"Stakhanov" Djokovic avrebbe diritto al riposo

Editoriali del Direttore

“Stakhanov” Djokovic avrebbe diritto al riposo

PARIGI – Il serbo è cotto. Ma i nuovi impegni non gli danno tregua. I diversi casi di Federer, Wawrinka, Nadal, Murray. Il problema Lacoste. Lo stress Agassi

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“È cotto come un copertone!” avrebbe detto di Novak Djokovic il mio amico e metà del “duo Primavera” dei telecronisti di Tele+ Roberto Lombardi che amava e usava spessissimo quell’espressione.

CINQUE MINUTI DOPO IL K.O. – Cinque minuti dopo la sconfitta, anzi la resa di Novak Djokovic (avesse avuto un coach all’angolo avrebbe gettato l’asciugamano!) con Dominic Thiem, ho pubblicato un instant post sotto alla tempestiva cronaca scritta su Ubitennis da Ruggero Canevazzi sul match vinto da Thiem. Lo copio e lo incollo qui con un virgolettato che magari la redazione mi “passerà” in corsivo. Ma all’interno di esso faccio qualche piccola integrazione che ritengo necessaria.

 

LA SOFFERENZA DI ASCOLTARLO – Ascoltare Novak Djokovic dopo questa partita, e soprattutto dopo quel 6-0 senza lottare, è stata una piccola sofferenza. Perchè Nole sembrava un uomo distrutto e incapace di capire come venire fuori da questa situazione, per via di troppe cose, incluso il cambio in corsa di un team che lo ha seguito per anni (Marian Vajda più di tutti). È venuto pochi minuti dopo essere stato sbattuto fuori dal torneo che lo scorso anno aveva vinto e alla cui conclusione, come abbiamo prontamente pubblicato, non sarà più nemmeno n.2 del mondo dopo 6 anni. Novak rischia addirittura di scendere a n.4, perché Nadal lo ha già superato e se Wawrinka vincesse il torneo lo scavalcherebbe anche lui. A Novak è stato chiesto se non avesse addirittura pensato di concedersi un break. E lui non ha escluso di averci pensato. Solo che ha diverse “obbligations” come ha detto.

LE OBBLIGATIONS CONTRATTUALI DI NOVAK – Quella appena firmata con Lacoste deve essere una di quelle. Pesante. Mica può andarsene in vacanza snobbando Wimbledon dicendo bye bye al suo nuovo sponsor che lo ha messo sotto contratto per cinque anni. Certo oggi, oltre che un altro tennista, Novak è sembrato anche un altro uomo, abbattuto ben al di là della sconfitta cui in simili circostanze aveva reagito diversamente. Non è più lui e non gli sarà così facile ritirarsi su perchè è lui per primo a dare la sensazione di dubitare di se stesso e delle sue possibilità di recupero.

HA DECISO TUTTO IL PRIMO SET. MA COME? – Mi ha colpito soprattutto quella sua frase in risposta alla prima domanda: “All in all, it was decided in the first set”. Ma vi pare possibile che un Djokovic abbia mai detto prima che un match è stato deciso già nel primo set? Il vero Djokovic non l’avrebbe mai detto, non l’avrebbe mai pensato, e soprattutto non avrebbe mai dato la sensazione di averlo pensato – e di esservisi rassegnato… – già sul campo, già nel corso del secondo set nel quale ha subito il break immediatamente all’inizio, per non parlare della resa incondizionata nel terzo.

A NADAL NON SUCCEDERÀ MAI E A ROGER… – Non credo che una cosa del genere succederà mai a Nadal in uno Slam (anche se per la verità mi sovviene una batosta quasi priva di reazione alle finali ATP contro Roger Federer nel round robin del 2011: un 6-3 6-0 impressionante). Quando Roger Federer perse la leadership mondiale reagì ponendosi l’obiettivo di giocare bene negli Slam, di vincerne uno, più che di tornare a sedersi sul trono del tennis. Se non fosse che chi sopravanzerà Novak, a differenza di quel che accadde per Roger, sarà più anziano di lui o tutt’al più coetaneo, direi che anche Novak potrebbe fare lo stesso tipo di scelta. Peraltro Roger dal diciassettesimo Slam vinto a Wimbledon 2012 ci ha poi messo quasi cinque anni a rivincere uno Slam, l’Australian Open 2017. Oggi Novak aveva l’aria smarrita, quasi persa nel vuoto. Come se avesse le pile completamente scariche. Non mi sono sentito di chiedergli qualcosa e infierire. Aveva davvero bisogno di essere lasciato in pace.

ANDRE TAUMATURGO? NON CI CREDO – Che Andre Agassi possa essere il taumaturgo di una simile situazione, personalmente dubito assai. Anzi, anche se teoricamente l’avvento di Andre al suo fianco (ma per quanto? Quando? Come? Boris Becker ieri mi ha detto, alzando le spalle e le sopracciglia: “Io avevo un impegno per 20 settimane”. Figurarsi se Agassi si assumerebbe un incarico così pesante…) sembrerebbe aver distolto qualche pressione da lui perché gli chiedono più di Andre che altro… in realtà secondo me ne ha aggiunta una supplementare.

LO STRESS DI DOVER DECIDERE TROPPE COSE – Deve essere un bello stress trovarsi a decidere, dopo tutto il battage che c’è stato e che ha certamente giovato agli altri sponsor di Agassi (Lavazza più Longines) oltre che a Lacoste “Che faccio, lo prendo, non lo prendo? Giustifico che lo prendo così? Giustifico che non lo prendo cosà? E con lui chi? Uno che non gli faccia ombra… ma dove lo trovo un altro fedelissimo alla Vajda?” Credetemi, soprattutto finchè le cose non vanno bene… la necessità di trovarsi un coach full-time è un altro bello stress. Non può sbagliare. Mica facile!

IL MOTORE GRIPPATO PER IL SOLO CHE NON SI È MAI FERMATO –  A tutto ciò aggiungo adesso: il motore di Novak Djokovic ha chiaramente grippato. Lui non si è praticamente mai fermato. Da una decina d’anni a questa parte. Il fisico, salvo qualche problemino al polso, non gli ha mai creato veri e duraturi problemi. Ha giocato incessantemente un torneo dopo l’altro. Invece Nadal, magari suo malgrado, una volta per il ginocchio e un’altra per il polso, si è fermato a mesate intere. Suscitando – anche qui suo malgrado – illazioni a tutta randa da chi poco lo rispetta. Murray idem con patatine. Per via della schiena, prima e dopo l’operazione, ha quasi perso un anno. E al contrario di Djokovic Murray ci ha messo un bel po’ di più a salire ai vertici del tennis mondiale. Coetaneo di Novak è stato certamente meno precoce nell’ascesa ai posti alti del ranking mondiale.

WAWRINKA IL PIÙ FRESCO DI QUATTRO SEMIFINALISTI – Con meno anni fra i top è più fresco insomma, anche se non quanto Stan Wawrinka che proprio dopo aver stradominato Marin Cilic stasera ha spiegato: “Sì, sono il più vecchio dei semifinalisti con i miei 32 anni (il più vecchio dai tempi di Jimmy Connors nel 1985 qui – ma Jimbo arrivò in semifinale a New York nel 1991 a 39 anni e Rosewall a 43 in Australia!), ma sono soltanto 5 anni che sono quasi stabilmente fra i primi cinque del mondo, quindi sono più fresco di chi è lì da una decade… Il tennis è cambiato enormemente. Guarda ai primi 5 oggi, tutti oltre i 30 anni. Non era mai successo prima. Con Roger e Rafa abbiamo avuto grandi esempi. Oggi i giocatori giocano più a lungo. È più difficile arrivare in cima da ragazzini, oggi ci vuole una maggior maturità, molto più lavoro, fisico e mentale. Sì, faccio parte dei più anziani ma come dicevo sono lassù soltanto da 5 anni, ecco perché sono così… intatto e preservato e ancora molto, molto motivato”. Roger Federer ha avuto un paio di anni difficili dopo aver vinto Wimbledon nel 2012. Nel 2013 ha vinto un solo torneo, Halle, e negli Slam da quel Wimbledon è stato per 4 anni e mezzo senza vittorie e con 3 sole finali in 15 Major prima di tornare al successo quest’anno in Australia (ma saltandone anche due). E guarda caso quest’anno si è ripresentato più pimpante e fresco di prima, dopo essersi fermato lo scorso anno dopo l’Australian Open per qualche mese e poi, di nuovo, per sei mesi dopo Wimbledon. Ma anche in passato – sia pur senza soffrire di particolari traumi fisici… salvo sì ogni tanto la schiena – Roger ha ogni tanto intelligentemente staccato la spina, fra la nascita delle gemelle e dei gemelli, il matrimonio. Ha dosato la programmazione, approfittando delle regole che consentono agli ultratrentenni e a chi ha giocato un numero importante di gare di saltarne alcune, di poter rinunciare ai Masters 1000 senza subire conseguenze.

TUTTO UN PAESE, LA SERBIA, SULLE SPALLE COME NESSUNO – Aggiungo infine, e poi vi lascio a pensieri più ameni, che nessuno dei 5 top ultratrentenni  in cima al ranking ATP (e ci sarebbe anche del Potro che di riposi involontari è stato costretto a farne fin troppi) si è mai sobbarcato sulle spalle tutto un Paese come ha fatto Djokovic. Ciascuno dei Fab Four è l’orgoglio della propria nazione, ma nessuno è diventato il vero ambasciatore del proprio popolo come Novak. Murray ha dovuto affrontare la pressione di dover vincere Wimbledon e la Davis in un Regno che era… rimasto a Fred Perry, ma forse perché scozzese, non ha mai dovuto rappresentare anche “politicamente” il Regno Unito. Nadal è un idolo per tutta la Spagna, ma il suo essere maiorchino lo ha sottratto alla necessità di assumere ruoli diversi da quello del grande tennista. Stessa cosa per Federer: certo i due grandi amici e rivali hanno le loro fondazioni, ma hanno anche chi si occupa di mandarle avanti senza stressarlo troppo. Hanno team di consulenti, p.r., manager che alleviano discretamente le loro incombenze che ci sono ma non sono pesanti come quelle di Djokovic che se domani decidesse di presentarsi alle elezioni in Serbia ne diventerebbe il presidente e ha quindi – e le sente – responsabilità ben diverse. Non parliamo di Wawrinka: ha avuto sempre lo schermo protettivo di Federer. Lui era lo svizzero di riserva. Per anni ha potuto vivere all’ombra di Roger. Magari qualche volta gli sarà pure scocciato subire questo ruolo subalterno, ma di pressione di dover vincere a tutti i costi ne ha avute meno di tutti. E ha potuto maturare bello tranquillo, con molto meno stress.

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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Circoli in vista

Serie A, così non va. Difetti e proposte

Modesti ritorni d’immagine (ma forti costi) per il club, sponsor, FIT. Trascurate qualità e promozione. Eppure la giocano Sonego, Musetti, Andujar, Travaglia, Bautista Agut, diversi top 100 ATP

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Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti - Assoluti Todi 2020 (foto Federtennis)

La presentazione del campionato di Serie A1 (di Luca De Gasperi)


In tempi di COVID-19 si fa quel che si può. Il campionato di serie A comincia ancor più in sordina del solito per i motivi che conosciamo. Senza raccattapalle, giudici di linea, conferenza stampa post gara (per chi le organizzava), hostess degli sponsor (per chi le aveva). Non è tutto sommato un male che non ci siano più i match di andata a ritorno, formula che appartiene tradizionalmente più al calcio (e altre discipline) che non al tennis. Troppe volte in passato le squadre che avevano perso l’andata in casa affrontavano le successive gare di ritorno (specie in trasferta) schierando dei ragazzini del club al posto dei migliori. Talvolta anche per risparmiare i gettoni di presenza dei tennisti più qualificati e più cari, quando si aveva la convinzione di non poter comunque recuperare.

Il risultato era che ne venivano fuori duelli di insignificante qualità e di nessuna incertezza. Quasi imbarazzanti per quegli spettatori, e sponsor, che si fossero trovato casualmente al club incuriositi da un match di cosiddetta serie A. In termini di promozione un boomerang. Sono anni che lo si dice, ma la FIT non ha mai mostrato di credere e di voler investire granché in questo campionato, trascurato da tutta la stampa nazionale perché promosso da sempre poco e male. Forse in FIT sono i primi a non credere nella possibilità di farlo crescere e diventare interessante.

 

La FIT ha incessantemente cambiato regolamenti ogni due per tre e obbligato i club a schierare non più un solo allievo cresciuto nel club ma due (troppi!) per la preoccupazione (da un lato comprensibile) di un tennis-mercato che, poco fair, favorisse smaccatamente i circoli più ricchi come ai tempi dei ripetuti successi del Tennis Capri. Il risultato è che al di fuori dei circoli che la giocano, pochi si accorgono che esiste. E anche all’interno dei circoli, salvo che ci siano dirigenti particolarmente attivi e pronti a promuovere il loro club anche con i mezzi che offrono internet, i social, i siti, ben pochi sono i soci al corrente del suo svolgimento.

Soprattutto la sensazione è tale per cui, dopo aver riscosso le quote di iscrizione, la FIT non si sia mai preoccupata troppo della qualità del suo primo campionato, che pure è utile ai giocatori di prima fascia nazionale (e in particolare ai giovani cui la FIT dovrebbe in particolare dedicare la sua attenzione) per guadagnare esperienza e soldini necessari a potersi permettere un’attività agonistica internazionale. Molte squadre di A, che investono diverse decine di migliaia di euro (alcune anche intorno ai 100.000 e più), rischiano ogni anno di rimetterci soldi. A che pro? Per la soddisfazione di partecipare? Non sarebbe stato incentivante predisporre almeno un minimo montepremi per un evento professionistico e legato in gran parte a giocatori di respiro professionistico? Premi per almeno le prime due, quattro squadre? Quantomeno la non obbligatorietà di pagare le iscrizioni l’anno successivo per le partecipanti alle finali come “ricompensa” per il traguardo raggiunto?

Posso anche comprendere che in questi giorni la FIT, angosciata per il lucro cessante degli Internazionali d’Italia (sia che si disputino, o no, a porte semichiuse o meno, una perdita rispetto al budget previsto 8 mesi fa certo purtroppo sarà inevitabile) non avverta l’urgente necessità di “investire” qualcosina di più sul proprio campionato di serie A. Ciò pur avendo sbandierato da tempo di essere la federazione sportiva con il bilancio più florido fra tutte (calcio escluso).

Ma quantomeno potrebbe annunciare, per stimolare i propri circoli che tanta passione e impegno economico dimostrano anno dopo anno, che almeno nel 2021 – COVID-19 permettendo – qualcosa di diverso verrà fatto per gratificare chi se lo merita. 

Per tutto questo primo semestre, se qualcuno avesse voluto mostrare ad altri, a uno sponsor quali erano le squadre di Serie A, quali erano i team campioni in carica, non aveva modo di farlo. Una ricerca sul sito della FIT non dava esito. Finalmente la scorsa settimana la FIT ha fatto conoscere squadre partecipanti e calendario. Ma anziché diramare e pubblicizzare il calendario, la FIT ha raccomandato ai club di mantenerlo segreto, di non diffonderlo. Il perché è misterioso. Di solito tutte le altre federazioni si danno da fare per far sapere chi gioca contro chi e quando. Perché la FIT non vuole farlo sapere? Perché non si è ancora deciso dove, quando e come si svolgeranno le fasi finali? Con quante squadre? Sembra davvero tutto così improvvisato… quando mancano pochissimi giorni all’inizio del campionato.

La FIT dovrebbe finanziare o perlomeno aiutare i circoli che investono sulla serie A. Come? I sistemi potrebbero essere diversi. C’è chi suggerisce un gettone minimo (€ 1000/2000 euro?) per ogni incontro di girone vinto? Ciò spingerebbe i circoli ad essere competitivi in ogni partita del girone anche a classifica definita. Ma tutti concordano sulla opportunità di garantire premi almeno alle squadre semifinaliste con bonus finale alla vincitrice.

Tennis Club Prato: le vincitrici della Serie A1 2019 – Foto Marta Magni

C’è chi ha fatto grandi sforzi (e non solo finanziari) per raggiungere le fasi finali del campionato. A parte la soddisfazione personale per il circolo e i giocatori, quei club non hanno ricevuto alcun supporto. Anzi, hanno dovuto affrontare parecchie spese anche per il weekend della finale. 

Alcuni circoli, nonostante tutto, vivono molto intensamente il campionato e ciò si riflette poi anche sulle squadre minori creando aggregazione e spirito di club. Motivo per cui se ci fosse un aiuto tangibile, anche la federazione ne riceverebbe sicuramente un ritorno. E tutto il movimento tennistico. 

Un’altra idea potrebbe essere quella di studiare un modo perché, al di là della diretta Supertennis garantita a copertura delle finali, almeno i circoli che dimostrassero di investire di più (se non si riuscisse ad accontentare tutti) venissero aiutati o a dotarsi di una produzione televisiva locale ma professionale per poter passare a Supertennis una o più partite in diretta (o anche una sintesi registrata di una durata predeterminata; certo ci sarebbe la difficoltà di assemblare materiali diversi provenienti da più parti, ma tutto si può affrontare e risolvere dopo aver definito alcune linee guida), oppure inviando nelle domeniche agostane (in cui oltretutto di tennis internazionale vero non ci sarà per buona parte del mese) una troupe di Supertennis (tramite Crionet?). Si potrà magari sorteggiare quest’anno quattro o otto club leader da mostrare. E  l’anno prossimo saranno altri otto e via dicendo. Ma occorre che la FIT per prima si preoccupi di dare agli sponsor dei club un minimo di visibilità per garantire un minimo di ritorno.  Per quest’anno e, in prospettiva anche con il preannuncio di qualche iniziativa, per gli anni a venire. 

Non è giusto che tutto ricada sulle spalle dei circoli più appassionati. È un compito della FIT proteggere e promuovere il proprio campionato. Anche a livello di news, di racconto giornalisticamente preparato si può fare meglio. Non solo la lettura dei risultati, please

Poi per carità, anche il contenitore “Circolando” di Supertennis, può essere gestito in modo tale che i circoli di serie A e B che si impegnano di più abbiano un ritorno apprezzabile. Ma, possibilmente, non seguendo il criterio di favorire il circolo più amico a detrimento di quello meno amico. Perché non approntare una serie di criteri oggettivi di “premi Serie A”, X minuti di esposizione televisiva (più o meno minuti a seconda risultati conseguiti), premi Serie B… idem come sopra?

D’altra parte è vero che i circoli non sono fin qui mai riusciti, di concerto con la FIT (perché no?), a organizzare una giornata costruttiva anche telematica (via Zoom? Oggi è facilissimo, non costa nulla!) per confrontarsi e proporre alternative, idee, opzioni sinergiche. Da parte federale si preferisce evidentemente che le cose proseguano così, dato che mi risulta che la proposta sia stata ogni tanto avanzata da qualche circolo partecipante. Si preferisce, di fatto e la storia insegna, che non ci sia alcuna riunione. È più facile imporre – giusta o sbagliata che sia l’imposizione – quel che si vuole dall’alto senza discutere e confrontarsi. Dicevano i latini: “Divide et impera“.

Tutto ciò appare abbastanza incredibile, se non fosse che l’attenzione a questo campionato non è mai stata quella che avrebbe dovuto essere. Addirittura per le premiazioni delle squadre campioni d’Italia è successo più volte perfino che le disertasse il presidente federale. Mi chiedo davvero in quale altro massimo campionato nazionale di altri sport possa avvenire una tale evidente mancanza di rispetto. Si chiede molto ai circoli, per tenere questa manifestazione in vita. Ma si fa davvero piuttosto poco per sostenerla adeguatamente. Cosa si potrebbe fare invece, ad esempio? Comprare spazi, ad esempio, su giornali e siti all’indomani delle giornate di gara, oppure alla vigilia per cercare di veicolare maggior pubblico (quando il COVID-19 ci avrà lasciato in pace…). Ciò se le casse federali fossero in tal sofferenza da non potersi permettere di acquistare un piccolo spazio prima e dopo.

Oggi, oltretutto, con la crisi della carta stampata, gli spazi sul media cartacei costano pochissimo. È anche vero, d’altro canto, che vengono sempre meno letti (soprattutto dei giovani che hanno solo il cellulare in mano) e un trafiletto in una pagina di sport fra le 30-40 pagine di un giornale ha poco impatto. Ma sempre meglio di niente. 

Una minima organizzazione federale a livello comunicazionale dovrebbe consentire alla FIT di scegliere i media tennistici locali (e non) più validi. Si tratterebbe di un’azione intelligente, perché aiutare i media di vario tipo a dare più spazio al tennis significa aiutare tutto il comparto tennis, che vive anche di informazione, di stimoli. Una campagna informativa – giornali e/o social – aiuterebbe poi i circoli a rendere maggiormente visibili gli sponsor che supportano le squadre, nella maggior parte dei casi, finanziatori per la passione nel tennis e nello sport in generale, senza un reale ritorno.

Che il sottoscritto nel lanciare quest’ultimo banale appello-suggerimento non abbia alcun interesse privato sarà chiaro e lampante per tutti: la FIT non comprerà mai spazi su Ubitennis, sito libero di opinione e critica. La FIT non lo farebbe neppure se Ubitennis avesse 70 milioni di visitatori unici, cioè quanto tutti gli italiani. Ne abbiamo solo 5 milioni, una cifra cui nessun altro sito specializzato si avvicina neppur lontanamente. Ma a Ubitennis, se la FIT sovvenzionasse in qualche modo altre testate, farebbe solo piacere. A questo mondo non si deve essere miopi. Più si vede, si legge, si parla, si discute di tennis, ovunque lo si faccia, lo si promuove e meglio è per tutti. Anche per Ubitennis. E dovrebbe essere anche per la FIT. Ma per capirlo ci vuole una dirigenza illuminata, con una visione. Per anni, almeno in rapporto alla Serie A, non ci siamo accorti di averla. Ma siamo ottimisti. Il rilancio parte dalla consapevolezza, dalla volontà, dall’ottimismo della ragione.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: il no a uno Slam penalizzerebbe più Djokovic o Nadal?

Lo stop dovuto al COVID-19 giova a Federer? Pete Sampras GOAT. Nuove regole del tennis al microscopio

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Come promesso, dopo la prima maxi-risposta alla domanda su come ‘scongelare’ le classifiche, ecco le risposte alle altre lettere che mi avete mandato. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


I PROSSIMI US OPEN E ROLAND GARROS RISCHIANO DI ESSERE RICORDATI COME WIMBLEDON 1973

Gent.mo direttore, lei pensa che rischiamo di avere uno US open o un Roland Garros come il Wimbledon 1973? E che accanto al nome del vincitore si metterà un asterisco? (Gianni Ferrari Milano)

 

No, non lo penso. Credo che alla fine la partecipazione sarà di primo livello. Mancherà Federer, ma è già mancato in altri Slam, dal 2016 in poi. A Wimbledon furono assenti, per lo sciopero d solidarietà a Pilic, 79 dei primi 100 tennisti del mondo. Wimbledon potè legittimamente sostenere che i “Championships” erano più importanti dei tennisti.

Quest’estate ne mancheranno, forse più a New York che a Parigi, massimo una ventina. E forse nemmeno quelli. Il 75% dei top 100 sono europei. Non ci sarà bisogno di nessun asterisco. E qualche anno dopo ci si dimenticherà perfino di chi erano e quanti erano gli assenti. Così come la gente, la pubblica opinione intendo, non ricorda davvero se un campione ha goduto di un tabellone più facile o difficile. Tutt’al più ricorda la finale. Tutti ricordano che Federer è tornato grandissimo – e a sorpresa – nel 2017 a trionfare all’Australian open battendo Nadal al quinto set (e magari qualcuno ricorda pure che Nadal era avanti nel quinto), ma se ricorda anche che Federer rivinse nel 2018 battendo Cilic, di certo non ricorda che non batté nessuno dei primi 20 del mondo prima della finale. Avrebbero potuto esserci innumerevoli assenti.

Anche se nel prossimo Slam dovesse imporsi per la prima volta un tennista che uno Slam non l’ha ancora mai vinto, dubito fortemente che la gente fra qualche anno perda tempo a sottolineare che Tizio e Caio non c’erano. Più facile tuttavia, anche in questo caso, che ciò possa accadere a New York piuttosto che a Parigi.  Del resto l’asterisco non viene messo neppure nel conto dei 24 Slam record di Margaret Court sebbene lei ne abbia vinti ben undici all’Australian Open con una concorrenza molto ma molto limitata (perché pochissime delle migliori tenniste volevano affrontare lo stress di una pesantissima trasferta australiana).


CHI CI RIMETTE FRA NADAL E DJOKOVIC A DISERTARE L’US OPEN?

Dopo le prime dichiarazioni abbastanza scettiche all’idea di affrontare il Covid-19 a New York, sembra che sia Djokovic sia Nadal siano diventati più possibilisti. Chi ci rimetterebbe di più a non andare? (Claudio Ricci Reggio Emilia)

Tutti e due. Anche quando dicono di non tenere al record degli Slam, in realtà ci tengono eccome. E le occasioni per arrotondare il bottino, con gli anni che passano, non saranno poi tante. Nadal può eguagliare Federer e vi sembra poco? Djokovic può avvicinare chi lo precede per tentare il sorpasso nel 2021. Entrambi, e soprattutto Djokovic per il suo ruolo, hanno anche la necessità di dimostrarsi solidali e non menefreghisti con gli altri tennisti. Chissà, magari alcuni di questi altri, potrebbero anche preferire che i due top player dessero forfait, ma in termini di immagine anche fra i colleghi, Djokovic e Nadal farebbero una brutta figura se decidessero di non giocare lo slam americano.

Sono curioso, piuttosto, di capire a quale dei due Masters 1000 eventualmente ciascuno di loro due rinuncerebbe nel caso arrivassero in finale (o anche in semifinale) a New York. Secondo me Nadal preferirebbe giocare a Madrid, per tanti motivi, e Djokovic invece forse a Roma. Mi sembrerebbe strano giocassero tutti e due gli Slam, tutti e tre i Masters 1000. E mentre Cincinnati serve a preparare lo US Open, invece l’accoppiata Madrid-Roma avrebbe di fatto ben poco senso. Salvo sconfitte, qua o là, nei primi turni…così da consentire recuperi più agevoli. Ma quale campione vorrebbe mettere in preventivo una sconfitta? La differenza sta nel fatto che un’assenza di uno dei due in uno Slam non porterebbe gran beneficio né all’uno né all’altro. Mentre quella di uno dei due in un Masters 1000 forse invece sì.


FEDERER È DANNEGGIATO DALLO STOP DEL CORONA VIRUS?

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Egregio Scanagatta, sono suo seguace da tantissimi anni (toscano, lettore della Nazione). Non credo che lo stop Corona-virus avvantaggi Federer (per lui anno perso, anche per l’infortunio), anziché i sue due maggiori avversari, che hanno alcuni anni di meno. Per Djoko e Nadal è molto meglio un Federer più vecchio di un anno! Va tenuto conto che a Wimbledon scorso ha vinto Djoko ma Federer ha avuto due match-point sul proprio servizio! Hai voglia di parlare della solidità mentale di Djokovic. Se uno non concretizza un rigore al novantesimo puoi anche vincere la partita, ma fai bene a non esagerare con i festeggiamenti (Antonio Moise)

Non mi pare che Djokovic abbia esagerato con i festeggiamenti. Anzi era talmente seccato di aver avuto tutto il tifo contro che ha a malapena esultato. Forse si riferiva quindi i festeggiamenti dei suoi fan. Io non conosco la gravità del problema al ginocchio di Federer. Certo se ha dovuto sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico significa che non sarebbe stato in grado di difendersi al meglio né a Parigi né a Wimbledon. E allora, fermo restando che non sarebbe certo stato favorito a Parigi, questo stop non lo ha danneggiato. Certo che l’anno prossimo avrà un anno in più, ma sperabilmente il ginocchio lo avrà sistemato. E se si dice che è meglio un asino vivo che un dottore morto, a gennaio prossimo Roger sarà vivo e non sarà certo un asino, nonostante l’incalzare dell’età. Mentre i suoi rivali potrebbero anche arrivare esausti da un finale di stagione super-stressante… quando Nadal negli ultimi anni invece si era spesso concesso una pausa. Obbligata ma pur sempre pausa.


 PETE SAMPRAS IL PIU FORTE TENNISTA DI TUTTI I TEMPI?

Caro Direttore, secondo lei, perché ci si dimentica così facilmente di Pete Sampras? Le confesso che io lo considero il più grande di tutti i tempi con una sola “macchia” che è costituita dalla partita persa contro Federer a Wimbledon (un grande rammarico, considerando il tutto a posteriori). Secondo me, bisogna ammettere che egli dominò gli anni ’90, un periodo in cui non erano solo in tre a giocare bene a tennis. Grazie e saluti (Massimo)  

È normale che i Millennials non abbiano idea di come giocava Sampras, servizio (prima come seconda), dritto, volée da vero fenomeno, uno smash infallibile e con un’ elevazione degna di Air Jordan. Poi una capacità impressionante di giocare al meglio i punti importanti. È altrettanto normale che i Millennials lo sottovalutino perché è impossibile non restare colpiti, anzi proprio impressionati, dai record pazzeschi dei top 3 di questo terzo millennio. Sampras è stato l’ultimo eroe tennistico del XX secolo. Gli americani lo chiamavano Pistol Pete per l’esplosività del suo servizio, per i missili di dritto, o anche Sweet Pete perché lui non diceva mai una cosa antipatica, non era mai polemico. Anzi semmai poteva apparire talvolta un po’ noiosino. Nel ribattere ad Agassi, il kid di Las Vegas che aveva tutt’altro carattere, Pete era capace di opporsi con un “Io lascio parlare la mia racchetta”…e una racchetta non ha mai fatto ridere nessuno. Fatto sta che Pietrino l’Antidivo – come lo chiamava Gianni Clerici – ha vinto 14 Slam quando il record di Roy Emerson, 12 Slam, pareva imbattibile e dovuto principalmente al fatto che “Emmo” li aveva conquistati approfittando del passaggio al professionismo dei migliori della sua epoca, Rosewall, Laver, Hoad, Gonzales e soci. Era un record, quello di “Emmo” che reggeva da un quarto di secolo.

Poi sono arrivati invece i 14 Slam di Pete, dal primo colto a sorpresa nel ’90 a New York da testa di serie n.12 su Agassi che era più anziano di un anno e favorito. Fino all’ultimo dei 14 Slam quando sembrava ormai in declino nel 2002 all’US open, di nuovo contro il rivale di sempre Agassi (33 ace disseminati lungo 4 set, 6-3 6-4 5-7 6-4, per raggiungere la vittoria n.20 su 34 duelli all’ultimo sangue). E in mezzo sette Wimbledon, che se non fosse stato per il fenomeno Federer che ne avrebbe vinti ben otto, chissà quanto avrebbe resistito come record. Si diceva che quello di Wimbledon fosse il suo giardino, che le chiavi dei Doherty Gates le avesse prese lui.

Quattordici Slam parevano insuperabili. Anche perché, salvo le eccezioni Rosewall e Connors, non si pensava che si potesse essere competitivi ai massimi livelli anche superati i 32-33 anni, in uno sport sempre più caratterizzato dalla potenza atletica, dalla forza fisica, dalla rapidità. E anche 286 settimane da n.1, sei anni di fila chiusi da n.1 del mondo, parevano record insuperabili, seppur raggiunti da una star… normale!

Ciò detto, però, pur essendo io un grande, grandissimo estimatore di Pete Sampras – a proposito del quale, vi preannuncio, sta per uscire a giorni un libro scritto dal mio amico Steve Flink in collaborazione proprio con Sampras – non posso fare a meno di sottolineare anche quella sua incompletezza tecnica che mi impedisce di condividere quanto scrive Massimo. Non può essere il più grande di tutti i tempi un giocatore che al Roland Garros non solo non è mai riuscito a trionfare, ma nemmeno ad arrivare in finale. E a giocare una sola semifinale, nel 1996, in 13 partecipazioni caratterizzate anche da tre eliminazioni al primo turno e da cinque al secondo. Ha vinto 64 tornei… ma sui campi rossi soltanto a Kitzbuhel (con l’aiuto dell’altitudine che faceva volare ancor di più i suoi missili di servizio) e Roma 1994, dove l’allora direttore del torneo Franco Bartoni aveva trasformati i campi di “fango rosso” che avevano favorito i “terraioli” sudamericani per anni, in campi dove la terra rossa era stata appena spruzzata e pareva di giocare sul cemento, tant’è che in finale Sampras battè Becker che aveva sconfitto in successione Stich nei quarti e Ivanisevic in semifinale. Insomma, quel torneo anomalo al Foro pareva lo si fosse giocato a Wimbledon!


LA REGOLA SUGGERITA DAL LETTORE E QUELLA DAL DIRETTORE

Caro Direttore, le scrivo sulla scia di queste nuove regole inventate da Mouratoglu per l’Ultimate Tennis Showdown. Come tanti altri appassionati, non le condivido affatto, ma forse è lecito che ci sia l’esigenza di attrarre un pubblico più giovane. Dico “forse” perché in fondo Wimbledon è il più tradizionalista dei tornei, eppure quello con più fascino; inoltre, vorrei verificare quell’indagine di mercato dove si è giunti a quell’età di 61anni citata da Mouratoglu. Comunque, (qui mi autocito perché l’avevo già scritto come commento a un recente articolo) se si volesse premiare il gioco d’attacco e fantasioso, basterebbe che il “vincente” (senza che l’avversario tocchi la palla) valga doppio – vale sia per uno smash/volée che per un passante. Da questa regola sono esclusi gli ace di servizio per non dare troppo vantaggio al servitore. A mio avviso, data la maggiore posta in palio, i giocatori rischierebbero di più e la qualità di gioco migliorerebbe senza snaturare il gioco stesso; le partite sarebbero più veloci e più spettacolari. Ovviamente, una regola del genere dovrebbe essere accettata nelle dovute sedi, ma l’implementazione sarebbe semplice e non traumatica per nessuno. Secondo lei potrebbe essere una proposta accettabile/percorribile? Che idee ha in proposito?

Cordiali saluti, Gianluca Jandelli (Bali, Indonesia)   

In breve. All’indagine di Mouratoglou secondo cui gli appassionati di tennis avrebbero mediamente 61 anni non ci credo affatto. Per me è una notizia manipolata e raccontata ad arte.

Il vincente che vale triplo assomiglia un po’ ai tre punti nel calcio che come conseguenza hanno fatto sì che il pareggio sia un risultato molto meno interessante di una volta, sia molto più di una mezza sconfitta piuttosto che una mezza vittoria. Temo che snaturerebbe un po’ il gioco: se io fossi in grossa difficoltà, anziché tentare di buttarla di là alla meno peggio – all’insegna di quanto diceva il maestro Tellarini tanto caro a Rino Tommasi: “Tirala di là, può darsi che non torni indietro” – per evitare di dare un assist a un vincente del mio avversario e di consentirgli di fare due punti, la butterei in tribuna. Credo che molte palle finirebbero in bocca agli spettatori!

Io fra tutte le regole tradizionali del tennis… ho pensato a volte che così come nel volley è stato un bene aver abolito la vecchia regola del cambio palla, forse si accrescerebbe la suspence di ogni singolo game se non fossero quasi sempre i battitori a conquistare il game. Ci sono set che terminano senza break, o magari con un solo break (un 7-5, un 6-4, anche un 6-3 se chi vince il set ha cominciato a servire per primo). Certi game, soprattutto sui campi veloci, finiscono in un baleno, a zero, a 15. Il discorso vale soprattutto per il tennis maschile, dove l’incidenza del servizio è a mio avviso eccessiva. Infatti in termini di incertezza è decisamente più imprevedibile il tennis femminile. Ogni game – salvo debite eccezioni – può essere vinto, fra le donne, da chi batte come da chi risponde. Ho pensato che il solo modo per dare incertezza a un maggior numero di game campo maschile sarebbe quello di far battere un solo servizio. I più coraggiosi, e più abili, prenderebbero ugualmente rischi con l’unico servizio e probabilmente vincerebbero il 60% dei games di battuta. I ribattitori verrebbero avvantaggiati ma non al punto di fare un break dopo l’altro. Ogni game diventerebbe più equilibrato. L’handicap agli occhi dei producer televisivi? Il fatto che le partite probabilmente durerebbero (ancora) di più.  


IL TENNIS SPORT A TEMPO PIENO È UNA BESTEMMIA!

Caro Direttore, ho letto l’intervista che ha fatto a Patrick Mouratoglou, una serie di dichiarazioni assurde, di cui voglio qui ricordare solo la perla più grande.:  “Quello che propongo è sempre tennis, ma un modo di fare tennis che si adatta al mondo in cui viviamo. Recuperando allo stesso tempo quello che rendeva il tennis eccitante negli anni ’80”. Le carte da giocare, invece, mi paiono molto più adatte a Giochi senza frontiere. Ma pensare di trasformare il tennis in uno sport a tempo, è davvero la bestemmia più colossale che si possa dire sul nostro nobile e antico sport. Chiunque abbia visto, dal vivo o in tv, una partita di tennis, se questa gli è rimasta nel cuore e nella testa per le emozioni che è riuscita a regalargli, 9 volte su 10 è una partita finita al quinto set (o al terzo per le donne), magari a oltranza, dopo almeno 3 ore di battaglia. Leggendola da molti anni, penso di sapere la sua opinione a riguardo, ma vorrei sentirla di nuovo. [Simone Frosali – Carmignano (PO)]

Io ho 10 anni più dei 61, l’età media dell’appassionato di tennis a sentire Mouratoglou. Quindi non mi piace questo UTS, non mi piacciono le carte, non mi piace il tempo pieno. Però aspetto di vedere le reazioni degli… under 30. Se a loro piacesse occorrerebbe prenderne atto e, senza arrivare alle carte, studiare cosa si debba fare per avvicinare un mondo giovanile che ci sfuggisse. 

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