(S)punti tecnici della settimana: servizio e volée, un altro tennis è possibile

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(S)punti tecnici della settimana: servizio e volée, un altro tennis è possibile

Mikhail “Mischa” Zverev ha messo seriamente alle corde uno spento Novak Djokovic a Shanghai. Il gioco d’attacco costante ha evidenziato ancor di più le difficoltà attuali del numero uno. Vediamo nei dettagli cosa è successo

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La doverosa premessa di questa analisi (più tattica che tecnica) è che il giocatore che si è trovato davanti il tedesco Mischa Zverev, “fratellone” del giovane rampante Alexander, nei quarti di finale del penultimo 1000 stagionale disputato a Shanghai, era un lontano parente del miglior Novak Djokovic. Ma per quanto in tremendo calo di motivazioni, uno come Nole, per approssimazione, vale sempre e comunque almeno un top-20/30, anche il suo livello di gioco “minimo” rimane tra le eccellenze del tennis mondiale, e lo stesso andamento del torneo cinese ne ha dato la misura (eliminato in semifinale da un ottimo Roberto Bautista Agut, che infatti con i top-30 ci vince spesso). Il modo in cui Mischa (che invece con i top-30 non vince quasi mai) ha messo sotto Djokovic per oltre metà del match merita quindi un approfondimento, soprattutto perché si sono viste a ripetizione situazioni tattiche ormai quasi scomparse dal tennis di alto livello.

A prescindere dal cattivo stato di forma psico-fisica, il buon vecchio Nole è in ogni caso un perfetto esempio di tennista moderno, ed è molto interessante andare a vedere nei dettagli come un “giocatore del terzo millennio” possa spesso risultare impreparato, dal punto di vista strategico e tecnico, ad affrontare un attacco costante alla rete dietro ai servizi, subendo la mancanza di ritmo, e trovandosi a dover colpire innumerevoli passanti su palle basse, centrali e senza peso. Oltre a ciò, risulta evidente la desuetudine alla risposta in ricerca degli angoli stretti o dei lungolinea a campo aperto, dato che la traiettoria più efficace e più utilizzata dai ribattitori di oggi (di cui Djokovic, fuori forma o meno, rimane il migliore) è quella centrale alla ricerca della profondità, per evitare che il tennista al servizio possa scatenare la pressione con i colpi da fondocampo da una situazione di vantaggio, non quella bassa o come detto angolata che 15-20 anni fa era la più cercata da chi affrontava gli attaccanti.

Vediamo una serie di brevissimi video come esempi (chiedo scusa per la voce del telecronista tedesco, comprensibilmente esaltatissimo, probabilmente non vedeva cose simili dai tempi di Boris Becker).

 

Qui sopra Nole risponde in mezzo, troppo alto, consente a Zverev una volée appoggiata centrale con il taglio sotto, e dal centro del campo invece di angolare di tocco il serbo spara largo il passante.

Qui sopra, ancora risposta centrale, alta, su cui Mischa chiude in scioltezza. Un ribattitore come Nole deve tirare a mettere in difficoltà l’avversario, ma gli manca l’automatismo, e risponde come se il battitore fosse rimasto a fondo.

Qui sopra, altra risposta alta e centrale, da cui parte lo schema a chiudere di Zverev, perfetto a livello di tennis percentuale, la prima volée piazzata in sicurezza, poi smash. Il servizio esterno del tedesco è ottimo in questo caso, ma uno col rovescio di Djokovic da lì deve tentare il lungolinea, poi pazienza se lo sbaglia, ma l’idea tattica deve essere quella.

Qui sopra, finalmente una risposta bassa, su cui Zverev è bravissimo a cavarsela con il tocco sotto. Ma su una palla del genere, a meno di non inventarsi un “numero” da circo, il volleatore non potrà mai fare altro che il tocco corto, Nole doveva partire diretto in avanti dietro alla risposta, invece si vede chiaramente l’attimo di esitazione a fondocampo che lo fa poi arrivare in ritardo nel recupero. Evidente la poca abitudine a leggere il gioco a rete dell’avversario.

Qui sopra, ancora risposta buona, con gran recupero basso di Zverev, ma purtroppo per Nole ancora poca visione degli angoli aperti del campo con il dritto successivo, un pallonetto da così vicino su palla bassa non esiste, ci vuole un tocco lungolinea senza rischiare, a costringere l’avversario in allungo per poi eventualmente chiudere.

Qui sopra, ancora imperdonabile risposta alta, stiamo parlando di Djokovic, quel rovescio non è tirato neanche in allungo pieno, deve fare di più per mettere in difficoltà l’attaccante, il passante alto e telefonato successivo è ancor più grave.

Qui sopra, un po’ meglio in risposta, sempre alta ma un minimo esterna, sulla volée in allungo di Zverev però ancora difficoltà nel trovare angolo sulla palla centrale e tagliata. Da parte di Mischa un saggio perfetto di come si copre la rete, da ammirare il posizionamento immediato dopo il colpo al volo che costringe Djokovic all’errore di misura nel passante.

Qui sopra, ancora imbarazzo sulla palla in mezzo con taglio sotto, prima passante senza potenza e angolo, poi pallonetto non incisivo e smash di Zverev. Non ci siamo.

Qui sopra, altra risposta alta e senza angolo, chiusura facile di Zverev. Anche qui il servizio era ottimo e Nole ha dovuto andare in allungo, però come già detto uno con la sua risposta di rovescio almeno bassa quella palla la deve saper tenere. Ma contro chi non segue i servizi non è mai necessario, basta sia profonda, è lì il problema.

Qui sopra, stiamo arrivando al dunque, ovvero Nole si sta abituando ai problemi posti da Zverev, risponde basso costringendo al miracolo il tedesco, ma poi di nuovo non legge la profondità della traiettoria della volée e si fa sorprendere andando ancora con un pallonetto senza senso col dritto successivo.

Qui sopra, sempre senza essere stato messo in chissà che difficoltà dal servizio e dalle volée di Zverev ( a parte la prima, bella profonda e sempre centrale, davvero un esempio di tattica a rete Mischa), Djokovic gli propone tre palle alte e lente consecutive, perdendo ovviamente il punto.

E finalmente, qui sopra, quello che uno con la qualità della risposta di rovescio di Novak, ma fosse pure al 50%, dovrebbe fare (o almeno tentare di fare) praticamente sempre: mi servi esterno e segui? Va bene, io tiro lungolinea nel campo aperto. Chiaro che non è facile, ma è quello che va fatto secondo il tennis percentuale, su 10 servizi a uscire si tirano 10 risposte a chiudere, con quella sberla bimane che ha Djokovic farebbe almeno un punto su due. Il che significa pressione altissima sul battitore, costretto a cercare ancor più angolo e potenza, con conseguente calo di prime palle in campo.

La faccia e la simpatica “celebrazione” di Nole alla fine di questo ultimo punto fa capire chiaramente che tutte queste cose le sa benissimo anche lui, è come se stesse dicendo a se stesso “era ora, possibile che non lo abbia capito prima come fare?”. Nel tennis di oggi gli automatismi sono fondamentali, la velocità di gioco non lascia tempo per pensare troppo, e anche per un super campione espertissimo come Djokovic ci sono voluti due set per “registrare” le giuste contromisure e alla fine giustamente vincere il match. In molte altre occasioni, è ovvio, i punti li ha fatti Nole, qui ne ho solo selezionati un po’ di quelli più esemplificativi delle difficoltà che ha incontrato.

Ma la riflessione tecnico-tattica ci sta, proprio perché si può capire come anche a livello molto alto (top-20 e fasi decisive di grandi tornei) un gioco d’attacco sistematico dietro al servizio ha le sue buone possibilità di riuscita, almeno sulle superfici veloci. Poi per arrivare alle vere vette del tennis mondiale (top-5 e vittorie Slam) ci vuole ben altro, lo sappiamo tutti, ma è bello e interessante poter ancora vedere esempi di come sia possibile interpretare il gioco in senso verticale con un certo successo.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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