Roland Garros Story: dal decennio australiano all'era Borg

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Roland Garros Story: dal decennio australiano all’era Borg

Il “decennio australiano”, i trionfi di Rod Laver, Ken Rosewall, Roy Emerson, Tony Roche. Le imprese infinite di Bjorn Borg, le sfide con Vilas, i successi di Adriano Panatta e Yannick Noah. L’immensa rivalità tra Chris Evert e Martina Navratilova

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Roland Garros Story, prima parte: i quattro Moschettieri e la Divina Suzanne

Dopo essersi aggiudicato l’edizione del 1959, diventando il primo italiano a vincere un torneo dello Slam, Nicola Pietrangeli bissò il successo l’anno seguente battendo il cileno Luis Ayala, già finalista a Parigi nel 1958 e campione agli Internazionali d’Italia nel 1959. Per Pietrangeli, che partiva come testa di serie numero 6, la finale del 1960 fu il secondo e ultimo acuto in un Major. Fu un match equilibrato, Ayala si aggiudicò il primo e il quarto parziale, Pietrangeli però, che aveva vinto il secondo e il terzo set, riuscì ad imporsi nel parziale decisivo con il punteggio di 6-3.

Complessivamente gli anni 60 furono il decennio d’oro dei tennisti australiani, che nel singolare maschile si imposero in ben sette occasioni. Rod Laver vinse le edizioni del 1962 e del 1969, battendo rispettivamente Roy Emerson, in cinque combattutissimi set, e Ken Rosewall. Roy Emerson trionfò, invece, nel 1963 e nel 1967 rispettivamente contro Pierre Darmon e Tony Roche. Ken Rosewall si impose nel 1968 in una splendida finale contro Laver, testa di serie numero 1. Per Rosewall si trattava del secondo trionfo al Roland Garros dopo quello del 1953 contro l’americano Vic Seixas. Ai successi di Laver, Emerson e Rosewall si aggiunse l’acuto di Fred Stolle nel 1965 che, in quattro set, ebbe la meglio sul connazionale Tony Roche. Quest’ultimo avrebbe poi alzato il trofeo dei Moschettieri l’anno seguente battendo in finale l’ungherese István Gulyás. Negli anni 60 bisogna poi segnalare i due trionfi di Manolo Santana, nel 1961 e nel 1964. In entrambe le occasioni lo sconfitto in finale fu Nicola Pietrangeli. Santana avrebbe poi vinto anche lo US Open nel 1965 e il torneo di Wimbledon nel 1966.

 

Anche in campo femminile gli anni 60 furono all’insegna del tennis australiano. La pluricampionessa Slam Margaret Court si aggiudicò ben 5 edizioni (1962, 1964, 1969, 1970, 1973), superando in finale tenniste del calibro di Lesley Turner, Maria Bueno, Ann Haydon Jones, Helga Niessen e una giovane Chris Evert. Altre tenniste australiane vincenti in quegli anni furono Lesley Turner, campionessa nel 1963 e nel 1965, che disputò anche due finali all’Australian Open (nel 1964 e nel 1967) e Evonne Goolagong, vincitrice nel 1971 del suo primo torneo dello Slam. La Goolagong si sarebbe poi aggiudicata, nello stesso anno, anche il torneo di Wimbledon.

Tra gli uomini il nuovo decennio si aprì con due acuti dell’inatteso tennista ceco Jan Kodeš. Bravo e fortunato nell’approfittare del declino degli australiani, Kodeš da numero 7 del seeding vinse l’edizione del 1970 battendo, con il netto punteggio di 6-2, 6-4, 6-0, il tennista jugoslavo Željko Franulović, vincitore del torneo di Montecarlo. Kodeš riuscì poi a ripetersi anche l’anno seguente superando in finale la testa di serie numero 3, Ilie Nastase.

Il 1974 fu l’anno della svolta, l’inizio di una nuova era. Un diciottenne svedese dal fisico atletico, che aveva da poco vinto gli Internazionali d’Italia, mise a segno il primo acuto, il primo di tanti, che lo avrebbero condotto ben presto nell’Olimpo dei più grandi di sempre: la leggenda di Bjorn Borg poteva avere inizio. Lo svedese si presentava al Roland Garros come uno dei favoriti della vigilia, almeno per la classifica e per il rendimento stagionale. Aveva già vinto quattro tornei, tra cui gli Internazionali d’Italia, ed era accreditato della testa di serie numero 3. Non tutti però pensavano che il giovane svedese potesse reggere sulla lunga distanza contro tennisti ben più esperti come Ilie Nastase, Manuel Orantes, Jan Kodeš, Arthur Ashe. Come tutti i grandi campioni però, Borg riuscì a sorprendere tutti e si aggiudicò per la prima volta in carriera la Coppa dei Moschettieri. La finale contro Orantes fu una maratona. Lo spagnolo vinse i primi due parziali. La fatica però accumulata nel secondo set, vinto per 7-6, si rivelò decisiva. I successivi tre set furono un dominio assoluto di Borg che chiuse con il punteggio finale di 2-6, 6-7, 6-0, 6-1, 6-1.

L’Orso si sarebbe aggiudicato anche le edizioni del 1975 e 1978, in entrambe le occasioni contro Guillermo Vilas, l’altro grande campione che contendeva allo svedese il primato di maestro della terra battuta. Vilas avrebbe poi vinto meritatamente il torneo nel 1977 superando in finale l’americano Brian Gottfried, testa di serie numero 5. Gli anni dal 1979 al 1981 furono ancora all’insegna di Borg: sconfitti in finale rispettivamente Victor Pecci, Vitas Gerulaitis e Ivan Lendl. Il trionfo del 1981 contro Lendl fu l’ultimo titolo del campione svedese in un Major. Dopo aver perso le finali a Wimbledon e allo US Open contro McEnroe, l’undici volte campione Slam disse basta e si ritirò a soli 26 anni.

I record di Borg sono mostruosi: 63 tornei ATP, 11 tornei dello Slam vinti su 27 disputati, 89,8% la percentuale di match vinti negli Slam, unico giocatore ad aver centrato per tre anni consecutivi l’accoppiata Roland Garros-Wimbledon. Al Roland Garros vanta poi un bilancio di 49 match vinti e soli 2 persi.

L’unico tennista capace di battere Bjorn Borg al Roland Garros fu Adriano Panatta, vincitore della memorabile edizione del 1976. Panatta prima batté Borg nei quarti di finale, poi superò Eddie Dibbs in semifinale, e in finale ebbe la meglio su Harold Salomon in quattro set. Il campione romano, che aveva superato Borg anche nell’edizione del 1973, quando però lo svedese aveva soli diciassette anni, divenne il secondo tennista italiano dopo Nicola Pietrangeli ad aggiudicarsi un torneo dello Slam. Probabilmente nessun tennista fu capace di mettere così tanto in difficoltà Borg, su terra battuta, quanto Adriano Panatta. L’italiano vinse 6 dei 15 scontri diretti con lo svedese, imponendosi in cinque occasioni sul rosso.

Il tennis femminile negli anni 70-80 vide una delle più grandi rivalità, forse la più grande, della storia del tennis: quella tra Chris Evert e Martina Navratilova. Due campionesse assolute, rivali in campo, amiche fuori capaci di dar vita a battaglie leggendarie sui campi di tutto il mondo. Complessivamente nella loro lunghissima carriera si affrontarono 80 volte, con un bilancio leggermente favorevole alla Navratilova (43 vittorie a 37). Molto interessante fu l’andamento dei loro confronti diretti con la Navratilova che di solito prevaleva sulle superfici rapide, in particolar modo sull’erba, mentre la Evert su quelle più lente. La Evert ebbe la meglio soprattutto tra il 1973 e il 1982, la Navratilova negli anni successivi. Chris, che era avanti negli scontri diretti sino al 1984, subì però, tra il 1982 e il 1983, una pesante serie di 13 sconfitte consecutive per mano della rivale. Proprio la Navratilova è stata l’avversaria che più volte è riuscita a sconfiggere la Evert, così come, d’altra parte, la Evert è stata la tennista che ha inflitto il maggior numero di sconfitte alla Navratilova.

Al Roland Garros le due campionesse si affrontarono quattro volte in finale: la Evert ne vinse tre (1975, 1985, 1986), mentre la Navratilova si aggiudicò l’edizione del 1984. In totale i titoli di Chris Evert a Parigi furono 7, record assoluto nel singolare femminile. La Navratilova, che vinse “solo” 2 volte il torneo di singolare, trionfò però 7 volte in doppio e 5 in doppio misto. Numeri incredibili che rendono l’idea di quanto abbiano dominato nel circuito in quegli anni.

Se nel tennis femminile gli anni 80 furono caratterizzati dalla rivalità tra Martina Navratilova e Chris Evert, e poi dall’avvento di Steffi Graf, che proprio contro Martina avrebbe vinto il suo primo Slam, tra gli uomini con il ritiro di Borg si aprì una nuova fase. Un altro svedese, Mats Wilander, con il suo tennis particolarmente adatto ai campi parigini, si impose nel 1982 battendo Guillermo Vilas, protagonista di tante battaglie con Borg. Per Wilander fu il primo trionfo in un torneo dello Slam. Lo svedese avrebbe poi vinto anche le edizioni del 1985 contro Ivan Lendl e del 1988 contro Henry Leconte. Due volte Wilander uscì sconfitto dalla finale: nel 1987 contro lo stesso Lendl e nel 1983 contro Yannick Noah. Proprio Noah, autore della memorabile impresa del 1983, ad oggi è l’ultimo tennista francese ad aver vinto un torneo dello Slam.

Nella terza e ultima parte: dalle sfide Graf-Seles ai trionfi di Nadal

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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