David Ferrer: "Accetto il nuovo me, non mi butterò da un ponte"

Interviste

David Ferrer: “Accetto il nuovo me, non mi butterò da un ponte”

Le parole mature e serene dello spagnolo, sconfitto al primo incontro dell’ATP 500 di Barcellona e sempre più declinante per tennis e risultati

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L’anno dei vecchietti, il 2017. Sì, ma non di tutti: ce ne sono alcuni che non ce la fanno a stare al passo, né a quello dei giovani né a quello dei loro coetanei improvvisamente ringalluzziti. Uno di quelli che non sembra aver trovato la strada per la fontana della giovinezza è David Ferrer. Eterno gregario, sempre relegato al ruolo di scudiero nel decennio lungo di Rafael Nadal, il tennista di Javea non vince un incontro ormai dagli Australian Open.

Sconfitto al secondo turno di Barcellona da Kevin Anderson (aveva ricevuto bye per il primo) “Ferru” è stato perlomeno dispensato dai reporter di casa dalle solite domande su Nadal, che ritornano quasi insolenti in ogni conferenza stampa, quasi che ognuno degli altri iberici fosse prima una fonte, un insider, un portavoce del mancino di Manacor e soltanto dopo un tennista a sé. Ferrer si è presentato ai microfoni sorridente di una pace un po’ rassegnata, libero di parlare – come ha poi fatto – del proprio stato fisico, del tennis e delle aspettative che ha oppure non ha sui prossimi mesi della propria carriera.

“Le sensazioni sono quelle che sono, stando così le cose non potevo fare di più” ha esordito, commentando il 3-6 4-6 da poco più di un’ora che lo ha eliminato dall’ATP 500 catalano. “Non so se una vittoria potrebbe cambiare la dinamica attuale o darmi più fiducia nel mio gioco, davvero non lo so. Penso di essere migliorato rispetto alla gira sudamericana o a Miami, e anche se non era difficile preferisco pensare a questo lato positivo.” Non ce ne sono molti altri, del resto: il valenciano è al momento alla posizione numero 32 del ranking, e a un mese dall’inizio del Roland Garros la sua testa di serie è a rischio per la prima volta in 12 anni.

 

Il tennis di Ferrer è sempre stato basato sulla resistenza e sull’agonismo fisico, ed è ovvio che lui più di altri paghi il prezzo dei tanti anni passati a faticare. “Non posso più allenarmi come un tempo, fisicamente non recupero come allora e per questo intendo provare cose diverse. Ho lavorato in un certo modo per tutta la vita, e negli ultimi anni è andata peggio. Mi allenerò in modo diverso per non sottomettermi a un carico fisico eccessivo, non posso correre per i problemi ai tendini né utilizzare la stessa potenza.” Nessuna ulteriore specifica, per ora, sui nuovi metodi di allenamento ai quali si dedicherà insieme a coach Paco Fogues, con lui dal 2014.

C’è quindi una volontà di proseguire, almeno qualche anno ancora. Senza esagerare: “Non intendo pensare molto in là, ma nemmeno a buttarmi sotto un ponte. Ho avuto una carriera molto buona nel tennis. Sono stato sempre molto regolare, non ho mai avuto un infortunio così grave e un calo così grave nel ranking come negli ultimi due anni (la scorsa stagione è stata la prima dal 2004 in cui Ferrer non ha raggiunto una finale ATP, ndr). Sono cose normali dopo una carriera come la mia. Semplicemente ora accetto il nuovo David, anche se intendo provare a cambiarlo.”

“Personalmente sto bene, non ho problemi né frustrazione. Prima mi costava di più, ma ora no. Gioco per me stesso, non per dimostrare qualcosa a qualcuno né per ottenere riconoscimenti, se non quelli di me stesso e della mia famiglia.” La terra rossa ha ancora un mese per David Ferrer. Se dovesse essere lui la favola della primavera, non sarà immeritata.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Hewitt: “Siamo gli underdog e mi è sempre piaciuto esserlo. L’Italia contro gli USA è stata eccezionale”

Sconsolato Cilic dopo la sconfitta con De Minaur: “Avevo ancora un po’ di scorie del match contro Carreno”. Capitan Hewitt si gode i suoi ragazzi: “Orgoglioso di tutti”

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Lleyton Hewitt – Davis Cup by Rakuten Finals 2022 (Photo by Pedro Salado/ Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Quanti avrebbero pronosticato una vittoria dell’Australia contro la Croazia prima dell’inizio della sfida? Forse in pochi ma alla fine dopo il doppio conclusivo sono gli australiani a raggiungere la finale. I primi a mettere piede in sala stampa invece sono i croati, capitanati da Vedran Martic e Marin Cilic, oltre naturalmente anche Ante Pavic e Nikola Mektic.

Nikola, Ante, il fatto di giocare contro Thompson e Purcell vi ha destabilizzato? Oggi il match è stato dominato dai servizi con poche chance di break. Che ne pensate?
[PAVIC/MEKTIC] No, alla fine ci aspettavamo che giocassero loro; è stato un match tirato; effettivamente in risposta si è giocato poco; in alcuni game ci siamo andati vicino, ma alla fine non ce l’abbiamo fatta. Alla fine nel terzo set hanno azzeccato un paio di buone risposte e hanno portato a casa il break decisivo. Forse sono stati un po’ fortunati in alcune circostanze ma dobbiamo congratularci con loro.

Poi è stato il turno di Cilic, sconfitto con un doppio 6-2 da de Minaur. Marin, ci puoi raccontare qualcosa del tuo match? E adesso che per quest’anno la vostra corsa è finita ci puoi dare qualche riflessione sul fatto che la Croazia in questi anni ha fatto benissimo?

 

[CILIC] Sì, oggi è stata veramente dura; giocare contro Alex non è mai facile, è una sfida mentale e fisica. Avevo ancora un po’ di scorie del match dell’altro giorno contro Carreno (maratona di 3 set finita al tie break del terzo) e non sono riuscito a fare in campo quello che avrei voluto. In ogni caso credito ad Alex che ha giocato un match molto solido. Parlando poi del nostro percorso in Davis in questi anni sono molto felice di giocare in questa squadra, c’è un’ottima atmosfera fra di noi. Anche quest’anno siamo arrivati fino alle semifinali che comunque è un gran risultato. Borna ha giocato dei grandi match, sia qua che a Bologna. In generale siamo orgogliosi di quanto abbiamo fatto in questi anni

Con tutt’altro piglio si sono presentati in sala stampa gli australiani, guidati dal loro comandante in capo Lleyton Hewitt, il cui carisma evidentemente non si discute.

LLeyton ci puoi descrivere come ti senti in questo momento?
[HEWITT] Semplicemente orgoglioso. Di tutta la squadra, i giocatori, gli sparring partner, il team che ci segue, tutti quanti. Sono tutti ragazzi che fanno dei sacrifici e li voglio ringraziare. Siamo arrivati qua da sfavoriti (underdog) e questa è una posizione che mi è sempre piaciuta, anche da giocatore.

Lleyton ci puoi spiegare coma mai hai fatto il cambio in corsa?
[HEWITT] E’ stata una cosa decisa sul momento; Ebden aveva un problema alla caviglia e così abbiamo dovuto trovare un piano B. Thompson aveva già giocato in precedenza in doppio e per questo mi ha dato fiducia, e Purcell è diventato il leader della coppia e lo ha fatto splendidamente. I ragazzi hanno dimostrato di avere un’ottima chimica.

Jordan (Thompson) eri scontento per non giocare il doppio?
[THOMPSON] No, io faccio tutto quello che mi viene chiesto. e aver giocato il doppio decisivo e averlo vinto è un’emozione indescrivibile. Con Max (Purcell) abbiamo giocato assieme quando lui era più giovane a Sydney e si stava formando come giocatore. è incredibile che siamo qua ora.

Lleyton, quale team fra Italia e Canada ha mostrato più cuore e più voglia di vincere? Ci puoi dire qualcosa su questi due team?
[HEWITT] Non ho visto granché dei loro match ad essere onesto, mi sono concentrato sulla mia parte di tabellone. Ovviamente domani guarderò le partite e vedremo chi vincerà, in ogni caso sarà durissima perché sono due grandi team. Più in concreto l’Italia contro gli Stati Uniti ha fatto qualcosa di eccezionale (hell of an effort) e stanno giocando con grande passione e determinazione. Il Canada invece ha dei grandi giocatori, e hanno una potenza di fuoco incredibile. E il loro doppio lo conosciamo, perché nel 2019 ci abbiamo giocato contro e abbiamo perso.

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Coppa Davis

Coppa Davis, De Minaur sempre più leader dell’Australia: “Sono sceso in campo per compiere la mia missione”

Il demone australiano rivela anche qual è stata la motivazione in più a spingerlo nel match vinto contro Marin Cilic: “Avevo grande voglia di vendicarmi della sconfitta subita lo scorso anno a Torino”

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Alex de Minaur – Davis Cup Finals 2022 (foto: Roberto dell'Olivo)

Alex De Minaur doveva regolare alcuni conti, nel secondo singolare della semifinale della parte bassa delle Davis Cup Finals By Rakuten 2022, risalenti esattamente ad un anno fa. Correva infatti il 25 novembre 2021 e nel teatro del PalaAlpitour di Torino, il demone australiano veniva sconfitto da Marin Cilic per 6-1 5-7-6-4 nella sfida tra i numeri uno di Australia e Croazia. Quel KO sancì la fine del tie a favore dei balcanici, che si erano intascati anche il primo rubber grazie al successo di Borna Gojo su Alexei Popyrin. Poiché si trattava della fase a gironi, con solamente la prima di ogni raggruppamento che si qualificava per i quarti di finale, ogni singolo punto diventava determinante ai fini della qualificazione. Per cui a punteggio acquisito Alex scese in campo al fianco di John Peers venendo battuto nettamente con lo score di 6-3 6-1 dalla collaudata coppia Mektic/Pavic. Lo scontro perso al cospetto della compagine croata si rivelò effettivamente decisivo per porre fine ai sogni di gloria di Hewitt e dei suoi ragazzi, visto che a nulla servì il successo per 2-1 sull’Ungheria dopo la sonora debacle della prima giornata di gare.

Ma perché, direte voi, stiamo riavvolgendo il nastro: un semplice desiderio di vendetta per una sconfitta che valse un’eliminazione precoce. No, c’è molto di più: il figlioccio di Lleyton oramai da diversi anni – anche per via della dipartita dai massimi livelli del Tour, almeno fino a quest’anno, di Nick Kyrgios – ha assunto stabilmente il ruolo di prima punta dell’Australia nelle competizioni a squadre. E pur avendo ancora 23 anni, dopo un’esplosione precoce, sembra abbia raggiunto la maturità necessaria per ricoprire quello status di leadership che serve per poter essere l’ancora di salvezza del gruppo e il punto di riferimento in ogni situazione, specialmente – come nella sfida odierna – quando si ritrova con le spalle al muro non potendo permettersi di sbagliare.

Ebbene dopo l’investitura del suo capitano, giunta nella conferenza stampa post successo sull’Olanda, anche l’ultima maledizione è stata spezzata. Difatti, in seguito alla celeberrima sconfitta torinese contro il campione dello US Open 2014, De Minaur ha giocato ben 7 match di singolare in Coppa Davis vincendone altrettanti. E se ciò non bastasse, andando a spulciare anche i risultati nella manifestazione, precedenti al match con Cilic del 2021: ci sono da sommare altri quattro successi. Nonostante poi sia pur vero che molte di queste affermazioni sono arrivate contro avversari non proprio irresistibili, è stato comunque in grado di ottenere scalpi come quello contro Shapovalov nel quarti del 2019 – l’anno in cui il Canada si sarebbe spinto sino in finale -.

 

Quindi 11 vittorie nelle ultime 12 partite disputate in Davis, sostanzialmente si può riassumere con: da quando è stato introdotto il nuovo format quattro anni fa, è praticamente imbattuto in singolare salvo il famoso match contro il gigante buono dei Balcani. Escludendo quel KO, per trovarne un altro – sempre per quanto riguarda i match di singolare – bisogna ritornare al Play Off del 2018: battuto in quattro set da Thiem prima, e da Novak poi.

D: Alex [De Minaur], come ti sei sentito ad affrontare questa partita? Tutta la pressione era su di te. Dovevi necessariamente vincere, altrimenti saresti stati eliminati

Alex De Minaur: “Sì, hai perfettamente ragione. E’ stato proprio così. Per fortuna avevo già vissuto in passato un paio di esperienze di questo tipo, mi era già capitato di trovarmi in questa posizione in Coppa Davis. Una posizione scomoda, in cui sei con le spalle al muro e devi per forza trovare un varco per fare breccia nel gioco avversario; se vuoi continuare a tenere vive le speranze della tua squadra. La chiave per poter affrontare nel migliore dei modi questa situazione è cercare di dare tutto in ogni singolo punto del match. Ero pienamente consapevole di quale fosse il mio compito, una volta terminato l’incontro di Thanasi [Kokkiankis, ndr] ed appurato che fossimo in svantaggio. Il mio obbiettivo era quello di tenerci in vita, darci ancora una possibilità. Sono riuscito a farlo e ne sono molto felice. Faccio sempre tutto ciò che mi è possibile, tutto ciò che è in mio possesso per il bene del mio Paese”.

D: Quanto sei rimasto impressionato dal livello del tuo gioco? Anche considerando che i tuoi scontri diretti contro Marin [Cilic, ndr] recitassero, prima di oggi, un bilancio negativo per te (2-1 in favore del croato). È la prima volta che riesci a batterlo in due set, nell’unica precedente occasione in cui lo avevi sconfitto, infatti, l’incontro era stato molto lottato e deciso al set finale.

Alex De Minaur: “Si è vero. In realtà io oggi avevo una gran voglia di vendicare la mia sconfitta contro di lui dello scorso anno in Coppa Davis a Torino, visto che a parte quella sono praticamente imbattuto in singolare nelle ultime tre edizioni della competizione. Era qualcosa che mi continua a ronzare in testa, ed è stata quindi ulteriore fonte di motivazione. Volevo cancellare quel KO. Perciò, sono sceso sul campo per compiere la mia missione, e sono riuscito ad esprimere un grande tennis dando così alla mia squadra, ai miei compagni e all’Australia; un’altra possibilità per combattere”.

D: Congratulazioni per la vittoria, Alex [De Minaur, ndr]. Volevo soffermarmi su un aspetto in particolare, ovvero sia il fatto che Marin sia stato l’unico giocatore a batterti in Coppa Davis nei match di singolare in questi ultimi anni.  Come ti sei preparato, nello specifico, per affrontare questo match dal sapore speciale per te qualora ovviamente tu fossi riuscito a vincerlo? Infine volevo avere da parte tua un’ultima considerazione, quali sono le tue sensazioni per il doppio che di fatto sarò uno spareggio per decidere chi dei due team staccherà il biglietto per la finale?

Alex De Minaur: “Ha centrato la situazione su tutta la linea, il vantaggio per me è stato quello di conoscere molto bene Marin [Cilic, ndr] e le sue caratteristiche tecniche. È un tennista davvero ostico da affrontare, quando lui è in forma è veramente un inferno dover giocare un match contro di lui. E’ un veterano del nostro sport, un tennista capace di realizzare imprese incredibili nella sua carriera. Sapevo perfettamente cosa avrei dovuto aspettarmi dalla partita e quale sarebbe stato il piano tattico che lui avrebbe attuato, ed ero assolutamente conscio che non sarebbe stato per nulla facile. Avevo preparato la sfida, sapendo di dover mettere sul campo tutta l’intensità che potevo esprimere, rimanendo però sempre costantemente solido. Ma allo stesso tempo, dovevo far sì che questo non provocasse come effetto collaterale la perdita di aggressività. Anzi, non potevo permettermi minimamente di lasciare a lui l’iniziativa. Dunque, avevo il mio piano di gioco: sono stato in grado di metterlo in campo permettendomi di giocare molto bene. Quindi direi che abbia funzionato. Ora però abbiamo il doppio, e dobbiamo concentrarci su quello. Credo che siano i croati, coloro che abbiano tutto da perdere. Possono contare su una delle migliori coppie di doppio del mondo. Noi, non dobbiamo fare altro che andare là fuori e vincere. Ho un’immensa fiducia nei miei compagni di squadra, e so che faranno tutto ciò che è in loro potere per ottenere la vittoria e il passaggio del turno. Questo è ciò che questa squadra incarna, con il nostro motto che recita: ‘mai dire mai, fino alla morte’, il nostro atteggiamento lo rispecchia alla perfezione”.

D: È una delle partite, tra quelle vinte, più veloci che ricordi di aver mai giocato?

Alex De Minaur: “No, non credo. Non penso sia una delle partite più rapide di sempre, tra quelle vinte in carriera. Ma al di là di questo, ciò che per me è importante è che sono stato capace di fornire una grande prestazione esprimendo un ottimo tennis. Perché alla fine, tornando al tema della durata, anche se appunto il tempo può ingannare in realtà nel corso del match ci sono stati diversi games lunghi che si sono decisi ai vantaggi. Sono stato molto bravo in quei frangenti, a mantenere intatta la mia compostezza in campo anche quando non riuscivo a portare a casa quei punti delicati. Ha dovuto lottare in un sacco di circostanze, perché il game si prolungava ad oltranza. Continuavo a ripetermi che dovevo solamente rimanere attaccato ad ogni momento, che non avrei dovuto mollare mai, neanche un singolo punto. Mi dicevo che se avessi continuato a giocare nei turni di risposta come stavo facendo, senza calare un attimo né in termini di tenuta mentale né in quelli di natura tecnica, il match sarebbe venuto nella mia direzione”.

D: Di tutte le tue vittorie conquistate in Coppa Davis, e che hai ottenuto in sequenza, in questo arco di tempo; la ritieni la migliore che tu abbia giocato? Credo che tu abbia commesso soltanto tre errori gratuiti in tutto il primo set. È la tua migliore performance?

Alex De Minaur: “Penso che se l’analizziamo e la prendiamo in considerazione dal punto di vista del punteggio e della situazione emotiva a cui ho dovuto far fronte, probabilmente sì; lo è. Ripeto, quello che ho detto prima: ho avuto un paio di situazioni ambientali simili a quella odierna nella mia carriera in Davis, due grandi momenti dove sono stato con le spalle al muro. Significa che devi andare oltre i tuoi limiti e mettere tutto sul campo, facendo tutto quello che puoi per tenere in corsa il team. Conosco perfettamente qual è il mio ruolo in questa squadra. Il mio compito è quello di essere il giocatore duro, quello che deve e vuole ottenere quelle vittorie dure. Mi sono calato in questa parte già da un bel po’, e sono molto contento di questo oltre che estremamente orgoglioso di me stesso”.

D: Proprio su quest’ultima tua riflessione, preferisci vincere quelli partite che domini praticamente dal primo gioco fino alla fine; oppure un dramma sportivo incredibile, come quello dell’altro giorno contro Van De Zandschulp, contraddistinto da un sali e scendi?

Alex De Minaur: “Al 100% preferisco di gran lunga vincere come oggi. Voglio dire, è assolutamente bello, entusiasmante e decisamente stimolante giocare delle grandi battaglie agonistiche da più di tre ore l’una. Tuttavia, dammi la possibilità di poter vincere 6-0, 6-0, 6-0 ogni singolo giorno della settimana. Perché ciò significherebbe poter riposare e recuperare al meglio, senza così che il fisico e la mente debbano accelerare il processo di recupero ed incontrare ulteriore problemi e fatica. Ora però pensiamo al doppio, e speriamo che i ragazzi possano portarlo casa”.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Berrettini: “A casa avrei sofferto troppo. Ecco come aiuto la squadra”

MALAGA – Per Matteo oggi ottimo allenamento, il miglior da un po’ di tempo a questa parte, ma siamo ancora lontani dalla forma migliore. Le sue parole con i media italiani

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dal nostro inviato a Malaga

Dopo la grande giornata di ieri oggi abbiamo avuto il piacere di incontrare Matteo Berrettini, per una chiacchierata con la stampa; i principali temi di discussione sono stati il suo stato psicofisico (in netto miglioramento), l’atmosfera che si respira in squadra e le prospettive in vista del Canada.

Come è stata presa la decisione di essere qua a Malaga?

 

Berrettini: “Devo dire che l’anno scorso dopo che mi sono fatto male a Torino mi sono ricordato di quanto mi sia dispiaciuto non aver potuto giocare contro gli Stati Uniti. Quella volta le partite me le sono guardate da casa, ma mi ricordo che soffrivo troppo dal divano; già allora ho pensato che se malauguratamente mi fosse capitata una cosa del genere un’altra volta, mi sarebbe piaciuto stare assieme ai ragazzi. Devo dire che è stata dura però: dopo Napoli (quando Matteo si è infortunato al piede) ero fiducioso; pensavo di saltare Vienna e poi di recuperare per Bercy e la Davis. Purtroppo il recupero andava a rilento e quando ho capito che non c’era niente da fare ho sentito il dovere di comunicare la mia impossibilità a partecipare. Certo è stata una bella botta, ma era la cosa giusta. Poi ho ripensato a quanto ho sofferto a casa l’anno prima e con un po’ di ritrosia ho chiesto a Filo (Filippo Volandri il capitano della squadra di Davis) se potevo aggregarmi, se per lui era un problema insomma. E Filippo al contrario è stato ben felice di accogliermi a braccia aperte, così ho preso il primo volo che ho trovato per Malaga da Roma…peccato solo che mi son dovuto svegliare alle 5 del mattino… (anche i campioni viaggiano low cost, era un Vueling delle 6.50). Ma eccomi qua”.

Quale contributo pensi di poter dare alla squadra?

Berrettini: “Beh ovviamente in primo luogo vengo a fare il tifo e a sostenere i ragazzi. Poi cerco di dare anche qualche indicazione ai ragazzi. Ad esempio con gli USA, avendo giocato varie volte contro Paul, Tiafoe e Fritz ho dato qualche suggerimento. Per dirne una, Paul avevo notato che aveva certi pattern al servizio e li ho condivisi con la squadra. Poi c’è un discorso più ampio: quando con Filippo (Volandri) abbiamo cominciato questo percorso lui ha messo in chiaro che il suo obiettivo prima di tutto era costruire un gruppo, uno spirito di squadra. E penso che la mia presenza oggi si inserisca in questo disegno più ampio. Il nostro è uno sport individuale e siamo portati a pensare a noi stessi e a stare con i nostri team. Per certi versi è un cambio di paradigma, però è una cosa che arricchisce e devo dire che adesso abbiamo un bel gruppo giovane con tanti ragazzi che potranno far parte della squadra per parecchi anni. Io pure all’anagrafe sono ancora giovane e spero di continuare per parecchi anni, anche se quando vado a fare le risonanze a volte c’è da mettersi le mani nei capelli”.

A livello di gruppo ci puoi raccontare qualche aneddoto?

Berrettini: “Allora vediamo un po’… la musica di sottofondo la sceglie Musetti, praticamente vive con la musica sempre accesa. E poi io non so come fa… è un 2002 e ascolta la musica degli anni ’70, ascolta certe cose che manco conoscevo…Come socializazione gli altri sono fissati con un gioco di carte che si chiama sequence mi pare… per il resto non abbiamo un vero inno, forse una canzone che gli altri mettono per scaramanzia è “notte prima degli esami”, che sarebbe in tema…Però grossi riti scaramantici non ne abbiamo, a parte quello di sederci sempre negli stessi posti sugli spalti”.

Come si batte il Canada?

Berrettini: “Ieri con gli USA abbiamo dimostrato di essere più squadra. Non importa la classifica, la stanchezza. In campo i ragazzi hanno messo il cuore, al di la della tattica e della tecnica. Sonego ieri ha dimostrato tutto quello che può fare. E Musetti ha fatto una gran partita con Fritz. Con il Canada sarà una sfida difficile. Partono favoriti e sarà complicato, ma noi siamo pronti. Io mi sento come un leone in gabbia però sono contento di stare qua. Ovviamente io vorrei giocare in tutti i modi, anche su una gamba sola, ma per me l’importante è cercare di dare il mio contributo in tutti i modi. E questa è una cosa che mi porto dietro dai tempi della Serie C”.

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