La scelta di Rojer

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La scelta di Rojer

Vi siete chiesti come mai Jean-Julien Rojer abbia giocato (e vinto) il torneo di doppio dell’US Open con la Statua della Libertà sulla maglietta? Qui c’è tutta la storia, e merita di essere letta

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Il rapporto popolazione/Slam vinti di Curaçao, l’isoletta maggiore dell’arcipelago più meridionale delle Piccole Antille, è tra i più bassi che sia dato conoscere. Secondo il censimento dell’ultimo gennaio Curaçao ospita circa 160000 abitanti e ormai da quattro giorni può vantare due titoli della Slam. Entrambi luccicano nella bacheca di Jean-Julien Rojer, 36enne doppista la cui bandiera nel profilo ATP ufficiale è quella olandese. Questo perché l’isola di Curaçao in cui “Jules” è nato, lontana appena 65 chilometri dalle coste settentrionali del Venezuela, tecnicamente è una delle quattro nazioni costitutive del Regno dei Paesi Bassi. Questo implica disposizioni unitarie in materia di politica estera, difesa e cittadinanza e piena autonomia solo sulle politiche interne. Tutti sotto la stessa bandiera, quella olandese.

In senso lato i due Slam di Rojer (Wimbledon 2015 e US Open 2017) devono stare accanto alla coppa di Wimbledon 1996 vinta da Richard Krajicek, in senso stretto appartengono a Curaçao e alla sua commistione quasi unica di architetture olandesi e spagnole. L’isola caraibica ha una sua capitale – Willemstad, unica città degna di questa definizione da quelle parti – e una sua bandiera, diversa da quella olandese, in cui le due fasce blu che simboleggiano cielo e mare sono divise da un inserto giallo, emblema del sole tropicale. La seconda delle due stelle altro non è che l’iconcina di “Klein Curaçao“, minuscola isola disabitata a largo di Curaçao che nei suoi (neanche) 2 chilometri di estensione ospita solo un vecchio faro e qualche casupola. Nel loro insieme le due stelle simboleggiano amore e felicità, e le cinque punte di ognuna i cinque continenti da cui provengono gli abitanti dell’isola stessa.

È questo il background in cui è cresciuto Jean-Julien Rojer, figlio di un dentista e di una maestra (non stupitevi, Curaçao ha anche una facoltà universitaria di medicina tra le più stimate del territorio caraibico). Nella conferenza stampa dopo la finale dell’US Open 2017 Rojer ha avuto a dire che si è accorto del colore della pelle, del fatto che qualcuno potesse ritenerlo motivo di scontro, la prima volta che si è scontrato con la realtà di Miami, dove si è trasferito a 12 anni per inseguire il suo sogno di diventare un giocatore professionista. Ha detto esattamente “I noticed color when i came to the U.S.“, ed è difficile contestualizzare quest’affermazione senza addentrarsi nei dati demografici di Curaçao, dove una maggioranza afro-caraibica coesiste con minoranze europee, mediorientali e asiatiche. Da quelle parti il concetto di multietnia è tanto radicato da non contemplare alcuna discriminazione.

 

Jean-Julien mentre ne parlava in conferenza si è detto “triste di doverlo ammettere”. Questo perché gli Stati Uniti sono il paese che gli ha consegnato il passaporto per il successo, i campi di Crandon Park gli hanno permesso di affinare le volée e l’università di California l’ha fatto crescere alla soglia del suo passaggio ai professionisti nel 2003. Il fatto che si senta in forte connessione con la terra che ha avverato i suoi sogni l’ha reso anche consapevole e partecipe delle sue molte contraddizioni. Da qui è nata la scelta di disputare l’US Open con un outfit molto particolare: una maglietta non poco appariscente su cui troneggia la Statua della Libertà. Scambiata per una scelta di stile, metà dileggiata metà osannata dagli esperti del settore, quella di Rojer è stata in realtà una scelta politica. Ideologica. 

La fantasia della sua t-shirt, replicata sulla giacca che ha indossato per tutto il torneo, è opera di Anthony Law, fondatore e designer del marchio Gunn Athletic, lo sponsor tecnico del doppista curaçoano. “Penso che la Statua della Libertà possa simboleggiare tutto quanto di buono appartiene a questo paese: quella meravigliosa statua di benvenuto che vedi appena ci entri. Libertà, pace e amore (ricordate la bandiera di Curaçao?, ndr). È così che dovrebbe essere“. Law ha quindi interpretato graficamente il messaggio di Rojer, di tolleranza e anti-violenza.

Questo è successo durante la cerimonia di premiazione della finale di doppio, alla presenza degli sconfitti Marc e Feliciano Lopez e di qualche migliaia di persone sugli spalti dell’Arthur Ashe. Jean-Julien Rojer ha atteso pazientemente di vincere il torneo e di avere una platea adeguata per diffondere il suo messaggio di fratellanza, tacitamente simboleggiato dalla sua t-shirt. Ha confessato, dilungandosi a riguardo in conferenza stampa, di aver pensato a questa iniziativa dopo gli incresciosi fatti di Charlottesville, dove una contro-manifestazione che si opponeva a un gruppo di estremisti di destra era stata stroncata da un attentatore in automobile.

Non sono un simbolo politico“. Rojer non ne fa una questione di colore, di fazioni, di schieramenti, semplicemente ha voluto porre attenzione sul concetto di follia ingiustificata. E pur allontanando i connotati politici dalla sua scelta ha ricordato che ogni personaggio pubblico ha delle responsabilità sociali, mentre il suo partner Horia Tecau gli faceva eco occupando una sedia vicina in press room. “Fa parte del nostro lavoro, siamo dei modelli di comportamento per molte persone. Io ho molti tifosi in Romania e Jules ne ha molti a Curaçao e in Olanda ed è importante diffondere questo messaggio. Non siamo soltanto atleti che competono per Slam, montepremi e gloria“.

In un bel discorso a due voci in conferenza, Rojer ha ripreso la parola per caratterizzare meglio il suo concetto di impegno sociale. “Ho soltanto 6000 follower su Instagram. Horia ne ha molti di più. Non ho la platea che può vantare uno come Nadal ma ognuno di noi ne ha una. Magari con il mio messaggio posso raggiungere cinque persone, Horia può fare la stessa cosa e raggiungerne 15 perché ha un seguito maggiore. Ma tutti abbiamo il nostro pubblico e dobbiamo essere consapevoli delle nostre azioni“.

Il ginepraio d’opinione è dietro l’angolo, così come l’accusa di intridere di eccessivo moralismo uno sport che in fondo si basa sul non dover far toccare la pallina all’avversario. Chi scrive ritiene che l’impegno del fare vada sempre rispettato, anche eventualmente condannato quando ne rappresenta una propaggine distorta, ma sempre rispettato al cospetto dei soli sforzi distruttivi. Rojer, senza avere la gigante impronta mediatica di Federer o anche soltanto quella più moderata di Nishikori, ha scelto di far passare un messaggio. Con un gesto discreto, spiegato diffusamente solo dopo essersi preso il lusso di vincere il suo secondo Major in carriera. A suo modo, una delle storie che da questo US Open un po’ povero di spettacolo dovremmo portarci dietro.

Se vi interessa più il tennis, adesso Curaçao ha uno Slam ogni circa 80000 abitanti. E chissà che grazie a “Jules” il numero non possa scendere ancora.


P.S. Per chi se lo stesse domandando dall’inizio la risposta è sì, quel “blu curaçao” che in qualche serata meno seriosa vi siete trovati a sbevacchiare (anche a vostra insaputa, miscelato in un cocktail) viene proprio dalla terra di Rojer, ed la varietà (cromatica) più diffusa delle cinque prodotte nell’isola a partire da scorze di arance amare.

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Andy Roddick e il tutorial su come lanciare una racchetta

Il campione americano Roddick ironizza con una video-lezione dal vialetto di casa, sui recenti comportamenti di Brooksby e altri tennisti

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Tanti discorsi seri si sono generati dalle scelleratezze compiute da alcuni tennisti negli ultimi tempi. La più recente è quella del giovane americano Jenson Brooksby, che ad esser precisi si è lasciato andare ad una sequela di lanci di racchetta uno peggio dell’altro, fin quasi a colpire il raccattapalle. La partita contro l’argentino Coria (alla fine terminata 3-6 6-2 6-3 per Brooksby) è oggetto di critiche anche per i precedenti illustri che porta alla memoria, per non parlare degli utilizzi impropri della racchetta adottati da Zverev ad Acapulco. Ma a fronte di tutti questi dibattiti sull’applicazione del regolamento, sul voler lasciare o meno ai giocatori la libertà di questi gesti, sulla leggerezza con la quale certi organi del tennis gestiscono queste situazioni… ci vuole un po’ di ironia.

Come spesso accade nel tour, a strappare un sorriso con la sua autenticità e il suo fare amichevole è Andy Roddick. L’ex numero 1 del mondo ha pubblicato una video-lezione di poco più di un minuto su come scagliare le racchette a terra e le palline in aria senza pericolo per le persone circostanti. Per quanto riguarda la racchetta ha specificato che bisogna afferrarla dal cuore per poi scagliarla parallelamente al suolo, mantenendola a poca distanza dai piedi; per le palline il discorso è molto più semplice: puntare al cielo e colpire con tutta la forza. Ironico anche il commento della moglie di Roddick al video: “Emozionata che ora i nostri bambini sapranno fare i capricci correttamente“.

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Dimitrov dieci anni dopo: non più Baby, mai Fed

No, adesso Grigor Dimitrov non ci inganna più: anche se ha raggiunto un’altra semifinale Slam, nel suo futuro non sembra esserci troppa gloria

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All’improvviso un bulgaro. Grigor Dimitrov è risorto, quando ormai tutti lo davano per finito, e ha vinto… no, ha raggiunto la finale… no, ha perso in semifinale all’US Open. Per la prima volta. Dopo aver battuto Federer. Per la prima volta. Finalmente, si potrebbe dire.

Lo chiamavano baby Fed ed era la grande speranza per il ricambio generazionale dopo l’era dei Fab four. Oggi invece, nonostante l’exploit americano, appare chiaro che Dimitrov non sarà mai un campione completo, e probabilmente, a meno di circostanze imponderabili, non porterà a casa un trofeo del grande Slam. Il suo ruolino di marcia post-US Open, composto da una vittoria e tre sconfitte, in un certo senso lo conferma: eliminato ai quarti di Chengdu da Bublik con tanto di match point falliti, a Pechino e Stoccolma – questa settimana – ha addirittura rimediato due battute d’arresto al primo turno, rispettivamente contro Rublev e Querrey. Per Dimitrov è sempre stato un problema confermarsi.

Le ragioni vanno trovate in una sua eccessiva fragilità. A volte mentale, a volte nel gioco. Infatti, non sono stati certo i Fab four (o fab 3) e la loro longevità a limitare la carriera del bulgaro. Andando a vedere il bilancio di vittorie e sconfitte con i quattro campioni di quest’era già si intuisce che il bulgaro non è fatto della stessa materia di cui sono fatti i grandi:

 

Federer: 1-7 (negli Slam 1-2)
Con un bilancio complessivo di 16 set persi e solo 2 vinti fino a questo US Open.

Nadal: 1-11 (negli Slam 0-2)
Le due vittorie di Nadal negli slam sono avvenute entrambe in Australia e in entrambe le occasioni Dimitrov è uscito con non pochi rimpianti. Molte le partite combattute tra i due, nelle quali è sempre uscito vincitore lo spagnolo.

Djokovic: 1-8 (negli Slam 0-2)
Le due sconfitte negli Slam senza la minima occasione.

Murray: 3-8 (negli Slam 1-2)
Non stupisce che lo scozzese, palesemente il Ringo Starr dei fab four sia l’avversario con cui Dimitrov ha raccolto più successi, e comunque son pochi.

Ma a ben guardare, il dato più importante è il numero di sconfitte con giocatori diversi dai fab four. Dal 2011, anno dell’esordio negli Slam (a parte un primo turno a Wimbledon nel 2009) e dell’ingresso tra i top 100, il bulgaro ha partecipato a 36 Slam, perdendo, come si è detto, 8 volte dai fab e 28 volte da altri giocatori. Chi sono questi altri giocatori? Analizziamo le sconfitte Slam per Slam:

AUSTRALIAN OPEN: Ventitré vittorie e nove sconfitte tra cui spicca quella con Nadal del 2017, che avrebbe potuto dare tutta un’altra svolta alla sua carriera, e le ultime due contro ottimi giocatori che un aspirante vincitore di Slam dovrebbe battere.

  • 2011 – 2T Wawrinka (n.19)
  • 2012 – 2T Almagro (n.10)
  • 2013 – 1T Benneteau (n.38)
  • 2014 – QF Nadal (n.1)
  • 2015 – 4T Murray (n.6)
  • 2016 – 3T Federer (n.3)
  • 2017 – SF Nadal (n.9)
  • 2018 – QF Edmund (n.49)
  • 2019 – 4T Tiafoe (n. 39)

Melbourne è senza dubbio lo slam migliore per il bulgaro. Bilancio con i top ten: zero vittorie e cinque sconfitte (ma due vittorie con un numero 11, Raonic e Goffin). Le migliori possibilità di vittoria il bulgaro le ha avute nel 2017, ma è improbabile, visto il suo record con Federer, che sarebbe riuscito ad alzare la coppa anche se avesse battuto Nadal. La più grande delusione invece l’anno successivo, sconfitto da Edmund (ma già in affanno con McDonald al secondo turno) quando sembrava favorito per raggiungere la finale.

ROLAND GARROS: spiccano due primi turni con Karlovic e Sock, in anni in cui il bulgaro navigava vicino alla top ten. Sconfitte senza appello con due giocatori non da terra.

  • 2011 – 1T Chardy (n.61)
  • 2012 – 2T Gasquest (n.20)
  • 2013 – 3T Djokovic (n.1)
  • 2014 – 1T Karlovic (n.37)
  • 2015 – 1T Sock (n.37)
  • 2016 – 1T Troicki (n.24)
  • 2017 – 3T Carreno Busta (n.21)
  • 2018 – 3T Verdasco (n.35)
  • 2019 – 3T Wawrinka (n.28)

Anche negli anni migliori Dimitrov non è mai andato vicino a fare bene a Parigi. Un solo top ten incontrato (Djokovic nel 2013); prima della vittoria su Cilic (n.13) quest’anno il suo scalpo più prestigioso era Donald Young (n. 51 nel 2012!).

WIMBLEDON: quindici vittorie e nove sconfitte sui prati di Church road con la semifinale raggiunta nel 2014 con lo scalpo di Andy Murray (numero 5), battuto nei quarti di finale. Dolorose le sconfitte al terzo turno dei due anni successivi, in cui avrebbe dovuto fare meglio.

  • 2011 – 2T Tsonga (n.19)
  • 2012 – 2T Baghdatis (n.42)
  • 2013 – 2T Zemlja (n.55)
  • 2014 – SF Djokovic (n.2)
  • 2015 – 3T Gasquet (n.20)
  • 2016 – 3T Johnson (n.29)
  • 2017 – 4T Federer (n.5)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.224)
  • 2019 – 1T Moutet (n.84)

A parte il 2011 (sua seconda partecipazione), la semifinale raggiunta nel 2014 e la sconfitta con Federer nel 2017, Dimitrov ha sempre perso da avversari che sull’erba dovrebbero essergli inferiori. Due sconfitte su tre contro top ten e gli scalpi migliori (a parte Murray) raccolti in nove anni sono Dolgopolov (n.19 nel 2014) e Simon (n.20 nel 2016). Ancora una volta troppo poco per uno che si pronosticava possibile pluri-vincitore del torneo.

US OPEN: dodici vittorie e nove sconfitte a New York e bilancio portato in attivo dall’exploit di quest’anno. Spiccano come particolarmente dolorose le sconfitte con Rublev e Wawrinka negli ultimi due anni, in cui tutti attendevano conferme ad alti livelli che non sono mai arrivate.

  • 2011 – 1T Monfils (n.7)
  • 2012 – 1T Paire (n.49)
  • 2013 – 1T Sousa (n.95)
  • 2014 – 4T Monfils (n.24)
  • 2015 – 2T Kukushkin (n.56)
  • 2016 – 4T Murray (n.2)
  • 2017 – 2T Rublev (n.53)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.101)
  • 2019 – SF Medvedev (n.5)

Bilancio con i top ten di una vittoria (Federer) e tre sconfitte. Fino alla vittoria con Federer di quest’anno lo scalpo più prestigioso battuto a New York era Joao Sousa (n.36 nel 2016!).

Guardando il bilancio totale negli Slam, non sembrano tanto gravi le appena due vittorie (a fronte di 11 sconfitte) contro top ten, quanto il bilancio di 15 vittorie e 28 sconfitte contro top fifty. A significare che incontrando giocatori di medio livello il bulgaro esce sconfitto quasi due volte su tre. Impossibile sperare di vincere uno Slam così.

In definitiva Dimitrov è questo. Può trovare la settimana giusta e battere degli ottimi giocatori (come successo alle Finals e a Cincinnati). Se capita un paio di volte in un anno, nei momenti giusti, può ritrovarsi tra i primi dieci del mondo. Ma allo stesso modo può uscire dai primi venti a causa di sconfitte con giocatori tutto sommato modesti e difficilmente porterà mai a casa uno Slam, dove verosimilmente dovrebbe riuscire a battere un paio di top ten nelle fasi finali.

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Sul carro di Daniil

Il russo entrerà in top 30 e vuole prendersi il primato nazionale. Oggi sembra più calmo, ma nasconde un passato piuttosto fumantino: dai cinque mesi di squalifica quando era junior… alle monetine

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Ci sono le giovani promesse del tennis e poi ci sono i giovani tennisti russi. Per una ragione quasi ancestrale, che affonda le radici direttamente nella cultura (sportiva, ma non solo) russa, vanno analizzati con altri parametri e meritano quasi una diversa indulgenza. Se hanno un carattere un po’ fumantino, se in campo faticano a contenere il loro tennis entro i limiti dell’efficacia, li si inquadra come ereditieri dell’impareggiata (e forse impareggiabile) follia di Marat Safin e si scuote il capo, speranzosi, azzardando un ‘Vabbè, sono russi‘.

È anche una questione di produttività e di contributo al tennis. Al momento solo gli Stati Uniti, al pari della Russia, possono vantare tre under 23 in top 100. Certo la capacità di suscitare entusiasmi di Tiafoe, Fritz e Mmoh (che ha appena fatto il suo esordio in top 100) non può essere la stessa di Karen Khachanov (n.24 ATP), Daniil Medvedev (n.32) e Andrey Rublev (n.68), che in circostanze diverse hanno mostrato di poter viaggiare al ritmo dei più forti. Giova ricordare che sangue russo scorre anche nelle vene tedesche di Zverev e canadesi di Shapovalov, rispettivamente a una e due spanne dai big, e che appena fuori dalle prime 200 posizioni del mondo riposa il 20enne Aleksandr Bublik, ultimo rinforzo della campagna acquisti del Kazakistan prima che la Russia decidesse che forse era il caso di tenere in piedi una squadra decente per la Davis e smettesse di farsi scippare i tennisti. Tempismo perfetto, dal momento che la Davis a breve non esisterà più.

Ritornando all’eredità di cui sopra, nessuno dei cinque sopracitati – da Khachanov al piccolo ma terribile Bublik – vincerebbe la statuetta per il miglior autocontrollo sul campo. C’è chi, però, sta imparando. Daniil Medvedev non ha sempre avuto quest’espressione imperscrutabile capace di lasciarsi sobillare, apparentemente, solo da Tsitsipas e dalla giudice di sedia Mariana Alves, rea (a suo dire) di avergli rovinato la partita con Bemelmans al punto da indurlo ad aprire il portafogli e lanciarle delle monetine in ‘presumibile segno di sommo disprezzo‘. Tutto a Wimbledon eh, mica al torneo sociale di Casalpusterlengo.

C’è stato un tempo in cui Daniil Medvedev era persino più incontrollabile di così“Non sono certo la persona più calma del mondo”, profetizzava il russo proprio pochi giorni prima del lancio delle monetine. “Nella mia carriera ho avuto un po’ di problemi, soprattutto da junior dove ti squalificano per un mese se commetti dieci violazioni”. Lui riuscì ad accumularne tante da star fermo cinque mesi, come ha raccontato Tennisitaliano. Soprattutto da junior dice Daniil, ma non solo. Nel 2016 fu capace di farsi sbattere fuori dal challenger di Savannah per aver insinuato che il suo avversario Donald Young fosse spalleggiato dalla giudice di sedia, anche lei di colore: razzismo alla base della messa in discussione dell’imparzialità di Sandy French, tuonò USTA per giustificare la squalifica.

Di cose, insomma, ne ha combinate il 22enne nato a Mosca, soprattutto nel periodo in cui aveva deciso di mascherare il suo talento con un’attitudine largamente perfettibile. Il suo coach Gilles Cervara gli chiedeva se stesse dando il 100%, lui rispondeva di sì e Cervara gli suggeriva di lasciar perdere perché se quello era il suo massimo, beh, sarebbe andato poco lontano. Mangiava senza regole e prestava scarsa attenzione alle pratiche di recupero dopo gli incontri. Il punto di svolta è arrivato lo scorso anno a Shanghai quando maestro e allievo hanno avuto un acceso diverbio a proposito della condizione fisica di Medvedev. Daniil si è sentito messo alle strette e ha accettato di iniziare a compilare due volte al giorno un questionario su come si sente, perché il suo staff possa sapere se, come e quando intervenire. Clic.

I mesi successivi raccontano come il tennis sia uno sport che poggia, tutto sommato, su concetti semplici (da identificare, non certo da mettere in pratica). Se hai un buon talento, presti attenzione alla tua routine giornaliera e ti circondi delle persone giuste che ti aiutano a dare una direzione ai tuoi allenamenti, i risultati prima o poi arrivano. Medvedev ha ricevuto un grosso impulso dal titolo di Sydney a inizio stagione, poi non si è lasciato abbattere dai cattivi risultati sul rosso – superficie che non arriverà mai ad amare – né dalla necessità di giocare spesso le qualificazioni (vi è stato costretto in cinque occasioni e le ha sempre superate, ultima delle quali questa settimana a Tokyo) e ha sollevato il trofeo pluri-puntuto di Winston-Salem, curiosamente ancora nella settimana che precede uno Slam.

Se ne deduce che gli serve un fondo rapido per essere insidioso. A Wimbledon ha sfiorato gli ottavi perdendo una partita rocambolesca contro Mannarino, altro discreto interprete dei prati, ma una volta ricominciato il cemento ha fatto persino meglio: da Toronto a Tokyo, dove è ancora in gioco, ha vinto ventidue partite (qualificazioni comprese) e ne ha perse soltanto quattro per rompere la barriera della top 30 (vi entrerà ufficialmente lunedì), trovando nel frattempo anche il tempo di sposarsiCi è riuscito accoppiando a una presenza atletica finalmente convincente un tennis forse non bellissimo da vedere, ma certamente scomodo da affrontare.

In realtà, poi, quello di Medvedev non è un cattivissimo tennis. Non c’è l’ombra di una rotazione (è questo il motivo principale per cui la terra battuta gli provoca allergia) ma solo traiettorie molto tese, più che fulminanti di difficile lettura. In particolar modo il russo tende quasi a insaccarsi sulla palla, colpendo con quel pizzico di ritardo che impedisce all’avversario di farsi un’idea sul colpo che arriverà. Lo fa soprattutto con il rovescio, esecuzione personalissima e quasi goffa a vedersi che risulta però terribilmente efficace. Ha un buon servizio e sebbene da fondo non abbia colpi per spaccare la partita, ‘possiede’ il campo con buona disinvoltura e sa cercare gli angoli con la giusta dose di rischio. Ogni tanto perde il dritto, ma visti i trascorsi è sempre meglio che perdere la testa.

Daniil Medvedev – Queen’s 2018 (© Alberto Pezzali per Ubitennis)

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