ATP Basilea: Wawrinka sul filo di lana, Lorenzi ottimo. Fuori Raonic e Dimitrov!

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ATP Basilea: Wawrinka sul filo di lana, Lorenzi ottimo. Fuori Raonic e Dimitrov!

BASILEA – Stan Wawrinka si salva al terzo nel derby. L’azzurro gioca un gran tiebreak nel secondo set e supera il transalpino. Al secondo turno sarà super sfavorito contro Kei Nishikori. Dimitrov si fa rimontare da Muller, Raonic va in confusione e perde con Berankis

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da Basilea, il nostro inviato

Seconda giornata di ostilità alla St. JakobsHalle di Basilea, dove scendono in campo padroni di casa e nomi di spicco. Prima del tennis giocato però, vale la pena di costeggiare il Reno e la sua veduta rilassante, per farsi ispirare nel fresco di fine ottobre. Si scende ad Hardstraße, e si passeggia verso Est fino ad un minuscolo slargo in cui si trova, isolata e maestosa, la St. Alban-Tor: una porta in mattoni e legno, che faceva parte dell’ultima cinta muraria della città, datata intorno al 1400. La cancellata verticale, dal tipico sapore medioevale, è l’accesso ad uno degli scorci più fiabeschi di tutta Basilea, specialmente con i colori autunnali: St. Alban, per l’appunto, un groviglio di vicoli in pietra e distese alberate, con panchine in ferro ricoperte delle foglie umide cadute con il vento del mattino. Le tegole rossastre dei tetti che si stagliano alle spalle delle mura della porta, in contrasto con le colline del parco in cui si entra attraversandola, rendono il posto una sorta di Mecca per chiunque sia dotato di una Reflex, un libro o delle scarpe da running. Se invece si ha voglia di un’aria meno romantica e più mondana, è bene fare un salto in Messeplatz, al centro della quale campeggia una gigantesca galleria ovale, con un buco nel mezzo che crea un pittoresco gioco di suoni e luci quando piove (immaginate un’enorme doccia nel mezzo di una piazza gremita di gente). Sul lato ovest della struttura, un ascensore vi porta fino al trentunesimo piano, l’ultimo, per entrare nel Bar Rouge: pavimenti lucidi e pareti in vetro con vista mozzafiato, tra divani in tessuto fine e illuminazione artistica dalle tonalità, inutile dirlo dato il nome, rosse, per fare colazione con il naso che punta sul sobrio ma espressivo skyline della “città del Re”.

Match inaugurale vittorioso per l’unico rappresentante italiano in terra elvetica, il sempreverde Paolo Lorenzi, quest’anno trionfatore a Kitzbuhel (in Austria, poco distante da qui) per il suo primo alloro ATP. Il senese supera l’ostico Nicolas Mahut, oggi senz’altro meno reattivo e offensivo, irretito dalla resistenza e dalla sagacia tattica di Paolino. Il game d’apertura è minaccioso: otto minuti, con Lorenzi che morde il break alla terza occasione facendo quello che sa fare meglio. Resiste infatti ai tentativi d’attacco dell’avversario, fino a indovinare un bel dritto incrociato che capovolge i poteri dello scambio: Mahut arranca e alla fine spara in corridoio. L’azzurro serve benissimo, sfruttando anche le variazioni con la seconda, e risponde meglio se possibile, leggendo senza affanno le traiettorie del francese e dettando i ritmi degli scambi che vanno oltre il quarto colpo; sia dritto che rovescio atterranno spesso a ridosso delle righe, costringendo Mahut al rischio massimo che quasi mai paga. Paolo conduce con disinvoltura fino alla fine del primo parziale, che mette in borsa dopo quaranta minuti con il sesto ace dell’incontro sul set point. In tribuna, da poco atterrato da Stoccolma a quanto dice, il mitico giudice di linea Mohamed Layhani.

 

La cornice è quella del Campo 2, molto elegante con le pareti in cemento nero che contrastano in modo deciso con le fredde luci alogene e le tonalità di blu della superficie di gioco. Una sola tribuna sul lato lungo di fronte al sediolone dell’arbitro è gremito dei competenti appassionati svizzeri, che ogni tanto squillano “dai Paolo!”. Il senese annulla una pericolosa palla break in avvio di seconda frazione, con un insolito serve and volley per andare 1-1, e tre giochi dopo strappa il servizio approfittando del nervosismo di Mahut, che si incarta in un doppio fallo e nei suoi monologhi. Due gravissimi errori con il dritto quasi a campo aperto del francese gli impediscono di rientrare nel match, le sue urla belluine di disapprovazione spaventano le vicinissime prime file ma non Lorenzi: Paolo è bravo infatti a non concedere spiraglio alcuno, continuando a martellare al servizio e rimanendo ordinatamente nei pressi della riga di fondo quando c’è da manovrare, senza scomporsi quando penalizzato da una chiamata dubbia (non è presente la tecnologia Hawk-Eye). I giochi trascorrono con decorso naturale fino al 5-4, quando l’italiano serve per il match e si procura un match point, ma la macchina si inceppa: bravissimo Mahut ad annullarlo in spinta, poi un doppio fallo e un gratuito di rovescio permettono al galletto di trovare un parità in cui forse non sperava neanche lui. Si arriva al tiebreak: scambio di favori nei primi tre punti, poi Lorenzi indovina uno strepitoso passante di rovescio per portarsi in vantaggio 5-4. Il punto successivo è un gratuito di Mahut per altri due match point: basta il primo, l’azzurro vince un duello da polmone artificiale quando vede l’ultimo recupero dell’avversario decollare verso le pareti. Un’ora e quaranta minuti per obliterare il ticket verso il secondo turno, dove lo attende Kei Nishikori.

A PAGINA 2, LE SCONFITTE DI DIMITROV E RAONIC, IL SUCCESSO THRILLER DI WAWRINKA

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Due francesi ai box: fermi per infortunio Corentin Moutet e Pierre-Hugues Herbert

Il mancino di Neuilly-sur-Seine si è operato al polso destro, ancora problema al ginocchio per il doppista cinque volte campione Slam

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Corentin Moutet - 2021 US Open (Andrew Ong/USTA)

Non arrivano buone notizie dall’infermeria per il tennis francese. Due giocatori dovranno rimanere fermi dal circuito per due infortuni delicati. Questa mattina Corentin Moutet ha annunciato sul suo profilo Instagram di essersi sottoposto ad un intervento chirurgico al polso destro con una foto che lo rappresenta con il braccio ingessato. “Voglio ringraziarvi per il grande sostegno ricevuto, farò di tutto per tornare in campo più forte di prima. So che la strada sarà lunga, ma sono motivato a fare del mio meglio”, scrive il classe 1999 nel suo post. Moutet è stato eliminato al secondo turno degli Australian Open, sconfitto da Francisco Cerundolo in quattro set: già nello Slam australiano usava spesso il rovescio in slice per evitare di sollecitare il polso destro: “Era difficile persino prendere una bottiglia d’acqua in mano”. Il mancino francese ha già annunciato il forfait per i tornei di Cordoba e Buenos Aires in Sudamerica, ma potrà tornare velocemente ad allenarsi essendo il braccio destro interessato dell’infortunio.

Infortuni che non danno pace a Pierre-Hugues Herbert. Il doppista vincitore delle ATP Finals 2019 e 2021 si era ripreso da poco dal lungo stop per un problema al ginocchio sinistro accusato nel Challenger di Ilkley dopo una caduta a terra, sull’erba nello scorso giugno, poco prima di Wimbledon. Il giocatore francese ha avuto una ricaduta nel match della scorsa settimana a Quimper contro Dominic Stricker: poco dopo aver colpito un dritto, ha accusato un forte dolore al ginocchio sinistro, cominciando a zoppicare.

 

È riuscito a concludere il match, ma dovrà fermarsi di nuovo per un periodo indefinito come scrive sul suo profilo Instagram, ritraendosi con un tutore al ginocchio. Herbert compirà 32 anni nel prossimo marzo: vedremo se il ginocchio gli darà tregua e gli permetterà di tornare ai livelli a cui ci aveva abituati.

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L’ATP non prenderà provvedimenti disciplinari contro Zverev sul caso Sharypova: “Non ci sono prove sufficienti”

In un comunicato ufficiale, l’ATP fa chiarezza sulla questione Zverev, ma con una precisazione: “Il caso potrebbe essere riaperto se emergeranno nuove prove”

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Alexander Zverev è alla ricerca della forma migliore dopo l’infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi dallo scorso Roland Garros. Il tedesco, scivolato al n°14 del ranking, ha disputato quattro match fino ad ora, perdendone tre. È comunque comprensibile che il suo livello sia ancora lontano da quello espresso nelle ultime stagioni – che lo aveva portato a lottare per il numero 1 ATPcome da lui stesso affermato qualche settimana fa alla United Cup.

La notizia odierna, tuttavia, permette al finalista dello US Open 2020 di tirare un bel sospiro di sollievo per una vicenda extra-campo che lo vedeva coinvolto da tempo. Zverev, infatti, era stato accusato di violenza domestica dall’ex fidanzata Olya Sharypova, con le indagini che sono durate quasi un anno e mezzo. Come si legge sul sito dell’ATP, l’investigazione che coinvolgeva il tedesco è stata completata oggi e non comporterà provvedimenti disciplinati ai suoi danni per mancanza di prove.

Le indagini riguardavano le presunte violenze subite dalla donna nell’ottobre 2019, durante il Masters1000 di Shanghai, ma non solo. La lente d’ingrandimento era puntata anche su altri possibili simili avvenimenti, a Monaco, New York e Ginevra. Le indagini dell’LFG (Lake Forest Group, ente di grande esperienza nel settore, anche per quanto riguarda lo sport professionistico) sono state condotte in maniera totalmente indipendente, con l’ATP che ha sempre avuto accesso alle informazioni e agli eventuali aggiornamenti.

 

Sono state ascoltate tanto le due parti in causa quanto altre persone potenzialmente coinvolte, per un totale di 24 individui tra familiari, amici e tennisti. Dopo oltre 15 mesi, l’LFG ha ultimato le indagini, consegnando all’ATP quanto emerso. Considerata la mancanza di prove sufficienti, così come le dichiarazioni contrastanti di Sharypova, non è stato possibile confermare le accuse di quest’ultima. Di conseguenza, l’ATP non prenderà provvedimenti disciplinari contro Alexander Zverev, che ha sempre fermamente negato le accuse e supportato le indagini dell’ATP. Il caso potrebbe comunque essere riaperto nel caso in cui emergessero nuove prove.

Massimo Calvelli, CEO dell’ATP, si è così espresso sulla vicenda: “La serietà e complessità di queste accuse hanno richiesto un’investigazione completa, così come l’intervento di investigatori specializzati. Questo processo ci ha mostrato la necessità di essere ancora più pronti e preparati per queste circostanze. Ci aspetta ancora un lavoro molto importante in futuro”.

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Il dominio degli anni ’80 nel tennis maschile: tra Djokovic, Murray e Nadal è 12-1 sulla generazione anni ’90 nelle finali Slam

Dodici vittorie e una sconfitta, recita il bilancio delle finali Slam fra esponenti della “generazione ‘80” e “generazione ‘90”: un dato che deve far riflettere

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Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas – Australian Open 2023 (foto via Twitter @usopen)
Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas – Australian Open 2023 (foto via Twitter @usopen)

Il dominio e lo strapotere di Novak Djokovic hanno fatto da padroni anche in questa edizione 2023 degli Australian Open. Il 35enne serbo ha trionfato a Melbourne per la decima volta, vincendo per la 22esima volta un torneo del Grande Slam ai danni del 24enne Stefanos Tsitsipas. Un successo che ha riaperto anche l’eterna questione di un ricambio generazionale che nel tennis maschile di vertice tarda ad arrivare. Infatti, appena due esponenti della classe ’90 (giocatori nati tra il 1990 e il 1999) hanno vinto uno Slam: Dominic Thiem in uno US Open estremamente particolare nel 2020 contro Alexander Zverev in finale, sfruttando anche la chance della squalifica di Djokovic per una pallata al giudice di linea nel match contro Carreno Busta; Daniil Medvedev sempre allo Us Open nel 2021 contro un Djokovic che avvertì la pressione del Grande Slam sulle sue spalle. Se allarghiamo il campo a tutti i giocatori nati dopo il 1990, anche Carlos Alcaraz, classe 2003, ha vinto uno Slam lo scorso anno, sempre quello newyorkese imponendosi nella finale contro Casper Ruud.

La statistica più impressionante riguarda i confronti nelle finali Major tra i giocatori nati tra il 1980 e il 1989 e quelli nati tra il 1990 e il 1999. Il bilancio è inequivocabile: 12 vittorie e 1 sconfitta per i più “anziani” a partire dalla finale di Wimbledon 2016 fino alla finale degli Australian Open di quest’anno.


Il primo scontro generazionale in una finale Slam avviene proprio nel 2016 ai Championships: Andy Murray batte in tre set il canadese Milos Raonic vincendo per la seconda volta sui prati londinesi. Nel 2018 e nel 2019 al Roland Garros Rafa Nadal nel suo feudo sconfigge Dominic Thiem: nella prima occasione perdendo appena nove giochi, nella seconda occasione lasciando per strada un set, ma vincendo comunque senza grossi patemi. Sempre nel 2019 a faticare moltissimo nella finale US Open è lo stesso Nadal contro Medvedev: il russo rimonta due set di svantaggio, ma non può nulla al quinto contro la voglia di non mollare dello spagnolo. Neanche Thiem va lontano dal successo nel 2020 all’Australian Open contro Novak Djokovic: va avanti due set a uno, ma anche l’austriaco cede nella sua prima finale Slam lontana dalla terra battuta. Nel 2021 ci provano in tre nell’anno magico del serbo: Tsitsipas, Berrettini e Medvedev. Il greco perde in cinque set la finale del Roland Garros dopo essere stato avanti di due set, il romano perde la finale di Wimbledon dopo aver vinto il primo set e il russo perde nettamente la finale in Australia, ma si prende la rivincita a New York, giocando il miglior tennis della carriera e fermando la corsa di Djokovic verso il Grande Slam.
La tendenza si conferma nel 2022 (e nel 2023) con i successi di Nadal su Medvedev all’Australian Open con una clamorosa rimonta da uno svantaggio di due set, la vittoria del maiorchino su Ruud al Roland Garros e i trionfi di Djokovic su Kyrgios a Wimbledon e su Tsitsipas qualche giorno fa a Melbourne.

 


Qual è il problema delle nuove generazioni? La sudditanza psicologica nei confronti dei mostri sacri Djokovic e Nadal è certamente un fattore per chi cresce nel mito di certi giocatori, ma l’ipotesi è pure quella di un’inferiorità tecnica e un’inadeguatezza a porsi al livello di leggende come Djokovic, Nadal e Murray. Ancora nei match 3 su 5 sono sempre i più esperti a farsi valere negli scontri generazionali: la longevità agonistica è indubbiamente cresciuta rispetto a qualche decennio fa, basti pensare che tutti e tre i big 3 hanno vinto gli Australian Open a 35 anni. Federer e Nadal hanno vinto rispettivamente nel 2017 e nel 2022 e da lì in avanti hanno trionfato ancora a livello Major. L’impressione è che Djokovic abbia ancora un fisico che lo sostenga nei match di lunga durata, oltre ad una tenuta mentale fuori dalla norma: vedremo se in questo 2023 i nati negli anni Novanta si daranno un’altra possibilità di spezzare un’egemonia che va avanti da tre lustri o se lasceranno già spazio ai Millennials nati dal 2000 in poi come Alcaraz (che ha già vinto uno US Open), Rune, Auger-Aliassime o Sinner.

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