Adesso Murray riesce a vincere anche la maratona (Crivelli). La Procura del Coni contro la FIT: pochi 12 mesi a Cecchinato (Catapano). Raonic e Nishikori pronti per essere leader (Clerici). L'highlander ferma il samurai (Giua)

Rassegna stampa

Adesso Murray riesce a vincere anche la maratona (Crivelli). La Procura del Coni contro la FIT: pochi 12 mesi a Cecchinato (Catapano). Raonic e Nishikori pronti per essere leader (Clerici). L’highlander ferma il samurai (Giua)

Pubblicato

il

 
 

Adesso Murray riesce a vincere anche la maratona (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

La strada per la gloria è lastricata di buone intenzioni e tanta fatica. Andy Murray assaggia il pane duro del primato, esplora i meandri della sofferenza, ma con davanti a sé due stelle polari fisse e luminose, coach Lendl in tribuna e il numero uno del ranking di fine anno in testa, scavalla l’ostacolo Nishikori e tiene vive le speranze sue, di tutta la 02 Arena (non proprio al completo, è comunque un pomeriggio lavorativo) e di un Paese che adesso sembra amarlo per davvero.

Il giapponese educato che ha studiato il tennis da Bollettieri non era un avversario banale, e per le qualità intrinseche, e per la forma attuale, e soprattutto per la fresca memoria degli Us Open, quando lo scozzese bel bello del riconquistato titolo di Wimbledon venne stoppato nei quarti da Kei dopo una battaglia di cinque set e quasi quattro ore (3he58′, per l’esattezza). Infatti, è stata un’altra maratona, lunga quasi quanto l’incrocio americano di settembre, tre ore e ventuno minuti che rappresentano la partita più lunga al Masters per una sfida al meglio dei tre set, record sottratto a un altro match di Murray, la semifinale persa nel 2010 contro Nadal (3 ore e 12′).

 

Solo il primo set, concluso da un tie break epico a nove, dura 85 minuti, pendendo alla fine, e giustamente, verso un Nishikori più propositivo, più aggressivo, più coraggioso, nonostante i tre set point annullati (uno sul 5-6 e due nel tie break). Probabilmente il Muzza di tutti gli altri finali di stagione avrebbe cominciato a fare i conti con se stesso, a interrogarsi e a incartarsi su improbabili soluzioni tecniche, a mollare inconsciamente, e infatti è solamente la prima volta che vince i suoi primi due incontri al Masters in otto partecipazioni. Potenza di una condizione atletica debordante chiude ancora in spinta, aiutato anche da due nastri evidentemente sudditi di Sua Maestà, mentre il giapponese si spegne) nonostante le 84 partite in stagione (ora il bilancio è 75-9) e potenza di uno storico traguardo, quello di primo britannico a finire l’anno in vetta alla classifica nell’Era Open. Uno stimolo che da quella sconfitta di New York lo ha portato a inanellare 21 successi consecutivi sul circuito, escludendo il k.o. in Davis contro Del Potro, a una sola tacca dai 22 compilati non appena arrivò Lendl in panchina, subito prima del Queen’s, e interrotta appunto a Flushing Meadows.

La tensione si è sicuramente alzata nei primi tre giorni delle Finals, perché nell’altro girone Novak Djokovic, il re detronizzato, ha compiuto la prima parte del suo dovere, vincendo due match e assicurandosi la semifinale, dunque la possibilità di continuare a inseguire il controsorpasso. I calcoli, per una volta, sono molto semplici: per mantenere il primato, Murray deve conquistare il Masters per la prima volta in carriera. Oppure sperare che non lo vinca il Djoker, campione delle ultime quattro edizioni: insomma, il serbo può solo arrivare in fondo e alzare il trofeo per portarsi di nuovo avanti e finire la stagione al numero uno per il terzo anno consecutivo. Per questo la vittoria di Andy su Nishikori, peraltro il primo top 5 affrontato dal Roland Garros, fornisce nuovo combustibile all’autostima e alla convinzione dello scozzese, ma non gli evita per ora l’incrocio pericolosissimo già in semifinale contro Novak, che è certo del primo posto: Muzza non è ancora qualificato e per ritrovare Nole solo in un roboante epilogo in finale dovrà battere Wawrinka. Idolo di casa comunque soddisfatto: «Noi lavoriamo per partite come questa, per vittorie come questa. Sapevo che Kei mi avrebbe fatto correre, all’inizio dettava lui gli scambi, ma sono stato bravo a ottenere punti facili sul mio servizio quando ne ho avuto bisogno (…)

———————————————————–

La Procura del Coni contro la FIT: pochi 12 mesi a Cecchinato (Alessandro Catapano, Gazzetta dello Sport)

Un’altra battaglia dall’alto valore simbolico. Perché nel ricorso che la Procura generale dello sport, congiuntamente a quella federale, ha presentato contro la sentenza della Corte d’appello della Federtennis sul caso Cecchinato-Accardi-Campo, c’è sì il tentativo di portare a casa un processo da cui, di fatto, è clamorosamente uscito l’illecito sportivo, ma c’è pure la richiesta al Collegio di garanzia del Coni, la Cassazione dello sport, di inviare un segnale alle giustizie endofederali, perché siano meno casalinghe e più coraggiose. È capitato nel rugby, nel ciclismo, ora nel tennis, che pur in presenza di violazioni eclatanti — magari poco dimostrabili anche per la reticenza e l’omertà dell’ambiente — i processi interni siano terminati .con assoluzioni o buffetti.

Il caso di Marco Cecchinato (e soci) insegna: accusato di aver alterato il proprio match dell’ottobre 2015 perso contro Kamil Majchrzak ad un challenger marocchino, di averci scommesso (indirettamente) sopra, e di aver fornito informazioni sullo stato di salute di Andreas Seppi, impegnato contro John Isner al Roland Garros, era stato condannato in 1° grado a 18 mesi e a 40mila euro di ammenda per violazione degli articoli 1 e 10 (quello sull’illecito sportivo) del Regolamento di giustizia Fit. Una sentenza che in appello si è ridotta a 12 mesi e 20mila euro per la sola slealtà. Ora il Procuratore generale Enrico Cataldi per lui e l’amico scommettitore Riccardo Accardi chiede la radiazione o, in subordine, una sanzione non inferiore a tre anni.

—————————————-

Raonic e Nishikori pronti per essere leader (Gianni Clerici, La Repubblica)

In questo grande garage psichedelico, che già ho tentato di descrivere, mi è capitato di assistere a due partite, curiosamente analoghe. Si trattava di due match nei quali apparivano, favoritissimi non solo dai bookmakers, il ni e il n.2 del mondo, Andy Murray e Novak Djokovic. Questi due grandi tennisti dovevano incontrare, sulla strada che secondo i bookmakers potrebbe portarli alla finale ( il primo favorito a 5 contro 4, il secondo a 6 contro 5) avversari non proprio minorenni, ma giovani e non ancora famosi quanto loro, il montenegrino del Canada Milos Raonic, e il giapponese d’America Kei Nishikori. I secondi paesi, annoto per il lettore occasionale, sono quelli in cui i due hanno studiato tennis. Questi Raonic e Nishikori hanno, alla fine perduto le loro partite, ma Raonic è passato vicinissimo a una sorpresa non solo nel tie-break del primo set, in cui è giunto cinque e poi sei punti pari, ma anche nel secondo, nel quale si è rapparigliato a Djoko a 5 punti pari, sempre nel tie-break. La cosiddetta sorpresa non è egualmente riuscita al giapponesino che, contro l’enfant du pays degli inglesi, Andy Murray, ha non soltanto vinto il tie-break del primo set, ma è giunto ad ottenere ben 11 palle break.

Al di là dei punteggi, si può domandarsi che cosa abbia accomunato i giovani nelle rispettive sconfitte. Sarebbe forse meglio rivolgersi da una parte al team di Raonic che, mi diceva ieri il capo-coach, Riccardo Piatti, possiede addirittura quel che è chiamato mental coach, il dottor Vercelli. Per quel che ho visto da me, impreparato psicologo, Raonic ha sofferto le 7 sconfitte subite sin qui da Djokovic. Nel vederlo peraltro, io che smemoro, attaccare un Djokovic in autentico disagio nel ribattere i suoi poderosi servizi e addirittura i rovesci tagliati, mi sono detto che non sarà una gran sorpresa il non lontano giorno in cui il risultato potrà invertirsi. Quanto al giapponesino, con Murray aveva vinto solo due volte, su nove precedenti match. Era accaduto su campi hard, come è definito questo che, per averci tentato due tiri prima di essere scacciato, definirei semi-hard. Si è visto che la capacità di imitare Agassi, testardamente suggerita da Bollettieri, è vicinissima ad un completamento. È mancata pero a Nishikori la convinzione di potercela fare contro un Murray che è – forse – al massimo delle sue umane possibilità, del suo ciclo tennistico-esistenziale. Il simil-Agassi giallo (ricorderei le dimenticate origini armene di Agassi) ha raggiunto il tie-break del primo set dopo 5 set point. Nel secondo ha, sul 4 pari, mancato due palle del 5-4, e nel terzo, nonostante una risalita da 1-5 a 4-5, ha mostrato quel che un mio vicino chiamava body language negativo. Di fronte al nuovo Murray, faceva una scoraggiante impressione il comportamento prematuramente deluso, impressionavano le braccia spasso abbandonate (…)

——————————————-

L’highlander ferma il samurai (Claudio Giua, repubblica.it)

Quando in settembre Andy Murray uscì di scena nei quarti di finale degli Us Open scrissi che lo scozzese è un highlander al quale è stato insegnato dalla madre a roteare e affondare i colpi con la claymore Head e che il suo avversario Kei Nishikori è un giovane samurai programmato da una tennis academy in Florida per menare fendenti con la katana Wilson. Era il nono episodio di un corpo a corpo tra guerrieri che si assomigliano molto, anche se Kei è più attaccante; che giocano a specchio con l’eccezione del servizio, colpo spesso determinante per Andy ma non per Kei; che sanno controbattere alle reciproche mosse senza nulla togliere allo spettacolo. Nello Slam d’America il giapponese prevalse per 1-6 6-4 4-6 6-1 7-5 dopo 3 ore e 58 minuti massacranti. Il primo match di quella che sta via via diventando una saga del grande tennis aveva invece avuto come teatro il Masters 1000 di Shanghai nel 2011, con Andy che in semifinale aveva concesso tre miseri game a Kei (6-0 6-3). La prima delle due vittorie ottenute dal Top Ten del Sol Levante era arrivata solo alla quarta occasione, proprio qui a North Greenwich nel girone delle ATP World Tour Finals 2014 (6-4 6-4).

Contrariamente a Flushing Meadows due mesi fa, stavolta è la spada-racchetta dello scozzese a lasciare il segno più profondo. Ma il giapponese lotta con intelligenza e coraggio, sfoggiando per due ore e mezza un gioco talvolta eccelso. Anch’egli dimostra, come ieri Milos Raonic nel match perso al doppio tie break con Novak Djokovic, d’essere maturo per occupare stabilmente un posto tra i primi cinque al mondo.

Il primo set è un duello sfinente di 85 minuti senza break che Nishikori fa suo al tie break dopo aver sprecato quattro occasioni. Nel secondo parziale Murray ottiene il break in apertura e si fa raggiungere mentre è al servizio in vantaggio per 4 game a 3. Poi approfitta di qualche errore di troppo di Nishikori per riprendere il largo e chiudere sul 6-4. Il terzo set vive la svolta nel terzo e nel quinto game, quando il numero 1 ATP strappa il servizio al numero 5, che però ha ancora spirito e forza per conquistare un controbreak. Finisce 6-4 dopo 3 ore e 20 minuti che valgono il prezzo del biglietto d’ingresso alla O2 Arena.

Con la vittoria di oggi Murray ipoteca il posto in semifinale, anche se gli incroci imposti dal regolamento del doppio round robin della prima fase delle Finals non escludono sorprese. Tocca ai tattici del team di Novak Djokovic, che s’è già guadagnato la semifinale, valutare cosa fare nel terzo turno, se vincere o perdere contro Gael Monfils, il quale potrebbe però dare forfait per infortunio lasciando il centro della scena, per una sola giornata, al belga David Goffin. L’obiettivo del serbo potrebbe essere evitare la semifinale con Murray, nella speranza che siano Milos Raonic o Dominic Thiem a toglierlo di torno. Nishikori è ancora in corsa per le semifinali, ma dovrà in ogni caso battere Marin Cilic venerdì (…)

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

Pubblicato

il

Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

Pubblicato

il

Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

Continua a leggere

Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

Pubblicato

il

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement