Parigi-Londra, solo ritorno

Editoriali del Direttore

Parigi-Londra, solo ritorno

Nadal trionfa incontrastato al Roland Garros, Federer favorito per Wimbledon. Si torna all’epoca in cui entrambi erano padroni, e senza l’uno dominava l’altro

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L’ultimo anno in cui Roger Federer vinse a Melbourne (per la quarta volta) e Rafael Nadal al Roland Garros (la quinta), fu il 2010. Era una delle annate migliori dello spagnolo, che andò avanti a conquistare anche i restanti due Major, superando Berdych a Wimbledon e Djokovic a New York, per completare il Career Grand Slam. Sono passati sette anni, tredici dal loro primo incontro in assoluto, e siamo di fatto tornati al punto di partenza. Prima di comunicare la sua rinuncia al Roland Garros, Federer era dai più additato come l’unica possibile alterativa alla Decima di Nadal: la condizione tecnica e atletica mostrata in avvio di stagione, con quel rovescio finalmente anticipato e aggressivo per non soffrire la diagonale mancina, faceva pensare ad un’ennesima battaglia di pronostici tra i due eterni rivali. Roger ha poi deciso di non partecipare sul rosso di Parigi, per evitare di minare la preparazione a Wimbledon con un solo torneo sul rosso. E Nadal ha vinto in pantofole.

Ancora, dopo tutti questi anni, si ritrovano come yin e yang, come se l’unico equilibrio possibile fosse quello in cui entrambi sono protagonisti. Se non c’è l’uno a pareggiare il peso, ci sarà per forza l’altro a dominare, senza la possibilità di un’intrusione. Subito dopo il Roland Garros, Nadal ha dato forfait per il Queen’s, torneo su erba da lui vinto nel 2008: “Se non mi sento al massimo, so di non avere la minima possibilità di vincere a Wimbledon. Per poter competere su erba, con i danni che causa al mio ginocchio, non devo avere il minimo problema. I medici mi hanno consigliato di riposarmi”. I dubbi sulla sua presenza a Wimbedon vanno moltiplicandosi, fermo restando che sarebbe inverosimile vederlo come primo favorito a Church Road. In ogni caso, la strada si spiana ancora di più per (ma no?) Federer, che invece va considerato eccome il più serio candidato alla vittoria finale.

Certo ci sarebbe Murray, che abbiamo rivisto in ottime condizioni a Parigi, domato soltanto al quinto set della semifinale da Wawrinka. Ma si continua a intravedere l’inadeguatezza dello scozzese al ruolo di numero uno del mondo, l’assenza di quell’aura di invincibilità tipica di chi è leader nell’animo, non solo per il computer. E per quanto abbia vinto già due volte in casa, Murray continua a riconoscere di essere un po’ allergico alla pressione che la sua terra gli mette sulle spalle quando gioca su quei prati. Lo stesso Wawrinka? Sciolto come un pupazzo di neve sotto i raggi mancini di Nadal, in finale al Roland Garros, sballottato a piacimento per tutto il Philippe Chatrier. “Se indovina le due settimane può battere chiunque”, ma non è così che si può interpretare il personaggio del favorito indiscusso di un torneo. Può fare l’exploit, certo, ma vederlo sollevare l’unico trofeo Slam che gli manca, su una superficie che gli toglie il tempo per le sue aperture, è da considerarsi poco realistico.

 

Djokovic sembra ormai aver perso la cartina per orientarsi tra i suoi fantasmi. Già il quinto set contro Schwartzman era stato un campanello d’allarme stridulo, ma la stesa con Thiem a Parigi è il vero segnale da non far passare inosservato, specialmente per l’affermazione in conferenza stampa dopo il match: “Dopo il primo set, era già decisa”. Una velata, ma nemmeno troppo, spia sulla mancanza di voglia di lottare, che gli è invece stata tipica per tutta la sua carriera. E Agassi, e il guru, e la famiglia, e Lacoste. Troppi dettagli che lo stanno allontanando da quella “gioia di giocare a tennis, che però sto cercando con tutto me stesso”, come disse quando annunciò la separazione dallo storico team di Vajda e staff tecnico. Uscito dalla top 3 per la prima volta dal 2009 (adesso è numero 4 ATP), sembra essere ben lontano dalla mentalità di cemento con cui ha costruito il suo successo. Non può essere il favorito a Wimbledon.

Certo, come per ogni torneo, la mina vagante, la sorpresa può sempre esserci, e in quanto tale non è pronosticabile. I vari Sascha Zverev, Kyrgios, Cilic, Raonic possono sbucare con lo sgambetto da dietro l’angolo per creare squarci nel tabellone. Insieme agli specialisti o semplicemente giocatori più adatti alla superficie, che per natura si presta a smuovere gli equilibri. Muller, Kohlschreiber, Karlovic, Brown, Mischa Zverev, Isner, Lopez. Tutti grandi servitori, con un gioco d’attacco, professori del gioco di volo, che potrebbero far storcere il naso se incontrati ad un secondo turno o comunque nella prima settimana. Ma senz’altro con speranze di andare in fondo vicinissime allo zero Nel marasma generale, insomma, a Londra il favorito è Federer, che pure ha perso all’esordio a Stoccarda, contro Tommy Haas. Non perdeva al primo match di un torneo su erba dal 2002 (Ancic a Wimbledon). L’anno prima del suo primo trionfo a Londra, due anni prima della prima partita contro Nadal. Quindici anni fa, e il tempo sembra comunque non passare.

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Credo che Jannik Sinner sia un fenomeno

MILANO – Per la sua età lo è indiscutibilmente. Dove possa arrivare, però, è un altro argomento. Confronto fra lui e gli enfants prodiges extraterrestri, Federer, Nadal, Djokovic. E con Berrettini. Perché sono ottimista

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Jannik Sinner - ATP Next Gen Finals 2019 (foto via Twitter, @nextgenfinals)

Questo articolo è stato scritto prima delle finale, che poi Sinner avrebbe vinto nettamente contro de Minaur

da Milano, il direttore

L’ho detto chiaramente nel video che potete guardare qui sopra. E lo ripeto qui. Jannik Sinner il suo torneo lo ha già vinto, anche se dovesse perdere stasera da quel Alex de Minaur che non è numero 18 del mondo per caso, non ha vinto tre tornei ATP per caso (Sydney, Atlanta, Zhuhai) – il più giovane tennista ad aver realizzato il tris e uno dei sei giocatori ad aver vinto tre tornei come minimo – non è arrivato in finale a Basilea contro Federer per caso (anche se lì il KO di Zverev e i sorprendenti successi di Opelka che gli ha tolto di mezzo Garin, Goffin e Bautista Agut gli hanno spalancato la strada), non è stato finalista al Next Gen di un anno fa (battuto solo da Tsitsipas) per caso.

Così come non è un caso che l’australiano arrivi in finale senza aver perso neppure un match, vincendo in più occasioni i primi due set e il quarto. Quasi sempre molto nettamente. Anche un anno fa aveva vinto tutti e quattro i match precedenti la finale. Questa sera, se battesse anche Sinner, porterebbe a casa un bottino di 429.000 dollari. Niente male.

Ma un ragazzo di 18 anni e 2 mesi, Jannik Sinner, che entra alle Next Gen dalla porta di servizio, grazie a una wild card, e che non prova alcun imbarazzo ad esibirsi in un catino ribollente di entusiasmo come quello del nuovo Allianz Cloud e batte uno dopo l’altro tre tennisti molto meglio piazzati del suo posto nel ranking (n.95)… e cioè Tiafoe 47 (ed è stato n.29 a febbraio), Kecmanovic 60 (ma era 47 il 9 settembre ed è già stato finalista in un torneo del circuito maggiore ATP, ad Antalya), Ymer 74… beh non può essere un bluff.

È un falso numero 95. È soltanto n.95 perché ha fatto pochi tornei di categoria, dopo avere fatto il primo exploit al torneo challenger di Bergamo. A ricordare e sottolineare oggi che lui è l’unico classe 2001 (16 agosto, quindi appena diciottenne) a figurare nei primi 100 ora come ora può apparire quasi come un understatement, una diminutio rispetto ai suoi meriti. Jannik ha già battuto un top 15 come Monfils (sia pure quel giorno poco volitivo… di fatto poi al secondo duello si è preso la rivincita), ha lottato alla pari in uno Slam con Wawrinka (anche lui più attento al secondo match rispetto al primo), insomma certamente per la sua età Jannik può essere presentato come un fenomeno.

Lo dicono i risultati di questo finale di stagione. La sua classifica reale, in termini di gioco, è già a ridosso dei primi 50. Vedremo nei primi tre mesi del 2020, a Doha dove ha chiesto wild card, all’Australian Open e se riuscirà a entrare in tabellone a Indian Wells e Miami, se mi sbaglio oppure no. Certo dovrà avere anche un po’ di fortuna nei sorteggi, perché se dovesse imbattersi in Djokovic o un altro top-player in tutti i primi tornei allora l’avvicinamento alla top 50 sarà più lento. Ma arrivarci prima dei 19 anni, cioè prima del 16 agosto 2020, sarebbe comunque un grande exploit.

Questa valutazione comporta che diventerà anche lui un top-ten come Berrettini? Calma e gesso. È un altro paio di maniche. È vero che lui ha cinque anni meno di Matteo, ma come mi ha detto ieri sera saggiamente lo stesso Jannik subito dopo aver battuto Kecmanovic (qui alcuni estratti della conferenza stampa), a dispetto di un primo set nel quale per la prima volta aveva avvertito la tensione e aveva commesso parecchi errori: “Ognuno ha un suo percorso. Matteo è stato straordinario quest’anno, ha meritato ampiamente di trovarsi al Masters, è una grandissima impresa e io non posso sapere se riuscirò a fare altrettanto fra cinque anni, fra due, fra dieci… o forse mai”.

Io posso dire, dopo averlo visto da vicino per tre sere, ma anche a Roma e all’US Open dal vivo, e in altre occasioni in tv, che la stoffa del futuro campione c’è tutta. È molto avanti sulla tabella di marcia a suo tempo percorsa dai Berrettini ma anche di tutti i migliori tennisti italiani che io ho visto giocare. Matteo non era una così folgorante promessa alla sua età. Ma nemmeno Adriano, Corrado, Paolo, Tonino, i nostri moschettieri di Davis, anche se dei primi tre si parlava benissimo fin da ragazzini. Ma, appunto, vincevano fra i ragazzini. Ma questo non vorrebbe dire che a questa precocità debbano far seguito necessariamente grandi risultati. È certo vero, d’altro canto, che alcuni giocatori, come il Nadal diciassettenne, il Federer diciannovenne-ventenne, sembravano già garantire un luminoso futuro.

Però, vedete, nel 2013 Kyrgios era il n.1 del mondo junior, mostrava un talento pazzesco, nel 2016 già vinceva quattro tornei – quindi per uno del 1995 era quasi meglio di De Minaur – e sembrava che potesse spaccare il mondo e poi dopo essersi arrampicato al n.13, ha fatto il passo del gambero per via di quel carattere mattoide. Jannik non ha l’eleganza di Federer, né la forza letale del mancino Nadal, assomiglia forse di più a Murray, anche se spinge di più la palla alla Djokovic, ma insomma al giorno d’oggi questi sono decisamente paragoni eccessivamente prematuri. Me ne rendo perfettamente conto. Quei nomi che ho fatto sono i nomi dei “Mostri” del terzo Millennio, quelli che hanno dominato la scena come nessun altro prima di loro. Però non tutti i top 10 degli ultimi 20 anni sono stati extraterrestri come quei quattro.

Quindi siamo legittimamente fiduciosi, ma restiamo con i piedi per terra, per non danneggiare con eccessive aspettative il percorso di Jannik, il quale peraltro, mi sembra per sua fortuna refrattario a subire condizionamenti diversi da quelli che Riccardo Piatti può trasmettergli. Quel che scriviamo noi media non gli farà un baffo. Diversamente da altri giocatori invece assai più influenzabili.

Rispetto a Matteo – con il quale viene più spontaneo fare confronti perché è quello che mi chiede e si chiede ormai sempre più spesso l’appassionato – Jannik parte avvantaggiato, al di là dei già accennati cinque anni di vantaggio anagrafico, perché non palesa veri punti deboli, né tecnicamente né nel fisico. Matteo ha compiuto progressi straordinari nel rovescio quest’anno, nella risposta e nella mobilità. Quelle erano sue carenze che si portava dietro da anni. Ci ha lavorato e lavorato, e ancora lavorato con grande determinazione, con il fido Santopadre. E a furia di seminare ha cominciato a raccogliere. E che raccolti!

Jannik al momento veri e proprio punti deboli sui quali soffermarsi in maniera quasi ossessiva non li mostra. Risponde bene, si muove bene, ha un rovescio stupendo e anche il dritto – un tantino meno spettacolare e tuttavia spesso terrificante – è comunque molto più solido del rovescio di Matteo. Un ragazzo di 18 anni così alto non può non avere vissuto qualche problemino fisico, la schiena, le gambe, però all’Accademia di Piatti sono stati attenti – con Sirola – a farlo crescere fisicamente in modo armonico. Berrettini ha dovuto affrontare diversi stop per problemi fisici, un polso e il braccio, un ginocchio, una caviglia. Dà la sensazione di essere più fragile. E con il metro e 96 inevitabilmente anche meno mobile. Ancora oggi è molto più forte quando riesce a comandare piuttosto che in difesa. Sinner invece sembra non penare particolarmente neppure quando si trova costretto a difendersi.

Matteo oggi è quasi intrattabile quando mette la prima: può servire stabilmente oltre i 200 km orari. Oggi, sia chiaro perché non voglio essere frainteso, il confronto fra i due mi sembra ancora abbastanza improponibile. Stiamo parlando del n.8 del mondo e di un n.95 che sta giocando da numero 60/70 e forse meglio. Era n.551 all’inizio dell’anno! Il balzo di Matteo, da n.54 a n.8, è straordinario, ma quello di Jannik non è da meno. Siamo lì lì, di nuovo considerando l’età.

Jannik, che pure già serve sopra i 210, non ha certamente la stessa potenza e continuità di Matteo nella combinazione servizio-dritto. Però a 18 anni la solidità mentale di Jannik è sorprendente, quasi anomala. E in questi giorni che c’è stata la possibilità di parlarci un po’ più del solito – una ventina fra domande e risposte – ho potuto apprezzare anche la maturità e l’intelligenza del suo ragionare. Intanto a 18 anni è il più giovane finalista delle finali Next Gen ATP Finals, ma questo se testimonia sulla sua indubbia precocità, non è una garanzia di per sé che sia un sicuro campione. Lo è in pectore, avrebbero detto i latini.

Consentitemi di essere molto ottimista dopo averlo visto sparare dritti e rovesci a 128 km orari contro Tiafoe che pure sembrava sovrastarlo sotto il profilo fisico – due spalle che paiono ante d’un armadio – ma che non riusciva a superare i 112 km orari con i suoi colpi. Dopo averlo visto giocare un dritto… “mascherato” in chop (video ripreso dal sito ATP, che potete ammirare qui) spettacolare sul dritto di Kecmanovic, che mi ha ricordato i colpi “fintati” di Panatta. Dopo averlo visto conquistare prima il break decisivo del quarto set con il serbo e poi trasformare il quarto matchpoint sul 3-2 dopo i tre annullati da Kecmanovic con tempestive discese a rete chiuse da perfette volée senza braccino.

“Con Riccardo stiamo lavorando molto sul gioco a rete, sulle volée”. Bene, anzi benissimo che ne sia consapevole. L’altro grande altoatesino, Andreas Seppi, ha ripetuto a se stesso migliaia di volte che avrebbe dovuto venire più spesso a rete, ma poi gli è mancato spesso il coraggio, soprattutto nei momenti chiave di un match. Beh, il giovane Sinner, ha già fatto vedere che il coraggio non gli manca. Non cambierò idea su quel che penso di Jannik, neppure se dovesse perdere con de Minaur, statene certi.

 

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Editoriali del Direttore

Berrettini ha perso da Thiem, ma è più forte. Può aspirare al numero 1 ATP?

Matteo dimostra di essere migliore di Thiem già per averci giocato alla pari con tre anni di meno. È più completo. Questione di anticipo. Di team. Il rovescio di Federer e Nadal. Gli alibi di alcuni tennisti. Finali ATP. Chi può escludere che diventi il n.1 del mondo? Il caso Federer a Parigi-Bercy

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Matteo Berrettini - Vienna 2019 (foto via Twitter, @atptour)

Sì, penso proprio che Matteo Berrettini abbia margini per migliorare ancora, più di Dominic Thiem che ha due anni e mezzo di più. Oggi ci gioca indiscutibilmente alla pari… una volta ci vince, un’altra ci perde di strettissima misura. Qui sotto, più avanti, spiegherò i motivi della mia personalissima convinzione. Lo penso dopo aver guardato con grande attenzione sia la partita di Shanghai vinta da Matteo che quella di Vienna vinta da Dominic. E non solo.

NON È PATRIOTTISMO NÉ TIFO. I MIEI GRANCHI

Non credo, francamente, che il mio giudizio sia condizionato da puro patriottismo né tantomeno dal tifo (sebbene certo abbia una spiccata simpatia sia per Matteo, sia per coloro che fanno parte della sua equipe). Spero che la mia storia professional-giornalistica sia garanzia sufficiente al riguardo. Nemmeno sono influenzato da quanto ho scritto su Berrettini in tempi in cui molti parevano ancora dubitare delle sue qualità, del suo potenziale. Non scrivo davvero oggi quel che penso con lo scopo di sottolineare “guardate come sono bravo, io l’avevo detto”.

 

Ho infatti scritto tantissime volte anche dei granchi che ho preso. Esempi? Riguardo a partite singole – una per tutte, fra le più recenti – quella alla vigilia degli ottavi di finale di Wimbledon quando scrissi che Federer avrebbe probabilmente vinto ma mai 6-1 6-2 6-2 e invece sapete come è finita. Ma anche riguardo a previsioni sul futuro dei giocatori: nel 2013 scrissi che ero persuaso che Fognini sarebbe diventato presto un top-ten e invece ci ha messo sei anni – meno male non mi ha sconfessato del tutto! – nel 2008 scrissi che Bolelli sarebbe arrivato tra i top 20 e invece non ce l’ha mai fatta. Se voglio continuare a percuotermi nell’autoflagellazione tafazziana potrei anche ricordare che negli anni ’90 avevo intravisto notevoli qualità in un ragazzino finlandese, Aki Rahunen, che ribattezzai il Chang della Finlandia o qualcosa del genere, e invece non è mai salito più del n.52 del mondo!

I lettori ricorderanno certo altre previsioni sballate del… Mago Ubaldo. Spero che ricordino però – sarebbe carino! – anche qualcuna di quelle azzeccate, che qui da parte mia non sarebbe elegante tirar fuori. Ripeto sempre, però (e come un mantra “tommasiano” al quale sempre mi ispiro citandolo), che quando vengono rimproverate predizioni errate “solo chi le azzarda corre il rischio di sbagliarle”.

NEPPURE IL “MAESTRO” RINO TOMMASI ERA PERFETTO

E, sempre citando il mio grande Maestro Rino Tommasi, se lui fra tante profezie indovinate e illuminate, poté dire una volta – nel corso delle nostre impareggiabili telecronache ah ah ah, mi pare durante una finale del torneo di Manchester all’inizio degli anni Novanta – che Sampras avrebbe avuto grandi difficoltà a vincere tornei sull’erba per la difficoltà di coniugare la velocità spaziale dei suoi servizi con la necessità di raggiungere altrettanto rapidamente la rete”… beh, ragazzi, “nobody is perfect” e infallibile. Si è sbagliato quella volta Rino, ho sbagliato decine di volte io, possiamo sbagliare tutti, noi comuni mortali.

PERCHÉ MI SBILANCIO SUL CONFRONTO MATTEO-THIEM

Torno a… sbilanciarmi sul conto di Berrettini a confronto con Thiem. Lo faccio sapendo che Matteo per primo, Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna poi, non terranno giustamente in alcun conto quanto dico – sarebbe un guaio! – nel senso che né si adageranno sugli allori per una serie di considerazioni che non hanno certo lo scopo di attenuare il loro impegno e cioè “il lavorar duro” che è il prodromo degli ancora eventuali progressi tecnici, fisici e mentali di Matteo, né subiranno minimamente un qualsiasi tipo di pressione supplementare conseguente a… indebita pressione giornalistica! Ci mancherebbe!

GLI ALIBI INCONSISTENTI DI TANTI TENNISTI MEDIOCRI

Però l’ho scritto qui non per caso. Lo scrivo perché in passato ci sono stati tanti giocatori e giocatrici– ne ho conosciuti davvero diversi – che hanno attribuito alla stampa, e di riflesso all’opinione pubblica, la ragione dei loro insuccessi, dei mancati traguardi, di alcune partite perse, della loro mancata “esplosione”. O perché – a sentire loro – la stampa li caricava di eccessive pressioni, o perché ne sottolineava eccessive carenze facendo insorgere addirittura veri complessi. Ho le prove di quel che dico. Registrate. Una forma di vittimismo molto diffusa, direi più in Italia che altrove per quel che è la mia esperienza, e alimentata di solito dagli accondiscendenti amici-familiari degli stessi giocatori. Che spesso fanno, o hanno fatto, più danni della grandine.

La verità è che il campione deve o dovrebbe essere più forte mentalmente di qualunque cosa possa leggere o sentir dire sul suo conto. Ma senza dover fare lo struzzo e nascondersi. Ma, leggendo (perché no?), ascoltando e poi reagendo da campione. Sul campo. Non a chiacchiere. È il campo la sola cosa che conta, alla fine.

NON AVERE NERVI SALDI È COME NON AVERE IL DRITTO

Quando sento dire che quel giocatore sbaglia a interpretare i punti importanti (braccino?) o serve male (idem?), interpreta male le partite in cui è favorito (in Davis o altro? Idem!!!) perché la stampa, i lettori sui social, gli mettono dei complessi, mi cadono le braccia. Perché non ammettere, più semplicemente, che quel giocatore, quella giocatrice, non ha i nervi saldi che dovrebbero essere prerogativa del vero campione? Perché non capire che non avere nervi saldi è come non avere il dritto? O il rovescio, o la seconda palla di servizio? Quest’utima, credetemi, è un bel termometro per misurare le qualità nervose del tennista. A questo riguardo Pete Sampras era un fenomeno. Chi cerca alibi non è campione. Spesso i genitori cercano alibi per i figli. Senza rendersi conto che così facendo li indeboliscono. Matteo ha i nervi saldi, saldissimi per la sua età, il suo tipo di gioco rischioso, la sua ancor grande inesperienza. Punto e a capo.

BERRETTINI HA PERSO A VIENNA DA THIEM PERCHÉ ERA PIÙ STANCO, NON MENO FORTE

A mio avviso, in conclusione dopo queste lunghe premesse, Berrettini ha perso a Vienna perché era più stanco. Il suo percorso fino a quella semifinale, lungo altre sette semifinali precedenti, è stato molto più faticoso. Sotto tutti i profili. Fisico, psicologico, mentale.

QUANTO DIVERSE L’ETÀ E L’ESPERIENZA TRA I DUE

Thiem è sulla cresta dell’onda da almeno cinque anni. Cinque anni fa, quando Matteo non aveva neppure un punto ATP, Thiem giocava a Kitzbuhel la sua prima finale. Tre anni e mezzo fa (sì, conta anche il mezzo… vi ricordate dov’era Matteo sei mesi fa?) raggiungeva la sua prima semifinale – di quattro consecutive, con due finali 2018 e 2019! – al Roland Garros. Al Roland Garros Thiem era già stato, nel lontano 2011, finalista del torneo junior. Matteo aveva 15 anni. E non era, né sarebbe stato poi, fra i primissimi junior italiani. Tre anni fa Thiem era già top-ten.

Insomma Thiem ha quintali di esperienza alle spalle in più. Di partite importanti. Di semifinali, di finali. Di situazioni psicologiche diversamente complesse: partite da vincere “obbligatoriamente” perché favorito, “obbligatoriamente” perché giocate in casa, “obbligatoriamente” perché non aveva nulla da perdere contro i grandi che lo avevano più spesso battuto, partite da vincere “obbligatoriamente” perché in grande vantaggio nel punteggio, partite da rimontare “obbligatoriamente” perché un top 5 deve saper reagire a certe giornate no e trasformarle in giornate sì. Ovviamente quell’obbligatoriamente è avverbio del tutto ingiustificato.

Ma dà il senso della pressione che un campione deve imparare ad affrontare. Giorno dopo giorno. Due anni e mezzo in più all’anagrafe, sei-sette anni in più dal primo Roland Garros quale agonista.

EPPURE THIEM ANCORA SOFFRE LA PRESSIONE CASALINGA

Eppure, pensate un attimo, per 10 anni – 9 anni in tabellone, la prima partendo dalle quali mi pare – Thiem ha giocato il torneo di casa, a Vienna, senza mai riuscire a vincerlo prima di ieri. Ho chiuso sul discorso diversa esperienza. Ma, ribadisco, se oggi i due sono alla pari quando si affrontano, tranne che inevitabilmente nei diversi palmares e ranking, significa che Matteo è ben avanti a Dominic. A Vienna ha ceduto fisicamente, non mentalmente. Era Dominic a dimostrarsi più fragile mentalmente nel primo set, a commettere errori di dritto gratuiti, a fare doppi falli di pura tensione.

SEGUE A PAGINA 2: MATTEO PIÙ SOLIDO MENTALMENTE E TATTICAMENTE DI THIEM

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Editoriali del Direttore

Gianluca Moscarella rischia la radiazione. Ha sbagliato, ma non ha ucciso nessuno

EDITORIALE – Una condotta inaccettabile, ingiustificabile, dell’arbitro Gold Badge ITF, soprattutto nei confronti dell’innocente giovane raccattapalle. Punire sì, ma senza eccedere nel giustizialismo e nella distruzione dell’uomo

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Gianluca Moscarella - Firenze Tennis Cup 2019 (foto Stefan Polini)

È francamente imbarazzante, a dir poco, anzi pochissimo, quel che è successo nella mia Firenze, nel mio circolo delle Cascine, un po’ sotto ai miei occhi, un po’ vicino alle mie orecchie. E mi riferisco alla vicenda di cui buona parte del microcosmo del tennis in questi giorni parla: cioè quella che ha avuto per protagonista, e reo, l’arbitro Gianluca Moscarella.

Era giovedì e avevo seguito sul campo n.1 del CT Firenze la strenua lotta ingaggiata da Paolo Lorenzi con colui che avrebbe vinto la Firenze Tennis Cup, l’argentino Marco Trungelliti. Paolo aveva perso da poco 6-4 6-7 7-5 e io nell’articolo pubblicato su Ubitennis avevo riferito della sua arrabbiatura con queste righe: “… Paolo, che ha dovuto subire – proprio quando serviva sul 5-6 – una sciocca sospensione di 6/7 minuti dovuta alla riparazione di un buco (minimo) che si era formato nella rete. Francamente l’arbitro avrebbe potuto aspettare la conclusione del match o semmai decidere per la riparazione sul 6 pari. Paolo un po’ si è innervosito, un po’ si è freddato (ed era già piuttosto provato, a quasi 38 anni meno pause si hanno e meglio è), fatto sta che in un baleno si è trovato sotto 0-40 con tre match point da annullare e non ce l’ha fatta”.

Cinque minuti dopo la conclusione della partita avevo sfiorato davanti alla segreteria del CT Firenze Christian Brandi, l’allenatore di Lorenzi (ma anche di Dalla Valle e di Napolitano, tutti “allievi” del Piatti Tennis Center di Bordighera). Era letteralmente furibondo. Poiché avevo seguito con i miei occhi l’episodio del buco nella rete, della sua riparazione, dello stop che di sicuro non aveva giovato a Lorenzi, mentre lo sentivo lamentarsi concitatamente con il supervisor, restavo interdetto nel sentir dire a Christian Brandi, un tipo per solito piuttosto tranquillo: “Quello lì vuol far sempre il fenomeno!”.

 

Ma mi sono allontanato da quel serrato conciliabolo, perché ero lì per caso e non mi pareva il caso di restare lì ad orecchiare. Solo che quella sola frase captata mi aveva incuriosito. Non ero proprio riuscito a capire chi fosse il presunto fenomeno. Infatti non poteva essere l’arbitro di Trungelliti-Lorenzi. Questi aveva forse sbagliato per inesperienza, avrebbe potuto aspettare o la conclusione della partita oppure l’eventuale 6 pari, per far rattoppare un buco piccolissimo che non avrebbe certo pregiudicato il prosieguo di un match comunque agli sgoccioli. Magari quell’arbitro non poteva immaginarsi che per riparare il buco ci sarebbero voluti 6/7 minuti. Ma, insomma, se aveva sbagliato lo aveva fatto in buona fede, ma non aveva però fatto il fenomeno.

Chi era dunque il fenomeno? Avrei saputo e capito solo più tardi – ma senza che mi si raccontassero i dettagli che avrei scoperto più tardi – che il riferimento era rivolto a Moscarella, arbitro di fama internazionale, Gold Badge, e che per l’appunto pochi giorni prima aveva avuto notizia che dal 2020 sarebbe stato impegnato sul circuito ATP per un minimo di 24 settimane. E in conseguenza di ciò aveva prontamente annunciato le sue dimissioni (a partire dal prossimo gennaio 2020) da consulente-collaboratore del marketing e acquisizione sponsor di RCS-Gazzetta dello Sport. Per inconciliabilità di tempi.

Quella sera stessa apprendevo che Moscarella aveva lasciato in fretta e furia, rabbuiatissimo, il torneo di Firenze adducendo gravi motivi familiari. Senza quasi salutare nessuno. Macché problemi familiari! Era successo tutt’altro. Che cosa?

Era successo che – ho potuto ricostruire – Enrico Dalla Valle, il quale aveva perso 7-5 4-6 6-4 in un match di secondo turno da Sousa (… per via della pioggia i match si erano accavallati), si era fortemente stupito – lui in persona per primo o forse un suo amico che lo aveva informato – del fatto che a margine della sua sconfitta si fossero scatenati tanti post di tanti lettori, addirittura ottanta, su un sito e un social. Era accaduto che Stefano Berlincioni – un appassionato che ama riguardare in stream gli incontri registrati che non può vedersi in diretta (forse dovrei chiedergli di collaborare con Ubitennis… la porta è aperta!) – nell’ascoltare tutta la registrazione si era accorto dell’incredibile conversazione avvenuta fra Moscarella e Sousa di cui Ubitennis ha riferito nei giorni scorsi. E lo aveva divulgato coram populo con il tam tam dei social che avevano fatto il resto.

Ovviamente quella conversazione non poteva non arrivare alle orecchie di Christian Brandi che non ha potuto fare a meno di denunciare l’accaduto per – più che legittimamente – risentirsene con il supervisor. Non so se questi fosse già stato messo al corrente, ma certo è che appena ne ha preso conoscenza ha avvertito i suoi superiori in ATP e subito poi invitato Moscarella a lasciare Firenze e il torneo in fretta e furia. Nel rivedersi tutto il nastro del match – per esaminare il caso Sousa-Dalla Valle – ecco saltare fuori anche l’incresciosa e certamente ancora più incredibile vicenda che ha coinvolto l’innocente ragazzina raccattapalle che frequenta la quarta liceo dello sportivo Dante Alighieri e che non poteva certo immaginarsi di poter ricevere da un arbitro professionista della reputazione di Moscarella frasi come quelle che lui ha invece pronunciato.

Catalogarle come un eccesso di confidenza parrebbe interpretazione troppo benevola. Chi l’aveva vista nelle immagini registrate l’aveva creduto più piccola della sua età. Per questo motivo si è diffusa la voce ancora più inaccettabile che Moscarella avesse rivolte quelle frasi a una ragazzina di 13 anni (apparendo così ancora più incredibili). Non che rivolgerle a una di 17 sia molto diverso, però emozionalmente avrebbero forse fatto appena un po’ meno effetto.

La ragazzina, prevedibilmente piuttosto turbata, è stata inevitabilmente sentita perché si doveva capire se avesse realizzato quel che non è detto avesse udito pienamente (vero? falso?). E anche se ci fosse stato magari qualcos’altro prima o dopo che fosse eventualmente sfuggito ai microfoni (della cui esistenza un tipo esperto come Moscarella avrebbe dovuto essere ben al corrente… il che stupisce ancora di più per la inimmaginabile leggerezza dimostrata). La ragazza, oltre che turbata, quando è stata interrogata, era anche comprensibilmente spaventata. “Non avrò mica io qualche colpa?” pare abbia detto, prima di venire ovviamente rassicurata e tranquillizzata.

Vi potete quindi facilmente immaginare quanto irritati (furibondi in realtà!) fossero sia i genitori sia il preside della scuola che aveva aderito con grande entusiasmo – come del resto tutti i ragazzi – alla proposta del CT Firenze di impiegare i ragazzi del liceo sportivo come raccattapalle. Talmente entusiasti loro da venire ad assistere anche alle finali in massa, compresi quelli che ormai non sarebbero stati più impiegati. Una esperienza interessante, per loro, vivere dall’interno un torneo professionistico, imparando dal vivo del torneo tante cose che vanno al di là dell’imparare cosa è il tennis, il suo punteggio, le necessità dei tennisti, che cosa è un torneo professionistico e altre cosucce che per uno studente di un liceo classico non sono certo necessarie o importanti, ma per chi invece frequenta un liceo sportivo possono anche diventare utili apprendimenti.

Un anno fa, per la prima edizione della Firenze Tennis Cup – primo torneo professionistico dopo 22 anni di assenza a Firenze – i dirigenti del CT Firenze erano diventati matti per garantire la presenza dei raccattapalle nelle gare mattutine. I ragazzi erano infatti a scuola. Quest’anno si era pensato a risolvere la questione organizzandosi così, d’accordo con il preside e favorendo anche con biglietti omaggio l’ingresso dei genitori dei ragazzi al torneo.

Adesso, dopo questo episodio che porterà certamente serie conseguenze alla carriera di arbitro di Moscarella – il cui comportamento non ha bisogno di commenti banali se non che tutti nell’ambiente ci si chiede con malcelato e grande stupore come abbia potuto incorrere in tali terribili leggerezze, accumulandole poi in un solo giorno – giustamente sia il presidente del CT Firenze Giorgio Giovannardi sia il preside del Liceo Dante Alighieri si preoccupano soltanto di evitare ulteriori traumi alla ragazzina che è certo un po’ stranita per tutto quanto le è successo, per un’attenzione smisurata e certamente non desiderata.

D’altra parte la vicenda, che ha trovato eco su tutti i giornali nazionali, ma anche media internazionali a causa sia dell’accaduto sia anche della notorietà dell’arbitro in predicato di diventare uno dei top-umpires del circuito ATP, non poteva essere sottaciuta. Qualcuno dice che l’eco sarebbe stata esagerata se la incredibile condotta di Moscarella – continuo a usare lo stesso aggettivo, incredibile, perché non ha senso cercarne altri, ognuno aggettivi la sua condotta come sente o preferisce – si fosse limitata alle esortazioni fatte a Sousa, con il quale evidentemente Moscarella ha un rapporto estremamente confidenziale che un arbitro non dovrebbe né avere né tantomeno palesare. Ma le frasi dette alla ragazzina raccattapalle sono francamente e assolutamente inaccettabili.

E non possono restare impunite. Come, quanto? Non sta a me dirlo. Moscarella lo conosco da tempo, ci siamo parlati diverse volte e non riesco a capire che cosa gli abbia potuto prendere all’improvviso quel giorno. Ci sono state volte in cui mi è parso un po’ troppo sicuro di sé, magari eccessivamente estroverso in certe sue manifestazioni… ma alla fine – per quanto le sanzioni saranno inevitabili e probabilmente pesanti; non mi sento di escludere che in un’associazione nata negli USA come l’ATP non si arrivi addirittura a una radiazione perché oggi più di ieri i commenti anche più vagamente macho-sessisti di quelli pronunciati da Moscarella suscitano forte riprovazione – provo anche umano dispiacere per chi ha probabilmente rovinato in una giornata di follia quasi tutta una vita e una carriera che sembrava ben avviata.

Oggi è facile condannarlo e non ci sarà chi non lo faccia senza trovargli alcuna giustificazione, alcun alibi. Ma nessuno può sapere fino in fondo che cosa possa aver scatenato nella sua testa, nella sua mente – magari veri problemi familiari? – tutto quel che ha detto e fatto. Un conto è augurarsi una punizione salutare perché certi deprecabilissimi episodi non abbiano a ripetersi, un altro è distruggere per sempre una vita, una persona. Ha sbagliato, certo che ha sbagliato, e ha sbagliato pesantemente. In modo oggettivamente inqualificabile. Soprattutto nei confronti della sua innocente “vittima”, una ragazzina minorenne, e in un ambiente, quello dello sport, dove la sanità dei comportamenti è – e deve essere – ancora più richiesta che in altri. Però attenzione anche a non esagerare. Ogni giorno assistiamo, leggiamo di orribili delitti, crimini che restano quasi impuniti. Moscarella non ha ucciso nessuno.

Difatti, mi direte, non rischia il carcere ma solo l’interruzione di una carriera. Beh non è davvero poco. D’ora in poi sarà sicuramente esposto al pubblico ludibrio, a una condanna morale che nessuno gli risparmierà (e che magari soltanto 20 anni fa sarebbe stata meno accanita: anche del “me too” e dei casi di vere molestie sessuali si parla e si condanna ovunque unanimemente soltanto da tempi piuttosto recenti) e questa è già pesantissima. È necessario l’ergastolo? Al produttore americano Harvey Weinstein sono stati contestati, sia pur a distanza di anni, decine di episodi di molestie e aggressioni sessuali. Colpevole con ripetuta recidiva. Per Moscarella, almeno al momento per quanto io sappia, non mi pare siano emersi altri episodi del genere fiorentino. Mi pare ci sia una discreta differenza. Punire uno per educare molti? Certo. Se saltassero fuori altri episodi del genere imputabili a Moscarella, che quindi potesse considerarsi recidivo, allora una sua pur quasi insostenibile difesa non avrebbe alcun senso. Altrimenti sarebbe a mio avviso da tenere in considerazione che quest’uomo di 47 anni ha arbitrato migliaia di partite. Mille, duemila, tremila? Ha dato di fuori di matto un giorno, fino a prova contraria. Pena di morte professionale? Sarebbe un po’ come se a un uomo che si è comportato onestamente per una vita, ma che per un giorno fosse caduto nella tentazione di commettere un furto e fosse stato pescato in flagrante… dopo la condanna e l’espiazione della meritata pena, si rifiutasse ogni possibilità di reinserimento nella società e nel mondo del lavoro.

Io, fin dai miei primi studi giuridici, sono sempre stato per il recupero alla vita dei condannati (figurarsi per gli appassionati di tennis), per una pena rieducativa che consenta consapevolezza, pentimento e ravvedimento. E sono sempre stato contrario ad ogni facile giustizialismo. Sia pure, al contempo, senza eccedere nel perdonismo. Sono, insomma, sempre per l’equilibrio della pena. Punite il povero Moscarella, certamente reo, ma non distruggetelo per sempre.

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