Senza i big, uno dei tornei più belli dell'anno

Editoriali del Direttore

Senza i big, uno dei tornei più belli dell’anno

Fuori Federer, Djokovic e Murray. Solo tre top 10 in gara. Dimitrov e Kyrgios regalano una splendida settimana

Pubblicato

il

Si erano presentati tre soli top 10 allo start del Masters 1000 di Cincinnati: Nadal, Thiem e Zverev a sovrastare il resto del parterre, falcidiato dalla schiena di Federer, l’anca di Murray, il ginocchio di Wawrinka e il delirio di Djokovic. Si erano accodati Cilic, Raonic e Nishikori, per problemi fisici di varia natura, e il Western&Southern Open si candidava a serio flop estivo per quel che riguardava il livello di gioco e il grado di interesse dei match. Ci hanno invece pensato giovani rampanti e vecchi leoni a mettere le cose a posto, dando vita ad una delle settimane migliori dell’anno. Australian Open escluso, si sono visti forse i match più spettacolari della stagione, e finalmente la sensazione che il torneo potesse essere vinto da chiunque: bisogna tornare indietro al 2006 per trovare una finale Masters 1000 senza top 10. Guarda caso, a Cincinnati: Roddick (12) batté Ferrero (31). (Fonte Luca Brancher)

Nick Kyrgios si è appropriato della scena principale: in fila Goffin e Dolgopolov nei primi turni, poi la battaglia di nervi vinta con Karlovic. La pioggia lo aveva costretto a giocare dopo poche ore i quarti di finale contro Nadal: due set e via, con un roboante 4-0 in avvio fatto di risposte anticipate e accelerazioni di rovescio oltre la fisica. “Non mi impegno in match poco importanti, sono questi gli incontri che mi piacciono” ha poi dichiarato in conferenza stampa, giusto per chiarire. L’australiano sta mettendo in vetrina il suo tennis migliore, per confermare il fastidioso “se si impegna è fortissimo” che ormai si ripete da anni. Ha continuato poi la sua marcia superando anche David Ferrer in semifinale, per raggiungere la sua prima finale in un Masters 1000, a 22 anni: ci era andato vicinissimo a Miami, quando Roger Federer gli annullò tre match point prima di andare a sollevare il trofeo battendo Nadal il giorno dopo. Sascha Zverev, che di anni ne ha due di meno, si è visto invece porre fine ai venti giorni di fuoco durante i quali aveva vinto Washington e Montreal: in ogni caso saranno loro due a contendersi scettro e trono negli anni a venire, senza dubbio alcuno. E Kyrgios potenzialmente parte già avanti, per qualità di gioco e potenza. Se non fosse per quel dettaglio del carattere.

L’altro finalista (ore 22, Sky Sport) sarà Grigor Dimitrov. Finalmente. Anche per lui la prima apparizione per giocarsi un titolo Masters 1000, dopo le semi perse a Roma e Toronto nel 2014, e proprio a Cincinnati lo scorso anno (Nadal, Tsonga e Cilic i giustizieri). Non brillantissimo in avvio di torneo, il bulgaro si è ringalluzzito nelle ultime uscite, specialmente la scorsa notte contro John Isner: il secondo tie-break, in cui ha salvato tre set point, è forse il più bello dell’anno, e il rovescio di Grisha merita tutti gli applausi (e le benedizioni) che gli vengono tributati. Un del Potro in condizioni migliori al secondo turno avrebbe forse scritto una storia diversa, ma è evidente che senza pressioni eccessive, aiutato anche dai riflettori che puntano tutti su Kyrgios, Dimitrov riesca a vincere e convincere anche in partite che probabilmente un paio di anni fa lo avrebbero visto soccombere. Sapere di avere uno spiraglio aperto, la certezza di potersela giocar e e non dover per forza affrontare, prima o poi, uno dei soliti big, lo ha aiutato a rilassarsi. Difficilmente ormai riuscirà ad affermarsi in ambito Slam, come invece si prospetta per il suo avversario in finale, ma è comunque bello vederlo togliersi soddisfazioni di livello. Basta con il Baby Federer.

 

Rafael Nadal è caduto in quarti di finale, bombardato dalle soluzioni estrose di Kyrgios, poche ore dopo la vittoria in due set contro il connazionale Albert Ramos (che pure nel secondo set aveva avuto quattro palle break per allungare): Rafa è tornato numero uno dopo il forfait di Federer a Cincinnati, ma non vince un torneo sul cemento da più di tre anni (Doha 2014). Da allora ha trionfato in dodici occasioni, soltanto una delle quali fuori dalla terra rossa (Stoccarda 2015, erba). Certo nello swing terraiolo europeo di pochi mesi fa ha fatto sfracelli, collezionando Decimas in ogni dove, su tutte quella di Parigi. Ha fatto finale in Australia e a Miami, eppure non è dai piazzamenti che si può valutare un’annata, non del tutto almeno. Immaginarlo mantenere la vetta del ranking, stante l’evidente divario della sua resa tra terra e superfici veloci, pare davvero un’opera di fantasia. Federer gli è dietro di 500 punti e non avrà nulla da difendere fino a fine anno: se la schiena non dovesse fare scherzi, sarebbe il vero favorito tra New York e le Finals, senza contare l’Asia e Basilea a cui ha confermato di voler partecipare. Il numero uno di fine anno, vedrà ancora una volta il Fedal a fare battaglia, con lo svizzero che sembra avere più chance.

Onore infine a David Ferrer: a 35 anni, uscito dalla top 30 dopo una vita, ancora corre e sbuffa e suda e lotta, per superare il rampollo Carreno Busta, la giovane star Dominic Thiem e battagliare in due tie-break in semifinale con Kyrgios. Sul cemento tra l’altro, che mal si addice alla sua etichetta di arrotino ma aiuta a sottolineare una volta di più quanto Ferru meriti di essere considerato un esempio di abnegazione e lavoro. Ci ha pensato anche Boris Becker su Twitter, per congratularsi dopo la vittoria numero 714 dello spagnolo, ora al dodicesimo posto all time dopo aver scavalcato proprio Boris. “Se avessi avuto il tuo spirito di sacrificio…”, scrive Bum Bum. Avrebbe probabilmente guadagnato ancora di più, per poi spendere tutto come piace a lui.

 

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Gli alibi di Roger Federer, gli attributi di Novak Djokovic

LONDRA – Wimbledon 2019. Se annulli non uno, ma due matchpoint consecutivi, una volta, due volte, tre volte, non è più fortuna. Ma diversa saldezza di nervi da parte di Djokovic. Che emerge anche in 3 tiebreak, vinti contro un grande Federer e tutto uno stadio

Pubblicato

il

Djokovic e Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

da Londra, l’ultimo editoriale del direttore

Se se e se. Dei se son pien le fosse. Se Federer avesse approfittato dell’unica palla break disputata nel primo set (sul 2-1 per lui). Se Federer avesse vinto il tie-break di quel set in cui è stato avanti 5-3 e non avesse sbagliato il dritto del 6-3. Se nel terzo avesse trasformato il set point conquistata con quella prodigiosa volée ma fosse riuscito a togliersi dall’ombelico il servizio a 191 km orari sparatogli da Novak. Beh, sarebbe stato tre set a zero. Oppure… se, sull’8-7 al quinto, avesse messo una prima sul primo match point, oppure se avesse evitato di presentarsi a rete dietro un attacco poco deciso sul dritto di Djokovic per farsi infilare da quel cross… se, tutti questi se, ora saremmo a celebrare il nono Wimbledon di un campione infinito e un gap di 3 Slam fra lui e Rafa, fra Rafa e Nole..

Ma invece siamo qui a celebrare, con non meno enfasi perché i meriti sono forse perfino maggiori – e dirò perché – il quinto Wimbledon di un campione davvero irriducibile, Novak Djokovic, capace di annullare con il coraggio del miglior Jimbo Connors tutte quelle situazioni di handicap sopra descritte. Lo ha fatto nonostante una giornata per lui decisamente mediocre alla risposta, eppure incredibilmente epica per tutto quanto è successo. Per le 4h e 56 minuti di straordinaria maratona con quel 13-12 finale assolutamente unico (in singolare). Per i due match point annullati per la terza volta allo stesso avversario in uno Slam. Per esser riuscito a fare tutto ciò nonostante 14.800 spettatori tifassero in modo quasi ossessivo per il suo avversario, in modo francamente esagerato in barba ad ogni fair-play, (“Let’s Go Roger, let’s go!”). Lui ne aveva forse 79, qualche serbo, compresi i genitori, il figlio Stefan, i due coach Vajda e Ivanisevic, gli agenti Dodo e Elena Artaldi, qualche suo ospite riconoscente.

 

Certo che Federer avrebbe potuto vincere. Ma certo anche che alla fine il tennis sarà pure lo sport del diavolo, ma non perdona chi non sfrutta le occasioni che uno si crea. Come è abbastanza giusto che sia. E premia invece chi non molla mai e conquista i punti più importanti, quelli che contano di più. Soprattutto l’ultimo, ovviamente. Ma anche quelli che si giocano nei tie-break quando, più che negli altri momenti, devi avere nervi saldi, freddezza e lucidità, mentalità vincente.

Djokovic, e non è la prima volta che lo dimostra, ha tutto ciò. In misura disumana, anormale. Lui non trema. Gli altri, anche Federer, forse sì, se è vero che questa è la ventiduesima partita che perde con il matchpoint a favore e che perfino i suoi stessi tifosi si ritrovano spesso a sottolineare quante palle break lui perda per strada in tanti, troppi match importanti. Petit bra, braccino, dicono i francesi.

È chiaro che anche questo mio editoriale è frutto del… senno del poi, perché se, se, se e ancora se… bastava un punto in più a Roger nel momento giusto (quale più giusto del match point), e ora faremmo tutt’altri discorsi.

Allora, ciò ammesso… cercando invece per un attimo di dimenticare chi ha vinto e chi ha perso, parliamo della partita. Ma che partita è stata?! Incredibile. Indimenticabile…anche se, come ha subito detto sul campo, Roger non sognerà altro che dimenticarla. Idem i suoi tifosi più sfegatati. Il biglietto del centre court, a media altezza degli stand, costava 225 sterline. Euro più euro meno, 250 euro. Per quasi 5 ore di tennis spettacolare, scambi formidabili, recuperi incredibili, volée scavate dall’erba, riflessi paurosi, dropshot accarezzati con infinita soave levità, servizi micidiali e mai uguali, rovesci a una mano come a due, diversamente mirabolanti. Il tutto al prezzo di 50 euro l’ora. Regalato.

Djokovic e Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Qualche giorno fa avevo scritto che su internet un biglietto si poteva trovare a 9.000 sterline per il Fedal, e circa alla metà per la finale, quando ancora non si sapeva chi ci sarebbe approdato. E non si poteva escludere che ci arrivasse, con tutto il grande rispetto che merita, anche Bautista Agut per una finale che avrebbe potuto essere anche tutta spagnola se Nadal avesse battuto Federer come “quotavano” i bookmaker. Beh, erano apparse cifre assolutamente eccessive, esagerate, sproporzionate, immorali. Eppure stasera c’è che mi ha scritto: “Quasi quasi sono pentito di non averle spese, uno spettacolo così non lo vedrò mai più!”. Vero che a tutto c’è un limite, anche per le tasche degli appassionati più abbienti e appassionati, però è vero che – potendoselo permettere – lo show è stato assolutamente di primissimo livello. Probabilmente irripetibile.

Per reggere a quei ritmi – ma come fanno a 38 e 32 anni? Un mistero – si deve avere una attenzione, una capacità di concentrazione assolutamente disumana, mentre attorno a te la gente grida di tutto, chi a favor tuo, chi del tuo avversario, a seconda delle prospettive.

In quasi cinque ore di maratona elettrizzante, di un’intensità spaventosa, è chiaro ed inevitabile che ci fossero sia alti sia bassi, in termini di qualità. Il secondo set di Djokovic è stato quasi raccapricciante. Molto diverso – anche se nato sulla scia di un primo set vinto – da quello con lo stesso punteggio (6-1) con cui Nadal aveva dominato il secondo set con Federer venerdì. Lì era stato Rafa a giocare in modo fantastico, Roger aveva avuto ben poco da rimproverarsi. Invece nel 6-1 di Roger a Djokovic è stato il serbo a fare e disfare quasi tutto. In 17 minuti era finito sott’acqua, 0-4, facendo due 15 in due turni di servizio, 6 punti in tutto contro 16. Certo Federer lo aiutava, ma tutto sommato nemmeno poi tanto.

E quando Novak si è trovato sotto 5-1 il settimo game non l’ha neppur lottato, ma l’ha perso a zero in un battibaleno. Lì per lì ho pensato avesse fatto una gran cavolata. Perché se avesse tenuto quel servizio avrebbe poi cominciato lui a servire nel terzo e sarebbe stato un discreto vantaggio. Basti pensare che quando c’è stato il sorteggio e Federer lo ha vinto… lo svizzero, che ama far le gare di testa, ha subito scelto di battere per primo. Stessa cosa aveva fatto anche contro Nadal.

E infatti avete visto che cosa è successo nel terzo set fino al tie-break? Su Twitter e Instagram – a proposito, chi non è ancora follower… cosa aspetta a diventarlo? – ho pubblicato copia dei miei ‘geroglifici’ sul canonico taccuino da Slam. E da quello potrete constatare come nel terzo set, facendo gara di testa, Federer abbia tenuto il primo e il terzo game a 15, il secondo, il quarto e il sesto a zero, il quinto a 30: totale 4 punti persi.

Djokovic ha vissuto il momento più difficile quando ha concesso la già ricordata palla break sul 4-5, che era quindi un set point ma si è aggrappato al servizio ed è arrivato al tie-break. E questo è cominciato con una stecca iniziale di Roger e mini-break: Nole è salito sul 5-1 e buonanotte Federer (7 punti a 4). Insomma Novak era stato decisamente peggiore rispetto a Roger, complessivamente nei tre set, ma conduceva 2 set a uno. Il tennis non è una scienza esatta. A fine partita si registreranno 14 punti in più per Federer che ha perso. Ma, è storia vecchia anche se è raro che uno sconfitto ne faccia così tanti di più, non tutti i punti hanno lo stesso peso.

Inutile che io faccia ancora cronaca del resto. L’abbiamo fatta già in diversi qui su Ubitennis, Vanni Gibertini prima degli altri (chiudendo la cronaca in tempo reale) ma ne abbiamo dissertato a lungo con Steve Flink nel video in inglese e anche nel video in italiano che spero abbiate avuto la pazienza di aprire e guardare fino in fondo (per registrare l’ultimo abbiamo dovuto ‘sopravvivere’ a una telecamera bizzosa e a una serie infinita di disturbatori in Somerset road!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Lasciatemi ora concludere riprendendo alcuni concetti del commento che ho scritto per i miei giornali (La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino), osservando come in tutti questi anni Roger sia stato davvero parecchio … viziato dal pubblico che si schiera sempre in massa dalla sua parte. Per carità, lui mica li ha pagati, però è un bel vantaggio.

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche se lui ne soffre, farebbe qualsiasi cosa, e la fa, per procurarsi la simpatia e il sostegno della gente. Certo è vero che il suo tennis, pur assolutamente straordinario – soprattutto in difesa – è purtroppo meno originale, riconoscibile di quello degli altri due. Il corri e tira, il rovescio a due mani (sebbene proprio con quel rovescio recuperi palle davvero incredibili) le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, sono tutte qualità che hanno del miracoloso… ma chi lo guarda non si entusiasma come potrebbe e forse dovrebbe, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi poderosi mancini, brutal, fenomenal, animal di Rafa Nadal.

Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi gli altri due rivali nel conto degli Slam, approfittando dei sei anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciargli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal. Rafa quasi ogni anno è stato costretto a fermarsi per mesi perché le ginocchia o le braccia si sfilacciano.

Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. È quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

Avevo previsto questo scenario, sapevo che avrei avuto tutti contro, perché è sempre così quando si gioca contro Federer, perché lui è una leggenda…ha detto Novak dopo il match. Sì, però un conto è aspettarselo, un altro è dover fronteggiare, punto dopo punto, minuto dopo minuto, decine di migliaia di persona che applaudono i colpi del tuo avversario e non i tuoi.

È un grande e sarà sempre più grande, Novak. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché Novak è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @ATP_tour)

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Non sarà che Federer vince perché è felice mentre Nadal è triste?

LONDRA – Nell’eterna sfida fra i due rivali, un grande Federer e un Nadal poco brillante. Da tempo, fuorché sul “rosso”, Rafa perde con i due Fab. La chiave del successo? I due rovesci. Djokovic resta il favorito numero 1

Pubblicato

il

Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Spazio sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Tutta la storia di Federer-Nadal in 40 foto

 

È stato un grande spettacolo e una bella partita, ma non una partita paragonabile a quella del 2008 che è stata ed è ancora in lizza con alcune altre per il titolo “simbolico” e certo soggettivo per la “partita più bella di sempre”. Ma è stata comunque notevole, emozionante soprattutto nel finale, con scambi di straordinaria intensità e grande bellezza, nonché ricchi di suspense quando Roger Federer non riusciva a chiudere il match e Rafa Nadal non pareva disposto ad arrendersi. Formidabile atmosfera.

Hai voglia a negarlo, a sostenere che Wimbledon è un torneo anacronistico perché è l’unico torneo che davvero conta sull’erba in una stagione che dura un mese, ma l’atmosfera che si vive qui non la si vive da nessun altra parte e giustifica le code, l’irreperibilità dei biglietti, i prezzi esosi di quelli e del resto. Chi è stato a Wimbledon lo sa, lo ha percepito, non farebbe a cambio con nessun biglietto di nessun altro torneo. Vi sfido a trovare chi sostenga il contrario. È il tempio del tennis e spettacoli come quelli visti ieri, anche il match Djokovic-Bautista Agut per due set e mezzo, ti lasciano senza fiato.

Roger sarebbe riuscito a fare suo il match e a conquistare la dodicesima finale qui (!) soltanto al quinto matchpoint dopo che Rafa Nadal si era conquistato una palla per il 5 pari che, se trasformata, avrebbe forse potuto riaprire un duello nel quale il miglior duellante fino a quel punto era stato certo Federer. È finita in modo diverso rispetto al 2008, quando Nadal aveva vinto 9-7 al quinto, dopo aver perso le finali delle due precedenti edizioni, in quattro e in cinque set, smentendo le previsioni e le quote dei bookmakers che pagavano la vittoria di Rafa a 1,72 e quella di Roger a 2,10.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Così saranno Federer e Djokovic a contendersi il titolo più prestigioso e agognato. Sarebbe il nono per Roger (e lo Slam n.21) e il quinto per Novak (e lo Slam n.16). Se sarà il primo a centrare l’obiettivo eguaglierà i nove trionfi di Martina Navratilova. Intanto, per quel che conta, è il finalista più anziano con i suoi 37 anni e 11 mesi, dal 1974 – l’anno del mio primo Wimbledon – quando Jimbo Connors demolì la debole resistenza del trentanovenne Ken Rosewall. Se sarà invece il secondo eguaglierà quelli di Borg, anche se i suoi non saranno consecutivi come quelli dello svedese. Ma lo svedese poi smise praticamente di giocare, mentre Novak Djokovic non ne ha la minima intenzione.

Fra i due finalisti ci sono più head to head, 47, che in ogni altra rivalità maschile ad eccezione di Djokovic-Nadal (54 sfide). Il record all time però appartiene a Martina Navratilova e Chris Evert, che si sono sfidate ben 80 volte! E 43 a 37 è il bilancio favorevole a Martina. Novak ha battuto Roger 25 volte, ci ha perso dunque 22, ma forse è più significativo ricordare che Federer non ha più sconfitto Novak dal 2015 e che ci ha perso due dei tre duelli qui a Wimbledon, cioè le finali del 2014 e del 2015. Insomma il favorito dei bookmaker sarà Djokovic. Ma, come constatato, anche i bookmaker sbagliano.

Il Federer visto ieri è stato però uno dei più brillanti visti negli ultimi anni, secondo me migliore perfino di quello che vinse qui nel 2017, dopo cinque anni di digiuno. D’altra parte anche un Nadal meno vivo e reattivo dei giorni precedenti e delle sue migliori giornate, soprattutto con rovescio e servizio, è comunque capace di costringere Federer a giocare meglio di quanto potesse fare due anni fa un Cilic che ebbe anche problemi di natura fisica.

Rafa aveva annullato, sul 3-5 del quarto, due matchpoint con due grandi servizi, ma il modo in cui ha annullato terzo e quarto sul 4-5 e servizio Federer è stato da supercampione qual è e resta a dispetto della sconfitta: il primo dopo uno scambio pazzesco di 24 punti al termine del quale è riuscito a prendere l’iniziativa e chiudere il punto con un dritto lungolinea, il secondo con un coraggiosissimo rovescio incrociato vincente. Uno dei pochi, per la verità.

Poi Rafa ha avuto quella pallabreak per il 5 pari cui ho già accennato dopo che Federer aveva steccato clamorosamente un “pallonetto campanile” per nulla facile da “smecciare” – avevo pronosticato al mio vicino Steve Flink che era più facile sbagliarlo che chiuderlo – dopo uno straordinario recupero difensivo di Nadal. Ma Federer ha scampato la pericolosissima pallabreak con una rasoiata di rovescio che Rafa non è riuscito a tirar su per oltrepassare la rete.

Quel punto, con un diverso esito, avrebbe potuto avere notevoli ripercussioni psicologiche dopo i 4 matchpoint non trasformati. Il miglior Rafa avrebbe potuto farlo difendersi meglio. Ma come già detto – e senza nulla togliere ai meriti di Roger che ha giocato benissimo sia in risposta, sia di rovescio, sia al servizio – quello di ieri non era il miglior Rafa. Anche sul quinto matchpoint, quello decisivo, l’errore di rovescio – lungo – di Rafa è stato sì provocato da Roger, ma fin dalla risposta Rafa non era stato impeccabile.

Insomma onore a Roger che è sembrato in possesso di una condizione fisica invidiabile, da 25enne e non quasi 38enne, in un match che ha oltrepassato di 3 minuti le tre ore. Ma, forse anche perché un tantino influenzato dal mio vicino di tribuna stampa e hall of famer Steve Flink – il celebre collega americano con il quale ripercorro quotidianamente le giornate degli Slam nel sito inglese www.ubitennis.net (a mio avviso sono riassunti e puntualizzazioni migliori giornalisticamente di quelli che faccio in italiano per lo più da solo) – ho notato troppe volte un Nadal che giocava corto, che rispondeva poco, che subiva anziché aggredire come di consueto per aprirsi il campo.

Alla fine tutti e due hanno fatte circa 3 km di corsa (3046 metri Roger e 2994 Rafa), e Rafa di solito ne fa più del suo avversario perchè tende a coprire la maggior parte del campo con il dritto, ma il maiorchino avrebbe dovuto far correre ancora di più lo svizzero che invece lo ha sorpreso non arretrando mai, giocando sempre con i piedi sulla riga di fondo per anticipare tutti i colpi, arrivando a giocare stupendi rovesci coperti da fondo come fossero demivolée. Fluide a vedersi, difficilissime a farsi e anche a pensarle. Prodigi che possono riuscire soltanto a campioni del suo calibro.

E di nuovo, per la millesima volta, va dato atto a Ivan Ljubicic di averlo spinto a migliorare fin dalla risposta il rovescio, rendendolo aggressivo. Quando a Federer funziona il rovescio, per gli avversari, tutti gli avversari, sono dolori. E in semifinale ha funzionato alla grande. Non ha sofferto minimamente i servizi a uscire di Rafa, né quelle roncolate di dritto che anni fa lo facevano tanto tribolare. Ha risposto invece colpo su colpo, rovescio contro dritto, tagliandoli il minimo indispensabile, giusto per variare effetti e rimbalzi, e giocandoli a tutto braccio senza mai dare la sensazione di vivere gli antichi affanni, le vecchie angosce. Formidabile. Se sarà in grado di replicare tutto ciò anche contro Djokovic assisteremo ad una grande finale. Ma non garantisce che la vincerà.

Di fatto Roger ha risposto quasi sempre alla battuta di Rafa, dopo un primo set di assaggio in cui i due hanno ingaggiato una inconsueta battaglia di servizi. Niente a che vedere con il duello del 2008, che era stato soprattutto un duello di grandi scambi, di lunghi palleggi. Fino al tiebreak che lo ha deciso, infatti, non c’era stata che una sola palla break, quella salvata sul 4-3 per Federer da Nadal al termine di un fantastico scambio simil-match 2008.

Federer aveva perso solo 5 punti in 6 turni di servizio, e Nadal 9. Perché, come dicevo, Federer rispondeva meglio. L’aspetto abbastanza curioso del tiebreak è stato che nei primi 7 punti del tiebreak ci sono stati 6 minibreak. Rafa era avanti 3-2 con minibreak, poi ha perso 5 punti di fila: in tutto il tiebreak ha fatto un solo punto sul proprio servizio. Bravo Roger, ma non tanto bravo lui. Giusto il tempo di osservare a quel punto che su 7 tiebreak giocati su quel centre court dai due grandi rivali, ben sei se li era aggiudicati Federer.

Poi c’è stato, a confondere le idee, quell’ingannevole 6-1 per Nadal, dopo che sull’1 a 1, Federer si era conquistato due pallebreak consecutive. La seconda se la poteva giocare decisamente meglio. Dopo un’ora e 28 minuti, ma soprattutto dopo che Roger aveva perso 5 games di fila e 18 degli ultimi 21 punti, attorno a me non vedevo nessuno convinto che Federer si sarebbe ripreso come ha invece fatto.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Rafa ha subito una mazzata psicologica non da poco quando, subito il break nel quarto gioco a 30 dopo due punti strepitosi di Federer che da soli sarebbero valsi il prezzo del biglietto (magari non quello da 9.000 sterline che si poteva acquistare via Internet, ma quello da 185 face value direi anche di sì), ha avuto 3 pallebreak per il controbreak, ma lì Federer ha servito tre volte benissimo e c’è stato poco da fare per lui. Negli ultimi due turni di battuta Roger ha perso un punto, quindi dopo 2h e 06 minuti, era avanti due set a uno e in gran fiducia. Cosa che Rafa invece non mostrava avere più.

Sembrava Roger il più giovane e Rafa il più stanco. Lo sguardo era semi-spento, negativo. Sentiva che la partita non era nelle sue mani. Non riusciva a cambiarne il corso. Federer, salvo che in quel game in cui aveva concesso le 3 pallebreak, aveva dominato tutti i suoi servizi: 3 a zero e uno a 15. Rafa aveva dovuto soffrire su tutti gli ultimi tre turni di battuta su quattro. Come poteva essere ottimista? E l’inizio del quarto ha confermato il terzo. Nei primi 4 turni di servizio Roger ha ceduto 4 punti, uno solo nei primi due, mentre Rafa ha subito il break che non sarebbe più riuscito a recuperare, l’unico del quarto set, sull’1 a 1. A 30. E, come detto all’inizio, avrebbe salvato due breakpoint che erano anche due matchpoint sul 3-5. Il resto lo sapete.

Insomma, super Roger, ma Rafa sotto tono. Non ne ha fatto mistero a fine partita, se avete letto la sua intervista (qui invece trovate quella di di Federer) cui si è presentato con la stessa faccia scura di quando è uscito dal campo. La mia sensazione è che Rafa soffra di più il suo stato di campione di tennis che deve vincere e forza per dare un senso alla sua vita, rispetto a Roger che invece fra moglie, gemellini e tutto il resto, sembra più sereno, meno angosciato. Se vinco bene, se perdo pazienza, ho vinto talmente tanto e sto bene lo stesso, non devo dimostrare più niente a nessuno, nemmeno a me stesso, tanto più che ho già quasi 38 anni e secondo molti avrei dovuto già ritirarmi da un pezzo.

Rafa, anche se ha 5 anni di meno, potrebbe fare esattamente gli stessi discorsi, e ogni tanto anche qui a Wimbledon, li ha pure fatti. Ma a me talvolta – che non ho l’opportunità di vederlo mentre va a pesca nella sua Maiorca, né ho mai capito perchè abbia prolungato così tanto il suo fidanzamento con la sua eterna girlfriend che sposerà finalmente quest’annopare invece un ragazzo un po’ triste. Non mi aspetto che ce lo dica, anzi so che se glielo chiedessi direbbe che non è vero, però sul campo l’attitudine di Roger è talmente diversa che a me pare si veda.

Rafa invece ricorda un pochino il Djokovic di un annetto fa, quello che non sorrideva più. Sulla terra rossa è talmente più forte di tutti gli altri che può permettersi di non sorridere più. Sulle altre superfici, se si va a vedere i suoi risultati da 3 anni a questa parte con i due rivali più agguerriti, Djokovic e Federer, si vedrà che di motivi per sorridere sul campo non ne ha avuti. Battere tutti gli altri non gli basta. Non gli è mai bastato.

Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Chi ha fatto più progressi negli anni, Federer o Nadal?

LONDRA – Il difficile pronostico per il Fedal n.40, la semifinale più nobile e vecchia di sempre, 70 anni in due come Serena Williams e Strycova. L'”imbucato” Bautista Agut tenta il terzo sgambetto annuo a Djokovic

Pubblicato

il

Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019, Middle Sunday (foto via Twitter, @Wimbledon)

da Londra, il direttore

L’unico “imbucato” al tavolo delle semifinali è Bautista Agut di cui la gente, per via del doppio cognome che prende spazio, fatica a ricordare anche il nome di battesimo. È Roberto, è testa di serie n.23 e prima di perdere un set con Pella, ma dopo averne vinti due, non ne aveva lasciato neppure uno per strada, unico fra i quattro superstiti. I quali, per inciso, fanno tutti insieme 134 anni sommando i 37 di Roger, i 33 di Rafa, i 32 di Novak, i 31 di Roberto che… siccome è il più giovane non può essere che, a questi chiari di luna, il meno favorito! Di certo a questi livelli, e non perché è il più giovane eh, è il meno esperto.

Roberto (voglio proprio chiamare per nome anche lui, sennò non è giusto…) ha battuto quest’anno – non dieci anni fa – due volte Novak Djokovic, a Doha e Miami. Proprio Djokovic sarà il suo avversario in semifinale, quella che per forza di cose verrà definita la semifinale meno nobile per il semplice fatto che l’altra la giocano per l’appunto Roger Federer e Rafa Nadal, al quarantesimo duello, al quarto sull’erba quando – dettaglio non indifferente – le altre tre partite erbose sono state tutte finali di Wimbledon. Capito? O finali o nulla! Come potrebbe dunque non essere la semifinale più nobile?

 

I due Extraterrestri che hanno dato vita alla rivalità più incredibile del terzo millennio, cominciata perfino prima di quelle tre finali consecutive in Church Road nel triennio 2006-2008 – e quindi rivalità iniziata quando ancora Djokovic sogna di diventare forte: Nole ci sarebbe riuscito sul serio quando conquistò il primo dei suoi 15 Slam in Australia nel gennaio 2008 – si ritrovano di fronte 11 anni dopo quella memorabile finale, una delle più belle ed emozionanti partite che io abbia mai visto. Finì 9-7 al quinto per Rafa, che aveva perso le due precedenti in quattro e in cinque set. Tre show spettacolari. Indimenticabili. Anche se l’ultima è quella che resta più impressa nella memoria di chi le ha viste tutte. Come chi scrive.

Di Bautista Agut, se avrete letto i giornali di oggi, sono sicuro non parlerà quasi nessuno. O comunque poco, molto poco. Lui è abituato da sempre, a 31 anni compiuti, a correre sempre sotto traccia perché quando si parla di tennisti spagnoli gli stessi spagnoli parlano solo di Rafa Nadal. Quante volte ho visto i colleghi iberici, che sono seduti nel nostro stesso settore qui nella sala stampa di Wimbledon, vuotare i loro scanni e partire verso casa appena Rafa perdeva, anche se magari c’era un Feliciano Lopez, un Fernando Verdasco, un David Ferrer, un Tommy Robredo ancora in lizza.

Lui, Roberto Bautista Agut, poi, è uno spagnolo atipico. Si è mai visto uno spagnolo che gioca meglio sui terreni veloci piuttosto che sulla terra battuta (fatta eccezione per Feliciano Lopez)? Uno spagnolo che centra la sua prima semifinale di Slam sull’erba di Wimbledon? Uno spagnolo che, a questo punto, merita di entrare comunque nella storia del tennis del suo Paese perché fino a quest’anno non era mai successo che gli spagnoli in semifinale fossero due. Eppure già nel ’65 Manolo Santana vinceva i Championships di Church Road. E poi la Spagna ha avuto, al contrario dell’Italia, fior di campioni, n.1 del mondo, top-5, Orantes, Bruguera, Ferrero, Moya, Corretja, Albert Costa.

Nessuno sembra pensare oggi che il modesto (nell’attitudine e non nel gioco) Bautista Agut possa fare il terzo sgambetto dell’anno – e il quarto in 11 sfide – a un Djokovic che ha vinto questo torneo 4 volte. Il tennista di Belgrado ha legittime ambizioni di vincerlo per la quinta volta dopo – ha detto lui – “aver giocato davvero bene queste ultime due partite”. Ha infatti lasciato 8 games al giovane francese Humbert (cui forse la H all’inizio del cognome ha finito per sottrarne un’altra all’inizio del nome, Ugo) e dopo essersi preso un mini-spavento con Goffin per aver inopinatamente ceduto un game di servizio sul 3-3 ha infilato 10 game di fila, 15 degli ultimi 17.

Insomma, io per primo ho accennato prima alla semifinale meno nobile, sapendo che tanto vi interessava più sapere – forse eh – il mio pensiero sulla seconda che è la semifinale più anziana mai giocata a Wimbledon nel torneo che non è quello dei senior, ma quasi potrebbe esserlo. I due grandi duellanti fanno 70 anni in due, proprio come curiosamente fanno anche Serena Williams, 37 come Roger, e Barbora Strycova, 33 come Rafa.

Solo che mentre Serena, a dispetto di una condizione atletica ancora insufficiente sebbene sia un po’ dimagrita, è nettamente favorita con l’avversaria che ha già battuto 3 volte su 3, invece Roger non lo è. Conta poco o nulla il bilancio degli head to head favorevole a Rafa, 24 a 15, come contano poco i duelli di 11-12 e 13 anni fa qui. Oggi come oggi contano pochino, ma qualcosa tuttavia contano, gli 8 trionfi di Roger a Wimbledon contro i soli due di Rafa (2008 contro Roger e 2010 su Berdych). Però diverse volte Rafa si è presentato a Wimbledon in condizioni davvero approssimative, senza nulla togliere a chi l’ha battuto. Due, tre, quattro? Fra il 2012 e il 2015 Rafa ha perso due volte al secondo turno, una al primo, una nei quarti prima di saltare l’edizione del 2016. Risultati non da lui. Rafa aveva saltato anche l’edizione del 2009, dopo che a Parigi si era arreso a Robin Soderling. Quello fu l’anno in cui Federer conquistò il suo unico Roland Garros, dopo 3 finali consecutive perse con Nadal.

Uno dei record più impressionanti di Federer – che ieri intanto ha vinto il match n.100 qui – almeno a mio modo di vedere, è quello delle semifinali consecutive raggiunte. Ne fece 23, da Wimbledon 2004 all’Australian Open 2010. Il che comporta a) avere avuto una straordinaria continuità di risultati su tutte le superfici, impresa possibile soltanto a un campione dallo smisurato talento b) avere avuto una condizione fisica spettacolare e una salute di ferro.

Di Rafa Nadal molti discutono perfino lo smisurato talento, semplicemente perché il suo tennis è apparso sempre più costruito che del tutto naturale – basti pensare che era un destro e che zio Toni lo impostò genialmente come mancino senza che lui lo fosse (ma questo non è talento? A voi riuscirebbe mettere un solo servizio nel rettangolo di gioco con la mano che non è la vostra naturale?), ma di certo rispetto a Federer è stato molto meno fortunato con la salute. Roger non è mai stato costretto al ritiro in 1484 match disputati nel tour! Questo dato non verrà mai citato fra i suoi record più prestigiosi, però è invece assai significativo. A Roma quest’anno Roger non è sceso in campo contro Tsitsipas nei quarti per via di quelle maledette righe che non si sa perché non venivano asciugate dopo essere state annaffiate a fine di ogni set, sebbene lui avesse denunciato quell’inefficienza più volte a Carlos Bernardes e non solo a lui  prima di scivolarci su e farsi male. Una genialata di cui nessuno si è naturalmente mai scusato.

Il fatto che per la prima volta ora Rafa sia riuscito a infilare una serie di sei semifinali consecutive (6 e non 23), non fa che sottolineare una condizione fisica diversamente cagionevole, precaria, fossero le ginocchia, le braccia, le caviglie a tradirlo. Probabili conseguenze di sollecitazioni fisiche più brusche e forzate, meno fluide e naturali di quelle di cui si è invece avvalso Federer.

Nadal e Federer – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

COME FINIRÀ – Chiedermi un pronostico dopo quanto accadutomi con quello espresso per Berrettini mi parrebbe sadico da parte vostra. Osservo soltanto che fra i colleghi italiani in sala stampa qui c’è un sostanziale equilibrio. Un equilibrio che davvero non c’era alla vigilia della recente semifinale del Roland Garros fra gli stessi due protagonisti, quando io fui comunque il solo, se non ricordo male, a pronosticare un 3 set a zero per Nadal e…ogni tanto, per sbaglio, mi capita di azzeccarci.

Un giovane collega svizzero che gioca benino a tennis e che considero assai preparato, Mathieu Aeschmann che scrive in francese per Le Matin, ieri durante la conferenza stampa di Roger Federer ha fatto un’osservazione, seguita da una domanda, molto puntuale e intelligente: “Tutti non fanno che parlare dei grandi progressi di Rafa Nadal in tutti questi anni, rispetto ai tempi delle vostre finali qui sull’erba, il servizio, la risposta, il rovescio, il gioco a rete, ma non sarà mica progredito solo lui. Devi essere progredito anche te. In cosa?

E Roger gli ha risposto, in francese e quindi non lo troverete nei transcripts: “Sono probabilmente migliorato nella percentuale delle prime di servizio, nella continuità su certi ritmi di gioco, nella tendenza a prendere maggiormente l’iniziativa… vedo che lo fanno anche le donne. Si cerca tutti di essere più aggressivi, meno attendisti, a volte si esagera perfino un po’, siamo eccessivamente “hectic” quando si potrebbe essere anche più pazienti, ma il rovescio tagliato non è quasi più soprattutto difensivo…”.

Roger non ha accennato specificatamente a un grosso progresso, tecnico e tattico coinciso con l’arrivo in “panchina” di coach Ljubicic: il rovescio coperto che prima in risposta non giocava quasi mai, preferendo bloccare la risposta piuttosto che anticipare e aggredire, ma forse l’aveva pensato quando aveva appunto fatto presente la sua maggiore intraprendenza rispetto a 10 anni fa (e anche 5).

Sulla scia di quella domanda dell’amico svizzero ho fatto poi io a Nadal la stessa: “Tutti dicono e scrivono che tu Rafa sei migliorato tanto sull’erba, ma invece non lo si dice per Roger… che ha 37 anni e gioca in modo incredibile“.

La sua prima risposta è stata: “No, io non credo che siamo migliorati molto. Abbiamo aggiunto qualcosa perché ne abbiamo perse altre. Siamo stati costretti dall’età. La sola ragione per la quale siamo dove siamo è perché amiamo questo gioco e abbiamo molto rispetto per questo sport”.

La sua mi era parsa una risposta che accennava qualcosa, ma eludeva un po’ quel che volevo sapere. E ho allora insistito: “Ma il tuo servizio è migliore, la tua risposta è migliore, c’mon (in fiorentino sarebbe “Suvvia!” oppure “Dai retta!”) se li paragoni con dieci anni fa. Quindi anche Roger fa qualcosa meglio, e ti sto chiedendo cosa…”.

Rafa Nadal: “E ti do una risposta chiara. Io corro meno per cui ho bisogno di servire meglio. Probabilmente non posso più giocare 20 settimane all’anno, per cui ho bisogno di programmarmi diversamente per migliorare tutto quel che posso per essere competitivo ogni volta che scendo in campo. Naturalmente sì che servo meglio. Sì che gioco meglio il rovescio. Forse gioco meglio le volée, lo slice, ma anche così non so se il mio livello oggi batterebbe il mio livello di anni addietro. In termini di miglioramento non so… in termini di riadattamento del mio gioco, riadattare il nostro gioco, parlando di me e di Roger, di sicuro ci sono molte cose che cerchiamo per restare fra i migliori del mondo”.

Come avrete certo notato tutti e due i giocatori hanno preferito parlare di loro stessi e dei loro progressi piuttosto che di quelli dell’altro. Perché? Perché, ragazzi, i due campioni sono anche molto intelligenti fuori dal campo.

Ho preso tempo prima di espormi al pubblico ludibrio. Vi giuro che chiunque vincesse non mi coglierebbe davvero di sorpresa. A un mini-referendum interno lanciato da Luca Marianantoni ho buttato lì: vittoria di Nadal in 5 set. Quindi tutti coloro che mi hanno preso in giro per il mio pronostico su Berrettini si sentiranno in dovere di credere che probabilmente vincerà invece Federer. Non farò tifo a protezione del mio pronostico, non sono fatto così. Al Roland Garros, dove pure avevo dato favorito Nadal, mi sarebbe piaciuta la storia di un Federer che vinceva. Qua le storie sono belle entrambe, vinca l’uno oppure l’altro. Poi magari sarà Djokovic a mettere tutti d’accordo e quella, giornalisticamente – non fraintendete! (anche se so che c’è chi lo farà vi diffido ugualmente) – sarebbe una storia meno eccitante, salvo che ne venga fuori una finale pazzesca. Ma una cosa alla volta. Intanto auguriamoci una grande semifinale, magari due, Djokovci permettendo …a Bautista Agut. Però lì mi auguro ugualmente che vinca Djokovic, perché pur con tutto il rispetto per Bautista Agut lui in finale contro Nadal (no, per favore no, una finale tutta spagnola no!) e anche contro Federer mi toglierebbe gran parte del buon sapore per il quale ho già l’acquolina in bocca.  

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Chiudo con le donne. Non vedo la Strycova nei panni di Roberta Vinci, in una riedizione della semifinale US Open 2015. Fra Halep e Svitolina non so davvero che pesci pigliare. Secondo me la miglior Halep è più forte della miglior Svitolina ovunque. Ma questa superficie è più infida, traditrice. Quindi può accadere di tutto. Dipende da che parte del letto, e su quale piede, scendono tutte e due.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement