US Open: Nadal vince una finale senza storia, sedicesimo Slam

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US Open: Nadal vince una finale senza storia, sedicesimo Slam

NEW YORK – Troppo divario contro Kevin Anderson. Terzo trionfo a Flushing Meadows, secondo Major dell’anno. Sono tre meno di Federer, quattro più di Djokovic. 1860 punti ATP di vantaggio su Roger

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da New York, cronaca di Vanni Gibertini, chiavi tecniche di Luca Baldissera

[1] R. Nadal b. [28] K. Anderson 6-3 6-3 6-4

 

CRONACA
Ci vogliono 21 minuti prima che gli spettatori ritardatari possano prendere posto a bordo campo: questa la durata dei primi tre game, nei quali Anderson tiene due servizi ai vantaggi, annullando due palle break sull’1-1 (la prima delle quali regalata da un errore di diritto a campo aperto di Nadal), mentre lo spagnolo risulta in totale controllo sulla sua battuta. “Nadal va sul velluto sulla sua battuta mentre Anderson deve combattere ogni volta – ha detto Andy Roddick durante la sua web-cronaca insieme con Mardy Fish – ma non importa quanto fai fatica, se riesci a resistere abbastanza a lungo può darsi che arrivi una chance”. Sul 2-2 altre due palle break per Nadal, anche quelle sfumate, una con un ace, ed una con una risposta di diritto sulla seconda tirata dal parcheggio dello stadio (quello del baseball, non quello del tennis). Due turni di battuta di Anderson da 18 punti ciascuno: a questo ritmo il primo set della finale maschile rischia di durare più di tutta la finale femminile. Sono 18 anche gli errori gratuiti  a cui il sudafricano arriva quando sbaglia una volée di rovescio sul 3-3 e purtroppo per lui in quel game continueranno a salire: dal 40-30 due diritti mancati ed un doppio fallo danno il primo break del match a Nadal. Lo spagnolo continua con la media di un punto perso ogni game di servizio, mentre il buon Kevin prende un altro break da 40-30 per concedere il primo set 6-3 in 58 minuti.

CHIAVI TECNICHE PRIMO SET
Come prevedibile, da subito Kevin va in spinta a tutto braccio su ogni palla. Il servizio funziona bene, in particolare gli angoli esterni, anche perchè Rafa – come quasi sempre negli ultimi tempi – risponde da circa sei metri fuori dal campo, anche alle seconde palle. Non è facile fare punto diretto con le botte al centro per Anderson così, giustamente il sudafricano cerca di aprire le traiettorie. Ma probabilmente a causa della tensione, Kevin sbaglia diversi attacchi a campo quasi aperto dietro ai suoi servizi esterni, e fallisce un paio di comode volée. Nadal corre e passa molto bene, ma non è abbastanza aggressivo in risposta. Nonostante questo, Anderson fatica parecchio a tenere la battuta, e si salva grazie al suo gran rovescio in diagonale, con cui anticipa i dritti carichi in cross di Rafa. Il primo break per lo spagnolo arriva a causa dell’ottavo dritto sbagliato da Kevin, molto contratto quando tira questo colpo da dentro il campo, il secondo per l’ennesima indecisione a rete.

CRONACA
Davanti al parterre di VIP che come di consueto fa da contorno al weekend delle finali allo US Open (sono presenti tra gli altri l’attore Jerry Seinfeld, il golfista Tiger Woods e lo stilista Ralph Lauren) il secondo set presenta un evento inedito, ovvero il primo turno di battuta tenuto senza andare ai vantaggi da Anderson, che però in risposta non riesce davvero a creare nessun problema all’avversario. Il break arriva al sesto gioco, quando due punti a rete di Nadal (10/10 per lui, contro 9/24 per Kevin) propiziano l’allungo decisivo: 6-3 6-3 in 1 ora e 37 minuti.

CHIAVI TECNICHE SECONDO SET
Il match procede sulla stessa falsariga del primo parziale, a livello di esecuzione dei colpi sembra un po’ più sciolto Anderson, il rovescio in diagonale gli scorre sempre bene, e mette spesso in difficoltà Nadal, che però continua a difendere e a martellare con il dritto appena può. Per discutibile che possa essere, la scelta di Rafa di rispondere dai teloni alla fine sembra stia pagando, più che altro per le mancanze di Kevin nello sfruttare gli spazi e gli angoli a sua disposizione, e per i gravi errori al volo. Il servizio, comunque, va abbastanza in automatico per il sudafricano, e la cosa lo tiene a galla all’inizio. Ma ogni volta in cui è chiamato ad affondare in verticale, Anderson si ostina a spingere cercando forza invece che geometrie, mentre Nadal, pur nel contesto di una partita di contenimento, è letale con i suoi contrattacchi, siamo a un mostruoso 12 punti fatti su 12 a rete, mentre Kevin ha un pessimo 12 su 26. E il secondo set se lo prende Rafa soprattutto per questo.

CRONACA
Purtroppo per gli spettatori, e per i venditori di cibo e bevande che sicuramente vorrebbero una finale più lunga, il terzo set vede un’altra ripetizione di Anderson che perde il servizio da 40-30, e proprio nel game d’apertura, per dare a Rafa quel margine di sicurezza necessario per continuare la straordinaria prestazione alla battuta (o per incoraggiare la continuazione della catastrofica prestazione alla risposta del suo avversario, come preferite voi). Un taglio all’indice del sudafricano viene medicato dal fisioterapista, nella speranza che possa fare qualcosa per la sopravvivenza della partita, ma sembra che ci voglia molto di più per fermare un Nadal sempre con il 100% di realizzazioni a rete e che non ha mai concesso più di due punti all’avversario nei propri game di servizio. Il tennista vestito “all black“, dalla Nike, ha ormai messo all’angolo il giocatore neroverde, testimonial Lotto (almeno un po’ di Italia in campo stasera c’è). Un senso di inevitabilità avvolge sempre più la partita mentre il terzo set scorre via senza alcun sussulto. Qualche idiota urla incoraggiamenti dalle tribune mentre Rafa sta servendo per il match, contribuendo a ritardare di qualche minuto l’inevitabile. Il match point è siglato, simbolicamente, da un serve&volley, la sedicesima volée vincente della serata su 16 discese a rete. Per vincere il sedicesimo Slam: se a Nadal piacesse andare al casinò, sappiamo quale numero suggerirgli di giocare.

Con questa vittoria il maiorchino aggiunge alla sua bacheca il terzo titolo agli US Open (sesto Major al di fuori della terra battuta), ritornando a tre lunghezze di distanza da Federer (ora sostenuto da…) nella classifica all-time dei campioni di Slam, ed allungando su Djokovic, rimasto a quota 12. Il trionfo di New York consente anche a Nadal di consolidare la sua posizione in vetta alla classifica ATP ed alla Race to London: il suo vantaggio su Federer è ora di 1860 punti, candidandolo quindi a principale pretendente per chiudere la stagione al n.1 del ranking.

CHIAVI TECNICHE TERZO SET
Purtroppo per Anderson, le cose non cambiano, anzi peggiorano, perchè il break lo subisce nel primo game. I tre gratuiti di dritto consecutivi che regalano a Rafa il vantaggio sono ben esemplificativi delle difficoltà dal lato destro del sudafricano oggi pomeriggio. Nadal, ovviamente dato il rassicurante margine, gioca sempre più tranquillo, chiudendo anche alcuni serve&volley, e non sbagliando un tocco al volo che sia uno. Con un rendimento al servizio simile di Rafa, 84% di punti fatti con la prima palla, per Kevin non c’è nulla da fare, la sua giornataccia a rete viene poi evidenziata da uno smash sparato fuori, che sarebbe stata una delle ultime opportunità di aggancio. 30 vincenti, 11 errori, solidità da fondo, perfezione a rete. Nadal esemplare, a parte la posizione in risposta. Ma Kevin non ha saputo approfittarne, e Rafa non ha avuto bisogno di cambiare tattica. Considerato che ha tenuto Anderson a 10 ace e appena il 73% di punti con la prima, rispetto all’85-quasi 90% abituale, ha avuto ragione lui.

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Djokovic conferma: “Giocherò lo US Open”

Il serbo ha preso la sua decisione: sarà l’unico dei big three in campo a Flushing Meadows, alla caccia del 18° Slam

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E infine dunque, Novak Djokovic, l’uomo che aveva criticato più di tutti le misure sanitarie e di sicurezza previste dalla USTA sarà l’unico dei tre “tenori” del tennis ad andare a New York. Il serbo che è imbattuto nel 2020 (18-0) sarà a Flushing Meadows per giocare sia il Western&Southern Open (dal 22 agosto) che lo US Open (dal 31 agosto).

Una decisione non presa alla leggera:
“Non è stata una scelta facile da fare per via di tutti gli ostacoli e le sfide da tutti i punti di vista, ma la prospettiva di tornare a competere mi esalta tantissimo”

Nole era risultato positivo al COVID-19 in Croazia nel mese di giugno insieme ad altri a lui vicini come la moglie Jelena e uno dei suoi allenatori, Goran Ivanisevic.
Ma ora è convinto di essere in perfetta forma per dare la caccia al 18° titolo dello Slam, il quarto a New York:

Sono consapevole che questa volta sarà tutto molto diverso con tutti i protocolli e le misure di sicurezza in atto per proteggere i giocatori e la gente di New York. Tuttavia mi sono allenato duramente con il mio team per essere fisicamente in forma in modo da adattarmi alle nuove condizioni. Ho fatto tutti i controlli per assicurarmi di essere guarito completamente e ora sono pronto a tornare in campo con il massimo dell’impegno per giocare il mio miglior tennis”

 

Djokovic, che ha conquistato il 2 febbraio scorso il suo Slam n.17 a Melbourne, sarà certamente il favorito d’obbligo. Chi saprà sfidarlo nella “bolla” del Queen’s?

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Italiani a New York: Berrettini guida un gruppo da record

Facciamo il punto sui nove azzurri che scenderanno in campo nel tabellone maschile dello US Open

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

Lo US Open della semi-bolla è sempre più vicino, ed è quindi tempo di ricominciare a parlare di tennis giocato, soprattutto perché il tennis italiano (maschile) sarà uno dei più presenti al via. Infatti, con il cut-off per ora al N.127 ATP, sono nove gli uomini italiani sicuri di un posto in tabellone a Flushing Meadows: Berrettini, Sonego, Sinner, Mager, Travaglia, Seppi, Caruso, Cecchinato e Lorenzi – come noto, Fabio Fognini si sta riprendendo dall’operazione alle caviglie e con ogni probabilità rientrerà sulla terra, mentre Federico Gaio potrebbe entrare in caso di una nuova defezione, essendo fuori di un solo posto.

La cifra, un record per il nostro Paese in termini di ingressi diretti (negli ultimi due anni è stata toccata quattro volte fra qualificati e lucky loser), vedrà l’Italia al terzo posto nel tabellone maschile di New York dietro a USA (20 con otto wildcard) e Spagna (dieci). Una tale cornucopia di azzurri non è casuale, e anzi certifica la salute del movimento negli ultimi anni. Se si guarda alla Top 300 di marzo (che poi è la stessa di oggi), il dato sulla continuità del nostro movimento è incontrovertibile: 21 azzurri sono presenti nello scorcio di classifica, quarto Paese dopo la Spagna (22), la Francia e gli Stati Uniti (27 ciascuno) – questi quattro rappresentano, assieme a Germania, Australia (18 a testa) e Argentina (15) praticamente la metà dei migliori tennisti ATP.

Fra i giocatori automaticamente presenti nello Slam americano, Berrettini è al momento l’unico già presente nel main draw del prodromo newyorchese che sarà il torneo di Cincinnati 2020; Sonego è il primo degli esclusi e dovrebbe giocare le qualificazioni, ma potrebbe entrare direttamente in caso di abbastanza probabili forfait, mentre Sinner, Mager, Travaglia e Seppi dovranno per forza passare dalla porta sul retro (gli ultimi tre al momento dovrebbero dotarsi del potere dell’ubiquità, essendo iscritti anche al Challenger di Todi).

 

Per la verità, è quasi impossibile fare delle previsioni credibili, date la lunga pausa del circuito e l’inattendibilità delle esibizioni, vuoi per una questione di stress competitivo, vuoi per il basso numero di partite giocate, vuoi per il livello degli avversari. Anche le valutazioni durante i tornei saranno improbe, poiché gli addetti ai lavori, accasati, potranno basarsi esclusivamente su quanto visto in partita, privati della possibilità di seguire gli allenamenti e parlare con i team. Perciò, quello che segue non sarà un vero pronostico, ma solo una panoramica.

D’altro canto, però, per la prima volta si potranno saggiare le condizioni dei giocatori sugli stessi campi dello Slam, una sorta di anteprima: il 1000 di Cincinnati, infatti, si giocherà nel complesso del Billie Jean King Tennis Center, seppur non sui campi principali. Grazie a questo preludio sarà quindi possibile fare una stima (incompleta e distante) dell’adattamento dei giocatori alla superficie, quantomeno sul due su tre e quantomeno per i 56 che scenderanno in campo nel main draw.

Questo tema è ancora più interessante se si pensa a un aspetto di cui non si è parlato molto, per ovvi motivi: questo US Open sarà il primo ad utilizzare Laykold come superficie, abbandonando lo storico binomio con il DecoTurf. Non si può sapere ancora sapere che tipo di impatto avrà la decisione, visto che i due tornei che già utilizzano Laykold hanno dati estremamente diversi fra loro, vale a dire Miami e Long Island, ma, nonostante la vicinanza geografica del secondo con Flushing Meadows, è ragionevole pensare che le condizioni si avvicineranno a quelle dell’Hard Rock Stadium in Florida (campo storicamente fra i più lenti del circuito), trattandosi di eventi outdoor con notevoli tassi di umidità, mentre Long Island è un torneo al chiuso peraltro assiduamente frequentato dai big server, cosa che potrebbe sballare il dato relativo alla velocità del campo. Sarà quindi interessante vedere che tipo di condizioni di gioco ci saranno.

Per quanto riguarda la logistica del torneo, l’aspetto più pressante per i giocatori, vale a dire il numero di membri del team da cui potranno essere accompagnati, non sembra più essere un problema: che si risieda in albergo o in un’abitazione privata, ci si potrà portare fino a tre persone (cifra ampiamente sufficiente per la maggior parte dei giocatori), anche se solo uno potrà poi seguire il giocatore durante le partite. La cancellazione dell’aspetto più mondano del soggiorno nella Grande Mela, invece, non dovrebbe essere un problema: nell’epoca dell’iper-professionismo, i giocatori hanno routine talmente rigide che l’impossibilità di muoversi per la città sarà sicuramente accettata dalla maggior parte dei giocatori, anzi, per molti le abitudini saranno praticamente invariate.

Ma passiamo agli italiani, iniziando, ça va sans dire, con Matteo Berrettini. Il capitolino ha detto a La Stampa di essere ancora “indeciso” sulla partecipazione, ma sarebbe una grossa sorpresa se alla fine non andasse a New York. Certo, il tema presenta segnali contrastanti: da un lato, il braccio di ferro sotterraneo dei Top 20 (con tanto di paventato boicottaggio) per non dover fare la quarantena una volta tornati dagli States, a cui si aggiunge una liberatoria non proprio incoraggiante dal punto di vista legale; dall’altro, il DPCM che consentirà ai giocatori di venire in Italia (e per Berrettini il rientro a Roma è più rilevante che per chiunque altro) con l’unica condizione di un tampone da fare due giorni prima del loro arrivo – non va dimenticato, inoltre, che il taglio del prize money per il singolare è stato tutto sommato trascurabile, e questo conta parecchio. Non ci può dunque essere certezza, ma al momento Berrettini risulta iscritto e va trattato come tale, e lo stesso vale per tutti i giocatori italiani.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Per certi versi, le condizioni psicologiche lo favoriscono: tornerà sui campi dove l’anno scorso si è mostrato al mondo (seppur senza pubblico) raggiungendo la semifinale, ma senza la pressione di dover difendere quei 720 punti – è bene ricordare che, con la nuova classifica marzo 2019/novembre 2020, solo il risultato migliore in un dato torneo verrà tenuto in considerazione. Matteo sarà la tds N.6, con la possibilità di salire ulteriormente nell’eventualità di rinunce (per la verità poco probabili al momento, a parte il Fedal gli altri top sembrano intenzionati a giocare) – fra l’altro, se queste dovessero avvenire, il romano si avvicinerebbe al concittadino Panatta come seed italiano più alto in uno Slam maschile, visto che Adriano fu al massimo N.4 allo US Open del 1976, e subito prima N.5 a Wimbledon.

Come detto, fare una valutazione è estremamente complicato (bisognerà aspettare “Cincinnati” per farsi un’idea più precisa), ma di sicuro le prestazioni dell’azzurro lasciano ben sperare: all’UTS di Mouratoglou, Berrettini ha vinto il torneo, l’unico giocato sul cemento finora, e, nonostante le regole ludicizzate, ha raccolto il plauso dell’organizzatore, che ha detto a UbiTennis di essere rimasto colpito dalla sua determinazione e dal suo rovescio. Proprio il colpo bimane, spesso attaccato dagli avversari in passato, è stato un tema ricorrente della quarantena berrettiniana, perché lui stesso ha affermato in una chat con Chris Evert di averci lavorato assieme a Tomljanovic – il mood della conversazione era certamente giocoso, ma il riferimento al lavoro su un colpo successivamente apprezzato per i suoi miglioramenti non può essere casuale.

L’aspetto che potrebbe condizionare maggiormente Berrettini è la tenuta fisica. La sua costituzione belluina (1,96×95) l’ha portato a farsi male più volte nel corso dell’ultimo anno; prima dello stop del tour, aveva giocato solo due partite nel 2020. Per certi versi, quindi, Berrettini è stato uno dei maggiori beneficiari della pausa, che gli ha permesso di rimettersi in sesto completamente, cosa che di solito non si può fare, dovendo viaggiare da un torneo all’altro. Va detto, inoltre, che i precedenti del 2019 depongono a suo favore: quando raggiunse la semifinale a Flushing Meadows, aveva giocato un solo match, perdendolo, nelle sei settimane precedenti al torneo, mentre nei due Slam precedenti era arrivato con tanti match sulle spalle, e si era arreso rapidamente a Casper Ruud a Parigi e a Roger Federer a Londra. Insomma, se non dovesse incorrere in infortuni, è lecito aspettarsi un torneo di alto livello da parte sua, anche perché sarà l’unico della coorte a non dover sperare in un sorteggio favorevole in virtù del suo status.

Passando agli altri italiani, non può che esserci curiosità per Jannik Sinner. Lo scorso anno si era fatto notare giocando un grande match contro Stan Wawrinka, e la sua crescita dei mesi successivi lo ha trasformato in uno dei giovani più in vista del circuito. Come Berrettini, si è detto incerto sulla trasferta newyorchese, ma dovrebbe essere della festa. Prima di giocare le due esibizioni berlinesi (sconfitto entrambe le volte da Thiem, la seconda in finale sul cemento), Sinner aveva mantenuto un basso profilo durante il lockdown, un periodo in cui, stando alle parole di Riccardo Piatti, ha continuato ad allenarsi assiduamente.

Jannik Sinner – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Le uniche immagini del campione NextGen provenivano da Montecarlo, dove si è allenato con Zverev e Wawrinka, fra gli altri, una scelta fatta per metterlo a confronto con i più forti su una base costante. Sempre secondo il coach comasco, il mentore ideale per lui sembra essere Rafa Nadal: “Ho parlato con Carlos Moyà e appena potremo faremo altri incontri con Rafa. La sua tenacia, il suo modo di affrontare le difficoltà in campo, la forza mentale sono rare forse più del suo gancio mancino. Voglio che Jannik lo veda, ci parli, vada a mangiare con lui, chieda e si confronti”. Sinner giocherà le qualificazioni a Cincinnati, dove il livello sarà già molto alto, e se dovesse riuscire ad accumulare match potrebbe diventare uno degli avversari meno desiderabili al primo turno.

Lorenzo Sonego si è preso l’estate umbra, vincendo a Todi e Perugia, e con delle condizioni particolarmente lente potrebbe riuscire a far valere le sue sbracciate di dritto. Di sicuro il torinese non sarà stato felice dello stop al circuito nel momento in cui era riuscito a sbloccarsi dopo mesi di sconfitte, raggiungendo i quarti a Rio de Janeiro. Ancorché vicino ad entrare in tabellone al Western & Southern Open, come Sinner potrebbe in realtà beneficiare da un paio di match di qualificazione, che gli permetterebbero di arrivare a Flushing Meadows (metaforicamente, visto che sarà già lì) con un tennis più rodato.

A proposito di giocatori fermati dalla pandemia, Gianluca Mager avrebbe dei buoni motivi per ritenersi in credito con la sorte. Al momento del fermi tutti, il ligure stava giocando il miglior tennis della carriera, con la finale a Rio che l’aveva sospinto fra i Top 100 e un ottimo esordio in Davis contro la Corea del Sud nel tie che a posteriori ha anticipato la gestalt del tennis attuale, e probabilmente di quello a breve e medio termine. La sfida principale per lui sarà cercare di ritrovare l’ispirazione, sperando che il treno non sia già passato. La sua problematica principale è che avrà pochi mesi per cercare di incrementare il proprio punteggio, cercando di limitare l’impatto di quei 300 punti, e che la maggior parte dei tornei da qui a febbraio si giocheranno sul cemento, superficie che a livello ATP (due match giocati).

Abbiamo poi gli “americani”, Seppi e Lorenzi, che risiedono rispettivamente in Colorado e Florida (l’altoatesino vive ancora a Caldaro secondo il sito dell’ATP, ma ha una casa a Boulder e suo figlio è nato lì, a febbraio) e che sono i patriarchi del gruppo azzurro. Seppi è un altro che è stato fermato in un buon momento (aveva appena raggiunto la finale a Long Island) e non ha storicamente un buon feeling con la Grande Mela, dove i suoi colpi piatti non scorrono particolarmente bene, mentre il senese è un aficionado del torneo, con otto vinte e quattro perse nelle ultime quattro edizioni e con la ciliegina degli ottavi raggiunti nel 2017, ed è uno dei beneficiari del cutoff allargato a 120 giocatori. Entrambi spereranno in un buon sorteggio per sfruttare al meglio gli ultimi scampoli di carriera.

Fra i restanti (Caruso, Travaglia e Cecchinato), il secondo parrebbe quello con più chance di fare bene, avendo giocato dei buoni match sul duro nel 2020 (una gran ATP Cup con un bel primo set contro Khachanov e vittoria su Fritz, seguiti da una finale e una semi Challenger e da una sconfitta di misura a Marsiglia contro Aliassime dopo aver avuto match point nel secondo), mentre il semifinalista del Roland Garros sembrerebbe aver ritrovato un po’ di pace interiore grazie alla paternità e al rinnovato sodalizio con Sartori, di cui ha detto: “Max mi ha dato grande fiducia, ha rimesso insieme i pezzi del puzzle. Sartori ha visto cosa non andava in me prima ancora dei problemi tecnico-fisici. L’allenamento dà buone sensazioni, ora sto bene. Ripeto, sono tornato alle origini: ma, come dice il mio coach, non ho più tanto da imparare quanto da ripulire.

Come si può vedere, dunque, gli italiani al via dovrebbero essere numerosi e motivati a fare bene. Certo, la valutazione delle prestazioni di un giocatore segue troppo spesso dei parametri fenomenologici (e.g. ha perso al primo turno quindi è andato male), mentre, soprattutto nel caso di giocatori fuori dai primi 32, necessariamente dipendenti dal sorteggio (citofonare a Struff, J.-L., per delucidazioni a riguardo), il modo della sconfitta e la qualità dell’avversario dovrebbero essere fattori molto più che contingenti in fase di giudizio – tante volte, però, questo aspetto è dimenticato in favore delle fredde cifre, ed è un attimo passare dall’accusatorio all’inquisitorio. In sintesi: sarebbe una cosa buona vedere nove italiani su nove fuori al primo turno ma in cinque set combattuti? Certamente no, ma la presenza fisica e mentale dei giocatori, soprattutto in questo momento storico, sarebbe un indice assai più positivo di una vittoria occasionale a fronte di brutte sconfitte degli altri, ed è questo che bisognerebbe augurarsi alla vigilia del tennis 2.0.

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US Open: nella bolla si entra a proprio rischio e pericolo

La USTA impone una liberatoria che la libera da ogni responsabilità nei confronti dei giocatori, anche in caso di malattia grave o morte

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Mentre il circuito professionistico torna faticosamente a macinare tornei in Europa dove la pandemia di COVID-19 è relativamente sotto controllo (a parte qualche isolato focolaio), il dibattito si infiamma sull’opportunità di disputare tornei negli Stati Uniti, soprattutto il Western&Southern Open e lo US Open che la USTA sta faticosamente cercando di organizzare a Flushing Meadows.

Sono già arrivate le prime rinunce allo swing nordamericano da parte di alcuni tennisti e tenniste europei o australiani, mentre a Lexington, Kentucky va in scena un WTA International con un tabellone di tutto rispetto. Naturalmente c’è grande abbondanza di opinioni sull’utilità di giocare negli Stati Uniti, che al momento sono il Paese di gran lunga più colpito dalla pandemia, e l’ultima occasione per indignarsi è stata fornita dalla diffusione in rete di una parte della liberatoria che atleti e staff partecipanti ai tornei di Flushing Meadows dovranno firmare per poter entrare nella “bolla” newyorkese.

Si tratta di un documento legale attraverso il quale chi entra nella bolla si impegna a rispettare le regole di comportamento imposte, oltre alle leggi in vigore nello Stato di New York, e si impegna a sottoporsi ai test necessari. Inoltre viene chiesto di “riconoscere i rischi inerenti all’ingresso nella bolla e della presenza di altre persone durante l’epidemia di COVID-19, rischi che includono contrarre il COVID-19, collasso respiratorio, morte e la trasmissione del COVID-19 ad altri membri della propria famiglia”.

I partecipanti quindi “si assumono volontariamente la piena responsabilità per qualunque rischio di perdita o infortunio personale, ivi inclusi malattia grave, infortunio o morte, anche qualora siano il risultato di una qualche negligenza da parte del National Tennis Center” e “indennizzano completamente e per sempre la USTA e tutte le sue componenti da ogni responsabilità e ogni possibile richiesta di risarcimento per qualunque perdita o infortunio, inclusa la morte, che possa interessare i firmatari”.

Questa liberatoria non ha scadenza e si estende agli eredi dei firmatari, tuttavia in due occasioni viene fatta menzione che si tratta di un accordo valido nei limiti consentiti dalla legge e che nessuna istanza a cui la legge prevede non si possa rinunciare attraverso un accordo privato è inficiata dalla firma della liberatoria.

La giurisdizione pertinente a questo accordo è, come da logica, quello dello stato di New York, ed è pure aggiunta alla fine una clausola compromissoria che impone l’utilizzo dell’arbitrato come strumento per dirimere qualunque controversia. A differenza della causa civile, l’arbitrato prevede che le parti scelgano di comune accordo un arbitro che deciderà chi ha ragione senza possibilità di appello e senza che questa decisione costituisca un precedente legale.

Il documento è ovviamente pensato per proteggere la USTA da possibili cause legali originabili da eventuali contagi avvenuti all’interno della bolla, e per prudenza la Federazione Americana si è premurata di includere nel documento anche possibili casi di negligenza. Non è difficile andare con la mente all’episodio del 2015, quando la canadese Eugenie Bouchard scivolò sul pavimento bagnato di uno spogliatoio procurandosi una commozione cerebrale che la costrinse a rimanere lontano dai campi per diversi mesi. Bouchard fece causa alla USTA e nel febbraio 2018 ottenne la vittoria in tribunale e un successivo risarcimento, probabilmente milionario, stabilito da un accordo privato. La giuria ritenne la USTA negligente nell’aver permesso che il pavimento venisse lavato quando c’erano ancora giocatori all’interno dello spogliatoio, ragion per cui è comprensibile il motivo per cui questa clausola sia stata inserita da qualche anno nelle condizioni standard per ottenere l’accredito.

In una società enormemente litigiosa come quella statunitense è abbastanza normale che vengano proposti cosiddetti “boiler plate” in legalese, ovvero documenti con frasi standardizzate che hanno come unico scopo quello di proteggere le aziende da possibili rivalse legali da parte dei consumatori. Chiunque si sia inscritto a una palestra, o anche abbia solamente installato un software oppure si sia registrato su un sito ha dovuto accettare una serie di termini e condizioni (che raramente vengono lette per intero) che hanno più o meno lo stesso tenore.

Tuttavia, a seconda dei Paesi, ci sono leggi specifiche che limitano il livello di discrezionalità di questi documenti e possono rendere automaticamente nulle le clausole che non sono in ottemperanza delle norme vigenti nella giurisdizione in cui l’accordo viene sottoscritto. E anche in questo caso viene specificato che la liberatoria nei confronti della USTA da qualunque responsabilità è valida solamente “fino al massimo grado consentito dalla legge” e non è valida “laddove la legge non consenta lo sgravio di responsabilità legali attraverso un accordo privato”.

Inoltre questo accordo non protegge in alcuna maniera da responsabilità penali, che comunque non sono da escludere nel caso in cui ci possano essere danni seri o anche irreversibili alla salute di qualcuno e quando si possa configurare una qualche negligenza da parte della USTA.

Si può pensare ciò che si vuole sull’opportunità di proporre un documento del genere, ovviamente dipende molto dalla sensibilità personale e dal background culturale. Nel contesto statunitense non è tutto sommato sorprendente che un’azienda cerchi di tutelarsi nel miglior modo possibile spingendosi quanto più possibile vicino al limite. Data la situazione attuale, è probabile che questo documento abbia ottenuto più risonanza di quanto abbia mai ottenuto qualcosa di simile in passato, anche se non troppo diverso.

Non è infrequente che, per eccesso di prudenza, ci si spinga “troppo in là” nella stesura di questi documenti: basti citare l’esempio di uno dei documenti che noi giornalisti dobbiamo firmare per ottenere le credenziali per lo US Open. Fino a un paio di anni fa, il documento richiedeva che i giornalisti accreditati non riportassero alcuna notizia che non fosse già di pubblico dominio. Questo per evitare che venissero fornite informazioni “riservate” sulla salute dei giocatori a chi volesse scommettere sugli incontri.

L’intenzione era chiara e legittima, ma il risultato proponeva una norma che di fatto annullava l’essenza stessa del giornalismo. Dopo che la contraddizione è stata fatta notare dai rappresentanti della stampa americana (noi l’avevamo notata qualche anno prima, ma ovviamente noi non contiamo nulla), la stesura della norma è stata cambiata aggiungendo che facevano eccezione le notizie riportate durante lo svolgimento del proprio ruolo di giornalista durante la copertura del torneo. In altre parole, se io passeggiando nelle zone riservate dello US Open avessi visto un giocatore X che si era appena fatto male una caviglia e stava zoppicando un’ora prima di andare in campo, se lo avessi scritto su Twitter o sul sito in modo tale che diventasse di dominio pubblico avrei potuto farlo, ma se avessi chiamato in privato un mio amico comunicando l’informazione solo a lui (e poi lui magari andava a scommettere) avrei commesso una violazione del regolamento.

In conclusione, è da vedere come si comporteranno i giocatori, che hanno ottenuto il testo di questa liberatoria in anticipo e possono eventualmente farla vedere a un loro legale (possibilmente abilitato nello Stato di New York) oppure possono ricevere delucidazioni da parte di ATP e WTA. Per il momento non si sono registrate defezioni in quantità significativamente più elevata del solito, ma la prossima settimana saranno le più critiche.

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