Wawrinka-Norman: il connubio dei miracoli si interrompe

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Wawrinka-Norman: il connubio dei miracoli si interrompe

Il coach svedese vuole stare più vicino alla famiglia, dopo 4 anni di successi lascia il giocatore svizzero. Mai un coach ha avuto un impatto così grande ad alti livelli su un giocatore di vertice

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Quando nell’aprile del 2013 Stan Wawrinka riuscì a convincere dopo un lungo corteggiamento Magnus Norman a diventare il suo nuovo coach, nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto la carriera del talentuoso ma ancora incompiuto tennista di Losanna sarebbe cambiata. Dopotutto a 28 anni ormai un giocatore è formato ed è difficile che un allenatore per quanto bravo possa andare a modificare le attitudini e le caratteristiche che ormai sono delineate da tempo. Norman però aveva già fatto miracoli con Robin Soderling portandolo a due finali del Roland Garros (2009, 2010) e al N.4 della classifica mondiale. Con Stan riuscirà però a fare molto meglio.

Arriva oggi l’annuncio della separazione tra Wawrinka e Norman in quanto il coach svedese vuole passare più tempo con la sua famiglia dopo anni di viaggi in giro per il mondo. Annuncio anche facilitato dal fatto che la stagione 2017 di Stan si è conclusa prematuramente a causa di un intervento al ginocchio destro subito nell’agosto scorso. Un bilancio di questi quattro anni? Beh non proprio malvagio….

Wawrinka, che prima dell’arrivo di Norman in panchina non aveva mai superato i quarti di finale nei tornei dello Slam, ha ottenuto 9 piazzamenti di semifinale o meglio tra il settembre 2013 e il giugno 2017, inclusi 3 titoli del Grande Slam vinti (Australian Open 2014, Roland Garros 2015, US Open 2016). Questi tre trionfi sono arrivati in finale sempre sul N.1 mondiale (Rafael Nadal e due volte Novak Djokovic). Tutto ciò ha portato Wawrinka al best ranking di N.3 mondiale. Prima di battere Djokovic per 9-7 al quinto set nei quarti a Melbourne del 2014 aveva una striscia aperta di 14 sconfitte consecutive contro il serbo. Con Nadal il parziale degli H2H era 0-12 prima della finale australiana.

 

Ma il lavoro eccezionale congiunto tra Norman e Pierre Paganini, suo preparatore atletico, ha cambiato completamente la resistenza fisica, l’efficacia del dritto, rendendo allo stesso tempo ancora più letale il favoloso rovescio a una mano. Durante questo periodo arriva anche il primo e finora unico titolo Masters 1000 a Montecarlo nel 2014 battendo il suo grande amico e compagno di Davis Roger Federer: già perché non è facile essere connazionale e contemporaneo della più grande icona di sempre nella Storia del tennis, si rischia giustamente di rimanerne schiacciato. Ma con Magnus anche questo fardello è diventato meno pesante anche se lontano dalla terra battuto il “vecchio” Maestro è rimasto un problema insolubile. Tutto questo però non ha impedito a Roger e Stan di vincere insieme la Coppa Davis del 2014.

I primi 6 mesi del 2017 sono stati forse quelli più continui, con semifinale in Australia, finale al Roland Garros e a Indian Wells, poi come detto l’infortunio al ginocchio lo ha costretto a interrompere l’attività dopo Wimbledon, l’unico Slam dove non ha mai brillato probabilmente a causa del rimbalzo basso poco adatto alle sue ampie aperture. Un recente studio del blog TennisAbstract.com ha analizzato che nessun giocatore negli ultimi 30 anni (cioè da quando l’Australian Open si è trasferito sul cemento) ha avuto tabelloni più difficili per vincere i propri Slam, un grado di “facilità” del 3%, contro l’11% di Djokovic, il 16% di Nadal, il 19% di Murray  il 24% di Federer e il 29% di Sampras. A dimostrazione che quello tra Magnus e Stan è stato veramente il connubio dei miracoli.

IL COMUNICATO UFFICIALE

Magnus Norman

“Dopo averci pensato a lungo, ho deciso di dedicare il mio futuro alla mia famiglia. Con due bambini piccoli a casa ora è il momento per me di stare con loro. Non avrei potuto lavorare con un giocatore migliore, questa è stata una delle decisioni più difficili che abbia mai dovuto prendere. Sono onorato di aver lavorato con Stan che è sì un grande tennista ma soprattutto una persona fantastica. Voglio ringraziare tutto il team di Stan per tutto il lavoro svolto in questi ultimi quattro anni, è stato un lavoro di squadra e un privilegio sin dal primo giorno”.

Stan Wawrinka

Vorrei ringraziare Magnus per questi fantastici 4 anni che abbiamo passato insieme. Gli sarò sempre grato per il lavoro e il tempo che mi ha dedicato per rendermi un giocatore migliore e diventare così un 3-volte campione Slam. Non era solo parte del mio team, era parte della mia famiglia. Per adesso mi sto concentrando sulla riabilitazione e mi prenderò del tempo per decidere insieme al team i prossimi passi da compiere”.

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Al femminile

Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.

 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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ATP

ATP Vienna: Berrettini avanza, le Finals sono una certezza

Ordinaria giornata di lavoro all’Erste Open per Matteo: Popyrin dà battaglia per un set

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Matteo Berrettini - Vienna 2021 (Foto Felice Calabro’)
[3]M. Berrettini b [Q]A. Popyrin 7-6(3) 6-3

Se Sinner dovrebbe offrire una cena di pesce a Hurkacz, certo Berrettini almeno un caffettino lo potrebbe proporre allo scozzese, visto che oggi Matteo si è guadagnato la matematica certezza di staccare il biglietto per le Nitto ATP Finals, unico italiano della storia a fare il bis. Ma lasciando da parte la matematica che tanto ci appassionerà nelle prossime due/tre settimane andiamo a vedere cos’è successo in campo. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Una massima che in pratica si applica in tutti quei casi in cui due giocatori molto simili si incontrano allora 9 volte su 10 quello un po’ migliore tende a vincere. Certo, nei casi in cui coincidono la giornata ottima e la giornata mediocre, ma non è stato questo il caso e Berrettini ha portato a casa il match. 

Popyrin nel 2019 agli US Open aveva dato filo da torcere all’italiano prima di cedere in quarto set. Stasera, facendo le dovute proporzioni è successa un po’ la stessa cosa; il primo set si è mantenuto sui binari dell’equilibrio con Berrettini che ha fatto ampiamente il suo dovere sia sulla prima che sulla seconda, mentre l’Australiano, pur concedendo qualcosina in più della seconda, ha sbarrato la strada egregiamente con la prima. Insomma in una partita dominata dai servizi (come si vede anche dai dati) ha portato inevitabilmente il primo set al tie break. 

Un tie break nel quale entrambi i giocatori hanno accusato segni di nervosismo, con ben 4 minibreak nei primi 7 punti. Poi però Matteo ha ripreso il comando delle operazioni con l’uso intelligente di alcune palle sui piedi di Popyrin (molto intelligente l’uso dello slice lungolinea da parte del romano in alcune occasioni). In generale proprio la capacità di manovrare quando lo scambio si avviava e le combinazioni servizio e dritto non riuscivano a uccidere lo scambio è emersa con chiarezza la superiorità di Berrettini, come emerge dalle statistiche.

 

Il secondo set comincia così sulla falsariga del primo, con un Popyrin che perde un po’ di intensità al servizio, con Berrettini che arrivava più minacciosamente a palla break nel quarto game, nel quale però l’australiano riusciva in qualche modo a salvarsi. La sentenza era però nell’aria e veniva rimandata solo di un turno di servizio, chiuso da Matteo con sicurezza. Emblematico il punto che ha concesso il break a Berrettini, che grazie ad una velenosa risposta bloccata che finiva bassa sui piedi di Popyrin portava quest’ultimo all’errore e a consegnarsi ad una sconfitta in due set; sconfitta onorevole ma tutto sommato netta se consideriamo che l’avversario di Matteo non è riuscito in tutta la partita ad arrivare nemmeno a palla break. Nell’intervista post partita il tennista romano ha poi parlato ad ampio raggio, soprattutto in chiave Finals: 

Sono ovviamente contento e molto orgoglioso di essere il primo italiano ad arrivare per due volte alle Finals e a raggiungere questo risultato… Rispetto al 2019 ho un livello di consapevolezza diverso: allora era stata un risultato completamente inatteso ed è stata un’esperienza fantastica poter aver preso parte a quell’evento; oggi la situazione è diversa: ho raggiunto maggior maturità e consapevolezza dei miei mezzi e sono convinto di poter far parte dell’elite del tennis…Rispetto a quello che erano i miei obiettivi e le mie aspettative, devo dire che anche in considerazione di quanto si stato complicato il 2020 – sia sotto il profilo agonistico che sotto il profilo personale – non mi aspettavo di riuscire a tagliare il traguardo delle Finals con tanto anticipo e con questo margine: pensavo fosse un obiettivo raggiungibile ma il come è andato oltre le aspettative…Essere a Torino sarà una grande festa, con le Finals organizzate in Italia e un italiano a rappresentare il nostro paese nella crema del tennis mondiale…rispetto alle mie condizioni fisiche al momento mi sento bene; giocare indoor è sempre una cosa particolare, giocare aiuta a trovare il feeling giusto, per cui ascolterò il mio corpo e se non ci saranno problemi confermerò la mia schedule per la fine anno che prevede appunto Vienna, Bercy, le Finals e la Davis”.

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ATP

ATP San Pietroburgo, passano Bublik e Korda

Giornata di riscaldamento in Russia, in attesa di Rublev, Shapovalov, RBA e Aslan

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Sebastian Korda – ATP 250 Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Un classico lunedì tranquillo al St. Petersburg Open, con tre soli incontri di singolare del tabellone principale. Sebastian Korda viene impegnato più del previsto da Nino Serdarusic, wild card croata che cede in due set molto tirati, con un solo break in tutto il match. Il primo parziale si decide al tie-break, con Korda che prende subito il largo aiutato dall’imprecisione del n. 248 ATP e mette a referto il 7-2. Nel secondo set, sul 5 pari, un paio di ottime risposte su altrettante seconde di Serdarusic e due gratuiti consentono a Korda di chiudere con la battuta. “Penso che lui abbia assolutamente giocato a un livello molto superiore alla sua classifica” spiega il classe 2000 di Bradenton. “Entrambi abbiamo servito molto bene, con tante prime in campo”. Tre su quattro, infatti, con percentuali di trasformazione più alte per Sebi, ma di tutto rispetto anche quelle di Nino che ha annullato 6 palle break delle 7 concesse. Non è invece mai riuscito a rendersi pericoloso in risposta e avrebbe forse dovuto provare a cambiare la posizione in ribattuta, sempre molto vicina al campo sulla prima statunitense e raramente aggressiva sulla seconda, contrariamente a quanto proposto da Korda, che ora affronterà il vincente fra van de Zandschulp e Nishioka, un duello tra qualificati.

Prima di loro, Jan-Lennard Struff ha fatto suo in due set il confronto inedito con James Duckworth, il ventinovenne di Sydney tormentato da mille infortuni che ha iniziato la stagione fuori dai primi 100 e ora è un solo passo dal varcare per la prima volta la soglia della top 50. Nell’occasione, ha faticato eccessivamente sulla propria seconda e non è riuscito a prendersi il primo parziale pur servendo sul 5-3 anche per merito della reazione tedesca. Struff si scatena anche nel tie-break per poi incamerare 6-3 la seconda partita in virtù dello strappo in un quarto gioco da ventisei punti. Al secondo turno troverà Alexander Bublik che senza alcun problema apparente supera Evgenii Tiurnev con un break per set in poco più di un’ora. Il numero 304, wild card alla seconda apparizione nel Tour, è in realtà coetaneo e concittadino del naturalizzato kazako nativo però di Gatchina, in Russia, e il bell’abbraccio sorridente fra i due a fine match fa intuire che qualcosa li lega: “Non ci volevo giocare” dirà infatti Bublik. “Siamo cresciuti insieme, è stato un incontro difficile e molto emotivo”.

Risultati:

 

J-L. Struff b. J. Duckworth 7-6(3) 6-3
[8] S. Korda b. [WC] N. Serdarusic 7-6(2) 7-5
[7] A. Bublik b. [WC] E. Tiurnev 6-3 6-4

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