Tennis in Translation. Andy Murray: "Futuro da coach"

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Tennis in Translation. Andy Murray: “Futuro da coach”

Il tennista scozzese racconta al corrispondente del Times, Stuart Fraser, di come non sia cambiato il suo atteggiamento dopo esser diventato numero 1 e delle sue ambizioni dopo il ritiro

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È avvenuto a Parigi, nei primi di novembre, lo storico raggiungimento della vetta della classifica mondiale da parte di Andy Murray. Un trofeo altro più di mezzo metro, fatto con un cristallo di alta qualità, era stato realizzato meticolosamente per celebrare l’occasione. Questo premio sbalorditivo era arrivato nella capitale francese per essere presentato al miglior giocatore del mondo, ma gli è capitato un incidente durante il suo viaggio. “Mi è stato detto che quando è stato tirato fuori era distrutto in pezzi”, ci dice Murray. “Ma poi l’ho ricevuto 5 o 6 giorni dopo a Londra”. Fortunatamente per Murray, il suo regno al vertice del ranking non è stato di breve durata. C’è stato il rischio che restasse numero 1 solo per due settimane, se non avesse continuato la sua notevole cavalcata alle ATP Finals. Alla fine, la vittoria contro l’arci-nemico Novak Djokovic nel match conclusivo della stagione è stato il modo perfetto per solidificare il suo status da miglior giocatore al mondo.

Dopo aver vinto 24 incontri consecutivi alla fine dell’anno, Murray si è crogiolato nella piacevole sensazione di appagamento durante la pausa. “È stato mentre mi rilassavo, due settimane dopo, il momento in cui mi sono sentito più soddisfatto. Sentivo che era stato un modo grandioso di finire l’anno“. Ma appena è arrivato a Miami per un’altra sessione di allenamento pre-stagionale, esercitandosi in maniera estenuante per raggiungere la sua condizione fisica ideale, già si era dimenticato di essere numero 1 al mondo. Quando ho iniziato l’allenamento non ho pensato per niente alla cosa, davvero. Stavo solo cercando dei modi per migliorarmi e lavorare sul mio gioco”. La cosa riassume Murray perfettamente. Lui non è mai stato uno che riflette troppo sui risultati ottenuti e i fallimenti. Questa costante ricerca della perfezione è il motivo per cui ha ricevuto un così alto livello di apprezzamento da tutto il mondo dello sport. La lista di chi si è congratulato con lui – incluso il calciatore Alexis Sanchez – è più grande rispetto a quella del suo primo successo a Wimbledon nel 2013. Spiccano su tutti due messaggi sul suo telefono da parte di due figure del calcio rilevanti. “Ne ho ricevuto uno da Alex Ferguson e uno da José Mourinho. La cosa mi ha fatto piacere. Io ovviamente guardo molto calcio e loro sono due tra i migliori e più rispettati manager in uno degli sport dove è più difficile avere successo ad alto livello. È stato molto bello”.

 

Il crescente supporto proveniente da un pubblico comune non è passato inosservato da Murray. Ci hanno messo 10 anni alcuni per mettere da parte la battuta fatta da lui a 19 anni, durante i Mondiali del 2006, quando disse che avrebbe tifato chiunque avesse affrontato l’Inghilterra, rispondendo a Tim Henman che lo stuzzicava. Ci sono altri invece che trovano ancora difficile supportare Murray a causa delle sue maniere irascibili in campo, i continui borbottii con sé stesso condito con qualche imprecazione, e i ringhi rivolti al suo box. È un peccato che il pubblico non possa avere la chance di vederlo al di fuori dal campo: gentile, educato e riflessivo. Un esempio è il fatto che dopo la sconfitta durata quasi 3 ore contro Djokovic in Qatar, ha mantenuto la sua promessa e si è presentato a fare questa intervista – nonostante fosse l’ultima cosa che avrebbe voluto fare.

A fine anno scorso ha vinto per la terza volta il premio della BBC quale Personalità Sportiva dell’anno. Questo senso di accettazione può averlo aiutato nella scalata in cima al ranking? “È possibile”, dice lui. “Io non penso di aver davvero cambiato qualcosa in questo momento della mia carriera. C’è stato un periodo all’inizio durante il quale avevo difficoltà con tutto quello che dovevo fare, con tutto quello che riguarda essere un tennista professionista. Ma negli ultimi 7 o 8 anni, non ho cambiato molto. Forse le persone iniziano a vedermi per quello che sono; è una cosa positiva. Sentirsi a proprio agio nei propri panni e limitarsi ad essere se stessi e accettarsi così com’è, è più importante rispetto a cosa pensano le persone. Quando raggiungi questo livello di confidenza con te stesso, le persone che ti definiscono noioso, miserabile o qualsiasi altra cosa, non ti feriscono come quando eri giovane. Quando cresci sotto la luce dei riflettori e tu non sai molto bene chi sei o cosa stai per diventare, il quel caso forse è un po’ più difficile”.

Murray ora si sta preparando per gli Open di Australia a Melbourne, un posto che gli piace visitare, nonostante lo quello dello scorso anno fu uno dei tornei più stressanti della sua carriera. Non solo sua moglie Kim, che aspettava il loro primo bambino, era rimasta a casa, ma il padre di lei, Nigel Sears, all’epoca coach di Ana Ivanovic, si è sentito male sulle tribune della Rod Laver Arena. “È stata molto dura e ci sono stati un paio di momenti in cui ho pensato di lasciare e tornare a casa, con tutto quello che stava succedendo. A dire il vero penso che sia stato più duro per mia moglie che per me. Una parte della mia mente mi diceva che sarebbe stato meglio essere a casa in quel momento. Era una situazione difficile in cui trovarsi. Per fortuna tutto si è risolto e anche il torneo è andato bene”. Lo svenimento di Sears, causato da un piatto di sushi avariato, avvenne durante una partita di Murray sul Margaret Court. Lo scozzese non ne era al corrente mentre disputava il suo match, mentre quelli che sedevano nel suo box stavano freneticamente inviando messaggi al personale del torneo per assicurarsi delle condizioni di Sears. Quando Murray è uscito dal campo per incontrare sua madre Judy, il suo primo pensiero è andato al suo bambino che stava per nascere. “Questo è più o meno quello che ho pensato, ma poi ho parlato con il mio team e ho detto che se capita qualcosa del genere io voglio che me lo dicano subito. Ovviamente è stata mia madre a dirmelo e sono andato direttamente alla macchina e mi sono recato all’ospedale per vedere Nigel”.

Alla fine Sears ha recuperato velocemente e Murray è arrivato in tempo per la nascita di sua figlia Sophia. Lei e Kim viaggeranno verso Melbourne questa settimana e per la piccola bambina questo è il viaggio più lungo mai fatto e Murray ora si assicura sempre di non stare lontano da loro per più di due settimane consecutive. “Se dovessi stare 4 o 5 settimane lontano da loro sarebbe molto duro. Ma comunque cerchiamo di programmare bene il calendario in modo che la mia assenza duri circa due settimane. La cosa bella è che non è troppo, però ogni volta che guardo Sophia dopo due settimane, la trovo cambiata tantissimo. Per questo penso che se fossero 4 settimane sarebbe troppo dura, perché almeno adesso quando ritorno a casa sono eccitato nel vedere cosa è cambiato in lei. È per questo che quando alcuni membri del mio team stanno lontani dai loro figli per 4 o 5 settimane fanno un grande sacrificio e io li ammiro tanto”. Prendersi cura di sua figlia mentre viaggia con il tour non richiede le stesse abilità che servono a Roger Federer per prendersi cura delle sue coppie di gemelli. “Averne quattro è diverso, per me è molto più facile”, scherza Andy. Ma i primi giorni sono stati una vera sfida e la madre di Kim, Leonore, spesso è stato di grande aiuto. “In alcuni tornei come Montecarlo e Roma, Kim è stata da sola. E la cosa non era facile perché mentre giocavo, lei restava in hotel. Quando è arrivata sua madre è stato molto più piacevole per lei. Con me invece, io sono abituato a passare un gran numero di ore fuori casa durante il giorno, ma ora mi assicuro di esserci la mattina e quando gli facciamo il bagno. Ora che sta iniziando a muoversi un po’ le cose cambiano di nuovo. Tu non puoi semplicemente controllare con lo sguardo quello che sta facendo, bensì sei sempre in movimento, comunque fino ad ora va tutto bene. Penso che ce la stiamo cavando piuttosto bene. Abbiamo trovato un equilibrio sul numero di viaggi da fare. Penso che nel momento in qui Sophia capirà qual è il suo letto e il suo bagno, a quel punto viaggiare sarà un po’ più difficile, quindi dobbiamo solo accorgerci di quando accadrà”.

Al momento Murray si sta allenando con Jamie Delgado. “Penso di aver solo bisogno di lavorare sul mio gioco offensivo. Contro Novak a Doha mi sono comportato piuttosto bene quando ho iniziato a muovermi in avanti, prendendo il controllo di qualche punto, ma non tanti quanti avrei voluto. In certi momenti sono rimasto troppo sulla linea di fondo. Non ho grandi carichi di lavoro da fare, sento di star giocando un buon tennis, manca qualche aggiustamento e tutto andrà bene“. Pensa che potrebbe esserci qualche ostacolo psicologico che blocchi Murray, tuttavia lui rigetta questa teoria. Al momento non mi sembra di avere delle barriere mentali. Onestamente credo di aver superato queste cose. Non faccio altro che andare là fuori e dare il massimo per vincere. Finché il mio sforzo è massimo, io non mi giudico e non mi critico o penso di aver fallito”. 

Il ventinovenne ha almeno 5 anni durante i quali può lottare per dei titoli Slam, ma lui ha già fatto dei pensieri sulla sua vita dopo il ritiro. “Sono sicuro che farò sempre qualcosa legato al tennis; vorrei cercare di dare qualcosa al tennis dato che questo sport mi ha dato tanto. A me interessa molto il tennis britannico e mi piacerebbe vederlo migliorare. Probabilmente potrei allenare qualche tennista“. Andy è un grande amante del calcio – suo nonno Roy Erskine ha giocato per l’Edinburgh negli anni ’50 – lui tifa per Hibernian e Arsenal, ed è una sua ambizione quella di venir in qualche modo coinvolto con questo sport. Mi piacerebbe fare qualcosa nel calcio. Ne ho guardato tantissimo. Spesso mi metto a fantasticare su questo sport”. Qualsiasi cosa sceglierà Murray di fare dopo i suoi giorni da tennista, avverrà dopo un periodo di pausa passato in casa con la moglie Kim, la figlia Sophia e possibili altri arrivi in famiglia. Mi piacerebbe mettermi alla prova come coach, ma non penso di farlo subito dopo il mio ritiro. Voglio passare tanto tempo a casa con la mia famiglia e vedere mia figlia, o i miei figli, crescere”.

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Addio a Mike Agassi: dall’orco alla costruzione di un campione

È scomparso a 90 anni il padre di Andre Agassi, coprotagonista del rapporto conflittuale con il figlio raccontato in Open. “Ma se sono un mostro, sono riuscito bene”, ha raccontato qualche anno fa

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È morto venerdì sera, a 90 anni, Mike Agassi, all’anagrafe Emanoul Aghassian prima dell’americanizzazione del suo nome. Il padre di Andre, che anche tanti non appassionati di tennis hanno imparato a conoscere ritrovandoselo sulle mensole della libreria di casa. Il personaggio dell’ex pugile iraniano (due volte all’Olimpiade, Londra 1948 ed Helsinki 1952) è infatti coprotagonista essenziale nel racconto di Open, l’autobiografia in cui Andre Agassi ha raccontato i retroscena dell’influenza – spesso autoritaria e invasiva, ma determinante nel portarlo ad alti livelli – che il padre ha avuto nella sua formazione tennistica.

Amante di questo sport e arrivato negli Stati Uniti nei primi anni Cinquanta, Mike Agassi aveva il desiderio misto a ossessione di rendere campione uno dei suoi figli: se con i tre fratelli maggiori di Andre l’operazione non aveva dato frutti, l’investimento sul più piccolo della famiglia è stato subito imponente. La pallina con cui familiarizzare praticamente nella culla, poi il campo da tennis costruito nel terreno di casa, allenamenti intensivi sin dall’età di quattro anni e la famosa macchina spara palle (“il Drago”) che consentiva al giovanissimo Andre di esercitarsi al ritmo di migliaia di sollecitazioni al giorno. A 14 anni, lo spedì in Florida per farlo plasmare dalle mani di Nick Bollettieri, con il quale fini poi anche a contrasto sui metodi. Le spigolosità caratteriali rimangono tema dominante. La costruzione del campione capace poi di vincere otto Slam, però, è innegabilmente riuscita.

“MOSTRO” – Se in “Open” Andre Agassi racconta la sua versione di un rapporto terribilmente conflittuale, i cui nodi si sono poi sciolti con il passare degli anni, esiste anche un controcanto. Papà Mike in “Indoor”, pubblicato nel 2004, ha raccontato attraverso la penna di Dominic Cobello la sua vicenda di emigrante clandestino che è riuscito a suo modo a costruirsi il sogno americano. Arrivando fino a Las Vegas dove ha conosciuto Elisabeth, che sarebbe diventata la mamma di Andre. Dietro, una storia (anche geopolitica) ricca di sfumature: il padre di Mike (e nonno di Andre) era un armeno benestante nato a Kiev, costretto poi dal comunismo – e dalla perdita delle risorse di famiglia – a rifugiarsi in Iran con la famiglia. Lì Mike ha scoperto la vocazione pugilistica, poi gli Stati Uniti e il tormento di provare a disegnare per i figli – alla resa dei conti, per un figlio – un futuro migliore del suo.

Rimane agli atti la narrazione del padre orco delle prime 100 pagine di Open, quell’uomo che Andre ha definito “un aggressivo di natura”, ma anche un uomo con un profilo diverso – sensibile anche alla beneficenza, ricordando l’infanzia complicata a Teheran – quando si è mosso al di fuori delle conflittualità interne alla famiglia. Un passaggio dell’intervista concessa a Emanuela Audisio per Repubblica, nel 2015, può funzionare da epitaffio: “Dietro il successo dei campioni c’è sempre un genitore. Ok sarà per la loro ambizione, magari frustrata, come la mia, che da pugile per l’Iran ho partecipato a due Olimpiadi senza vincerle, ma intravedere un destino per i figli, invece di lasciarli in balia del niente, può essere male? Connors, Evert, Seles, Capriati, Pierce, Steffi Graf, Nadal, Sharapova, le sorelle Williams: dietro c’è qualcuno della famiglia che ha spinto un’ossessione, come la chiamate voi. Questa casa ha un indirizzo: viale Agassi. Se sono un mostro, sono riuscito molto bene“.

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“Je ne m’arrêtrai jamais” sulle scarpe di Parigi. A quarant’anni continua la corsa di Serena Williams

Serena Williams compie quarant’anni, la corsa per il 24° slam continua. Ci riuscirà?

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È l’anno dei quarantenni tra gli dei dell’Olimpo del tennis ancora in attività. Dopo Roger Federer, che l’8 agosto scorso ha tagliato il traguardo degli “anta” e continua a far sognare e sospirare tutti i fan della racchetta (in visibilio nel vederlo arrivare in tribuna alla Laver Cup, seppure con le stampelle dopo la delicata operazione al ginocchio), ora tocca a Serena Williams, regina indiscussa del tennis femminile contemporaneo con 23 titoli Slam (e tanto altro ancora), che oggi spegne 40 candeline.

La cadetta delle sorelle Williams (eh sì, perché Venus di anni ne ha 41 suonati e anche lei, anche se non sappiamo ancora per quanto tempo, continua a incantare le platee mondiali del tennis) contende il titolo di tennista più vincente di tutti i tempi a Margaret Smith Court. L’ex campionessa australiana vanta 24 Slam, uno in più di Serena che non è ancora riuscita a eguagliare il suo record – traguardo che forse la consacrerebbe definitivamente come più grande campionessa del tennis femminile all time, se consideriamo tutte le altre vittorie e la longevità della sua carriera.

In fondo, però, le ‘serve’ davvero quel 24° slam per essere considera la più grande della storia? Forse no. Innanzitutto Serena detiene il record di maggior numero di Slam dell’Era Open. Certo, le altre grandi numero 1 Margaret e Steffi Graf (non dimentichiamo che la tedesca ha vinto 22 Slam e nel 1988 ha completato il Golden Slam) sono state atlete immense, ma Serena vanta una carriera lunghissima che prosegue dopo 26 anni dagli inizi (era il 1995) e durante la quale ha dimostrato più e più volte di avere non solo una marcia in più rispetto alle avversarie ma, soprattutto, una voglia di giocare, vincere e rialzarsi senza pari.

 

Nonostante i molteplici infortuni e, soprattutto, alcuni problemi gravi di salute (ha rischiato la vita nel 2011 in seguito a un’embolia polmonare), Serena Williams è sempre riuscita a riemergere dalle difficoltà e a rientrare, più forte di prima, fino a conquistare l’ultimo Slam (almeno finora) nel 2017, in Australia, all’età di 35 anni e 4 mesi, diventando la tennista più anziana a vincerne uno in Era Open. E, cosa straordinaria, quel trofeo lo ha vinto mentre era già in dolce attesa, poiché la piccola Olympia sarebbe nata appena sette mesi e mezzo dopo, il 1 settembre.

Quell’ultimo titolo arrivava due anni dopo la cocente delusione del mancato Grande Slam a New York, nel 2015, quando sembrava che niente e nessuno potesse fermarla; invece, a farla cadere fu l’abilissima mano di Roberta Vinci – che avrebbe poi disputato la storica finale tutta italiana vinta da Flavia Pennetta. Un durissimo colpo per la statunitense che, infatti, dopo la sconfitta con Roberta pose fine alla stagione 2015.

Tante vite in una per Serena Williams, da giovane campionessa travolgente, alle prime “cadute”, per poi rialzarsi, reinventarsi e risalire in vetta alle classifiche. E intanto il tempo passa, gli anni si fanno sentire e il fisico non sempre risponde al meglio alle sfide a cui viene sottoposto da giovani e rampanti stelle della racchetta. Ultimamente, Serena ha dovuto affrontare grandi delusioni sul campo – a volte causate anche da reazioni non sempre giustificate ed esemplari – come la finale persa a New York nel 2018 contro l’emergente Naomi Osaka, in cui Serena perse le staffe dopo un warning per coaching, esplodendo in una crisi di nervi francamente fuori luogo.

Eppure, Serena è sempre lì. Mamma e sposa felice, non è solo un’abilissima imprenditrice, ma anche una vera e propria star negli Stati Uniti per le sue frequenti presenze in talk show, pubblicità, spettacoli e passerelle. Testimonial di svariati brand, ora possiede una propria linea di abbigliamento e accessori. Ma non è tutto. Recentemente, per il nuovo spot della Nike, girato a Nizza, dove si trova la Academy del suo celebre Coach Patrick Mouratoglou, Serena ha lanciato la sua propria linea in seno al brand americano, la Serena Design Crew.

La cronaca recente dice che negli ultimi mesi i campi da tennis non riescono a darle le soddisfazioni desiderate: l’ultimo titolo è datato Auckland 2020, e dopo la vittoria Slam in Australia 2017 ha perso ben quatto finali nei major. Nel 2021 ha ceduto in semifinale dell’Australian Open contro Osaka; al Roland Garros con Rybakina; si è infortunata a Wimbledon e ha dato forfait a New York. In questi ultimi scampoli di carriera, tuttavia, Serena è comunque sempre grande protagonista dei palcoscenici più glamour. L’abbiamo vista infatti sfilare due settimane fa al Met Gala, anche esagerata, un po’ sfrontata ma mai banale, piaccia o meno – occasione nella quale si è lasciata fotografare anche con Maria Sharapova, una delle sue più grandi rivali (sebbene sul campo abbia vinto quasi sempre Serena). A quarant’anni, la volontà di sentirsi sempre una regina c’è eccome.

La stagione 2021 sta volgendo al termine e Serena si ripresenterà sui campi nel 2022. Pronta, nelle intenzioni di vincere ancora. L’obiettivo? Lo Slam n. 24, ovviamente. Sarà difficile. Sono tante le avversarie già affermate e quelle più giovani che si affacciano sul circuito, estremamente competitive, con tanta fame di successi. Le bellissime storie di Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono indicative del nuovo che avanza a grandi passi. E poi ci sono le altre, che non intendono smettere di brillare, come Barty, Swiatek, Kenin, Andreescu, Muguruza, Halep – per citarne solo alcune- e speriamo anche Naomi Osaka, se riuscirà a ritrovare serenità e fiducia.

Certo, sarà dura. Ma Serena ci ha abituato che, se fisicamente sta bene, può cullare ancora questo sogno. A quarant’anni? “Je ne m’arrêtrai jamais” (non mi fermerò mai) c’era scritto sulle scarpe con cui è scesa in campo a Parigi. La sfida, dunque, continua.

Alcuni dei numeri da capogiro di Serena Williams:

  • 73 titoli nel circuito
  • 25 finali
  • 23 titoli del Grande slam
  • 10 finali Slam
  • 319 settimane da n. 1 del mondo (terza dopo Steffi Graf, 377 settimane e  Martina Navratilova, 332).
  • 14 titoli Slam in doppio (tutti insieme a Venus)
  • 23 titoli in doppio
  • 1 oro olimpico in singolare
  • 3 ori olimpici in doppio

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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