"Questo" Federer non è meno forte di "quel" Federer

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“Questo” Federer non è meno forte di “quel” Federer

Federer 2006 probabilmente batterebbe Federer 2017. Ma in realtà il Federer di oggi non è meno forte di quello di ieri. Ed ecco perché

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Adesso sembra imprescindibile inquadrare il Federer 2017 all’interno della sua stessa carriera. È più o meno forte del Federer 2006? O di quello del 2007? Il dritto molto probabilmente schiocca meno, in generale quello di oggi è un giocatore meno esplosivo. Ma globalmente stiamo assistendo alle gesta di un tennista più forte, più difficile da battere, più completo?

La risoluzione dell’equazione passa anche per l’analisi dei suoi avversari. I cinque tornei vinti dallo svizzero in questa stagione (Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle e Wimbledon) finivano nel suo palmares anche 11 anni fa. Possiamo quindi divertirci a confrontare gli avversari battuti nei turni decisivi.

Australian Open

 


Davydenko è stato nel 2006 l’avversario più duro del suo torneo. Per caratteristiche e stato di forma: non paragonabile al seppur ottimo Mischa di Melbourne, che nel matchup tecnico risulta peraltro fatalmente svantaggiato contro lo svizzero. Sui confronti Wawrinka-Kiefer e Nadal-Baghdatis forse non è neanche il caso di aprire un dibattito. Pur consapevoli che per il cipriota finalista quello Slam sarebbe rimasto il miglior torneo della carriera. 

Indian Wells

Il percorso del 2006 (somma ranking avversari 99) vede in Ljubicic e Blake gli avversari più duri. L’attuale coach di Federer era sì il numero 6 del mondo, ma dal 2005 aveva perso cinque sfide di fila contro di lui. Blake probabilmente su cemento valeva più del 14esimo posto occupato in classifica (sarebbe infatti entrato a breve in top 10), ma in carriera ha battuto lo svizzero una sola volta su 11 incontri. Nel 2017 tutto è cominciato con la severa lezione a Nadal – dopo l’epica sfida di Melbourne tutti si attendevano ben altra battaglia – ed è proseguito con le attente vittorie su Sock e Wawrinka. Stan ha giocato a IW il secondo miglior torneo stagionale dopo il Roland Garros, ma si è arenato contro il chiaro svantaggio tecnico che Federer gli impone. Considerando però il forfait di Kyrgios, non risaltano grosse differenze di difficoltà tra i due percorsi.

Miami

Qui il ranking sembra suggerire che gli avversari del 2006 fossero più ostici, ma attenzione. Ferrer su cemento non può (e non deve?) essere considerato avversario più complicato del Kyrgios di Miami, per distacco il giocatore capace – dopo Federer – di esprimere il miglior tennis nella tournée statunitense. E con un servizio quasi inattaccabile. Lo stesso andamento della partita (tre tie-break lottatissimi) l’ha confermato. Blake 2006 vs Berdych 2007: James nella stagione migliore della carriera ma quasi mai capace di contrastare lo svizzero, Tomas nel bel mezzo della sua parabola discendente ma spesso (e volentieri) in grado di fare partita pari anche contro ottime versioni di Federer. Lo scorso marzo Roger è stato persino costretto ad annullare due match point. 

Halle

I tre turni finali di Halle 2006, e lo conferma l’intero campo partecipanti del torneo confrontato con quello del 2017, hanno certamente presentato a Federer più insidie. Quest’anno lo svizzero ha dovuto battere il campione in carica Mayer e dopo aver incontrato qualche lieve difficoltà contro il baldanzoso – ma non ancora fine pensatore sul campo da tennis – Khachanov, ha fatto a brandelli la resistenza del povero Zverev. In questo confronto va anche considerato che Federer 2017 ha affrontato il torneo più come un test che che con la “fame” di un fenomeno di 24 anni nel pieno del suo fulgore atletico.

Wimbledon

Wimbledon 2006: ranking complessivo dei tre avversari pari a 71. Wimbledon 2007: ranking complessivo dei tre avversari pari a 28. Sarebbe sconveniente fermarsi ai soli numeri, ma è chiaro come l’accoppiata Raonic-Berdych 2017 potesse (e dovesse) offrire maggiori insidie rispetto al duo Ancic-Bjorman. Ma contro il canadese di insidie praticamente non ce ne sono state, e contro il ceco sono state tutte abilmente schivate. Il confronto delle due finali appare impietoso ma pesantemente viziato dall’infortunio/crollo psicologico di Cilic. Per quanto, a ben ricordare il Nadal 2006 su erba, si trattava di un giocatore che doveva ancora interiorizzare alcuni accorgimenti tattici necessari per battere Federer sulla sua superficie maestra.

Questo breve excursus statistico fornisce un quadro più chiaro della situazione. Così come nel 2006 Federer non aveva un vero rivale sulle superfici veloci, così nella prima metà di 2017 nessuno si è dimostrato in grado di opporgli un vero contraddittorio. 11 anni fa il re del circuito era lui, anche secondo i numeri, oggi chi per classifica dovrebbe batterlo non arriva neanche abbastanza in fondo da sfidarlo. Djokovic e Murray sono lontani rispettivamente 538 e 697 giorni dall’ultimo incontro con Federer.

La domanda sorge spontanea. Se assumiamo che il comparto giocatori del 2006 non può essere definito superiore a quello del 2017 – e perché dovrebbe, se la variabile comune, Nadal, non era più forte sul veloce di quanto lo sia oggi? – perché Roger Federer 2017 deve essere ritenuto inferiore soltanto perché ha 11 anni di più? 

Si badi bene, dal discorso stiamo escludendo la competitività sulla lunga distanza. Ovvero la capacità di disputare un’intera stagione su questi livelli, come banalmente il Federer 24enne sapeva fare con altro agio rispetto al Federer 35enne. Ci si riferisce ai picchi di tennis e al rendimento medio nei grandi tornei. E Federer i grandi tornei li ha vinti tutti, così come nel 2006, soffrendo forse globalmente meno contro avversari non meno forti. Ovviamente avvalendosi della possibilità di giocare meno e centellinare le energie. Ma il Federer che ha vinto gli Australian Open 2017 superando le insidie di 18 set dagli ottavi alla finale è davvero un giocatore più facile da battere di quello che ha lasciato poche chance a Davydenko, Kiefer e Baghdatis nel 2006?

L’obiezione più ovvia sarebbe che Federer aveva un’altro tipo di esplosività. Ma quel vigore fisico che gli permetteva di dominare ogni scambio da fondocampo e oggi invece si è tradotto in una resistenza inferiore sulla lunga distanza, l’ha costretto a rivalutare una più frequente verticalizzazione degli scambi. Federer ha capito, si è capito, e ha modificato il suo tennis. L’altra obiezione potrebbe nascondersi nello stesso strapotere del Federer 2006. Forse la sua superiorità era così netta da far apparire i suoi avversari meno competitivi di quanto non fossero realmente. E se invece considerassimo quanto il tennis si è ulteriormente evoluto in questi 11 anni sotto il profilo atletico? A un impoverimento nella varietà del gioco sicuramente ha fatto da contraltare un aumento della soglia “fisica”. Ogni anno che passa al numero 50 del mondo è richiesta una preparazione più attenta per poter mantenere la stessa posizione in classifica. È il naturale evolversi dello sport.

Sotto il profilo della condotta tattica, poi,  Federer è sicuramente migliorato. Nelle sfide australiane contro Wawrinka e Nadal è stata proprio una gestione più matura delle energie e dei suoi momenti di tennis migliore a regalargli la vittoria. “Last but not leastil cambio d’attrezzo gli ha permesso di dedicarsi maggiormente al rovescio coperto, corollario di un tennis più offensivo. Che il “nuovo” rovescio sia stato il vero punto di forza del suo 2017 non è certo scoperta di queste righe.

Questo aver saputo fare di necessità virtù, queste modifiche per tornare ad essere il più forte, non rendono Federer più vulnerabile. Lo rendono un tennista diverso, più completo, e per certi versi più coraggioso e consapevole dei propri mezzi. Federer 2006 probabilmente batterebbe Federer 2017: intravediamo il primo tirare drittoni, a volte anche testardi, e il secondo cercare di togliergli il tempo guadagnando la rete. Quello col ciuffo più lungo prevarrebbe perché Federer 24enne non soffrirebbe i suoi stessi cambi di ritmo e avrebbe più dritti vincenti nel braccio. Ma Federer non può affrontarsi da solo (o forse sì?). La variante nel tennis è l’avversario. E oggi gli avversari di Federer non ci stanno dicendo che è meno forte. Altrimenti lo batterebbero.

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Andy Roddick e il tutorial su come lanciare una racchetta

Il campione americano Roddick ironizza con una video-lezione dal vialetto di casa, sui recenti comportamenti di Brooksby e altri tennisti

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Tanti discorsi seri si sono generati dalle scelleratezze compiute da alcuni tennisti negli ultimi tempi. La più recente è quella del giovane americano Jenson Brooksby, che ad esser precisi si è lasciato andare ad una sequela di lanci di racchetta uno peggio dell’altro, fin quasi a colpire il raccattapalle. La partita contro l’argentino Coria (alla fine terminata 3-6 6-2 6-3 per Brooksby) è oggetto di critiche anche per i precedenti illustri che porta alla memoria, per non parlare degli utilizzi impropri della racchetta adottati da Zverev ad Acapulco. Ma a fronte di tutti questi dibattiti sull’applicazione del regolamento, sul voler lasciare o meno ai giocatori la libertà di questi gesti, sulla leggerezza con la quale certi organi del tennis gestiscono queste situazioni… ci vuole un po’ di ironia.

Come spesso accade nel tour, a strappare un sorriso con la sua autenticità e il suo fare amichevole è Andy Roddick. L’ex numero 1 del mondo ha pubblicato una video-lezione di poco più di un minuto su come scagliare le racchette a terra e le palline in aria senza pericolo per le persone circostanti. Per quanto riguarda la racchetta ha specificato che bisogna afferrarla dal cuore per poi scagliarla parallelamente al suolo, mantenendola a poca distanza dai piedi; per le palline il discorso è molto più semplice: puntare al cielo e colpire con tutta la forza. Ironico anche il commento della moglie di Roddick al video: “Emozionata che ora i nostri bambini sapranno fare i capricci correttamente“.

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Dimitrov dieci anni dopo: non più Baby, mai Fed

No, adesso Grigor Dimitrov non ci inganna più: anche se ha raggiunto un’altra semifinale Slam, nel suo futuro non sembra esserci troppa gloria

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All’improvviso un bulgaro. Grigor Dimitrov è risorto, quando ormai tutti lo davano per finito, e ha vinto… no, ha raggiunto la finale… no, ha perso in semifinale all’US Open. Per la prima volta. Dopo aver battuto Federer. Per la prima volta. Finalmente, si potrebbe dire.

Lo chiamavano baby Fed ed era la grande speranza per il ricambio generazionale dopo l’era dei Fab four. Oggi invece, nonostante l’exploit americano, appare chiaro che Dimitrov non sarà mai un campione completo, e probabilmente, a meno di circostanze imponderabili, non porterà a casa un trofeo del grande Slam. Il suo ruolino di marcia post-US Open, composto da una vittoria e tre sconfitte, in un certo senso lo conferma: eliminato ai quarti di Chengdu da Bublik con tanto di match point falliti, a Pechino e Stoccolma – questa settimana – ha addirittura rimediato due battute d’arresto al primo turno, rispettivamente contro Rublev e Querrey. Per Dimitrov è sempre stato un problema confermarsi.

Le ragioni vanno trovate in una sua eccessiva fragilità. A volte mentale, a volte nel gioco. Infatti, non sono stati certo i Fab four (o fab 3) e la loro longevità a limitare la carriera del bulgaro. Andando a vedere il bilancio di vittorie e sconfitte con i quattro campioni di quest’era già si intuisce che il bulgaro non è fatto della stessa materia di cui sono fatti i grandi:

 

Federer: 1-7 (negli Slam 1-2)
Con un bilancio complessivo di 16 set persi e solo 2 vinti fino a questo US Open.

Nadal: 1-11 (negli Slam 0-2)
Le due vittorie di Nadal negli slam sono avvenute entrambe in Australia e in entrambe le occasioni Dimitrov è uscito con non pochi rimpianti. Molte le partite combattute tra i due, nelle quali è sempre uscito vincitore lo spagnolo.

Djokovic: 1-8 (negli Slam 0-2)
Le due sconfitte negli Slam senza la minima occasione.

Murray: 3-8 (negli Slam 1-2)
Non stupisce che lo scozzese, palesemente il Ringo Starr dei fab four sia l’avversario con cui Dimitrov ha raccolto più successi, e comunque son pochi.

Ma a ben guardare, il dato più importante è il numero di sconfitte con giocatori diversi dai fab four. Dal 2011, anno dell’esordio negli Slam (a parte un primo turno a Wimbledon nel 2009) e dell’ingresso tra i top 100, il bulgaro ha partecipato a 36 Slam, perdendo, come si è detto, 8 volte dai fab e 28 volte da altri giocatori. Chi sono questi altri giocatori? Analizziamo le sconfitte Slam per Slam:

AUSTRALIAN OPEN: Ventitré vittorie e nove sconfitte tra cui spicca quella con Nadal del 2017, che avrebbe potuto dare tutta un’altra svolta alla sua carriera, e le ultime due contro ottimi giocatori che un aspirante vincitore di Slam dovrebbe battere.

  • 2011 – 2T Wawrinka (n.19)
  • 2012 – 2T Almagro (n.10)
  • 2013 – 1T Benneteau (n.38)
  • 2014 – QF Nadal (n.1)
  • 2015 – 4T Murray (n.6)
  • 2016 – 3T Federer (n.3)
  • 2017 – SF Nadal (n.9)
  • 2018 – QF Edmund (n.49)
  • 2019 – 4T Tiafoe (n. 39)

Melbourne è senza dubbio lo slam migliore per il bulgaro. Bilancio con i top ten: zero vittorie e cinque sconfitte (ma due vittorie con un numero 11, Raonic e Goffin). Le migliori possibilità di vittoria il bulgaro le ha avute nel 2017, ma è improbabile, visto il suo record con Federer, che sarebbe riuscito ad alzare la coppa anche se avesse battuto Nadal. La più grande delusione invece l’anno successivo, sconfitto da Edmund (ma già in affanno con McDonald al secondo turno) quando sembrava favorito per raggiungere la finale.

ROLAND GARROS: spiccano due primi turni con Karlovic e Sock, in anni in cui il bulgaro navigava vicino alla top ten. Sconfitte senza appello con due giocatori non da terra.

  • 2011 – 1T Chardy (n.61)
  • 2012 – 2T Gasquest (n.20)
  • 2013 – 3T Djokovic (n.1)
  • 2014 – 1T Karlovic (n.37)
  • 2015 – 1T Sock (n.37)
  • 2016 – 1T Troicki (n.24)
  • 2017 – 3T Carreno Busta (n.21)
  • 2018 – 3T Verdasco (n.35)
  • 2019 – 3T Wawrinka (n.28)

Anche negli anni migliori Dimitrov non è mai andato vicino a fare bene a Parigi. Un solo top ten incontrato (Djokovic nel 2013); prima della vittoria su Cilic (n.13) quest’anno il suo scalpo più prestigioso era Donald Young (n. 51 nel 2012!).

WIMBLEDON: quindici vittorie e nove sconfitte sui prati di Church road con la semifinale raggiunta nel 2014 con lo scalpo di Andy Murray (numero 5), battuto nei quarti di finale. Dolorose le sconfitte al terzo turno dei due anni successivi, in cui avrebbe dovuto fare meglio.

  • 2011 – 2T Tsonga (n.19)
  • 2012 – 2T Baghdatis (n.42)
  • 2013 – 2T Zemlja (n.55)
  • 2014 – SF Djokovic (n.2)
  • 2015 – 3T Gasquet (n.20)
  • 2016 – 3T Johnson (n.29)
  • 2017 – 4T Federer (n.5)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.224)
  • 2019 – 1T Moutet (n.84)

A parte il 2011 (sua seconda partecipazione), la semifinale raggiunta nel 2014 e la sconfitta con Federer nel 2017, Dimitrov ha sempre perso da avversari che sull’erba dovrebbero essergli inferiori. Due sconfitte su tre contro top ten e gli scalpi migliori (a parte Murray) raccolti in nove anni sono Dolgopolov (n.19 nel 2014) e Simon (n.20 nel 2016). Ancora una volta troppo poco per uno che si pronosticava possibile pluri-vincitore del torneo.

US OPEN: dodici vittorie e nove sconfitte a New York e bilancio portato in attivo dall’exploit di quest’anno. Spiccano come particolarmente dolorose le sconfitte con Rublev e Wawrinka negli ultimi due anni, in cui tutti attendevano conferme ad alti livelli che non sono mai arrivate.

  • 2011 – 1T Monfils (n.7)
  • 2012 – 1T Paire (n.49)
  • 2013 – 1T Sousa (n.95)
  • 2014 – 4T Monfils (n.24)
  • 2015 – 2T Kukushkin (n.56)
  • 2016 – 4T Murray (n.2)
  • 2017 – 2T Rublev (n.53)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.101)
  • 2019 – SF Medvedev (n.5)

Bilancio con i top ten di una vittoria (Federer) e tre sconfitte. Fino alla vittoria con Federer di quest’anno lo scalpo più prestigioso battuto a New York era Joao Sousa (n.36 nel 2016!).

Guardando il bilancio totale negli Slam, non sembrano tanto gravi le appena due vittorie (a fronte di 11 sconfitte) contro top ten, quanto il bilancio di 15 vittorie e 28 sconfitte contro top fifty. A significare che incontrando giocatori di medio livello il bulgaro esce sconfitto quasi due volte su tre. Impossibile sperare di vincere uno Slam così.

In definitiva Dimitrov è questo. Può trovare la settimana giusta e battere degli ottimi giocatori (come successo alle Finals e a Cincinnati). Se capita un paio di volte in un anno, nei momenti giusti, può ritrovarsi tra i primi dieci del mondo. Ma allo stesso modo può uscire dai primi venti a causa di sconfitte con giocatori tutto sommato modesti e difficilmente porterà mai a casa uno Slam, dove verosimilmente dovrebbe riuscire a battere un paio di top ten nelle fasi finali.

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Sul carro di Daniil

Il russo entrerà in top 30 e vuole prendersi il primato nazionale. Oggi sembra più calmo, ma nasconde un passato piuttosto fumantino: dai cinque mesi di squalifica quando era junior… alle monetine

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Ci sono le giovani promesse del tennis e poi ci sono i giovani tennisti russi. Per una ragione quasi ancestrale, che affonda le radici direttamente nella cultura (sportiva, ma non solo) russa, vanno analizzati con altri parametri e meritano quasi una diversa indulgenza. Se hanno un carattere un po’ fumantino, se in campo faticano a contenere il loro tennis entro i limiti dell’efficacia, li si inquadra come ereditieri dell’impareggiata (e forse impareggiabile) follia di Marat Safin e si scuote il capo, speranzosi, azzardando un ‘Vabbè, sono russi‘.

È anche una questione di produttività e di contributo al tennis. Al momento solo gli Stati Uniti, al pari della Russia, possono vantare tre under 23 in top 100. Certo la capacità di suscitare entusiasmi di Tiafoe, Fritz e Mmoh (che ha appena fatto il suo esordio in top 100) non può essere la stessa di Karen Khachanov (n.24 ATP), Daniil Medvedev (n.32) e Andrey Rublev (n.68), che in circostanze diverse hanno mostrato di poter viaggiare al ritmo dei più forti. Giova ricordare che sangue russo scorre anche nelle vene tedesche di Zverev e canadesi di Shapovalov, rispettivamente a una e due spanne dai big, e che appena fuori dalle prime 200 posizioni del mondo riposa il 20enne Aleksandr Bublik, ultimo rinforzo della campagna acquisti del Kazakistan prima che la Russia decidesse che forse era il caso di tenere in piedi una squadra decente per la Davis e smettesse di farsi scippare i tennisti. Tempismo perfetto, dal momento che la Davis a breve non esisterà più.

Ritornando all’eredità di cui sopra, nessuno dei cinque sopracitati – da Khachanov al piccolo ma terribile Bublik – vincerebbe la statuetta per il miglior autocontrollo sul campo. C’è chi, però, sta imparando. Daniil Medvedev non ha sempre avuto quest’espressione imperscrutabile capace di lasciarsi sobillare, apparentemente, solo da Tsitsipas e dalla giudice di sedia Mariana Alves, rea (a suo dire) di avergli rovinato la partita con Bemelmans al punto da indurlo ad aprire il portafogli e lanciarle delle monetine in ‘presumibile segno di sommo disprezzo‘. Tutto a Wimbledon eh, mica al torneo sociale di Casalpusterlengo.

C’è stato un tempo in cui Daniil Medvedev era persino più incontrollabile di così“Non sono certo la persona più calma del mondo”, profetizzava il russo proprio pochi giorni prima del lancio delle monetine. “Nella mia carriera ho avuto un po’ di problemi, soprattutto da junior dove ti squalificano per un mese se commetti dieci violazioni”. Lui riuscì ad accumularne tante da star fermo cinque mesi, come ha raccontato Tennisitaliano. Soprattutto da junior dice Daniil, ma non solo. Nel 2016 fu capace di farsi sbattere fuori dal challenger di Savannah per aver insinuato che il suo avversario Donald Young fosse spalleggiato dalla giudice di sedia, anche lei di colore: razzismo alla base della messa in discussione dell’imparzialità di Sandy French, tuonò USTA per giustificare la squalifica.

Di cose, insomma, ne ha combinate il 22enne nato a Mosca, soprattutto nel periodo in cui aveva deciso di mascherare il suo talento con un’attitudine largamente perfettibile. Il suo coach Gilles Cervara gli chiedeva se stesse dando il 100%, lui rispondeva di sì e Cervara gli suggeriva di lasciar perdere perché se quello era il suo massimo, beh, sarebbe andato poco lontano. Mangiava senza regole e prestava scarsa attenzione alle pratiche di recupero dopo gli incontri. Il punto di svolta è arrivato lo scorso anno a Shanghai quando maestro e allievo hanno avuto un acceso diverbio a proposito della condizione fisica di Medvedev. Daniil si è sentito messo alle strette e ha accettato di iniziare a compilare due volte al giorno un questionario su come si sente, perché il suo staff possa sapere se, come e quando intervenire. Clic.

I mesi successivi raccontano come il tennis sia uno sport che poggia, tutto sommato, su concetti semplici (da identificare, non certo da mettere in pratica). Se hai un buon talento, presti attenzione alla tua routine giornaliera e ti circondi delle persone giuste che ti aiutano a dare una direzione ai tuoi allenamenti, i risultati prima o poi arrivano. Medvedev ha ricevuto un grosso impulso dal titolo di Sydney a inizio stagione, poi non si è lasciato abbattere dai cattivi risultati sul rosso – superficie che non arriverà mai ad amare – né dalla necessità di giocare spesso le qualificazioni (vi è stato costretto in cinque occasioni e le ha sempre superate, ultima delle quali questa settimana a Tokyo) e ha sollevato il trofeo pluri-puntuto di Winston-Salem, curiosamente ancora nella settimana che precede uno Slam.

Se ne deduce che gli serve un fondo rapido per essere insidioso. A Wimbledon ha sfiorato gli ottavi perdendo una partita rocambolesca contro Mannarino, altro discreto interprete dei prati, ma una volta ricominciato il cemento ha fatto persino meglio: da Toronto a Tokyo, dove è ancora in gioco, ha vinto ventidue partite (qualificazioni comprese) e ne ha perse soltanto quattro per rompere la barriera della top 30 (vi entrerà ufficialmente lunedì), trovando nel frattempo anche il tempo di sposarsiCi è riuscito accoppiando a una presenza atletica finalmente convincente un tennis forse non bellissimo da vedere, ma certamente scomodo da affrontare.

In realtà, poi, quello di Medvedev non è un cattivissimo tennis. Non c’è l’ombra di una rotazione (è questo il motivo principale per cui la terra battuta gli provoca allergia) ma solo traiettorie molto tese, più che fulminanti di difficile lettura. In particolar modo il russo tende quasi a insaccarsi sulla palla, colpendo con quel pizzico di ritardo che impedisce all’avversario di farsi un’idea sul colpo che arriverà. Lo fa soprattutto con il rovescio, esecuzione personalissima e quasi goffa a vedersi che risulta però terribilmente efficace. Ha un buon servizio e sebbene da fondo non abbia colpi per spaccare la partita, ‘possiede’ il campo con buona disinvoltura e sa cercare gli angoli con la giusta dose di rischio. Ogni tanto perde il dritto, ma visti i trascorsi è sempre meglio che perdere la testa.

Daniil Medvedev – Queen’s 2018 (© Alberto Pezzali per Ubitennis)

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