US Open, donne: Pliskova mai così lontano, Serena Williams eliminata! Kerber nuova numero 1 del mondo

US Open

US Open, donne: Pliskova mai così lontano, Serena Williams eliminata! Kerber nuova numero 1 del mondo

Karolina Pliskova approda alla sua prima finale Slam in carriera. Eliminata in due set la regina del ranking Serena Williams, che vede il trono sfuggirle di mano: Angelique Kerber è la nuova numero uno del mondo. Pliskova non era mai andata oltre il terzo turno di un Major prima di questo torneo

Pubblicato

il

[10] K. Pliskova b. [1] S. Williams 6-2 7-6(5) (da New York, Luca Baldissera e Vanni Gibertini)

Immagine

Dopo un tentativo frustrato dalla pioggia nel 2015, la USTA riesce a mandare in scena la prima edizione delle semifinali femminili nella serata di giovedì. Il primo atto ad andare in scena è quello che vede la n.1 del mondo Serena Williams affrontare la rivelazione “sui-generis” Karolina Pliskova, che sebbene sia già stata nelle Top 10, prima di questo US Open non era mai riuscita a raggiungere nemmeno il quarto turno in una prova dello Slam. I precedenti tra le due parlano di un solo incontro tra le due, risalente a più di due anni fa al torneo di Stanford e vinto dalla Williams per 7-5 6.2. A uscire meglio dai blocchi è certamente la Pliskova, che con un gioco magari non appariscente, ma sicuramente concreto, approfitta delle incertezze della campionessa americana andando subito avanti di un break al terzo game, recuperando un 30-0 iniziale ma beneficiando poi di quattro errori consecutivi di una Williams che fatica molto a tenere lo scambio da fondo campo, anche per una sua impazienza nella ricerca del vincente. Due game più tardi una palla del doppio break viene annullata da una buona prima centrale di Serena, la quale prova ad andare in forcing continuo sulla risposta, provocando qualche doppio fallo sul 3-2, ma mantenendo comunque la compostezza per confermare il vantaggio senza concedere palle break. L’allungo della ceca arriva poco dopo, quando per gentile concessione di Serena Williams, che infila un doppio fallo e tre errori gratuiti consecutivi (peraltro dopo solide risposte di Pliskova su ottime prime) e manda l’avversaria a servire per il match sul 5-2. Karolina non trema per nulla, infila tre prime sopra i 170 orari e chiude il primo set per 6-2 dopo appena 26 minuti.

 

Nel primo game del secondo set, un dritto affondato in rete da Serena manda ancora a palla break Karolina, che però fallisce una risposta di rovescio, la Williams si scuote e di grinta sale 1-0. Ma il livello altissimo di tennis che sta esprimendo stasera la Pliskova non cala, il controllo del gioco e del campo è suo, a parte qualche botta estemporanea tirata con rabbia da Serena. La statunitense deve assolutamente aggrapparsi al servizio per provare a rientrare in partita, da campionessa quale è la Williams lo fa, e sale 2-1. Si vede chiaramente che Serena subisce moltissimo che il match non dipenda da lei come avviene quasi sempre, il numero degli errori gratuiti in cui incappa ne è la prova, sono già 16 a questo punto. Dall’altra parte, Karolina continua a tirare fortissimo, quasi piatto, con l’apparente disinvoltura che la contraddistingue, mandando in affanno costante l’avversaria a forza di colpi filanti e profondissimi. Siamo 2-2, i margini per Serena si assottigliano, anche la smorfia tirata di Patrick Mouratoglou in tribuna lo sottolinea: un errore (l’ennesimo) di dritto della Williams concede il vantaggio esterno alla Pliskova, che con un grandissimo lungolinea in recupero che sorprende Serena le strappa ancora la battuta, 3-2 e servizio per lei. Sul proverbiale orlo del cornicione, Williams tira tre risposte, incassa un errore, e va 0-40, tre opportunità per contro-brekkare e pareggiare. La prima è quella buona, la sensazione è di grande pericolo scampato, Serena è ancora lì. Se la cava nonostante due doppi falli consecutivi a inizio settimo game, va in vantaggio, ma un imperdonabile dritto ancora in rete, seguito da una combinazione attacco-smash non chiusa, danno ancora break point a Karolina, fallito con un dritto largo. Parità, dritto lungo un millimetro Pliskova, poi risposta steccata, il “C’m on!” di Williams si sente fino a fuori dallo stadio, 4-3 per lei. Karolina non fa una piega, continua a servire come un treno (concedendosi anche qualche incertezza per la verità), e a spingere con entrambi i colpi da fondo, 4-4, Serena scuote i riccioloni, gesticola e brontola tra se e sè.
Bene Williams in battuta nel nono game, tenuto a zero, 5-4 per la statunitense. Il tifo si fa accesissimo, davvero una bella atmosfera, ma la Williams non riesce a salire di qualità, sbaglia molto, in particolare parecchie risposte su seconde palle non irresistibili.

Tiene Pliskova, chiudendo il game con un gran recupero di dritto in chop, 5-5. Un paio di belle accelerazioni di Serena, e un’ottima combinazione palla corta – volée le danno il 6-5, è una partita godibilissima adesso. Risposta fulminante di rovescio Serena, 0-15, due servizi vincenti e poi errore Karolina, il 30 pari è delicatissimo. Sbaglia ancora in risposta alla seconda la Williams, poi ace Pliskova, e si sente forte e chiaro anche l’urlo di auto-incitamento della ceca stavolta. 6-6, tie break. Errore di dritto Serena, minibreak, pressione Karolina, ancora errore Williams, 3-0. Due regali e un doppio fallo Pliskova, 3 pari e cambio campo, che occasione sprecata dalla ceca. Punto pazzesco vinto in difesa da Serena (anche se innescato dal terribile errore di Karolina su una palla elementare), 4-3 con minibreak Williams, che però commette subito doppio fallo, 4 pari, poi vincentone lungolinea di rovescio Serena, 5-4 per lei. Dritto comodo sparato largo Serena (quanti, quanti errori oggi), 5-5, la tensione è altissima, ma Karolina non esita, e con una serie di gran rovesci diagonali va a prendersi il match point. Tremendo il doppio fallo conclusivo della Williams, ma la prima finale Slam per la Pliskova è meritatissima, soprattutto per la qualità mostrata durante tutto il torneo finora. Ricordiamo, comunque, che Karolina aveva annullato un match point a Venus Williams negli ottavi. Attende ora Angelique Kerber, che conduce 4-3 su di lei nei precedenti, e alla quale ha appena regalato la prima posizione del ranking WTA.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Perché il pubblico deve stare in silenzio durante le partite di tennis?

Con gli appassionati che stanno tornando molto lentamente negli stadi, questo articolo di Atlas Obscura cerca di spiegare una delle convenzioni più consolidate del gioco

Pubblicato

il

Dettaglio pubblico, finale Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Gli stadi del tennis stanno cominciando a riempirsi nuovamente, dopo la pausa forzata per la pandemia, ma a Tokyo si giocherà (non solo a tennis) senza pubblico sugli spalti. Questo articolo pubblicato da Atlas Obscura circa un anno fa, prima dell’inizio dello US Open 2020 a porte chiuse (quest’anno invece ci sarà il pubblico) approfitta di questo particolare momento storico per chiedersi da dove nasca l’imposizione al silenzio del pubblico delle partite di tennis. Qui il link all’articolo originale


Ladies and gentlemen, quiet please. Players are ready. Thank you”. Questo è un ritornello comune durante le partite di tennis, specialmente quelle rumorose, che poi non sono particolarmente chiassose per gli standard di quasi tutti gli altri sport maggiori. È una frase pronunciata dal giudice di sedia, la più alta carica in loco. Stranamente, se ci si pensa un attimo, il pubblico non è mai offeso da questo rimbrotto. A volte lo applaudono. “Sì”, sembra dire il pubblico del tennis. “Dicci di stare zitti.”

[…]

 

In questo periodo stiamo capendo come l’assenza di energia del pubblico influenzi gli atleti professionisti nelle loro prestazioni. Il tema di come si sentirà quell’assenza nel tennis è ancora più interessante, perché anche quando c’è un pubblico pagante a una partita di tennis, questo non dovrebbe fare rumore, al di là dell’occasionale sospiro d’ammirazione.

Il tennis è uno sport profondamente strano, una guerra di logoramento psicologica, fisiologica, gladiatoria. Ma come ha fatto il silenzio del pubblico ad essere così strettamente associato a questo sport, al punto che gli spettatori letteralmente applaudono quando viene detto loro di fare silenzio?

Il silenzio tra gli spettatori del tennis, per quanto ben consolidato, non è una regola ufficiale. Le linee guida di Wimbledon, il più serio e solenne dei tornei di tennis, affermano: “L’uso di qualsiasi comportamento antisociale, aggressivo, fastidioso o pericoloso, un linguaggio volgare, offensivo, razzista o incline a gesti osceni, la rimozione di magliette o qualsiasi indumento volti ad offendere l’avversario, e arrampicarsi su qualsiasi edificio, muro o altra struttura o attrezzatura sono vietati e possono comportare l’espulsione dai terreni del club“. Questo è quanto. Non una parola sul silenzio durante il gioco. Che il silenzio non sia ufficialmente richiesto è di per sé una tradizione.

Il libro “Spalding’s Lawn Tennis Annual” del 1923, che include le regole del gioco e riassume le stagioni precedenti, fa eco a questo principio. Ci sono lunghi elenchi di regole, afferma, che non sono scritte – anche se sono implicite – riguardanti l’etichetta e il decoro. Queste includono “astenersi dal parlare ad alta voce mentre è in corso una partita“, “non applaudire né incitare mentre è in corso uno scambio“, e altro ancora.

Le origini e l’evoluzione del tennis, come quelle di quasi tutti gli sport organizzati, sono discordanti e poco chiare. Ci sono molti sport della stessa famiglia generale del tennis in cui una palla viene colpita avanti e indietro tra gli avversari. Spesso citato dagli storici come il nonno del tennis è un gioco francese chiamato “jeu de paume”, o “gioco della mano“, che, come suggerisce il nome, si giocava senza racchetta.

Giunti al sedicesimo secolo, erano state aggiunte racchetta e rete, e il gioco riscosse successo tra i reali e l’aristocrazia d’Europa, specialmente in Inghilterra, dove Enrico VIII era un fervente giocatore ed appassionato. In quel periodo iniziò ad essere conosciuto con alcuni nomi diversi, fra cui “tennis“, il cui etimo è di origine incerta (alcuni suggeriscono che derivi dal francese “tenez”, che significa “Ecco, prendi questo“, fondamentalmente una variazione di “Fore!“, usato nel golf, ma non vi sono documenti scritti che attestino che qualcuno abbia mai gridato “Tenez!” prima di un servizio). Talora quello che si giocava veniva chiamato “royal tennis” o “court tennis”. Questa forma è in realtà ancora giocata in numero estremamente limitato, e viene chiamata pomposamente “real tennis” [in italiano si chiama pallacorda, ndr].

La pallacorda o court tennis, come viene chiamato negli Stati Uniti, è uno sport folle. Si deve immaginare un campo da squash – più piccolo di un campo da tennis, chiuso su tutti e quattro i lati, con un soffitto. Ci sono lunghi tendoni su tre lati del campo, situati a metà del muro, e questi lati del campo sono chiamati “penthouses“. Non solo si può colpire la palla usandoli come sponda, ma si deve servire dalla parte superiore di essi con un bizzarro pallonetto in top. Ci sono poi parecchie aperture nel muro nelle quali è possibile infilare la pallina, come a pinball, chiamate “galleries”. E c’è una protuberanza anomala solo su un lato del campo, chiamata “tambour“, dalla quale possono anche essere giocati i colpi. La racchetta è piccola, pesante, di legno, e asimmetrica come il campo stesso; la testa è inclinata da un lato, come se si fosse sciolta e fosse colata da una parte durante la costruzione.

Ma questo sport assolutamente eccentrico può essere la chiave per capire perché il pubblico del tennis moderno debba stare in silenzio. Poiché la pallacorda deve essere giocata in una stanza chiusa, è praticamente impossibile che questa possa contenere un pubblico numeroso. Gli spettatori si siedono su un lato e su una balconata, fine della storia. “I limiti fisici dello spazio facevano sì che non più di cento persone potessero assistere alla gara“, afferma Rob Lake, storico e sociologo del tennis. Lake è andato a una recente partita dei mondiali court tennis e l’arena al completo contava forse 60-70 persone al massimo. Le origini del tennis non comprendono stadi enormi e nemmeno gradinate, ma piuttosto pochi re, regine e principi sparpagliati per una stanza amorfa.

Campo Court Tennis

La pallacorda era comicamente aristocratica. I campi erano difficili e costosi da costruire, l’attrezzatura è sempre stata fatta a mano e quindi non a buon mercato e, soprattutto, le persone che la amavano volevano che rimanesse un gioco di svago e ricchezza. Le partite di pallacorda erano eventi sociali, posti dove farsi vedere, forse per trovare un coniuge per una nipote o un nipote ribelle, o per chiudere un affare. Il pubblico – il pubblico esultante e chiassoso, che amava bere – ne era escluso.

A partire dal diciannovesimo secolo, il tennis cominciò ad aprirsi, a poco a poco, senza mai abbandonare le proprie radici. Nel 1874, il maggiore Walton Clopton Wingfield stabilì le regole per un nuovo gioco chiamato “lawn tennis”, che si ispirava al court tennis e a vari altri sport con racchetta. Giocato su un prato a forma di clessidra, il tennis di Wingfield si diffuse rapidamente nella natìa Inghilterra. Solo pochi mesi dopo arrivò negli Stati Uniti. Il primo torneo di Wimbledon si svolse nel 1877, seguito dal primo US Open nel 1881. Fu una creazione di enorme successo, probabilmente favorita dal fatto che Wingfield vendeva kit da tennis in una scatola, contenente tutto il necessario, per meno di 200 dollari di oggi. Non tutti lo sanno, ma questo tennis, quello che conosciamo e amiamo oggi, con piccole variazioni, ha mantenuto il nome di “lawn tennis” fino a non molto tempo fa – l’USTA ha eliminato la parola “lawn” dal suo nome solo nel 1975.

L’aumento di popolarità del tennis fu netto, ma lo sport mantenne le sue radici di campo elitario per diversi motivi. Uno di questi è il concetto di dilettantismo, che non significa esattamente ciò che si potrebbe immaginare. Il tennis era uno sport dichiaratamente dilettantistico, e i tornei più grandi non furono giocati dai professionisti fino al 1968. Il dilettantismo in questo caso non significa che i giocatori non fossero bravi, ma piuttosto che quelli che giocavano a tennis non avevano realmente bisogno di farlo. Era un divertissement e le persone ricche ci giocavano con lo stesso atteggiamento con cui scrivevano poesie o suonavano il piano. Sarebbe stato considerato volgare o da plebei guadagnarsi da vivere con esso.

Il dilettantismo a quel tempo significava non solo che non venivi pagato, ma che giocavi in ​​un certo modo“, dice Nancy Spencer, una sociologa di tennis all’ Università di Bowling Green State che ha anche giocato da pro. Era un gioco da gentiluomini perché semplicemente non veniva preso sul serio come gli sport professionistici. C’erano sentiti dibattiti sull’uso di determinati colpi, come la volée o il pallonetto perché questi, anche se non contro le regole, erano considerati antisportivi. Il pallonetto, ad esempio, faceva fare una figura poco dignitosa all’avversario, che doveva voltarsi e inerpicarsi in una corsa all’indietro per poi cercare di rimandare la pallina in qualche modo. Ovviamente in alcuni casi è utile se il tuo obiettivo è vincere, ma allora l’obiettivo non era vincere, almeno non a costo di usare modi considerati cattivi e indecorosi.

Il gioco del tennis non era stato concepito per essere preso sul serio, il che si rifletteva nel modo in cui veniva giocato e guardato“, dice Lake. Giocare a tennis, e anche giocarlo bene, era un segno di ricchezza e buona educazione ma non di sudore, pratica e fatica. Il sudore, la pratica e la fatica, infatti, erano visti come profondamente poco à la page. Il libro del 1923 recita: “Ricorda che il tennis è uno sport amatoriale, giocato per sé stesso e non a scopo di lucro. La maggior parte dei tornei perde denaro. Le partite danno piacere agli spettatori e ai giocatori e il tuo atteggiamento nei confronti di queste gare dovrebbe sempre essere regolato da questa considerazione“. Che lusso! Nessuno ha bisogno di farlo, nessuno verrà danneggiato materialmente se perde o aiutato se vince. Il torneo perde soldi, perché cosa sono i soldi, in ogni caso?

Agli albori del lawn tennis, il pubblico era decisamente patrizio. Lo US Open si svolgeva al Newport Casino di Newport nel Rhode Island, un posto molto chic; Wimbledon si trovava nell’omonimo ed elegante sobborgo londinese. Il New York Times e altre pubblicazioni si occuparono dello US Open per i suoi primi decenni, ma erano più interessate alle feste, agli ospiti e alle celebrità che al gioco. In Inghilterra, Wimbledon faceva parte dei circoli estivi delle upper classes, insieme alla Oxford-Cambridge Boat Race, alla corsa dei cavalli dell’Epsom Derby e al British Open di golf. Il tennis non era fatto per gli appassionati di sport, ma piuttosto per gli aristocratici e per coloro che aspiravano a diventare come loro.

Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti guardavano alla Gran Bretagna come a un modello di comportamento“, afferma Lake. “L’impero britannico era al suo apice e la classe media americana aspirava a diventare come i britannici non solo nello sport, ma anche a livello di portamento“. Inizialmente, la Gran Bretagna era il riferimento assoluto per come il tennis doveva essere: riservato, sofisticato, ricco senza essere pacchiano.

Il pubblico era già di per sé poco incline a essere rumoroso, proprio per via delle sfumature gentili, eleganti, raffinate del tennis. Ma c’è un’altra sfaccettatura nella faccenda del dilettantismo: i giocatori erano spesso della stessa classe sociale – e razza – del loro pubblico. Questo non è sempre il caso negli sport professionistici, dove i giocatori sono stati a lungo trattati come beni da acquistare, vendere e scambiare. In quel libro del 1923, una delle regole recita: “Appena prima di una partita, anche se lo conosci, non cercare di conversare con un giocatore o di auguragli buona fortuna. Lascialo in pace; la sua mente è già abbastanza occupata in quel momento“. I giocatori e gli spettatori erano socialmente equivalenti.

I giocatori professionisti di baseball o basket si esibiscono per i loro soldi, e praticano il loro sport come lavoro. Certo, oggi gli stipendi sono astronomici, ma non lo sono sempre stati, e lo sport professionistico è stato a lungo considerato un lavoro fisico, fondamentalmente operaio, che richiedeva poca istruzione o pochi privilegi per eccellere. Le edizioni dello US Open disputate a Newport, d’altra parte, qualche volta avevano come premio per il vincitore una botte di vino raro.

First US Tennis Championships in Newport Casino, Rhode Island, 1881

Sembra probabile che, con l’assenza di necessità o incentivi per la vittoria, nessuno si preoccupasse davvero del tennis come sport. Il risultato? Silenzio mentre un giocatore sta servendo. È un uomo di Harvard! Uno con i soldi! Proprio come noi! Sii gentile e aiutalo con un po’ di silenzio mentre cerca di servire.

Il tennis iniziò a diffondersi ulteriormente, ma prendendo una strada diversa rispetto ad altri sport. Il basket, creato, codificato e reso popolare più o meno nello stesso periodo, è stato adottato dalla YMCA e dal suo ethos da “cristiani muscolosi”. “La YMCA stava cercando di creare uomini cristiani forti e robusti, e il tennis non si adattava alla loro idea di come quel tipo di persona dovesse essere“, dice Lake. L’YMCA voleva che quante più persone possibile giocassero a basket. “Si ritiene spesso che quegli sport [baseball, basket, calcio, football americano e altri, nota nell’originale] siano cresciuti man mano che abbiamo cessato di essere agricoltori e man mano che si è diffusa la credenza che la pratica degli sport rafforzasse la virilità, lo spirito di collaborazione e il lavoro di squadra“, afferma Joel Drucker, giornalista scelto come storico dell’International Tennis Hall of Fame, che si trova proprio a Newport. Il tennis non ha niente di tutto ciò. È uno sport uno contro uno o due contro due, senza contatto fisico. È sempre stato considerato stravagante tra gli altri grandi sport.

Il tennis richiede aree piuttosto ampie, che all’epoca dovevano essere curate al minimo dettaglio, ed è terribilmente inefficiente in termini di spazi per lo sport. Possono giocare al massimo quattro persone contemporaneamente, ma di solito sono solo due, e lo spazio serve a poco al di là del gioco. Il basket può essere giocato su qualsiasi superficie dura, ha bisogno di un solo canestro per una partitella, e può essere facilmente giocato da dieci persone in un’area che è circa la metà di quella di un campo da tennis. Il baseball può essere giocato in un pratone o in strada. Il calcio è di casa quasi ovunque, su qualsiasi superficie, allorché ci sia abbastanza spazio per correre e calciare o lanciare il pallone.

Fra gli sport creati o codificati alla fine del dicannovesimo secolo, dice Drucker, “il tennis non è pastorale come il baseball o urbano come il basket“. Il tennis era essenzialmente suburbano.

Col tempo, poi, il tennis divenne uno sport da country club. Per molto tempo, questo non ha significato che il tennis fosse popolare solo ed esclusivamente nei circoli della noblesse, ma piuttosto che i giocatori dovevano accumulare punti giocando letteralmente solo in quei posti per qualificarsi ai tornei. Quei circoli esclusivi, tra cui il Marylebone Cricket Club di Londra e il West Side Tennis Club di New York, avevano un’influenza incredibile su com’era lo sport, su chi giocava e su come giocava.

Tecnicamente, le autorità tennistiche che organizzavano i tornei non consentivano discriminazioni. Erano i circoli a farlo, escludendo di fatto gli atleti neri ed ebrei dai livelli più alti. Fu necessario l’intervento del ​​sindaco di New York City e di Eleanor Roosevelt per costringere il West Side Tennis Club a porre fine alle sue politiche discriminatorie negli anni Cinquanta. Queste politiche avevano permesso al tennis di rimanere quello che era sempre stato: un’attività, non uno sport, per i bianchi delle zone residenziali (le donne, vale la pena notare, sono entrate a far parte in modo significativo e condiviso dal mondo del tennis prima che in qualsiasi altro sport. Le più grandi star del tennis del mondo, da Suzanne Lenglen negli anni Venti a Serena Williams oggi, sono state spesso donne).

Nel complesso, i poteri che controllavano il tennis volevano mantenerlo com’era. “Il tennis non ha mai avuto, dal punto di vista della leadership, persone particolarmente entusiaste che diventasse uno sport di massa“, afferma Lake. Fu solo nel primo decennio dopo che i professionisti furono ammessi ai tornei, nel 1968, che il tennis si aprì alle masse. L’introduzione di campi in cemento, che erano poco costosi da costruire e mantenere, insieme alla nuova popolarità della sua versione professionistica, fece sì che i parchi e le scuole di tutto il paese iniziassero a costruire campi da tennis pubblici – circa 250.000 negli Stati Uniti, ad oggi. Ma l’inefficienza dello spazio significava ancora che era più adatto per i sobborghi, e molti dei suoi taciti standard e tradizioni si sono perpetuati, anche se oramai sono quasi reliquie.

Basti pensare a Wimbledon, oggi costruito e commercializzato come un evento estivo elegante ed estremamente inglese, con champagne, fragole, cappelli a bombetta, erba verde, e un dress code per i partecipanti che consente qualsiasi colore, purché sia ​​bianco. “Non è la realtà di come è la Gran Bretagna“, dice Lake, il cui accento tradisce il fatto che abbia trascorso parecchi anni in Inghilterra. “È un po’ come la Gran Bretagna vuole essere pensata e considerata, storicamente. È una specie di ricostruzione artificiale“. Quando le persone vanno a Wimbledon, partecipano a questa recita del “tennis in un giardino inglese”, uno slogan che Wimbledon ha effettivamente usato per molto tempo. È, come è sempre stato, un luogo in cui farsi vedere ed esibirsi secondo i canoni della tradizione nobiliare inglese.

A pagine 2: il ruolo delle folla e alcune possibili spiegazioni

Continua a leggere

Flash

Ufficiale: pubblico al 100% per tutto lo US Open 2021

Nessun limite di pubblico a Flushing Meadows quest’estate: sarà il primo torneo a giocarsi interamente con gli spalti pieni

Pubblicato

il

Arthur Ashe Stadium US Open
Fans all'Arthur Ashe Stadium - US Open 2019 (Photo by Allison Joseph/USTA)

Lo US Open 2021 sarà il primo torneo del circuito di tennis professionistico a disputarsi per intero con gli spalti pieni, senza riduzioni dovute alla pandemia di Covid-19. Lo ha comunicato lo US Open e l’USTA sui loro canali ufficiali. Potremmo perciò rivedere in estate (dal 30 agosto al 12 settembre) un altro torneo con il 100% della capienza di pubblico per la a livello Slam dall’inizio della pandemia: l’ultimo torneo Major giocato interamente senza restrizioni fu infatti l’Australian Open 2020, vinto da Novak Djokovic.

Un primo assaggio di ciò che ci aspetterà allo Slam di Flushing Meadows lo avremo nella fase finale del prossimo torneo di Wimbledon. Nonostante un preoccupante aumento dei casi di contagio – dovuti alla diffusione della “variante Delta” – in Gran Bretagna, a Church Road il torneo si giocherà quasi interamente con la capienza dimezzata, ma il governo e gli organizzatori del torneo hanno trovato un accordo per cui in occasione delle finali (sabato 10 e domenica 11 luglio) il Campo Centrale di Wimbledon sarà pieno al 100% della sua capacità.

 

Negli Stati Uniti le vaccinazioni procedono a ritmo serrato: quasi metà popolazione è stata già immunizzata con due dosi di vaccino anti-Covid (o con la dose unica Johnson&Johnson). Nello stato di New York il 70% della popolazione adulta ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, riporta la NBC, mentre oltre il 50% è già stata immunizzata. Grazie a questi numeri il torneo quest’estate potrà riaccogliere gli appassionati senza limitazioni all’accesso: nell’ultima edizione “Covid-free”, lo US Open 2019, hanno assistito al torneo oltre 700.000 spettatori, mentre fu desolante quella del 2020, vinta da Dominic Thiem. Si giocò con gli spalti interamente vuoti.

Continua a leggere

Focus

Gli outfit dello US Open 2020

Bene (per una volta) Serena Williams. Benissimo Osaka. Agassi è di nuovo tra noi. Djokovic impeccabile… non come in campo. A Berrettini serve più fantasia

Pubblicato

il

Serena Williams - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche i tennisti sono rimasti loro malgrado in pigiama e pantofole per un sacco di giorni. Niente scarpe, fascette e polsini. Immaginiamo che avranno avuto una voglia matta di tornare a sfoggiare quelle che sono le loro uniformi, come il camice per il dottore, la toga per gli avvocati e la divisa per i poliziotti. A maggior ragione considerando che il primo Slam dell’era post-Covid è stato lo US Open, dove si sa, in termini di outfit, vale un po’ qualsiasi cosa. E noi siamo lieti, a pochi giorni dall’inizio del Roland Garros, di poter tornare a commentare quelli che sono riusciti a scegliere gli abiti migliori e quelli che invece, a forza di girare per casa con quello che trovavano, hanno perso il buon gusto in fatto di vestire.

Serena Williams – Nike

Finalmente! No, Serena non ha vinto il tanto agognato 24esimo titolo Slam – fermata in semifinale da un’ispiratissima Vika Azarenka – ma, per una volta, ha centrato la mise in campo. Nike le ha creato un abito elegante dalle linee abbastanza classiche, mettendo da parte gli eccessi di dubbio gusto. Molto graziosa la gonna dai volant asimmetrici ma senza esagerazioni. Azzeccati i colori: beige per la sessione diurna e rosso carminio per quella serale. Unico neo, l’elastico per capelli col doppio pon pon. Un po’ naïf e fuori contesto ma, trattandosi di un piccolo accessorio, glielo perdoniamo. (Laura Guidobaldi)

Serena Williams – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Novak Djokovic e Lacoste

Lacoste dimostra ancora una volta l’estrema eleganza nella scelta dei completi con i quali presentare a un torneo il suo uomo immagine: il numero uno del mondo Novak Djokovic. Le due versioni disegnate per lo US Open sono complementari: sfondo blu elettrico con il lato destro decorato da righe oblique candide, per i match serali e maglietta total white, con le medesime righe color blu elettrico, per i match giocati sotto il sole di Flushing Meadows. Il pantaloncino si intona di volta in volta al colore delle righe creando un effetto molto chic. Anche a New York, quindi, Lacoste si conferma indiscussa regina di stile nel mondo del tennis, senza strafare ma puntando su uno stile semplice e classico. Il bianco piace sempre molto. Certo il completo con la maglietta candida non passerà alla storia per aver però portato fortuna a Nole nel match contro Carreno Busta, ma questo è un altro discorso!

 
Novak Djokovic lascia il campo dopo lo squalifica – US Open 2020 (via Instagram, @djokernole)

Il coccodrillo colpisce nel segno però anche con la sua collezione “basic”, riservata a tutti coloro che non si chiamino Djokovic. La polo di Daniil Medvedev è ad esempio un riuscito gioco di linee (due verticali, bianche, spezzate a metà) e colori molto classici (il blu sulla spalla e il nero nel resto). Peccato per le scarpe verde acido Nike che ci stanno a dire ben poco. In ogni caso se il russo ha fatto un passo indietro nel risultato rispetto all’anno scorso, fermandosi in semifinale, ha fatto un passo in avanti nel look rispetto alla rivedibile fantasia a ragnatela che gli era stata appioppata nel 2019. (Chiara Gheza)

Daniil Medvedev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka – Nike

Nike si ispira a un quadro di Mondrian per infilare Naomi Osaka in una tuta da super eroina. Come consuetudine a New York il modello viene presentato in due diverse varianti: il colore dominante resta in entrambe le versioni il viola, ma le forme geometriche che completano il look sono in un caso salmone e arancione chiaro, nell’altro nere e giallo fluo. La tutina super aderente viene smorzata da un paio di short che Osaka indossa sopra quella che pare essere una seconda pelle. Un completo molto difficile da sfoggiare, ma che Naomi riesce a valorizzare al meglio trasformandolo in uno degli outfit più riusciti e originali di questa edizione dello US Open.

Naomi Osaka – US Open 2020 (photo by Adam Glanzman/USTA)

Naomi a New York si dimostra una vera eroina, non solamente per aver conquistato il suo terzo titolo Slam, ma soprattutto per il coraggio di utilizzare la sua immagine a sostegno della lotta contro il razzismo. Osaka ha giocato sette match e a ogni ingresso in campo ha indossato una mascherina nera con scritto il nome di una vittima del razzismo. Naomi ha alzato al cielo la coppa indossato l’outfit viola, nero e giallo. Una volta rientrata nello spogliatoio è scivolata fuori dalla sua tutina per infilarsi la maglia di un altro eroe dello sport: Kobe Bryant. E così con il numero otto dei Lakers in bella vista è tornata sull’Arthur Ashe per le foto di rito. Perfetta anche nel cambio d’abito finale, insomma. (Chiara Gheza)

Collezione Nike Agassi

Un outfit nel segno dell’amarcord. La collezione dedicata al “Kid” di Las Vegas ci fa rivivere gli anni d’oro del giovane ex campione, rivoluzionario non solo nel maneggiare la racchetta con esasperato anticipo, ma anche nell’osare una mise inedita e “ribelle”. Ed ecco l’acrobatico Shapovalov indossare la celebre T-Shirt con maniche larghe giallo fosforescente, molto anni ’90, che staccano benissimo sul bianco della parte anteriore e il nero sulla schiena. E poi i mitici pantaloncini di jeans, portati sopra gli short aderenti giallo fluo. Il tutto è ovviamente molto psichedelico e futurista, in perfetto stile US Open. Il revival è una bella idea, tuttavia dal punto di vista prettamente estetico e dell’eleganza non era il massimo allora e non lo è neanche trent’anni dopo. Ma almeno “Shapo” non si è ossigenato i capelli e sfoggia un biondo naturale. E niente capelli a spazzola. Decisamente più classy il canadese anche se il cappellino portato al contrario sarebbe sempre da evitare.

Futurista, sgargiante e grintosa anche la collezione femminile. Vika Azarenka indossa magnificamente gli short di colore fucsia. I pantaloncini le portano decisamente bene, li indossava anche quando vinse il suo primo titolo Slam a Melbourne, nel 2012. La canotta, semplice e accollata, anch’essa fucsia, è variegata con “macchie” viola e righe diseguali bianche, con un pizzico di giallo fluo. Semplice ma accesa, essenziale ma esplosiva, proprio come il gioco di Vika in campo. (Laura Guidobaldi)

Vika Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Adidas

Semplicità e sobrietà per la collezione Adidas di fine agosto, con un tocco di vivacità grazie al color ciclamino. Per Sascha Zverev pantaloncini dalla tinta accesa abbinati alla T-shirt grigio chiaro lievemente “spruzzata” di grigio perla, gli conferiscono un’aria un po’ sbarazzina. Anche la fascetta sulla fronte, dello stesso colore degli short, contribuisce a ravvivare un completo decisamente classico.

Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche la versione Adidas femminile è, come sempre, raffinata. Forse questa volta manca un po’ di originalità ma il gonnellino è comunque vezzoso con, inoltre, un tocco di “grinta”, grazie alla tinta “dégradé” del color ciclamino. Così come è di buon gusto la canotta bianca con il richiamo del colore viola chiaro della gonna sui bordi delle spalline. La fascetta è rigorosamente colorata, come il gonnellino. Tutto molto carino ma non eccezionale. (Laura Guidobaldi)

Karolina Muchova – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Fila

Fila sceglie un completo spezzato per vestire Sofia Kenin a New York: canotta blu in stile marinara e gonnellino a vita alta verde menta. La tonalità scelta per la gonna è accesa, allegra e fuori dagli schemi. Forse la forma della stessa si potrebbe rivedere poiché sembra troppo corta e troppo aderente, quasi scomoda per muoversi sul campo. Lo stesso outfit, ma con gonnellino svolazzante avrebbe potuto essere tra i più riusciti di questo Slam, in campo femminile.

Sofia Kenin – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per i maschietti il brand di Biella sceglie un abbinamento più sobrio. Il blu navy per la maglia viene confermato anche in versione uomo. La tonalità molto scura è illuminata da sottili linee orizzontali che decorano l’intera maglietta. Il pantaloncino è invece classico, bianco con un paio di inserti laterali blu e rosso. Diego Schwartzman abbina poi il polsino blu e rosso completando così un outfit perfetto e senza tempo. Non certo il look più originale visto a Flushing Meadows, ma decisamente di classe e, come insegna Chanel, lo stile e la classe non passano mai di moda. (Chiara Gheza)

Diego Schwartzman – US Open 2020 (photo by Mike Lawrence/USTA)

Matteo Berrettini – Lotto

Ennesimo outfit di Matteo Berrettini, firmato Lotto, molto lineare e semplice. Fin troppo lineare e semplice. Maglietta rosso fuoco con bordino navy e stemma dello storico marchio di Treviso in bianco. Pantaloncini navy a richiamo. Nessun fronzolo. Che ne so una striscia sulla maglietta, dei motivi nei pantaloncini. Nulla di nulla. Zero assoluto. Il risultato è inevitabilmente ordinario per non dire banale. E dire che in questi tempi di revival anni novanta Lotto potrebbe attingere ai meravigliosi completi indossati in quegli anni da Boris Becker e Thomas Muster, con i loro motivi colorati e sgargianti, rivisitandoli in chiave moderna. Ci riflettano per favore che cominciamo ad essere stanchi di vedere il nostro bel Matteo vestito in maniera così scialba. (Valerio Vignoli)

Matteo Berrettini – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Andy Murray – Castore

Castore è il nome di una montagna del massiccio del Monte Rosa alta oltre 4mila metri e di un sistema stellare facente parte della costellazione dei gemelli. Non si sa a cosa i fratelli Beaton, Tom e Phil, nativi di Liverpool, ex sportivi di alto livello, rispettivamente nel Cricket e nel Calcio, si siano ispirati quando hanno fondato l’omonimo brand d’abbigliamento sportivo. In ogni caso l’obiettivo era puntare in alto. Molto in alto. A quello che probabilmente è uno degli atleti, se non l’atleta, più riconoscibile del Regno Unito, ovvero l’ex n.1 del mondo Andy Murray. Dall’inizio del 2019, il fenomeno scozzese veste infatti gli outfit di questo piccolo ma ambizioso brand locale, con un simbolo formato da due ali.

Andy Murray – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La collaborazione era partita all’insegna della semplicità, con T-Shirt eleganti e semplici, in puro stile Murray, come quella indossata nello sportivamente drammatico match contro Roberto Bautista Agut agli Australian Open. In questi US Open post-Covid però c’è stato il salto di qualità, con uno degli outfit della seconda edizione della Andy Murray Collection (AMC). Raffinatissima e al contempo aggressiva la maglietta bianca con due righe blu notte abbinata a pantaloncini blu notte con laccetti bianchi. So British. Un outfit non per tutti. In tutti i sensi dato che la combo top-pantaloncini sul sito ufficiale costa in totale 150 euro. Ma si sa, lo stile ha un prezzo. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – Diadora

Da un paio di stagioni Diadora, marchio iconico nel mondo del tennis, basti pensare alle scarpe di Bjorn Borg o alle polo di Gustavo Kuerten, si è riaffacciata nel tennis che conta. Lo ha fatto con una scelta di testimonial non di primissimo piano ma comunque interessanti: l’esperto olandese Robin Haase, l’esplosivo tedesco Jan-Lennard Struff e il giovane spagnolo Alejandro Davidovich Fokina. Gli outfit sono un trait d’union tra passato e presente. Tagli e fantasie un pò retrò, colori e vestibilità assolutamente contemporanee. La collezione del marchio veneto per questi US Open era tutta giocata sul verde, nelle su diverse sfumature: verde bosco (nel chevron sulla maglietta e nei pantaloncini), verde acceso (nella parte superiore della t shirt) e verde lime (nelle finiture). Un look riconoscibile e di impatto che riporta dritto dritto Diadora al top nel settore. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Bonus Off Court – Non sappiamo chi sia e chi abbia fatto l’abito ma vorremmo saperlo al più presto

Per quanto ci si possa vestire in maniera stravagante per seguire una partita di tennis è difficile farsi riconoscere tra la folla. Soprattutto tra quella immensa dell’Arthur Ashe Stadium. Ma quest’anno era tutto diverso come ben sappiamo. E così abbiamo potuto apprezzare come merita questo fenomenale completo a pois multicolori con la cravatta in tinta sfoggiata da uno dei pochissimi spettatori. Non è dato sapere chi sia quest’individuo e cosa ci facesse sugli spalti mentre Medvedev e Rublev se le davano di santa ragione. Dai commenti su Twitter pare possa essere uno degli Chef presenti nella bolla newyorkese. Così come non è dato sapere dove abbia comprato il suo outfit. Fatto sta che è magnificamente kitsch. Numero uno vero. (Valerio Vignoli)

Il calendario compresso di questo 2020 ci impone di darvi appuntamento già tra tre settimane, quando commenteremo le scelte compiute dai vari marchi per il Roland Garros pronto a cominciare: saranno lanciata nuove collezioni o verranno ‘riciclati’ i completini dello US Open, con i quali i giocatori sono scesi in campo anche a Roma? Non molto è trapelato sinora, tranne le scelte di Nike già rese note a maggio – Nadal dovrebbe vestire così; si tratta però di una collezione estiva, pensata prima del rinvio del torneo a settembre. Non resta che attendere la prova del campo.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement