Ritratti: verso Roma, dove tutto iniziò per Adriano Panatta

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Ritratti: verso Roma, dove tutto iniziò per Adriano Panatta

Racconti sul giocatore italiano più amato di sempre

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Adriano Panatta al Roland Garros 1976

Roma: domenica 30 maggio 1976
Parigi: domenica 13 giugno 1976
Santiago del Cile: domenica 19 dicembre 1976

Cosa hanno in comune queste 3 domeniche oltre che esser domenica e dell’anno 1976? È accaduto che in queste tre date, in queste tre domeniche dello stesso anno, il 1976, un giovane sollevasse al cielo 3 tra i trofei più ambiti del tennis. Non era mai accaduto ad un italiano. L’Italia seppe ricambiare e ne impazzì. Il tennis smise di diventare uno sport elitario per raggiungere una popolarità che forse solo il calcio. Il nome di quel giovane è Adriano, il cognome Panatta e viene da Roma e a Roma inizia la sua storia.

Uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente ha in lui. È un destino riservato a pochi. Il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più. Incarnava in pieno l’estetica del bel bravo ragazzo di quegli anni, estetica a metà tra un boss della banda della Magliana e il loro ostentato sfarzo e un attore dei fotoromanzi, con quel loro sguardo e le loro chiome. Ma lontano da entrambi. Era romano, “core de roma”, ma quel romano che piace anche al resto d’Italia, a metà tra l’Albertone Nazionale e il suo esser medio e il Commissario Nico Giraldi e il suo essere estremo. Ma lontano da entrambi. Adriano e Rosaria. La coppia più bella del mondo. Come Celentano e la Mori. Ma lontano da entrambi.

 

Adriano Panatta fu il primo sportivo non calciatore in Italia a divenire una pop star. In TV, su tutti i giornali, qualsiasi cosa facesse, dal giro in off shore al giocare a calcio, alla serata in discoteca o alla domenica al mare, di Adriano se ne parlava. Un suo infortunio a un dito durante una partita di calcio divenne argomento di discussione nazionale più dell’austerity e delle targhe alterne di qualche anno prima. Si parlava di lui per qualsiasi cosa. Non c’era bambino che impugnasse una racchetta in quegli anni che non cercasse di giocare lo schema attacco in back di rovescio, discesa a rete e volée alta sempre di rovescio, la, allora, “Veronica”, marchio DOC registrato. Lo sguardo concentrato di Adriano quando serviva divenne lo sguardo di tutti coloro i quali si apprestavano alla “battuta”, come si soleva chiamare il servizio in quegli anni.

I bambini nei campi da tennis avevano per la maggior parte il caschetto “Panatta” e tutte le scarpe erano modello “Panatta”, finché non sopraggiunse l’abbigliamento “Borg”, con le sue maglie, tute, calzini, scarpe e la sua fascia dei capelli ancora ininterrottamente in produzione da 40 anni, dei cult del design capaci di rivaleggiare con gli “aviator” occhiali da sole. Adriano Panatta e la sua nemesi Bjorn Borg, per anni sono stati lo jing e lo jang per gli appassionati di tennis della metà degli anni ’70. Bipolarismo estetico, di stile, di personalità. Robot imperturbabile di ghiaccio lo svedese, altalenante e imprevedibile l’italiano. Borg in campo seppe vincere molto di più, ma le uniche due sconfitte di Borg al Roland Garros, gli sono state inferte da Adriano Panatta. La storia di Davide contro Golia che si ripete.

Il Foro Italico di quegli anni, quando in campo c’era Panatta, rivaleggiava per frastuono, tifo e passione con gli stadi di calcio. Si lanciavano monetine, si disturbava l’avversario. Lo si insultava. Il tifo calcistico in uno stadio di tennis. Quanto lontano era il Central Court di Wimbledon, quanto vicino lo stadio Olimpico. Gli spalti dell’allora Campo Centrale, ancora riecheggiano di “Alé Adriaaaaaanoooo” come le conchiglie il rumore del mare. Ad Adriano Panatta ancora non hanno intitolato uno stadio del tennis, un trofeo o quant’altro, ma Adriano Panatta per il tennis in Italia è mitologia. Andrebbero cantate, le sue gesta, da un Omero dei giorni nostri, il suo tennis dalle multiformi soluzioni e le sconfitte che addusse agli avversari al di là della rete. Adriano Panatta, che rubò la fiamma del tennis agli Dei e con questa accese il fuoco della passione negli uomini,

Adriano Panatta, dicono gli anziani, sia stato il secondo tennista italiano più forte di tutti i tempi, dopo Nicola Pietrangeli. Il più forte non lo sapremo mai, il più amato senza dubbio. Adriano non era mai favorito fino in fondo quando era in campo, ma tutti sapevano poteva vincere contro chiunque, ci speravano e spesso accadeva e spesso quando serviva. Adriano non era una certezza matematica, ma alla fine sapevi che quando doveva esserci, lui malgrado tutto, c’era. Adriano sapevi che si sarebbe stancato presto, crollato fisicamente, ma le sue partite finivano spesso in maratona. Barazzutti negli anni dopo il magico 1976, dava probabilmente più garanzie, ma la speranza di vittoria, di tutti era nella racchetta di Adriano Panatta e nelle opere d’arte che essa partoriva. Singolare, doppio, non importava. Tutto passava da lì. L’amore che la gente aveva per Adriano era talmente forte che Adriano si clonò e venne fuori un fratello, che ne ripercorreva l’estetica e le movenze. Ma il carisma non si clona e così Claudio fu sempre Panattino, mentre di Panatta ne restò sempre e solo uno.

Adriano Panatta nel 1976 vinse Roma, Parigi e Coppa Davis. Vinse altri importanti tornei, forse meno di quelli che il suo talento avrebbe meritato. Adriano, tutto sommato, probabilmente vinse il giusto. Altre finali di Davis lo avrebbero visto protagonista non più come giocatore, ma come Capitano, alla guida di una squadra che aveva come armi il turbo rovescio di Paolino Canè e un diritto tra i più definitivi che la storia del tennis ricordi, quello di Omar Camporese, tennista con le stimmate del Campione ed il fisico fragile di uno studente universitario la mattina degli esami. Il tennis di Panatta incantava perché era fantasia, tocco, talento, eleganza. Genio. La tradizione italica del Barocco portata in campo. Adriano anche volendolo non riusciva a compiere un solo gesto, che non fosse di un incantevole garbo, eleganza e grazia. Adriano con la racchetta ci danzava. Barazzutti era il suo opposto, tutta tigna, sgobbare e sudore ed anche per questo quella squadra di Davis era formidabile.

Una volta fuori dal campo, Panatta passò in cabina di commento e le sue cronache in coppia con Bisteccone Galeazzi, furono seconde solo a quelle del duo Clerici/Tommasi. Poi un po’ alla volta di Adriano si son disperse, per quanto possibile, le tracce. Un po’ di politica, un po’ di mondanità qua e là. Tennis poco, il solito lavoro di “Accademia” di chi è stato Campione. Peccato. Panatta dovrebbe essere il volto del tennis in Italia finché esisterà l’Italia e finché esisterà il tennis. La foto di lui che guarda concentrato il cielo mentre si appresta a lanciare la palla sopra la sua testa per servire, con i capelli che scendono lungo il collo, con quella maglia rossa ma in foto in bianco e nero, dovrebbe essere all’ingresso di ogni club house di un circolo. Dovrebbe star lì a ricordare e insegnare che se il tennis in Italia è amato, ed è uno degli sport più seguiti è perché le nostre nonne e nonni, le nostre madri e padri, i nostri fratelli grandi e qualcuno di noi piccoli, videro un ragazzo che in pochi mesi, in tre diverse domeniche dello stesso anno, sollevò in mondovisione tre delle coppe più importanti ed ambite di questo sport. Il suo nome era Adriano Panatta e veniva da Roma. E da Roma è iniziata la nostra storia.

Fede Torre

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Slittano i Campionati Italiani Assoluti di Todi… aspettando Berrettini?

Il torneo slitta di una settimana, un po’ per fare spazio alle qualificazioni e un po’ per aspettare Berrettini (e forse Fognini). Ci saranno Caruso e Gaio, davanti a 150 spettatori (alla volta)

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

L’idea di resuscitare gli Assoluti facendoli disputare a Todi dal 22 giugno – la data è slittata di una settimana e vi dirò perché – è senz’altro buona. E penso che sarà pure organizzata meglio, vista l’esperienza che ha in materia Marcello Marchesini con le sue figlie gemelle che mandano avanti la MEF, di quanto abbiano mostrato gli americani nel lanciare il torneo sotto egida UTR (Universal Tennis Rating) di West Palm Beach, cioè quello vinto da Opelka, prima di quello femminile con protagoniste Anisimova, Collins, Tomljanovic e Riske. Chi li ha visti ha provato una gran tristezza.

Anche Djokovic con Tipsarevic sembra intenzionato a organizzare una serie di eventi lungo quattro weekend (fra Belgrado e altre località adriatiche) nel mese di giugno dopo esser riuscito a convincere Thiem, Dimitrov e probabilmente altri tennisti delle regioni balcaniche a prender parte all’AdriaCup (strano non aver trovato uno sponsor… quando sei il n.1 del mondo non dovrebbe essere troppo difficile. Se invece lo chiamasse “Not too bad“?).

Se in Umbria, regione fra le meno colpite dal Coronavirus, si potessero rivedere intanto alcuni degli otto top-100 italiani – e poi magari anche qualche europeo, la settimana successiva a Perugia, dove però Marchesini cercherà quasi certamente di privilegiare la partecipazione italiana – gli appassionati sarebbero certamente contenti.

 

Certamente Supertennis trasmetterà l’evento, ma chissà che non sia interessato a farlo anche SKY. Trattative sono in corso.

Todi può contare su cinque campi. Gli ingressi saranno controllati e al momento l’idea è quella di far prenotare agli spettatori un singolo match alla volta. In modo da non avere più di 150 spettatori alla volta, ma di consentire una rotazione fra gli interessati.

Il tabellone maschile avrà 32 giocatori, mentre quello femminile sarà da 16. Per le qualificazioni maschili non si è ancora deciso se saranno aperte a 32 o a 48 tennisti. Lo si dovrebbe decidere. Da lunedì 22 a giovedì 25 si potrebbero giocare sei match maschili sul centrale, venerdì i quattro quarti di finale, sabato le due semifinali e domenica la finale. Le partite del singolare femminile si giocherebbero sul Grand Stand (perché si debba usare questa terminologia inglese per battezzare i nostri campi non lo capisco e condivido, ma d’altra parte ormai l’inglese ha invaso tutto e di più e se ne fa un baffo dell’Accademia della Crusca).

Lo slittamento al 22, dalla data originariamente prevista, potrebbe essere stato dettato da molteplici motivi. Il più importante è forse che fino al 14 giugno non si dovrebbero poter giocare eventi sportivi, e allora non sarebbe stato possibile far disputare le qualificazioni, che invece da sabato 20, con svolgimento domenica e lunedì, non costituiscono un problema potendo disporre di 5 campi.

Ma forse, premesso che più in là si va nel calendario e più si avranno certezze sull’evoluzione positiva o negativa del virus (usare questi aggettivi, positivo e negativo, è diventato sempre più a rischio di equivoci, come ben sa chi ha assistito all’ultimo exploit comunicazionale di Trump) potrebbe avere inciso sullo slittamento di data anche il desiderio di favorire il ritorno di Matteo Berrettini, che stando all’ultima intervista rilasciata a ‘Repubblica‘ ha in programma di rimane in Florida ancora tre settimane. In tale circostanza, dovessero aggiungersi le due settimane di quarantena, sarebbe impossibile vederlo in campo a Todi.

Rimane incerta anche la presenza di Fabio Fognini. Il ligure ha aderito al torneo ideato da Mouratoglou a Nizza che dovrebbe svolgersi, dopo un primo slittamento dal 16 maggio, a partire dal 13 giugno. Del resto la sua presenza non era stata assicurata contrariamente a quanto era stato annunciato un po’ avventurosamente: papà Fognini, che non regge nemmeno un cece, come si dice a Firenze, era stato subito prontissimo a far sapere che non gli risultava – seguito a stretto giro dal figlio.

Ovviamente ora Todi e FIT dovranno aspettare il beneplacito del Governo e del ministro Spadafora, che ultimamente ha allentato parecchio le briglie (vedi calcio). Se il torneo si disputerà, mentre Salvatore Caruso e Federico Gaio fanno già sapere che ci saranno tramite l’ufficio stampa del torneo, si sa per certo che invece non ci saranno né raccattapalle né giudici di linea. Chissà come si ritroveranno gli arbitri a dover giudicare sulle righe più lontane, dopo essere stati viziati per tanti anni. Dovranno dimostrarsi più bravi del solito. I tennisti dovranno dar loro una mano. L’occhio di Falco a Todi (ma nemmeno al Roland Garros) non c’è.

Ma è evidente che più numerosi saranno i migliori italiani compresi fra i top 100 – sono otto – e maggior richiamo eserciterà il torneo. Per il pubblico e anche per i media.

Jannik Sinner, numero 4 d’Italia (Marsiglia 2020 – foto Cristina Criswald)

UN PO’ DI STORIA – Consentitemi, e scusatemi, un inciso personale per degli Assoluti che verranno nuovamente giocati in Umbria dopo tanti anni. A Perugia, tanti anni fa, direi il 1973 (o il 1972?), è legato il ricordo di un paio di vittorie su altrettanti prima categoria (direi Paolo Bodo e Beppe Pozzi, ma del primo non sono sicurissimo) e di una dignitosa sconfitta con Corrado Barazzutti (ottavi?) con il quale persi 7-5 6-2 7-5 dopo aver condotto per 5-2 sia nel primo sia nel terzo set. Che rabbia! Non mi era apparso imbattibile, anche se il punto lo faceva più spesso lui e sarebbe arrivato in finale contro Panatta. Una parte di quel match, che io decisi di giocare serve&volley perché da fondocampo a Corrado non avrei mai fatto il punto, fu addirittura teletrasmesso dalla RAI e alla fine ricordo che fui intervistato da Guido Oddo – che fu telecronista assieme a Galeazzi: evidentemente in Rai non sapevano cosa altro far vedere!

In doppio invece insieme a Maurizio Bonaiti, in coppia con il quale avevamo vinto i campionati italiani di seconda categoria e per questo eravamo stati ammessi a giocare quelli di prima, perdemmo dal duo Maioli-Marzano che quell’anno – se era il ’73… – giocarono a Mosca per l’Italia in Coppa Davis. Il rimpianto fu ancora maggiore che per il singolare: perdemmo 11-19 al quarto set dopo aver mancato mille occasioni per arrivare al quinto, ma con la convinzione di poter vincere se fossimo approdato al set decisivo. Mentre contro Barazzutti non mi sarei mai illuso. 

REGOLE E BIGLIETTI – Riprendo a parlare di cose più serie: il nostro Alessandro Stella ha intervistato Lorenzo Musetti (l’articolo completo verrà pubblicato nei prossimi giorni) che si sta allenando intensamente a La Spezia con Alessandro Giannessi, ed è emerso che Musetti non ha ricevuto comunicazioni ufficiali dall’organizzazione del torneo. Immaginando che il criterio di partecipazione sia il ranking, il 18enne di Carrara avrebbe con ogni probabilità diritto a partecipare – è il 21° italiano in ordine di classifica, ma ci ha spiegato che valuterà con il suo allenatore Simone Tartarini se partecipare o meno quando avrà notizie più certe.

Il costo dei biglietti? Non è una priorità, direi. Non credo che Marchesini ci faccia affidamento. Semmai potrebbe essere il rapporto eventuale con SKY, a costituire una pezza importante al bilancio di un organizzatore che quest’anno ha visto saltare tutti i suoi sei challenger e non può sapere come andrà a finire con le Final Four (altro inglesismo, dopo play-off e play out) del campionato di Serie A.

Dove saranno alloggiati i giocatori? Presumibilmente in un hotel i tennisti e in un altro le tenniste (accompagnate al massimo da una sola persona, come sembra aver richiesto la WTA per i tornei del suo circuito, Palermo incluso…se si farà). Per i giornalisti non sono ancora state fissate le date per inoltrare le richieste d’accredito.  

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Nicola Pietrangeli: contratto sospeso e “neppure lo straccio di una telefonata”

Il due volte campione del Roland Garros risentito con la FIT dopo il taglio dello stipendio. “Dal tennis ho ricevuto molta fama ma pochi soldi”

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Fognini e Pietrangeli (premiazione) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sono tempi di tagli. Le casse dei tornei e delle federazioni (non tutte, certo) non sono esattamente traboccanti di denaro. Restando all’interno dei nostri confini, oltre ai dipendenti della FIT finiti in cassa integrazione, ne stanno facendo le spese alcuni collaboratori; tra questi c’è Nicola Pietrangeli, classe 1933 e terzo giocatore del mondo nel 1959 e 1960.

La telefonata con cui il presidente della Federtennis Angelo Binaghi gli comunicava la sospensione dei rapporti con i collaboratori esterni a causa dell’emergenza legata al COVID-19 era arrivata lo scorso 10 marzo. Dopo essersi limitato a prendere atto della decisione “ascoltando in silenzio”, Pietrangeli scopre che le sospensioni non riguardano tutti e già in aprile lamentava, “certo, pensavo valesse per tutte le federazioni e non solo per la FIT”. Un mese più tardi, intervistato dal Corriere della Sera, l’umore di Nicola pare decisamente cambiato: “L’ho presa malissimo, come chiunque quando gli tolgono tutto lo stipendio da un giorno all’altro”. Tiene a precisare che “non mi coprivano d’oro, sia chiaro: era una retribuzione dignitosa per uno della mia età”, ma soprattutto che è “un brutto colpo” dal punto di vista economico. Ricordando che, vincendo il Roland Garros, ha intascato 150 dollari, spiega che il tennis mi ha dato tanta fama e pochi soldi”.

Quello però che fa più male all'(ex-)ambasciatore del tennis italiano, è non aver più ricevuto uno straccio di telefonata”, nonostante conosca Binaghi da quando era bambino. L’ultima goccia riguarda gli Assoluti Italiani, manifestazione rispolverata dopo 15 anni che si terrà a Todi dal 15 giugno, periodo che – paradossalmente vista l’assenza di tennis – sembra coincidere con altri impegni dei due migliori tennisti azzurri. Non mi hanno neppure invitato” tuona Pietrangeli. “Avrebbero fatto una figura migliore se ci avessero detto: siete anziani [si riferisce anche a Lea Pericoli], il vostro momento è passato continua, assicurando comunque che la sua risposta al trattamento subito non contempla una causa legale (il mancato rinnovo del contratto, che scade a giugno, deve essere comunicato con sei mesi di anticipo). Al limite, quando si giocheranno gli Internazionali, cambierà posto: “Anziché andare in tribuna Fit, andrò in quella Coni. Ho la tessera”. Leggero e micidiale.

 

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Berrettini a Call-azione: “Gioco a tennis per sentirmi vivo”

Raggiunto in Florida dalla videochiamata di Federico Ferrero e Simone Eterno, il n.8 ATP risponde alla domanda che nessuno gli ha mai fatto e parla della sua passione per la pallina gialla, della situazione del tour ai tempi del lockdown e dell’ottimo italiano di… Ajla Tomljanovic

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Matteo Berrettini (foto Twitter @RioOpenOficial)

Non volete sapere quante interviste ho fatto durante il confinamento, davvero non volete”. Scherza un Matteo Berrettini di ottimo umore ospite della nuova puntata di Call-azione, la saga di interviste a sfondo tennistico ideata da Eurosport e condotta da Simone Eterno e Federico Ferrero. Del resto la calma obbligata che aleggia nel tour, solitamente una centrifuga che lascia poco spazio alle riflessioni, consente qualche approfondimento extra, e il numero otto ATP si è volentieri prestato a una chiacchierata di mezz’oretta utile a toccare molti punti dello scibile tennistico e non solo.

Se avessi una risposta meravigliosa per una domanda che nessuno ti ha mai fatto,” attacca citando Santa Maradona Simone Eterno, “la fatidica domanda quale sarebbe?”. Matteo, sentimentalmente, risponde che a memoria a nessuno è mai venuto in mente di chiedergli quale significato abbia per lui quella benedetta pallina gialla, che in superficie è sport, è lavoro, e nel profondo è tutto. “Ma non per ciò che si prova dopo una vittoria importante o dopo un colpo vincente,” specifica il nostro numero uno, “proprio il fatto stesso e semplice di colpire la palla, anche dal centro del campo senza pressione. È una cosa intima, forse di più. Il tennis è entrato in me mentre crescevo, perché mi aiutava a sentirmi meglio in relazione ai problemi che ognuno di noi ha là fuori, nella vita di tutti i giorni. Poi prende a circolare nel sistema, e nei momenti in cui mi chiedo chi me lo faccia fare di sottopormi ai sacrifici a cui da una vita mi sottopongo, la risposta arriva con naturalezza: appena mi devo fermare, sia colpa di un infortunio oppure del Coronavirus, mi accorgo che pagherei oro per fare due palleggi con chiunque, in qualsiasi situazione, e se vedo qualcun altro con una racchetta in mano mentre io non posso giocare, rosico. C’è chi, come Ajla (Tomljanovic, la sua ragazza, tennista professionista lei pure, NdR), non ne sente il richiamo lontano dall’agonismo, dalla competizione. Certo i tornei e le vittorie sono importanti, ma a me piace giocare, più di ogni altra cosa, in qualsiasi contesto. È stato così durante la semifinale a Flushing Meadows ed era così da ragazzino quando giocavo con mio fratello su un campaccio in mateco fino a rompermi le gambe. Spero di aver reso l’idea.”

Esaustivo e corretto, proprio come l’italiano di Ajla, con cui Matteo sta passando in Florida il confinamento. “Comunichiamo in inglese, ma la sua propensione per le lingue è straordinaria. Ogni tanto si perde nel ginepraio dei nostri mille tempi verbali e si imbestialisce, ma il suo livello è pazzesco, ed è pure pericoloso: non posso più fare alcun commento azzardato o seccato perché mi capisce! Diciamo che a ruoli invertiti i risultati sono leggermente peggiori.”

 

In Florida, Matteo avrebbe dovuto partecipare all’ormai celeberrima esibizione di West Palm Beach, “ma le mie solidissime caviglie hanno deciso di rompersi di nuovo, anche se ho già ripreso ad allenarmi,” e dalla Florida osserva le vicende politiche del tennis in quarantena e le prospettive per il futuro prossimo, invero piuttosto fosche. “Non ho ricevuto comunicazioni ufficiali, ma le voci che girano non sono per nulla incoraggianti. Si ha la sensazione che per quest’anno non si giochi più e forse sarebbe giusto così. Competere senza spettatori, magari in posti diversi rispetto a quelli storici (si riferisce all’ipotesi US Open in California, NdR) non avrebbe molto senso. Poi se me lo chiedessero aderirei, ma le sensazioni non sarebbero comparabili. Meglio aspettare sette mesi e ripartire in Australia, ‘a cannone.’ “

Resta da sbrogliare l’annosa matassa riguardante la situazione dei tennisti di non primissimo piano e non corposissimi guadagni, costretti senza stipendio e presumibilmente in gran parte sprovvisti di fondi-materasso messi da parte nel tempo. Di recente il numero tre del mondo Dominic Thiem si è detto contrario alla creazione di un fondo a favore dei colleghi di bassa classifica finanziato dalle stelle luminose del circuito, faccenda che ha scatenato un vespaio di polemiche e un’accorata lettera dell’algerina Ines Ibbou indirizzata contro Dominator, reo di voler distruggere il suo sogno e di chi, come lei, ancora combatte nelle retrovie per un posto al sole. Dietro alle reazioni d’istinto si nasconde comunque una faccenda complessa, e Berrettini non si lascia scappare l’occasione per un’interessante riflessione da “dietro le quinte”. “Tutto ruota attorno all’annosa questione su chi sia professionista e chi no. Fintanto che ci sarà una zona grigia il problema non potrà essere risolto. Io non discuto su chi possa essere definito tale o meno, ma se taluno lo è merita di guadagnare dal proprio mestiere. La situazione di molti giocatori non può essere lasciata in mano al buon cuore dei colleghi, perché le pur commoventi donazioni non dovrebbero essere il modo di tenere in piedi un sistema. Tra di noi esiste una chat, e l’idea del fondo è circolata. Nessuno ha imposto nulla, però: Djokovic ha lanciato la proposta e tanto di cappello a lui, ma se qualcuno tra noi al posto di finanziare i colleghi preferisse fare una donazione a un ospedale o incentivare con un contributo un’azienda che produce mascherine sarebbe parimenti rispettato da tutti.

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