Sorrisi e lacrime: le emozioni del Roland Garros

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Sorrisi e lacrime: le emozioni del Roland Garros

PARIGI – Drammi e infortuni. Sorrisi e bravate. Le lacrime di Muguruza e Kvitova. Il boom Ostapenko. La sfortuna di Almagro e Goffin e il cuore di del Potro. Lo Slam delle emozioni

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Dolore e pianti al Roland Garros. Fin dall’inizio del torneo, sull’ocra dello slam parigino sono state versate lacrime amare. Lo sappiamo, lo sport è sofferenza e i drammi sportivi spesso si intrecciano ai drammi della vita, in un connubio a volte difficile da gestire e superare. E se l’azzurro del cielo ha rasserenato in parte lo svolgersi del secondo major dell’anno, alcuni protagonisti del torneo invece hanno vissuto momenti assai cupi. Infortuni, delusioni, addii e intemperanze hanno scandito il ritmo delle giornate a Porte d’Auteuil, scatenando un turbillon di emozioni, dalla tristezza all’amarezza, dalla nostalgia all’indignazione.

Eh si Laura è vero ci sono stati tanti drammi a Parigi quest’anno ma… non sono mancate le occasioni per sorridere o per emozionarsi per qualche lieta novella! Facciamo un gioco dai, racconta un dramma per volta e proviamo a trovare un motivo per sorridere da contrapporre!

Nicolas Almagro in… ginocchio

 

Il match di secondo turno contro del Potro non s’ha da fare per il neopapà Nicolas Almagro, ex n. 9 del mondo. In un incontro scandito da infortuni, alla fine sarà Nico a soccombere, trovandosi letteralmente… in ginocchio! Un vero dramma in casa Spagna. Nel bel mezzo del match, Almagro avverte un fastidio al ginocchio (che già aveva dovuto curare in passato) e dice al proprio box di aver avvertito perfino uno strano rumore al livello della rotula. Al cambio campo, è un Almagro in lacrime, con la testa tra le mani. Quasi certamente intuisce che non potrà continuare l’incontro. Dopo poco, nel tentativo di un recupero laterale, si accascia a terra. La disperazione. Resta a lungo al suolo, in un lamento straziante. Il match – sullo score di 6-3 3-6 1-1 – e il torneo finiscono qui per il povero Nico che, dopo alcuni giorni, verrà operato al menisco.

Cuore di delPo

Povero Nico, è vero. Ma vogliamo parlare di del Potro? Con tutto quello che ha passato lui si che ne capisce di drammi sportivi ed è stato meraviglioso il modo in cui ha coccolato, consolato, abbracciato e sorretto Almagro in quel momento. Gli avrà detto di stare tranquillo, che avrebbe superato anche questa come ha fatto lui tante volte. Ma vedere un omone come delPo mostrare tutta quella tenerezza non può non commuovere.

Steve Johnson, in nome del padre

L’americano Steve Johnson vince un match maratona contro Borna Coric, conquistato per 6-2 7-6(8) 3-6 7-6 e scoppia in lacrime. Commovente ed esemplare il gigante buono americano che, inginocchiatosi a terra dopo aver convertito il matchpoint, pensa al papà (che era anche il suo coach) venuto a mancare poche settimane prima e gli dedica la vittoria. E abbiamo pianto anche noi con lui. “Sapevo che mio padre mi stava guardando da lassù; mi diceva di restare sempre competitivo e di avere fiducia” ha dichiarato ancora in lacrime Steve dopo il match. Ma la reazione toccante di Steve è ancora più bella, se si osserva quello che succede nell’altra metà campo. Borna Coric esplode furibondo e, mentre Steve è inginocchiato a terra a piangere, il giovane e irascibile croato se la prende con la malcapitata racchetta, sbattendola violentemente più e più volte al suolo, nel tentativo di disintegrarla. Scena surreale, per un match a due facce.

Ons Jabeur, la prima vera araba

La prima volta di una tennista africana e di una tennista araba al terzo turno di uno slam non può farsi passare sotto silenzio. Ons è diventata un idolo e di questi tempi così difficili un messaggio di integrazione non poteva che partire dal tennis, uno degli sport più globali che esistano. Dove puoi incontrare un cattolico, un musulmano, un australiano, un cinese, un arabo o un americano senza problemi, con il solo obiettivo di fare due punti più dell’avversario.

David Goffin, il piede in fallo

Era in piena forma e poteva essere uno dei protagonisti sull’ocra parigina. E invece per il povero David Goffin sarà un Roland Garros da dimenticare. Durante il match di 3° turno contro Horacio Zeballos sul Suzanne Lenglen – e in vantaggio 5-4 nel primo set – nel tentativo di un recupero estremo in scivolata, il belga si impiglia il piede nel telone adibito a coprire il campo in caso di pioggia, posto sotto il muro. Bruttissima storta alla caviglia per David, che cade a terra. Il dolore è così forte che rimane al suolo per parecchi minuti per poi essere accompagnato fuori dal campo. Finisce qui il torneo di Goffin, per il quale si è temuto il peggio. Fortunatamente la risonanza magnetica ha escluso fratture delle ossa e dei legamenti anche se, ulteriori accertamenti, hanno definitivamente rivelato uno strappo muscolare. Ma allora quando potremo rivedere l’etereo David in campo? Non si sa, per ora per lui c’è solo assoluto riposo.

Carreno Busta o basta ?

Ci sono infortuni ed infortuni, ritiri e ritiri. Chi si aspettava Carreno Busta agli ottavi di finale? Beh, ha battuto Raonic in una maratona ed è arrivato al Roland Garros sulla spinta di grandi risultati che lo collocavano trai primi 8 della race to London. Contro Rafa Nadal probabilmente non avrebbe potuto fare molto e allora il ritiro può essere stata una buona idea: come ha detto Rafa che aveva avuto lo stesso infortunio agli addominali agli US Open di qualche anno fa, meglio fermarsi prima che arrivino guai troppo seri. Per Carreno non vuole dire basta, ma vuole continuare a stupire per il resto della stagione.

Paul-Henri Mathieu, addio amore addio

È il Roland Garros dell’addio per Paul-Henri Mathieu. Il 35enne di Strasburgo, ex n. 12 del mondo, saluta il tennis giocato, perdendo al primo turno dopo aver superato le qualificazioni. Un ultimo Roland Garros amaro per il francese che si è visto rifiutare una wild card dal neopresidente della Federazione, Bernard Giudicelli.

Le dolci lacrime di Petra

Per un addio al tennis, finalmente un meraviglioso ritorno. Quello di Petra Kvitova a oltre sei mesi dall’incredibile agguato di un ladro che le aveva compromesso l’uso della mano sinistra lacerandole dita e tendini con un maledetto coltello. Petra non si è arresa, nonostante i medici le avevano praticamente dato pochissime possibilità di tornare a giocare. E invece il suo splendido sorriso è tornato ad illuminare il mondo del tennis e le sue lacrime liberatorie dopo il match vinto al primo turno contro Boserup hanno commosso anche i più duri di cuore. Bentornata Petra, e ora promettici che non ci lascerai più.

Falsa partenza per Tsonga

Doccia fredda per Jo-Wilfried Tsonga. Il tennista e neopapà di Le Mans inciampa sul quasi sconosciuto Renzo Olivo (n. 91 ATP) e lascia Porte d’Auteuil per la prima volta al primo turno dal 2005. Interrotta per oscurità il giorno prima, la partita tra i due viene ripresa la mattina seguente. Ma basta un solo game a Olivo per diventare una delle sorprese del torneo. Il pubblico francese, annichilito e basito, perde uno dei grandi beniamini di casa Francia.

Viva Olivo!

Ma sì! Basta con questi francesi! Viva viva l’olio di Olivo! Ha fatto versare lacrime amare ai francesi ma non ha tremato quando i nipotini di Monsieur Chovin lo hanno fermato ad un passo dalla vittoria, mandandolo a dormire con quel peso sullo stomaco. E invece a tremare è stato Tsonga e Olivo potrà raccontare ai suoi di nipotini di aver zittito i 15.000 francesi dello Chatrier.

Maxime Hamou, giù le mani!

Una voglia irrefrenabile di baci per Maxime Hamou. Il 22enne tennista francese, n. 287 ATP, presente in tabellone grazie ad una wild card, ha perso letteralmente il controllo. Intervistato in diretta per Eurosport Francia dalla giornalista Maly Thomas, nei viali dell’impianto del Roland Garros, Maxime tenta più volte di baciarla, nonostante la giornalista cerchi di divincolarsi; alla fine, il tennista spera di ottenere il tanto ambito bacio perfino trattenendola per la vita. Imbarazzo generale, in primis per Malys, mentre dallo studio Henry Leconte scoppia a ridere. Ma la cosa non fa per nulla ridere gli organizzatori del torneo che ritirano immediatamente l’accredito ad Hamou. Il francese viene dunque espulso dall’impianto per tutta la durata del torneo. Si scuserà poi pubblicamente per l’accaduto; ha imparato la lezione, dice, e l’episodio gli servirà per diventare una persona migliore. Sarà…

Orgoglioso di essere Napolitano

Per un giovane francese villano, abbiamo scoperto un bravo ragazzo italiano! Il biellese Stefano Napolitano ha finalmente portato una ventata di aria fresca nel tennis italiano. Non solo è riuscito a superare i tre turni di qualificazione, ma alla sua prima apparizione in uno slam ha anche battuto nettamente Mischa Zverev. E poi, rivelazione in sala stampa : ragazzo serio, con le idee chiare e con un’educazione di base che non guasta mai. Teneteveli voi gli Hamou…

Laurent Lokoli, qua la mano… anzi no!

Ancora imbarazzo in casa Francia. L’altra wild card Laurent Lokoli, nel match di primo turno perso contro Martin Klizan, convinto che lo slovacco avesse simulato un infortunio, rifiuta sdegnoso di stringergli la mano a fine match. A nulla serve l’essere criticato e bacchettato dalla stampa e dall’opinione generale: il fumantino Laurent non si scusa. Ma forse, l’anno prossimo, la wild card non sarà poi cosa così scontata per lui…

Infinito Paolino

Ah, questi giovani francesi! Solo guai combinano! Imparassero da Paolo Lorenzi, esempio di abnegazione e determinazione che all’undicesimo tentativo ha infranto il tabù Roland Garros portando a casa la prima vittoria in carriera da queste parti. Corri Paolino, corri, non fermarti. Che ne hai ancora di strada da percorrere!

La ola di troppo per Garbiñe Muguruza

Lacrime amare per la campionessa uscente Garbiñe Muguruza. La spagnola soccombe per mano della beniamina francese Kiki Mladenovic nell’incontro degli ottavi di finale. Kiki, che non si formalizza troppo nell’imporre la propria personalità, nel terzo set coinvolge il pubblico per ricevere ancora più tifo. Gli spettatori del Lenglen non si fanno pregare e fanno partire un tifo da stadio di calcio. Una vera e propria batosta per Garbiñe che, perso l’incontro, esce dal campo a capo chino, facendo cenno di non voler salutare il pubblico nel consueto congedo. Ma non finisce qui. In conferenza stampa, la n. 5 del mondo, contrita e visibilmente commossa, ad un tratto si scioglie in lacrime e lascia la sala.

Ha segnato Ostapeeeeeeeenko !

Sembrava dover dominare il tennis mondiale Garbiñe Muguruza. L’impresa dello scorso anno pareva essere il punto di partenza di una grande carriera e invece un anno dopo sono solo lacrime di frustrazione. E Parigi applaude nuovamente una giovane stella, sicuramente non attesa. Jelena Ostapenko ha vinto il suo primo torneo, non proprio un torneino minore. Ha sommerso di vincenti la più esperta e quotata Simona Halep, rimontando una partita quasi compromessa. E soprattutto è riuscita a forza di colpi vincenti a trascinare il pubblico dalla sua parte. Come fanno i campioni.

Je t’aime, moi non plus: lo psicodramma tra Mladenovic e Garcia

Ennesimo atto della querelle tra Kiki Mladenovic e Caroline Garcia. Dopo gli episodi poco simpatici di cui si è resa protagonista la Mladenovic nei confronti di Caro – sdegnata per l’assenza della Garcia in Fed Cup e per essere stata “mollata” in doppio – la tennista di origine serba ha lanciato ancora i suoi strali nei confronti della lionese. “Non condividevamo nulla al di fuori del doppio. Non giocando più con lei o non parlandole più non ho perso un granché, non è come se avessi perso un’amica”. Decisamente rien ne va plus tra Kiki e Caro…

Mi chiamo Karen, mi manda Kafelnikov

Ma si, lasciamole litigare queste francesine presuntuose. E godiamoci il più pronto dei Next Gen, Karen Khachanov che ha sbattuto fuori dal torneo con noncuranza due vecchie volpi come Berdych e Isner. Botte da orbi per questo ragazzone che si farà sentire soprattutto sui campi veloci. E i russi, dopo Kafelnikov e Safin forse hanno trovato un altro campione.

Antonio Garofalo e Laura Guidobaldi

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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