Niente scherzi, Jo. Goffin dovrà confermarsi, Pliskova potrà affermarsi

Editoriali del Direttore

Niente scherzi, Jo. Goffin dovrà confermarsi, Pliskova potrà affermarsi

Tsonga vince a Rotterdam e lascia intendere di star pensando alla fine della sua carriera. Goffin in top 10, difficile potrà rimanerci a lungo. Pliskova invece promette grandi cose

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“Sono alla fine. So che non mi manca ancora molto”. Ha risposto così Jo-Wilfried Tsonga a Rotterdam, a chi gli chiedeva in che punto della propria carriera si sentisse. Lo ha fatto con il sorriso che gli è tipico, quasi scherzandoci, come se non fosse nulla di troppo grave per lui: e il suo gioco è sembrato andare di pari passo, sereno, fluido, anche quando in semifinale ha incontrato Tomas Berdych con cui era in svantaggio 3-8 nei precedenti. Un break per set e via fino all’ultimo atto, senza concedere opportunità di replica; tranquillo, leggero, tanto da limitare anche la sua tipica esultanza da pugile a fine incontro (“A volta semplicemente non la faccio”). Ha anche cercato di tranquillizzare gli animi nelle conferenze stampa successive, in cui ha segnalato che sì, lo ha detto, ma “so che ci vorrà ancora un po’. Diciamo che sono nelle ultime fasi, mi manca ancora del tempo e spero il momento arriverà più tardi possibile”. E quando arriverà, il circuito perderà un personaggio estremamente positivo, sempre disponibile e solare: mai ombroso durante le interviste, mai nervoso durante i suoi match. Anche oggi durante la finale, dopo un inizio stentato e un po’ indolente, ha ripreso la sua verve consueta, nutrendosi dell’affetto e degli incitamenti che la folla di Rotterdam gli forniva, un po’ per simpatia, un po’ per genuino desiderio di avere un incontro combattuto. In un torneo che aveva già incassato il durissimo colpo dei ritiri di Wawrinka e Nadal (rapidissimi gli addetti ai lavori a cambiare i cartelloni pubblicitari da un giorno all’altro), l’ultimo atto rischiava di diventare un monologo belga, quando Goffin si trovava a disposizione una palla break in avvio di secondo parziale, dopo aver vinto il primo. Servizio e dritto hanno cavato Tsonga dalla fossa, facendogli riprendere via via fiducia e incisività nei colpi e nel body language, riportandolo a saltellare come quell’ex campione del ring a cui somiglia. Sempre vivo, sempre attivo, sempre giustamente destinatario della stima e dell’apprezzamento di colleghi e tifosi.

Ha passato il Natale a Dubai, guardacaso in compagnia di Goffin, insieme anche a Pierre-Hugues Herbert, semifinalista sconfitto dal belga. La sincera confidenza del franco-congolese è emersa dallo splendido gesto a fine gare, quando durante i saluti verso le tribune ha indicato lo stesso David, per poi rivolgergli un applauso bonario. Lui finalista in Australia nel 2008, inchinatosi al primo trionfo down under di Djokovic, ha limitato le celebrazioni al minimo, pur girandosi verso ciascun lato del campo con una maschera di serena soddisfazione. È il suo tredicesimo alloro, il secondo in un 500 dopo Tokyo 2009 (battè Yhouzhny): spiccano i Masters 1000 vinti in Canada con Federer tre anni fa e a Parigi Bercy nel 2008, per quanto non sia mai stato il suo palmarès a fargli guadagnare il valore che ha come persona. Una personalità piacevole, alla mano anche con la stampa, assolutamente necessaria a questo mondo. Del tutto in contrasto con la timidezza di David Goffin: in una settimana in cui era riuscito a interrompere la maledizione di Rotterdam (era 0-3 in carriera, con un sonoro 0-6 0-6 inflittogli dal pensionato Nieminen nella sua prima partecipazione), l’incantesimo di Dimitrov (mai battuto nei precedenti tre incontri) e a sgretolare il muro della top 10, il belga ha fallito la missione più importante. Resta infatti aperta la striscia negativa in finale, che va avanti da ormai tre anni (sei perse consecutive, l’ultima vinta è stata Metz nel 2014, per il suo secondo titolo), così come ancora vuoto il sacco degli ATP 500 (0-39); il belga, prossimo avversario dell’Italia in Davis ad aprile (“Ci sarò”, ha perentoriamente risposto durante la settimana), potrà comunque ricordarsi di questi sette giorni disputati su ottimi livelli. Pericolosissimo con il rovescio, insidioso in risposta dove ha messo in mostra tempi di reazione impressionanti, Goffin potrebbe candidarsi a mina vagante nei prossimi tornei che contano, ma dovrà dimostrare di essere pronto anche mentalmente: “È solo un numero” ha affermato quando interrogato sull’ingresso nel gotha del ranking, ma i cali di tensione come quello in cui è incappato dopo aver vinto il primo set in finale non sono all’altezza, di quel numero. Un conto è arrivare in top 10, un altro e restarci.

Sicuramente candidata a restarci è Karolina Pliskova: la tatuata ceca si è rivelata più forte anche del maltempo che ha falcidiato il torneo di Doha, autentico caso di tempesta nel deserto. L’orario di gioco è stato continuamente stravolto, quarti e semifinali hanno visto gli archivi nello stesso giorno, e anche l’incontro decisivo è stato fortemente influenzato dal vento. A farne le spese è stata Caroline Wozniacki, che dopo la sua chiacchieratissima apparizione sull’ultimo numero di Sports Illustrated Swimsuit pare sia tornata a buoni livelli di competitività: lontane quindi le sofferenza d’amore e le discussioni (per quanto sempre dietro l’angolo) con il padre Piotr per il dominio della sua panchina, sarà interessante vedere se l’esplosività atletica dimostrata in Qatar resterà integra anche nei confronti sui palcoscenici importanti di marzo. Pliskova ha invece confermato di essere ormai nella fase ascendente del salto sul trampolino, con i suoi colpi piatti, potentissimi e apparentemente per nulla faticosi. La naturalezza del gioco di Karolina può essere un punto di forza importantissimo: l’assalto ad un titolo Slam sembra onestamente tutt’altro che impossibile, considerando l’ormai costante inconsistenza della Muguruza e l’assenza di alternative che non siano meteore.

 

A proposito di meteore: hanno vinto un torneo Ryan Harrison e Alexander Dolgopolov. Il primo, l’eterna promessa, il ragazzetto sule copertine troppo presto, schiacciato dal peso di un’etichetta troppo massiccia. Lo statunitense ha sempre convissuto con una patria eccessivamente feroce nella ricerca di nuovi protagonisti, con Andy Roddick che già era in fase calante e le ormai sottilissime ombre del ricordo di Andre Agassi e Pete Sampras. Messo sotto contratto giovanissimo dalla marca dello swoosh, come il suo conterraneo e sfortunato emulo Donald Young, non è mai stato capace di seguire il percorso che i più gli auspicavano: è però finalmente riuscito a sovvertire una carriera fatta di parole non mantenute e sogni infranti portando a casa il suo primo trofeo, a Memphis, dove proprio Roddick vinse invece il suo trentesimo torneo  (con l’ormai celebre match point in tuffo contro Raonic). In finale ha sconfitto il georgiano Basilashvili, disordinato picchiatore che con ogni probabilità non otterrà mai nulla (fu lui ad essere battuto nel match valido per il titolo da Paolo Lorenzi a Kitzbuhel lo scorso anno, quando il senese sollevò il suo primo pezzo di cristalleria). Quasi sicuramente rimarrà un acuto che al massimo potrà essere accompagnato da vittorie di pari livello. A Buenos Aires ha trionfato il desaparecido Alexander Dolgopolov: l’estro dell’ucraino ha mandato in crisi la regolarità geometrica di Kei Nishikori: curiosa la scelta del giapponese di rinunciare al duro americano per dedicarsi ai polverosi campi in rosso di Argentina e Brasile. Dolgopolov ha confermato di aver passato tre anni durissimi, quelli dall’ultima finale (persa a Rio de Janeiro contro Nadal): bello rivederlo a buoni livelli, la sua imprevedibilità è sempre stata di giovamento al circuito. Il Dolgo soffre di una particolare malattia denominata sindrome di Gilbert, che interviene sul fegato e sulla pressione sanguigna: ne consegue fatica e disturbi successivi ai lunghi viaggi (cui è costretto ad effettuare on tour), la sua dieta ne è condizionata e lamenta problemi di sonno. Queste difficoltà ne hanno chiaramente minato il rendimento, costringendolo al ruolo di comprimario altalenante. Fa sempre piacere però gioire in campo: perché un conto è arrivare al cuore degli appassionati, un altro è restarci.

 

 

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: il no a uno Slam penalizzerebbe più Djokovic o Nadal?

Lo stop dovuto al COVID-19 giova a Federer? Pete Sampras GOAT. Nuove regole del tennis al microscopio

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Come promesso, dopo la prima maxi-risposta alla domanda su come ‘scongelare’ le classifiche, ecco le risposte alle altre lettere che mi avete mandato. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


I PROSSIMI US OPEN E ROLAND GARROS RISCHIANO DI ESSERE RICORDATI COME WIMBLEDON 1973

Gent.mo direttore, lei pensa che rischiamo di avere uno US open o un Roland Garros come il Wimbledon 1973? E che accanto al nome del vincitore si metterà un asterisco? (Gianni Ferrari Milano)

 

No, non lo penso. Credo che alla fine la partecipazione sarà di primo livello. Mancherà Federer, ma è già mancato in altri Slam, dal 2016 in poi. A Wimbledon furono assenti, per lo sciopero d solidarietà a Pilic, 79 dei primi 100 tennisti del mondo. Wimbledon potè legittimamente sostenere che i “Championships” erano più importanti dei tennisti.

Quest’estate ne mancheranno, forse più a New York che a Parigi, massimo una ventina. E forse nemmeno quelli. Il 75% dei top 100 sono europei. Non ci sarà bisogno di nessun asterisco. E qualche anno dopo ci si dimenticherà perfino di chi erano e quanti erano gli assenti. Così come la gente, la pubblica opinione intendo, non ricorda davvero se un campione ha goduto di un tabellone più facile o difficile. Tutt’al più ricorda la finale. Tutti ricordano che Federer è tornato grandissimo – e a sorpresa – nel 2017 a trionfare all’Australian open battendo Nadal al quinto set (e magari qualcuno ricorda pure che Nadal era avanti nel quinto), ma se ricorda anche che Federer rivinse nel 2018 battendo Cilic, di certo non ricorda che non batté nessuno dei primi 20 del mondo prima della finale. Avrebbero potuto esserci innumerevoli assenti.

Anche se nel prossimo Slam dovesse imporsi per la prima volta un tennista che uno Slam non l’ha ancora mai vinto, dubito fortemente che la gente fra qualche anno perda tempo a sottolineare che Tizio e Caio non c’erano. Più facile tuttavia, anche in questo caso, che ciò possa accadere a New York piuttosto che a Parigi.  Del resto l’asterisco non viene messo neppure nel conto dei 24 Slam record di Margaret Court sebbene lei ne abbia vinti ben undici all’Australian Open con una concorrenza molto ma molto limitata (perché pochissime delle migliori tenniste volevano affrontare lo stress di una pesantissima trasferta australiana).


CHI CI RIMETTE FRA NADAL E DJOKOVIC A DISERTARE L’US OPEN?

Dopo le prime dichiarazioni abbastanza scettiche all’idea di affrontare il Covid-19 a New York, sembra che sia Djokovic sia Nadal siano diventati più possibilisti. Chi ci rimetterebbe di più a non andare? (Claudio Ricci Reggio Emilia)

Tutti e due. Anche quando dicono di non tenere al record degli Slam, in realtà ci tengono eccome. E le occasioni per arrotondare il bottino, con gli anni che passano, non saranno poi tante. Nadal può eguagliare Federer e vi sembra poco? Djokovic può avvicinare chi lo precede per tentare il sorpasso nel 2021. Entrambi, e soprattutto Djokovic per il suo ruolo, hanno anche la necessità di dimostrarsi solidali e non menefreghisti con gli altri tennisti. Chissà, magari alcuni di questi altri, potrebbero anche preferire che i due top player dessero forfait, ma in termini di immagine anche fra i colleghi, Djokovic e Nadal farebbero una brutta figura se decidessero di non giocare lo slam americano.

Sono curioso, piuttosto, di capire a quale dei due Masters 1000 eventualmente ciascuno di loro due rinuncerebbe nel caso arrivassero in finale (o anche in semifinale) a New York. Secondo me Nadal preferirebbe giocare a Madrid, per tanti motivi, e Djokovic invece forse a Roma. Mi sembrerebbe strano giocassero tutti e due gli Slam, tutti e tre i Masters 1000. E mentre Cincinnati serve a preparare lo US Open, invece l’accoppiata Madrid-Roma avrebbe di fatto ben poco senso. Salvo sconfitte, qua o là, nei primi turni…così da consentire recuperi più agevoli. Ma quale campione vorrebbe mettere in preventivo una sconfitta? La differenza sta nel fatto che un’assenza di uno dei due in uno Slam non porterebbe gran beneficio né all’uno né all’altro. Mentre quella di uno dei due in un Masters 1000 forse invece sì.


FEDERER È DANNEGGIATO DALLO STOP DEL CORONA VIRUS?

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Egregio Scanagatta, sono suo seguace da tantissimi anni (toscano, lettore della Nazione). Non credo che lo stop Corona-virus avvantaggi Federer (per lui anno perso, anche per l’infortunio), anziché i sue due maggiori avversari, che hanno alcuni anni di meno. Per Djoko e Nadal è molto meglio un Federer più vecchio di un anno! Va tenuto conto che a Wimbledon scorso ha vinto Djoko ma Federer ha avuto due match-point sul proprio servizio! Hai voglia di parlare della solidità mentale di Djokovic. Se uno non concretizza un rigore al novantesimo puoi anche vincere la partita, ma fai bene a non esagerare con i festeggiamenti (Antonio Moise)

Non mi pare che Djokovic abbia esagerato con i festeggiamenti. Anzi era talmente seccato di aver avuto tutto il tifo contro che ha a malapena esultato. Forse si riferiva quindi i festeggiamenti dei suoi fan. Io non conosco la gravità del problema al ginocchio di Federer. Certo se ha dovuto sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico significa che non sarebbe stato in grado di difendersi al meglio né a Parigi né a Wimbledon. E allora, fermo restando che non sarebbe certo stato favorito a Parigi, questo stop non lo ha danneggiato. Certo che l’anno prossimo avrà un anno in più, ma sperabilmente il ginocchio lo avrà sistemato. E se si dice che è meglio un asino vivo che un dottore morto, a gennaio prossimo Roger sarà vivo e non sarà certo un asino, nonostante l’incalzare dell’età. Mentre i suoi rivali potrebbero anche arrivare esausti da un finale di stagione super-stressante… quando Nadal negli ultimi anni invece si era spesso concesso una pausa. Obbligata ma pur sempre pausa.


 PETE SAMPRAS IL PIU FORTE TENNISTA DI TUTTI I TEMPI?

Caro Direttore, secondo lei, perché ci si dimentica così facilmente di Pete Sampras? Le confesso che io lo considero il più grande di tutti i tempi con una sola “macchia” che è costituita dalla partita persa contro Federer a Wimbledon (un grande rammarico, considerando il tutto a posteriori). Secondo me, bisogna ammettere che egli dominò gli anni ’90, un periodo in cui non erano solo in tre a giocare bene a tennis. Grazie e saluti (Massimo)  

È normale che i Millennials non abbiano idea di come giocava Sampras, servizio (prima come seconda), dritto, volée da vero fenomeno, uno smash infallibile e con un’ elevazione degna di Air Jordan. Poi una capacità impressionante di giocare al meglio i punti importanti. È altrettanto normale che i Millennials lo sottovalutino perché è impossibile non restare colpiti, anzi proprio impressionati, dai record pazzeschi dei top 3 di questo terzo millennio. Sampras è stato l’ultimo eroe tennistico del XX secolo. Gli americani lo chiamavano Pistol Pete per l’esplosività del suo servizio, per i missili di dritto, o anche Sweet Pete perché lui non diceva mai una cosa antipatica, non era mai polemico. Anzi semmai poteva apparire talvolta un po’ noiosino. Nel ribattere ad Agassi, il kid di Las Vegas che aveva tutt’altro carattere, Pete era capace di opporsi con un “Io lascio parlare la mia racchetta”…e una racchetta non ha mai fatto ridere nessuno. Fatto sta che Pietrino l’Antidivo – come lo chiamava Gianni Clerici – ha vinto 14 Slam quando il record di Roy Emerson, 12 Slam, pareva imbattibile e dovuto principalmente al fatto che “Emmo” li aveva conquistati approfittando del passaggio al professionismo dei migliori della sua epoca, Rosewall, Laver, Hoad, Gonzales e soci. Era un record, quello di “Emmo” che reggeva da un quarto di secolo.

Poi sono arrivati invece i 14 Slam di Pete, dal primo colto a sorpresa nel ’90 a New York da testa di serie n.12 su Agassi che era più anziano di un anno e favorito. Fino all’ultimo dei 14 Slam quando sembrava ormai in declino nel 2002 all’US open, di nuovo contro il rivale di sempre Agassi (33 ace disseminati lungo 4 set, 6-3 6-4 5-7 6-4, per raggiungere la vittoria n.20 su 34 duelli all’ultimo sangue). E in mezzo sette Wimbledon, che se non fosse stato per il fenomeno Federer che ne avrebbe vinti ben otto, chissà quanto avrebbe resistito come record. Si diceva che quello di Wimbledon fosse il suo giardino, che le chiavi dei Doherty Gates le avesse prese lui.

Quattordici Slam parevano insuperabili. Anche perché, salvo le eccezioni Rosewall e Connors, non si pensava che si potesse essere competitivi ai massimi livelli anche superati i 32-33 anni, in uno sport sempre più caratterizzato dalla potenza atletica, dalla forza fisica, dalla rapidità. E anche 286 settimane da n.1, sei anni di fila chiusi da n.1 del mondo, parevano record insuperabili, seppur raggiunti da una star… normale!

Ciò detto, però, pur essendo io un grande, grandissimo estimatore di Pete Sampras – a proposito del quale, vi preannuncio, sta per uscire a giorni un libro scritto dal mio amico Steve Flink in collaborazione proprio con Sampras – non posso fare a meno di sottolineare anche quella sua incompletezza tecnica che mi impedisce di condividere quanto scrive Massimo. Non può essere il più grande di tutti i tempi un giocatore che al Roland Garros non solo non è mai riuscito a trionfare, ma nemmeno ad arrivare in finale. E a giocare una sola semifinale, nel 1996, in 13 partecipazioni caratterizzate anche da tre eliminazioni al primo turno e da cinque al secondo. Ha vinto 64 tornei… ma sui campi rossi soltanto a Kitzbuhel (con l’aiuto dell’altitudine che faceva volare ancor di più i suoi missili di servizio) e Roma 1994, dove l’allora direttore del torneo Franco Bartoni aveva trasformati i campi di “fango rosso” che avevano favorito i “terraioli” sudamericani per anni, in campi dove la terra rossa era stata appena spruzzata e pareva di giocare sul cemento, tant’è che in finale Sampras battè Becker che aveva sconfitto in successione Stich nei quarti e Ivanisevic in semifinale. Insomma, quel torneo anomalo al Foro pareva lo si fosse giocato a Wimbledon!


LA REGOLA SUGGERITA DAL LETTORE E QUELLA DAL DIRETTORE

Caro Direttore, le scrivo sulla scia di queste nuove regole inventate da Mouratoglu per l’Ultimate Tennis Showdown. Come tanti altri appassionati, non le condivido affatto, ma forse è lecito che ci sia l’esigenza di attrarre un pubblico più giovane. Dico “forse” perché in fondo Wimbledon è il più tradizionalista dei tornei, eppure quello con più fascino; inoltre, vorrei verificare quell’indagine di mercato dove si è giunti a quell’età di 61anni citata da Mouratoglu. Comunque, (qui mi autocito perché l’avevo già scritto come commento a un recente articolo) se si volesse premiare il gioco d’attacco e fantasioso, basterebbe che il “vincente” (senza che l’avversario tocchi la palla) valga doppio – vale sia per uno smash/volée che per un passante. Da questa regola sono esclusi gli ace di servizio per non dare troppo vantaggio al servitore. A mio avviso, data la maggiore posta in palio, i giocatori rischierebbero di più e la qualità di gioco migliorerebbe senza snaturare il gioco stesso; le partite sarebbero più veloci e più spettacolari. Ovviamente, una regola del genere dovrebbe essere accettata nelle dovute sedi, ma l’implementazione sarebbe semplice e non traumatica per nessuno. Secondo lei potrebbe essere una proposta accettabile/percorribile? Che idee ha in proposito?

Cordiali saluti, Gianluca Jandelli (Bali, Indonesia)   

In breve. All’indagine di Mouratoglou secondo cui gli appassionati di tennis avrebbero mediamente 61 anni non ci credo affatto. Per me è una notizia manipolata e raccontata ad arte.

Il vincente che vale triplo assomiglia un po’ ai tre punti nel calcio che come conseguenza hanno fatto sì che il pareggio sia un risultato molto meno interessante di una volta, sia molto più di una mezza sconfitta piuttosto che una mezza vittoria. Temo che snaturerebbe un po’ il gioco: se io fossi in grossa difficoltà, anziché tentare di buttarla di là alla meno peggio – all’insegna di quanto diceva il maestro Tellarini tanto caro a Rino Tommasi: “Tirala di là, può darsi che non torni indietro” – per evitare di dare un assist a un vincente del mio avversario e di consentirgli di fare due punti, la butterei in tribuna. Credo che molte palle finirebbero in bocca agli spettatori!

Io fra tutte le regole tradizionali del tennis… ho pensato a volte che così come nel volley è stato un bene aver abolito la vecchia regola del cambio palla, forse si accrescerebbe la suspence di ogni singolo game se non fossero quasi sempre i battitori a conquistare il game. Ci sono set che terminano senza break, o magari con un solo break (un 7-5, un 6-4, anche un 6-3 se chi vince il set ha cominciato a servire per primo). Certi game, soprattutto sui campi veloci, finiscono in un baleno, a zero, a 15. Il discorso vale soprattutto per il tennis maschile, dove l’incidenza del servizio è a mio avviso eccessiva. Infatti in termini di incertezza è decisamente più imprevedibile il tennis femminile. Ogni game – salvo debite eccezioni – può essere vinto, fra le donne, da chi batte come da chi risponde. Ho pensato che il solo modo per dare incertezza a un maggior numero di game campo maschile sarebbe quello di far battere un solo servizio. I più coraggiosi, e più abili, prenderebbero ugualmente rischi con l’unico servizio e probabilmente vincerebbero il 60% dei games di battuta. I ribattitori verrebbero avvantaggiati ma non al punto di fare un break dopo l’altro. Ogni game diventerebbe più equilibrato. L’handicap agli occhi dei producer televisivi? Il fatto che le partite probabilmente durerebbero (ancora) di più.  


IL TENNIS SPORT A TEMPO PIENO È UNA BESTEMMIA!

Caro Direttore, ho letto l’intervista che ha fatto a Patrick Mouratoglou, una serie di dichiarazioni assurde, di cui voglio qui ricordare solo la perla più grande.:  “Quello che propongo è sempre tennis, ma un modo di fare tennis che si adatta al mondo in cui viviamo. Recuperando allo stesso tempo quello che rendeva il tennis eccitante negli anni ’80”. Le carte da giocare, invece, mi paiono molto più adatte a Giochi senza frontiere. Ma pensare di trasformare il tennis in uno sport a tempo, è davvero la bestemmia più colossale che si possa dire sul nostro nobile e antico sport. Chiunque abbia visto, dal vivo o in tv, una partita di tennis, se questa gli è rimasta nel cuore e nella testa per le emozioni che è riuscita a regalargli, 9 volte su 10 è una partita finita al quinto set (o al terzo per le donne), magari a oltranza, dopo almeno 3 ore di battaglia. Leggendola da molti anni, penso di sapere la sua opinione a riguardo, ma vorrei sentirla di nuovo. [Simone Frosali – Carmignano (PO)]

Io ho 10 anni più dei 61, l’età media dell’appassionato di tennis a sentire Mouratoglou. Quindi non mi piace questo UTS, non mi piacciono le carte, non mi piace il tempo pieno. Però aspetto di vedere le reazioni degli… under 30. Se a loro piacesse occorrerebbe prenderne atto e, senza arrivare alle carte, studiare cosa si debba fare per avvicinare un mondo giovanile che ci sfuggisse. 

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Editoriali del Direttore

Come ‘scongelare’ le classifiche ATP? 17 ipotesi. Mager, Garin e Rublev vittime, Fognini e Sonego fortunati?

Il tennis si interroga anche sulla proposta biennale auspicata da Nadal. Lo US Open con il “taglio” a 120 favorisce Marco Cecchinato e Paolo Lorenzi, ma non Fabbiano, Giustino e Marcora

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Lorenzo Sonego, Fabio Fognini e Simone Bolelli - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio e mi scuso del ritardo (di solito vi rispondo al venerdì)… e per aver risposto a una sola domanda, perché quella di Roberto da Siracusa sviscera un tema assai interessante che meritava una trattazione individuale. Risponderò in separata sede alle altre domande: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Ma questi punti ATP con le classifiche congelate dal 16 marzo scorso, come verranno calcolati? Come sarebbe giusto farlo? O quantomeno… meno ingiusto? (Roberto M – Siracusa)

Ti ringrazio dell’argomento proposto. Molto attuale, assai dibattuto, e noi ci eravamo già interrogati su qualche scenario quando si era ancora nel pieno caos da pandemia. Mi dicono che l’ATP abbia interpellato un team di matematici e statistici per affrontare nel modo più equo la situazione. Pare dalle loro fervide menti siano uscite ben 17 soluzioni diverse. E che alla fine siano due le attualmente prevalenti, nessuna delle quali ancora ufficializzata.

 

Sia chiaro: dopo che l’ATP ha fatto sapere che “le classifiche resteranno congelate fino a che il Tour non riprenderà, dopo di che una decisione verrà comunicata”, è difficile pensare che io possa suggerirne una più valida di quelle dei cervelloni incaricati dall’ATP. Partiamo, per ora, dalle due ipotesi ATP oggi prevalenti, ma anche dalla certezza  – difficilmente evitabile – che quale che sia il sistema alla fine prescelto (e fra le due mi sembra più equa l’ipotesi B rispetto all’ipotesi A), ci sarà sempre qualcuno più danneggiato, più vittima, di qualcun altro.

Succede praticamente sempre quando si prende una decisione “orizzontale”. Un’azienda licenzia tutti gli over 50? Chi ha 50 anni e un mese è “sfigato”, chi ne ha 49 e 11 mesi è invece fortunato.

Lo US Open decide che non si giocano le qualificazioni ma ammette i primi 120 direttamente in tabellone? Dal n.104 al n.120 (e magari 130 se ci saranno defezioni… Federico Gaio, n.130, prega perché ci siano) brindano alla fortuna di poter evitare le qualificazioni e intascare 50.000 euro sicuri con la prospettiva di poter raddoppiare. Fra questi ci sono Marco Cecchinato n.113 e Paolo Lorenzi n.121.

Dal n.130 in giù invece smoccolano tutti quelli che avrebbero avuto la chance delle qualificazioni e si devono accontentare di 15.000 dollari che l’USTA ha “devoluto” all’ATP. Fra questi Fabbiano 147, Giustino 153, Marcora 158, Giannessi 160. Loro – tocchino legno… – dovrebbero prendere almeno i 15.000 dollari. Meglio che niente, ma oltre al dispiacere di non poter giocare uno Slam e dover stare a casa a guardare la TV, c’è anche la frustrazione di non poter aspirare a guadagnare di più e magari fare un super risultato in un Major. Il che può comportare ingressi in altri tabelloni, approcci da parte di sponsor, eccetera.

Ma anche fra chi prenderà i 15.000 e chi no… ci sarà certo qualche vittima che griderà all’ingiustizia del criterio prescelto. Con le sue ragioni. Il n.222 Viola e il n.236 Moroni non prenderanno neppure i 15.000 dollari… ma dove verrà fatto il taglio? Dopo i primi 128 a partire da coloro che saranno entrato in tabellone o comunque dal n.120? Ancora non è stato detto.

Anche riguardo all’attribuzione delle wild card sono curioso di vedere come si comporterà l’USTA, se tutti i primi 120 alla fine si presentassero a New York: avete fatto caso che Anderson è n.123 del mondo, del Potro n.128, Murray n.129? In teoria se questi tre vincitori e/o finalisti di Slam, volessero giocare, e se tutti quelli che li precedono fossero presenti, loro resterebbero fuori. Salvo che venissero gratificati di una wild card – che di sicuro otterrebbero – o decidessero di fare ricorso al ranking protetto, che con buone probabilità sarà loro garantito (resta da vedere come l’ATP considererà la pausa dovuta al COVID-19).

Andy Murray – Pechino 2019 (foto via Instagram, @atptour)

LE PRIMA IPOTESI

L’ipotesi A: non appena si rigioca un torneo, scadono i punti conquistati in quel torneo. Esempi: si gioca il Roland Garros a settembre e Nadal perde i 2000 punti del Roland Garros 2019. Si rigioca l’US Open, Nadal perde i 2000 punto dell’US Open 2019 così come Berrettini ne perde 720. Ma se uno ha fatto i punti al torneo di Pune e il torneo di Pune non lo si rigioca o viene posticipato che succede? Sarebbe giusto che un Rio 2020 scadesse prima di un Montecarlo 2019? Certamente no.

Lasciamo perdere il fatto che Mager (n.79 ATP) imprecherebbe (e con lui quelli che hanno giocato e fatto punti nei primi mesi del 2020, un Garin n.18, un Rublev n.14), mentre Fognini (n.11) e Sonego (n.46) invece godrebbero, perché la loro classifica resterebbe intatta fino ad aprile per Fabio, fino a giugno per Lorenzo (campione a Antalya, torneo che verrà sostituito da Maiorca). I nomi e le situazioni che faccio rappresentano soltanto degli esempi di situazioni estreme. Ma spiegano perché si verificherebbero situazioni inique. Che sarebbero tali anche se i nomi fossero rovesciati. Si evitino, per favore, i commenti sciocchi di coloro che pensassero che nello scrivere sono condizionato dai miei rapporti con questo o quel giocatore.

LA SECONDA IPOTESI

L’ipotesi B: si considerano congelati i punti attuali. Si divide il totale dei punti per 52, quante le settimane di un anno, e poi ogni settimana si scalano progressivamente quei punti. Sempre per fare il caso Mager, che di punti ha un “tesoretto” di 771, ne dovrebbe scalare 13,6 a settimana. Per quante settimane ancora non si sa. Forse sei mesi, quanti i mesi della pausa dovuta al COVID-19. Ma se in tempi normali quel “tesoretto” gli sarebbe bastato per giocare l’Australian Open pur perdendo – teoricamente – al primo turno di ogni torneo, adesso perdendone 13,6 a settimana dal 24 di agosto, o ne conquista altri vincendo qua e là o l’impresa si rivelerà parecchio complicata. Intanto in questo articolo avevo scritto che secondo sarebbe giusto permettere ai giocatori di difendere i punti conquistati in dodici mesi ‘effettivi’ di tennis, evitando che alcuni tennisti (come Mager) abbiano a disposizione solo un finale di stagione per sfruttarli e altri (come Fognini) addirittura fino alla primavera del 2021. “c’è chi ha potuto godere dei punti conquistati per 16 mesi e chi invece soltanto per 4 o 5, scrivevo.

ALTRE IPOTESI

C’è poi chi perora la causa a lungo sostenuta da Rafa Nadal. Quella di far sì che i punti durino per un biennio. È sempre stata respinta perché avrebbe costituito un ‘tappo’ alla naturale osmosi del ranking, avrebbe favorito chi sta sopra rispetto a chi sta sotto, raddoppiando il gap. Già oggi chi sta nei primi 100 e può partecipare agli Slam ha una tale possibilità di guadagnare più punti e più soldi di chi ne sta fuori che favorire ancora maggiormente chi sta più in alto sarebbe stato iniquo. Come farebbero i vari Thiem, Tsitsipas, Zverev a recuperare il gap da Nadal e Djokovic, capaci di vincere rispettivamente tre e quattro Slam nel biennio 2018-19, che significa 6.000 e 8.000 punti in cascina per 24 mesi? A ogni livello sarebbe la stessa cosa: diventerebbero difficilissimi tutti i sorpassi. L’ATP non poteva cogliere con favore la proposta Nadal. Vero peraltro che questo blocco di sei mesi per il COVID-19 è stato eccezionale e potrebbe richiedere contromisure eccezionali.

Infine un’altra ipotesi assomiglia a quella che ho sostenuto equa, per mantenere a tutti i propri punti per 12 mesi. Siamo stati fermi da metà marzo, per sei mesi? Beh, si riprende il 14 agosto a Washington e si fa scadere la settimana di sei mesi prima, cioè quella di Indian Wells, e così via settimana dopo settimana. Una nuova comincia, una vecchia esce: per tutti. Poi però si arriverà a un momento in cui bisognerà dire stop a questo processo per riallinearsi. Ma quando? Vabbè, io ho presentato una serie di ipotesi e problematiche. I lettori dicano la loro.

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Editoriali del Direttore

Slam&ATP Tour… de force! 2 Slam e 3 Masters 1000 in 7 settimane. Ma si pensa solo ai top 120 e a… Serena Williams

Imbufaliti tutti i tennisti da 140 in giù. Il business ha prevalso. Il Masters 1000 di Cincinnati ha “fregato” le qualificazioni. Ma i diritti TV son soldi. La flessibilità dell’US open per attrarre le star

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La montagna ATP-ITF-WTA ha partorito molto più d’un topolino questa volta. Dal 23 agosto all’11 ottobre, in sette settimane ci saranno – a COVID-19 piacendo – due Slam e tre Masters 1000. Un’indigestione di eventi mai verificatasi prima. E c’è anche il torneo di Palermo che al momento gode di una posizione invidiabile: sarà il primo torneo della ripresa ufficiale del tennis, addirittura con un “buco” di una settimana dopo la sua conclusione. E con ottime chance di diventare un “Premierino” con una quindicina di top 30 – e magari tre top 10! – affamate di tennis dopo il lungo stop.

Una goduria per i tifosi a digiuno, anche se i due Slam dovessero giocarsi a ranghi ridotti per i problemi legati alle quarantene e ai timori individuali dei professionisti.

 

D’altra parte quando, a Wimbledon 1973, 79 dei primi 100 del mondo dettero forfait in segno di solidarietà a Nikki Pilic (sebbene il tennista croato non fosse neppure troppo popolare fra i suoi colleghi: “Ma fu una questione di principio…” spiega Stan Smith nella videointervista con Ubitennis), i “Championships” non ne risentirono minimamente. Così come oggi, non è che Jan Kodes, vincitore in finale su Alex Metreveli, viene discusso come vincitore di Slam. Vero, peraltro, che il tennista ceco ha vinto anche due Roland Garros consecutivi (’70-’71) e raggiunto due finali all’US Open (’71 e ’73), evitando ogni discussione su sue qualità e meriti.

Visto che lo Slam parigino si gioca quasi un mese dopo – oggi apparentemente in condizioni sanitarie meno preoccupanti di quello di New York – e considerato che il 75% dei top 100 sono europei, così come europee sono 21 delle prime 30 tenniste del ranking WTA, il Roland Garros dovrebbe poter contare su una partecipazione quasi ottimale.

Lo US Open ha, d’altro canto, il vantaggio di ospitare il Masters 1000 di Cincinnati nello stadio di Flushing Meadows. Fra soldi e punti tanta, tantissima roba, cui non sarà facile rinunciare.

Ma quanti saranno in grado di sopportare sette settimane di tennis ad altissimo livello, di cui quattro giocando tre set su cinque, attraversando l’Atlantico e vivendo in condizioni e situazioni cui non sono abituati? Il rischio di patire infortuni c’è tutto. La necessità di guadagnare finalmente dei soldini dopo un 2020 assai avaro spingerà molti tennisti a sobbarcarsi il tour de force. Ma anche alcuni a rinunciare a qualche evento.

Tutti i due Slam e i tre Masters 1000 volevano disperatamente poter organizzare i loro tornei. Pena il disastro economico. Binaghi per Roma lo ha detto più volte. Era disposto a far giocare gli Internazionali in qualunque data e in qualunque città, all’aperto, indoor, anche nella settimana di Natale se fosse stato necessario. C’è da capire lui e gli altri organizzatori.

Wimbledon si era assicurato, loro no. Ma l’All England Club è quasi una fondazione benefica, di cui gode in massima parte la LTA, la federtennis inglese. Investire una cifra compresa tra 200.000 e 700.000 euro all’anno (queste le stime del New York Times) per assicurarsi era più semplice per chi non ha il primario obiettivo di guadagnare dei soldi, e comunque di non rimetterli. Tiriac, promoter di Madrid, non li avrebbe certo investiti per tutti questi anni. Avrebbe pensato che “erano buttati”. Idem la FIT e la FFT (la federtennis francese che con gli Internazionali di Francia finanzia gran parte del suo movimento tennistico).

L’US Open ha subito annunciato l’ok entusiasta di Serena Williams e non a caso il New York Times ha aperto il suo articolo dando notizia della sua partecipazione. Dopo quattro Slam in cui Serena, al rientro dopo la maternità, ha perso altrettante finali senza vincere un set pur essendo scesa in campo da favorita – Patrick Mouratoglou nella sua intervista con Ubitennis ha spiegato perché Serena abbia fallito quei quattro appuntamenti – non c’è dubbio che la sua rincorsa ai 24 Slam di Margaret Court sarà un leit-motiv mediatico per tutta la durata del torneo, finché sarà in gara.

Avuto sentore dei dubbi espressi da Djokovic, Nadal, Halep e altri, la neo boss dell’US Open Stacey Allaster con tutto il seguito dei dirigenti americani ha subito aggiustato il tiro (raccogliendo subito il favore di Djokovic, per dirne uno): ok perché i giocatori possano portarsi dietro tre persone del team anziché una sola, come avevano invece annunciato solo pochi giorni fa. Ok uscire dalla “Bubble” (la bolla di sicurezza) e consentire ai più “ricchi e viziati” di affittare una villa nelle vicinanze di Corona Park – non a Manhattan…ma poi voglio proprio vedere chi controllerà gli spostamenti di chi volesse andarci a…ballare! – anziché accettare il confinamento nell’hotel TWA dell’aeroporto JFK.

Figurarsi se l’America non si piegava al profumo dei dollari. Se i giocatori più forti non volevano venire occorreva far ponti d’oro. E glieli hanno fatti.

Il discorso sui test e a tamponi vari, con varie frequenze, riguardo ai quali ho posto una domanda durante la conferenza stampa via Zoom mercoledì pomeriggio al consesso dell’USTA, è ancora tutto da definire con precisione. Tutti fanno appello al senso di responsabilità dei giocatori, ma poi quando si vede quel che accade nelle varie esibizioni di questi giorni… i dubbi che quel senso lo avvertano proprio tutti, beh mi restano.

Riguardo ai… molto meno forti l’US Open ha poi deciso di devolvere più di 6,6 milioni di dollari a ATP e WTA (3,3 per circuito) che potranno gestirli come vogliono, per compensare i tennisti danneggiati dall’assenza delle gare di qualificazione, per organizzare o supportare tornei challenger ATP o tornei internazionali WTA, i tornei ufficiali con i punti.

L’US Open ammetterà direttamente i primi 120 tennisti. Immagino che Paolo Lorenzi, alla notizia, avrà stappato champagne. Lui è n.121, e poiché almeno Federer sarà certamente assente a New York – oltre che a Basilea dove infatti hanno tutte le intenzioni di cancellare il torneo – Paolo è certo al 100% di entrare in tabellone. Altrimenti avrebbe dovuto fare le qualificazioni, con tutti i rischi del caso. Anche per Cecchinato, n.113, salvo che ci fossero state 9 defezioni, le qualificazioni non potevano essere escluse.

Secondo me anche Gaio, n.130, non avrà problema a figurare nel main draw. Starà probabilmente imprecando chi è più indietro, come Fabbiano che è n.147, Giustino 153, Marcora 158. Che diano forfait temendo il virus o altro in 30 e più di 30 non è proprio troppo probabile. Che una trentina di “terraioli” optino decisamente per il trittico Madrid-Roma-Parigi evitandosi la trasferta americana sul cemento anche non è probabile. Intanto meglio un uovo oggi che la gallina domani, e poi un Nadal e un top player che può arrivare alle fasi finali di New York magari sarà in difficoltà a precipitarsi subito a Madrid… ma quei giocatori che molto probabilmente pensano di perdere nella prima settimana dell’US Open andranno certamente a New York a raccogliere il grano.

Per chi era più giù del n.160 sarà dura, durissima. Dopo quattro mesi di inattività forzata, saranno tutti costretti a star ancora fermi. Il calendario dei challenger del secondo semestre è ancora per aria. E mentre in un primo momento si diceva che anche a dicembre sarebbe stato possibile giocare tennis agonistico, le ultime notizie dicono invece che non lo è più. In teoria il circuito cadetto dovrebbe ripartire dal 14 agosto… durante Washington. Forse a Orlando potrebbe essere organizzato un torneo da 150.000 dollari…

E comunque anche i challenger sono e saranno così pochi che chi è classificato più giù del 180° posto probabilmente non riuscirà nemmeno a entrare prima del “taglio”. A parte il fatto che solo chi li vince guadagna soldini interessanti: qualificarsi per uno Slam significa invece prendere 50.000 euro, e passare un turno 100.000 (mediamente). E poi vuoi mettere la diversa soddisfazione? Insomma, chi è n.200 si attacca al tram.

Illya Marchenko, numero 200 del mondo

L’ATP aveva due opzioni, in teoria, dopo che l’USTA ha fatto capire che l’US open sarebbe andato avanti per la sua strada, ma senza la forza finanziaria per reggere un mese di apertura per il Masters 1000 di Cincinnati trasferito a New York, una settimana di qualificazioni, le due settimane dello Slam.

Il business ha vinto, come era praticamente scontato, anche se ai 400 giocatori dell’ATP nella riunione di mercoledì scorso si è “finto” di avere in piedi due opzioni: una è l’opzione che ha prevalso. L’altra (finta) era quella che si rinunciava al Masters 1000 di Cincinnati e si giocavano le qualificazioni come sempre a Flushing. La prima soluzione significava far giocare sempre gli stessi 100 primi della classe. La seconda far giocare anche quelli che vanno da 104 a 200 e passa.

L’ATP ha deciso per la prima perché far vedere un Masters 1000 in più significa diritti TV, sponsor, soldi. Le qualificazioni rappresentano soprattutto spese e proventi inesistenti. È bastato poi che alcuni dei primi 100 (Shapovalov fra gli altri) dicesse: “Ma noi come facciamo a esordire subito in un tre su cinque?” perché l’ATP prendesse la palla al balzo, fregandosene – di fatto – dei tennisti non compresi fra i primi 120 ammessi direttamente all’US open. Ok, l’US Open ha messo sul piatto i 3,3 milioni per ciascuno dei due circuiti, ma chissà con quali criteri verranno distribuiti e a chi.

C’è anche il sistema dei punti che è tutt’altro che ben calibrato e funzionante. Viene aspramente contestato. Sarebbe giusto consentire a ciascuno di “difendere” i punti lungo l’arco di 12 mesi – e il difenderli significa poter entrare nei tabelloni dei tornei per 12 mesi, quindi proteggere le proprie entrate. Invece c’è chi, come Mager (è solo un esempio, ce ne sono altri), li ha fatti nel mese di febbraio ma non avrà altro che settembre, ottobre, novembre e gennaio per “sfruttarli” mentre magari un Fognini (è un altro esempio del tutto casuale, credetemi) che li ha fatti a Montecarlo 2019, ha avuto sette mesi del 2019 con quei punti e quella classifica (teste di serie e posizioni in tabellone incluse) e li mantiene anche per i cinque mesi finali del 2020 nonché per i primi quattro del 2021. Insomma, e ora ho preso due estremi, c’è chi ha potuto godere dei punti conquistati per 16 mesi e chi invece soltanto per 4 o 5. Ancora, peraltro, non è detto che questo sia il sistema finale con il quale i punti verranno “congelati” e “sfreezzati”.

Concludo dicendo che il Masters 1000 di Parigi Bercy, 1-8 novembre si dovrebbe svolgere regolarmente, a 20 giorni dalla conclusione del Roland Garros, con più o meno gli stessi protagonisti. I soldi vanno sempre dove sono i soldi. È una vecchia storia. Nella vita mai smentita.

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