e non li sfrutti forse un po’ di rimpianti li hai sempre. Osaka è stata aggressiva, ha approfittato delle opportunità che ha avuto, ma Muguruza forse è stata troppo conservativa”.

 

06:07 – Ubaldo: “Osaka è molto forte quando ha l’iniziativa, quando può comandare il gioco. Secondo me non lo è altrettanto quando deve difendersi”. Flink: “Sono d’accordo, ma è molto veloce, può migliorare molto nella difesa. Inoltre colpisce bene da entrambi i lati e ha un gran servizio. Ha un gran kick sulla seconda palla che spesso la toglie dai guai. Con questo servizio non vedo come non possa vincere Wimbledon prima o poi”.

09:15 – Ubaldo: “Parliamo ora di quello che Osaka può fare in carriera. Mats Wilander ha detto che può vincere tra i dieci e i quindici slam, se migliora sulla terra e sull’erba. Cosa ne pensi?”. Flink: “Sono d’accordo. Il mio pronostico è che possa vincere undici o dodici Slam, e mi sto tenendo stretto. Magari può diventare la Djokovic del circuito femminile. Non vedo perché non possa vincere diverse volte Wimbledon, e magari anche il Roland Garros un paio di volte. La vedo sicuramente andare in doppia cifra di Slam vinti e magari avvicinare Chris Evert e Martina Navratilova che ne hanno vinti 18”. Ubaldo: “Sono più ottimista sulle sue possibilità sull’erba piuttosto che su terra rossa. Sulla terra anche se servi forte ci sono difficoltà, lo abbiamo visto per Venus e Serena Williams. Bisogna muoversi bene, sapersi difendere, battere giocatrici forti sulla terra come può essere Halep”.

12.05 – Ubaldo: “Essendo un americano, e anche di quelli sciovinisti, ti aspettavi che Brady, la numero 26 del mondo, potesse centrare la finale dell’Australian Open dopo la semifinale a Flushing Meadows? Ora è numero 13 del mondo; non so tu, ma credo nessuno pensasse potesse fare un torneo così…” Flink: “Non sono rimasto scioccato, non mi aspettavo magari che arrivasse in finale, ma comunque ultimamente stava giocando molto bene sul cemento. Speravo che facesse bene, e dire che ha dovuto fare la quarantena per il discorso del Covid, ma si è ripresa molto bene, ha avuto un ottimo atteggiamento. Ha un diritto incredibile, poi una volta che è arrivata in finale contro Osaka si è fatta un po’ prendere dall’agitazione”. Ubaldo: “Sì, si è visto quando ha sbagliato quella palla del 5-5 sbagliando un diritto a un metro dalla rete. Un errore incredibile che l’ha un po’ scioccata perché poi ha perso i successivi due o tre game facilmente”. Flink: “Vedo Brady in grado di vincere due o tre Majors”.

16:34 – Flink: “Muchova ha fatto un grande torneo. Barty la stava distruggendo per 6-1 nel primo set, pensavo vincesse facilmente in due set. Poi Muchova ha interrotto il gioco uscendo dal campo e questo forse ha deconcentrato l’australiana. Ma per essere onesti in semifinale contro Brady ha dimostrato di essere forte, avrebbe potuto essere lei a vincere. Ma per Barty è stato un peccato perdere quel match in Australia, quando tutti speravano potesse vincere davanti al suo pubblico”. Ubaldo: “Barty è stata sfortunata perché avrebbe dovuto giocare davanti ai suoi tifosi ma ci sono stati quei cinque giorni di lockdown per il Covid”.

18:28 – Ubaldo: “Parliamo di Serena Williams. Ha lasciato la sala stampa, dopo aver perso con Osaka, dicendo che forse è stato il suo ultimo Australian Open. Credi sia così? Ha comunque battuto la Halep, la numero due del mondo, 6-3 6-3, prima di perdere contro la Osaka per 6-3 6-4. Ha anche battuto Sabalenka, che arrivava da una striscia di vittorie”. Flink: “Per me è stata una grande vittoria per Serena, perché Sabalenka è una delle giocatrici emergenti”. Ubaldo: “Quindi adesso dobbiamo capire se siamo alla fine della leggenda di Serena o se ha ancora la possibilità di raggiungere il ventiquattresimo Slam”.

Flink: “Ha fatto finale a Wimbledon e allo US Open nel 2018 e nel 2019, nel 2020 semifinale allo US Open perdendo in tre set da Azarenka, ora nel 2021 ha perso in semifinale da una super Osaka. Quindi non penso che sia così male. Ma Serena è stata troppo severa con sé stessa davanti ai microfoni. Dall’altra parte della rete ci sono anche le avversarie e sembra che, da come ha parlato, non fosse così forte quella con cui ha perso. Si è concentrata solo sul suo dispiacere e sui suoi errori. Però Osaka, se in finale allo US Open l’aveva sconfitta in un match tirato e pieno di controversie, stavolta l’ha battuta nettamente”.

25:30 – Ubaldo: “Però c’è anche un problema psicologico a mio avviso, sin da quando ha perso con Roberta Vinci allo US Open 2015. Da quella sconfitta e poi da quando è diventata mamma fatica perché vuole così disperatamente raggiungere il record di Slam di Margaret Court che ogni volta diventa troppo nervosa”. Flink: “In qualche modo sono d’accordo con il concetto che esprimi, da quel momento non è stata più la stessa Serena. Ma comunque è vicinissima al suo obiettivo. La questione è, può gestire la pressione nei match più importanti?” Ubaldo: “Come successe ad Edberg e Navratilova, ogni grande giocatore quando invecchia ha molti alti e bassi. Quindi Serena può giocare bene come ha fatto contro Halep e Sabalenka e poi meno bene quando serve davvero. La cosa più difficile è giocare sette match di fila al top del proprio livello”. Flink: “Sono d’accordo, ma credo anche che Osaka sia un’avversaria difficile per chiunque, in qualche modo ti intimidisce. Mi piacerebbe vederle di nuovo giocare contro, magari a Wimbledon. Sicuramente Osaka ha una grande fiducia avendo battuto Serena sia in finale che in semifinale Slam. Pensi che Serena centrerà mai il ventiquattresimo Slam?”. Ubaldo: “Secondo me no, perché non credo che riuscirà a mettere insieme sette match al livello a cui vorrebbe giocare. La miglior vittoria possibile che sogno per lei sarebbe vincere Wimbledon in finale contro Osaka”.

31:53 – Ubaldo: “Ci sono state grandi delusioni in questo torneo? All’inizio ci sono state alcune sconfitte sorprendenti, ad esempio quella di Kenin”. Flink: “Ha poi detto che non giocherà il prossimo torneo perché si è sottoposta ad appendicectomia. Sì, è stata una sconfitta spiacevole perché l’anno scorso ha vinto il torneo. Presto tornerà a competere, non sono preoccupato. Sicuramente aveva molta pressione perché difendeva il titolo dell’anno scorso, ma non era così probabile che potesse vincere per due anni di fila”.


Transcript a cura di Gianluca Sartori

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