Roland Garros Story: dalle sfide Graf-Seles ai trionfi di Nadal

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Roland Garros Story: dalle sfide Graf-Seles ai trionfi di Nadal

L’alba della rivalità tra Steffi e Monica. Il trionfo degli specialisti del rosso: Bruguera, Muster, Kuerten, Gaudio. Per campioni come Sampras, Becker, Edberg, Parigi rimase un tabù. Per altri come Federer e Djokovic, un obiettivo raggiunto dopo tante delusioni

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Roland Garros Story, prima parte: i quattro Moschettieri e la Divina Suzanne

Roland Garros Story, seconda parte: dal “decennio australiano” all’era Borg

Sul finire degli anni 80, con il lento declino di Martina Navratilova e Chris Evert, una nuova campionessa si affacciava al grande tennis. Dotata di un dritto eccezionale, che le valse il soprannome di “Miss Dritto”, e di un rovescio in slice velenoso su tutte le superfici, Steffi Graf divenne ben presto l’icona della nuova generazione. Potente, veloce, solida da fondo campo, abile nel gioco di rete: la Graf era il prototipo della tennista perfetta. Quando giocava al meglio delle sue possibilità era quasi imbattibile su tutte le superfici.

 

Nel 1987, all’età di soli 18 anni, raggiunse la finale al Roland Garros, la sua prima in un torneo dello Slam, proprio contro Martina Navratilova, in quello che appariva ormai come uno scontro generazionale. La Graf si presentava a quella edizione del Roland Garros come seconda testa di serie e soprattutto con la consapevolezza di poter battere chiunque. Qualche mese prima aveva dominato il torneo di Miami, concedendo solo venti giochi e battendo nettamente, con una facilità disarmante, prima Martina Navratilova in semifinale (6-3, 6-2) e poi Chris Evert in finale (6-1, 6-2). I tornei dello Slam però sono un’altra cosa. Dovrebbe prevalere la maggiore esperienza, la maggiore attitudine a giocare match importanti. Almeno così pensavano in molti. Quel giorno però la Graf era intenzionata a sovvertire il pronostico. Ne venne fuori una battaglia intensa, tre set combattuti fino all’ultimo scambio. La Graf si aggiudicò il primo parziale, la Navratilova il secondo. Nel terzo set con un’impressionante freddezza la tedesca conquistò il break nel momento decisivo e chiuse con il punteggio di 8-6. Nel tennis femminile era nata una nuova stella.

Il 1988 fu l’anno del Grande Slam. La tedesca vinse i quattro Major: all’Australian Open batté Chris Evert, al Roland Garros inflisse un imbarazzante 6-0, 6-0 a Natasha Zvereva, a Wimbledon e allo US Open superò rispettivamente Martina Navratilova e Gabriela Sabatini. A soli 19 anni la Graf aveva già vinto cinque tornei dello Slam. Complessivamente al Roland Garros disputò altre sette finali vincendone quattro, quella del 1993 contro Mary Joe Fernandez, quelle del 1995 e 1996 contro Arantxa Sanchez e poi nel 1999 contro Martina Hingis. Quest’ultimo sarebbe stato anche il suo ultimo trionfo in un torneo dello Slam.

Le due più grandi delusioni per la Graf al Roland Garros furono le finali perse nel 1990 e nel 1992 contro Monica Seles, la sua grande rivale, la tennista che più di tutte la metteva in difficoltà facendola giocare costantemente sotto pressione. La super campionessa tedesca che tra il 1988 e il 1989 aveva vinto un totale di 158 partite e perse 5, nel 1990 venne sconfitta due volte nello stesso mese dalla sedicenne Seles, compresa la finale del Roland Garros. La tennista invincibile aveva trovato la sua nemesi. Le certezze che aveva acquisito in due anni di puro dominio iniziarono a sgretolarsi. Nell’edizione del 1992 si ritrovarono nuovamente in finale, di nuova avversarie, l’una contro l’altra. Quella giornata che doveva essere il momento della rivincita per Steffi si trasformò in un nuovo trionfo per Monica Seles.

In campo maschile gli anni 90 e i primi anni 2000 videro tanti specialisti della terra battuta trionfare al Roland Garros: da Andrés Gómez campione nel 1990, a Gustavo Kuerten vincitore di tre edizioni (1997, 2000, 2001), passando per Thomas Muster e gli spagnoli Sergi Bruguera, Carlos Moya e Juan Carlos Ferrero. Chi non riuscì mai a vincere il Roland Garros fu Pete Sampras. Vincitore di 14 tornei dello Slam, il campionissimo americano, nonostante il successo agli Internazionali d’Italia nel 1994, faceva molta fatica ad esprimere il suo miglior tennis sul rosso. Il suo miglior Roland Garros fu l’edizione 1996 quando arrivò sino alla semifinale, dove fu sconfitto dal futuro vincitore del torneo, il russo Evgenij Kafelnikov.

Se Sampras non vinse mai il torneo, il suo grande rivale, Andre Agassi disputò tre finali perdendone due: nel 1990 contro Gómez e nel 1991 contro il connazionale Jim Courier. Il “Kid di Las Vegas” si sarebbe però aggiudicato l’edizione del 1999 battendo in cinque set l’ucraino Andrij Medvedev, già numero 4 del mondo. Dopo i due successi consecutivi di Kuerten che aprirono il nuovo millennio, dal 2002 al 2004 ci furono tre vincitori diversi: rispettivamente Albert Costa, Juan Carlos Ferrero Gaston Gaudio che si aggiudicò la finale tutta argentina contro Guillermo Coria. Per tutti e tre si è trattato dell’unico titolo in un torneo dello Slam.

Tra le donne gli anni 2000 si aprirono con il trionfo di Mary Pierce. La francese, grazie alla vittoria contro la spagnola Conchita Martinez, conquistò il secondo titolo dello Slam dopo l’Australian Open del 1995. La Pierce divenne la prima francese a distanza di trentatré anni (Françoise Dürr 1967) a vincere l’Open di Francia. La tennista che però più di tutte riuscì a dominare nei primi anni del nuovo millennio fu indubbiamente Justine Henin. La campionessa belga si aggiudicò quattro edizioni. La prima nel 2003 quando con un netto 6-0, 6-4 superò la rivale Kim Clijsters e poi per tre anni consecutivi, dal 2005 al 2007, battendo rispettivamente Mary Pierce, Svetlana Kuznetsova e Ana Ivanovic.

Per tutti gli appassionati italiani un’edizione indimenticabile fu il 2010: l’anno del memorabile trionfo di Francesca Schiavone. La milanese riuscì nell’impresa che mai nessuna italiana aveva compiuto in passato: vincere il singolare femminile di un torneo del Grande Slam. La Schiavone, accreditata della testa di serie numero 17, disputò due settimane eccezionali battendo tenniste del calibro di Li Na, Caroline Wozniacki, Elena Dementieva e in finale la testa di serie numero 7, Sam Stosur. Per la Schiavone, che aveva già vinto il torneo di Barcellona, si trattò del secondo titolo stagionale, senza dubbio il più importante e prestigioso. L’azzurra non riuscì a ripetere l’impresa l’anno seguente quando, giunta nuovamente in finale, fu sconfitta da Li Na. Nel 2012 un’altra italiana raggiunse l’ultimo atto del torneo: Sara Errani. La tennista romagnola, che aveva battuto Angelique Kerber nei quarti di finale e Sam Stosur in semifinale, dovette arrendersi alla potenza di Maria Sharapova, testa di serie numero 2, che si impose con un netto 6-3, 6-2. La Sharapova si sarebbe poi aggiudicata anche l’edizione del 2014 battendo Simona Halep. Se nel 2014 trionfò la russa, l’anno successivo fu Serena Williams ad alzare la coppa intitolata alla grande Suzanne Lenglen. Per l’americana fu il terzo titolo in carriera dopo quello del lontano 2002 e del 2013. Anche l’anno scorso Serena ha raggiunto la finale, ma è stata sconfitta in due set dalla spagnola Garbine Muguruza.

In campo maschile gli anni dal 2005 in poi sono stati all’insegna di Rafael Nadal, senza dubbio il tennista più forte della storia su terra battuta. Con 9 trionfi sulla terra rossa parigina il dominio dello spagnolo su questa superficie non ha eguali. Campioni assoluti come Roger Federer e Novak Djokovic sono stati costretti più volte ad inchinarsi allo strapotere dello spagnolo. Federer e Nadal si affrontarono a Parigi per la prima volta nella semifinale del 2005, con lo spagnolo che vinse in quattro set. Le sfide tra i due rivali si ripetettero anche nel 2006, 2007, 2008 e 2011, in finale. In tutte e quattro le occasioni avrebbe trionfato sempre Nadal. Solo nel 2009, grazie anche alla prematura eliminazione del maiorchino per mano di Robin Soderling, Federer riuscì a sfatare il tabù Roland Garros e ad aggiudicarsi l’unico Slam che mancava alla sua ricca bacheca. Anche Novak Djokovic ha dovuto faticare non poco per aggiudicarsi il torneo. Dopo tre sconfitte in finale, nel 2012 e nel 2014 contro Nadal e nel 2015 contro Wawrinka, solo lo scorso anno, grazie al successo contro Andy Murray, il serbo ha conquistato per la prima volta la Coppa dei Moschettieri.

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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