Rublev e Chung, salto nel futuro. Kermode applaude Milano, "Le nuove regole nel tour" (Crivelli). Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Cocchi). Iron Rublev (Semeraro). Il futuro è Russia. Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Azzolini)

Rassegna stampa

Rublev e Chung, salto nel futuro. Kermode applaude Milano, “Le nuove regole nel tour” (Crivelli). Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Cocchi). Iron Rublev (Semeraro). Il futuro è Russia. Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Azzolini)

Pubblicato

il

 
 

Rublev e Chung, salto nel futuro (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il più forte contro il più continuo. Perché possono cambiare le regole, può cominciare una rivoluzione, ma alla fine del percorso saranno i più dotati a spartirsi la gloria. Rublev contro Chung: verrà da uno di loro l’inaugurazione di una nuova Era, quella della Next Gen, e Milano avrà una finale degnissima da offrire ai 4700 attesi stasera in Fiera (esaurito), dopo il pienone anche per le semifinali. ll coreano è avanti 2-0 nei precedenti: ha battuto il russo qui nel round robin e c’era già riuscito a Winston Salem. Ma oggi ci sarà in palio il futuro (oltre a un notevole gruzzolo) e i precedenti conteranno poco di fronte all’idea e alla sensazione di aver scritto una piccola pagina di storia. RESPONSABILE Rublev si fa il segno della croce (ortodossa) a ogni vittoria, ma impiega appena 62 minuti a battezzare Coric, stremato dalla rimonta della sera prima contro Khachanov, inutile per la qualificazione, già in cassaforte. Ma è stato un bel segnale per chi pensava che i ragazzotti, confusi da musica a palla e novità assortite, prendessero il torneo come una sorta di esibizione. E invece in quattro giorni se le sono sonoramente suonate. Andrey, omonimo del più grande pittore russo di icone (secolo XVI), era il più alto in classifica della pattuglia (37 Atp) e dopo un paio di giorni di rodaggio, causa idiosincrasia al cambiamento, ha fatto valere il blasone grazie a una velocità di braccio terrificante: «Non sono contro le nuove regole in toto, sono contro il nuovo punteggio; mi sta bene tutta la tecnologia, ma il tennis nel suo svolgimento deve rimanere nella tradizione». Lui è cresciuto nella culla del tennis russo, lo Spartak Mosca che allevò Safin e Youzhny, tra gli altri, ma sta diventando grande a Barcellona, dove è approdato su consiglio dell’amicone Khachanov, che lì si allenava con Galo Blanco, fino almeno al divorzio di ieri. A lui è toccato in sorte coach Fernando Vicente, che ha impiegato appena una settimana a inquadrarlo: «In realtà non volevo allenarlo, mi ero preso un po’ di tempo per la famiglia e così gli ho concesso sette giorni». E si è illuminato: «E’ un talento enorme, ma deve crescere fisicamente. Soprattutto, almeno all’inizio, bisognava seguirlo in ogni cosa: mangiare, come riscaldarsi, non sapeva nemmeno iscriversi ai tornei. Gli abbiamo insegnato per prima cosa a essere responsabile». OBIETTIVO 36 Il soldatino Chung, invece, che per adesso preferisce gli occhiali da vista a un’operazione, solo tornando a casa ha capito qual era il suo posto nel mondo. A Milano ha vinto fin qui tutte le partite, l’ultima con Medvedev, grazie alla straordinaria capacità di coprire tutto il campo e a un rovescio bimane al veleno che porta con naturalezza tanto incrociato quanto lungolinea. Si è formato in Florida alla ex Accademia di Bollettieri, ma poi l’ha lasciata per la natia Suwon, dove gli capita di allenarsi con Hyung Taik Lee, il migliore di sempre del suo paese, numero 36 del mondo, obiettivo a portata di Hyeon, approdato fino al 51 (adesso è 54) : «Mi ispiro a Djokovic, vorrei vincere uno Slam ma soprattutto guadagnarmi il rispetto dei miei avversari. Per fortuna in Corea non c’è troppa pressione». SENATORI A Milano giocherà la prima finale in carriera e con un successo le prospettive e le attese prenderanno slancio. Perché il futuro non si può fermare, anche se da Londra le divinità Federer e Nadal hanno espresso chiaramente il concetto: non c’è nessun motivo per cambiare le regole. Però anche il Comitato degli Slam non è rimasto indifferente alla rivoluzione Next Gen e sta studiando l’introduzione dell’orologio dei 25″, del no let al servizio, del coaching alla fine di ogni set e il ritorno alle 16 teste di serie. Per rifare la storia

 

 

Kermode applaude Milano, “Le nuove regole nel tour” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando il presidente Atp Chris Kermode annunciò le novità che avrebbero accompagnato le Next Gen Finals, in tanti videro nella sua scelta un pizzico di follia senza uscita. Adesso, anche sotto la spinta dei protagonisti che le hanno testate e sulla scia del successo di pubblico, la rivoluzione è davvero partite: d’importante – dice Kermode – è che non solo i giocatori impegnati a Milano ma anche molti altri mi abbiano detto che era giusto cercare il cambiamento. Ovviamente, non mi aspetto che le regole più sensibili, come il no advantage sul 40 pari o i set a quattro, possano fare breccia da subito, e nemmeno tra cinque anni, ma tra dieci probabilmente si. E in ogni caso l’orologio dei 25 secondi tra un punito e l’altro sarà operativo molto presto*. II prossimo passo sarà il confronto con l’ambiente del tennis in generale: «Giocatori, sponsor, tifosi, coinvolgeremo tutti – spiega il presidente -. Bisogna eliminare i tempi morti, di rendere eccitante il prodotto.. Qualcuno ha avanzato l’idea che le nuove regole possano essere applicate come test ulteriore nei tornei 250, ma Kermode va oltre: «Se funzionano, le applicheremo a tutto il tour. Federer e Nadal riempiono gli stadi, ma noi dobbiamo far conoscere una nuova generazione. Il tennis è sempre stato più grande di ogni giocatore». Anche il comitato del Grande Slam pensa a qualche modifica, avrebbe rivelato una fonte al Times. Infine, Kermode promuove Milano: «Una grande organizzazione, so che il sogno è di avere un altro torneo, la città è pronta, ma intanto si goda questo evento unico che noi consideriamo una pietra miliare del futuro”.

 

Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Saranno Aliaksandra Sasnovich e CoCo Vandeweghe oggi a scendere in campo alle 12.30 italiane (diretta SuperTennis) per la finale di Fed Cup 2017 tra Bielorussia e Stati Uniti che si disputa nel week-end sul veloce indoor della Chizhovka Arena di Minsk. A seguire nel secondo match di giornata Aryna Sabalenka affronta la campionessa degli Us Open di quest’anno Sloane Stephens. Domani si comincia con il match tra le numero uno dei rispettivi team e in chiusura il doppio. SENZA VIKA La Bielorussia dovrà affrontare la prima finale in Fed Cup della sua storia senza la tennista più titolata, l’ex numero uno del mondo Victoria Azarenka, che non ha ancora del tutto risolto i problemi legati alla tutela del figlio Leo dopo la separazione dal compagno. Dunque a tentare l’impresa contro il team statunitense saranno di nuovo le protagoniste che in semifinale hanno sconfitto per 3-2 la Svizzera e in precedenza per 4-1 l’Olanda. Gli Stati Uniti hanno conquistato 17 volte la Fed Cup, con una incredibile striscia consecutiva dal 1976 al 1982 ma è dal 2000 che non festeggiano la vittoria. I due Paesi hanno un solo precedente nella storia della Fed Cup, nel primo turno del World Group II del 2012, con vittoria Usa per 5-0.

 

Iron Rublev (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Il suo volto da principe crudele, fra Guerre Stellari e Dostoevskij, è già una piccola icona del tennis. Del resto, con quel nome, lo stesso del pittore e santo medioevale immortalato da un magnifico film del regista russo Tarkovsky, era quasi inevitabile. «Si, lo so chi era, ho anche il film », spiegava ridacchiando Andrey Rublev (pronuncia esatta: Rubliòf) alla vigilia delle Next Gen Finals, nelle quali è entrato da primo favorito con la miglior classifica, n. 36 Atp, degli otto qualificati. «Ma io non sono bravo con il pennello: preferisco dipingere in campo». A colori forti, peraltro, come si è visto anche ieri sera in semifinale contro un Borna Coric stanco, nervoso (con tanto di racchetta distrutta), insolitamente falloso e soprattutto impotente davanti alle accelerazioni laser del russo. Tre set a zero, uno dei match più brevi del torneo, dominato dai diritti e dai rovesci bimani folgoranti del 21enne che in molti hanno già paragonato a Evgheny Kafelnikov, detto Kalashnikov. Lui in realtà preferisce Marat Safin, l’altro nr.1 russo a cavallo del millennio, «ma – aggiunge – ammiro anche molto Nadal». Non a caso Andrey si allena in Spagna, nella stessa academy del suo amicone Khachanov, con Fernando Vicente, expo’ spagnolo che fuori dal campo se lo coccola come un attendente con il tenentino di sangue blu. Andrey è nato a Mosca, papa Andrey senior è un ex pugile che ha fatto fortuna con la ristorazione e possiede una catena di 14 locali, mamma Marina una maestra di tennis. Anche il Rublev junior si allena sul ring, e adora Mike Tyson, ma le sberle che escono da un fisico filiforme (1,88 per 65 chili) sono più merito del suo timing perfetto, dei piedi veloci e della rapidità di braccio, che dei muscoli. «Da piccolo sognavo di andarmene da Mosca – racconta – ora penso che sia la città più bella del mondo. Purtroppo è troppo fredda per allenarsi…». A Milano una finale l’aveva giocata: da under 18 al Bonfiglio, perdendola con il suo connazionale Safiullin. Al Roland Garros invece da juniores ha vinto, nel 2014, prima di passare a tempo pieno fra i pro’. Nel 2015 il debutto in Coppa Davis, quest’anno il boom: primo torneo Atp, vinto a Umago passando sopra a Fognini e Lorenzi, e soprattutto un quarto di finale agli Us Open dove ha sorpreso due Top Ten come Dimitrov e Goffin prima di sbattere contro Nadal. Al Milan e all’Inter preferisce il Real Madrid («Scusate…»), alla Scala i dischi di Celentano, può diventare il primo re del baby Masters ma le nuove regole non gli piacciono neanche un po’: «Ma come, mi alleno come un matto e poi devo giocarmi un set in un quarto d’ora? Naaa….». Non fate fretta al Piccolo Maestro, che oggi in finale se la vedrà con il soldatino sudcoreano Hyeon Chung

 

Il futuro è Russia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Lucky Rublev, da quando ha vinto il torneo di Umag. Non il solito fortunato perdente, qualcosa di più. Sono i particolari a decretare chi ne ha più di altri, chi si ritrova per grazia ricevuta con il vento che ti spinge da dietro. E Andrey è uno capace di scalare le montagne dandosi la spinta su quei piccoli favori. Scena risaputa: lui va fuori nelle qualifiche di Umag, il torneo a poche curve dall’Italia, ma rientra nel tabellone per l’addio all’ultimo minuto del cocco di casa. E chi è il cocco bello? Borna Coric, stessa età, stessi obiettivi, salire più in alto possibile ed entrare almeno nel Master degli Allievi di fine anno. Andrey gli prende il posto, e non lo batte più nessuna. Sfila a Coric anche il posto nella classifica dei bimbi e insieme i complimenti di chi se ne intende. Ora il cocco bello è lui. E lo guarda dall’alto. Può permetterselo. Appuntamento alla Next Gen. Rublev vi giunge dopo aver criticato le nuove regole, «mi sembra già così difficile giocarsi le chance con questo tennis che non vedo davvero l’urgenza di renderlo più complicato», dice, facendo gli occhi spiritati (cosa che gli viene bene, dato che li ha già così) ma è il n. 1 perché Zverev va al Master adulto, di Londra. Non il miglior Rublev, al via delle Finals, ma lui i colpi li ha, la tigna è proverbiale, e se deve tirare tira, non si trattiene, forse nemmeno gli riesce. Coric invece batte tutti, gioca a modo, ha gambe veloci, meno colpi ma più fiato. Sembra una semifinale senza pronostico, fra i due, di difficile lettura fra chi tira e chi pedala. E invece, la semifinale non c’è. Alla sola vista di Coric, Rublev ritrova tutti i colpi e gioca con i sentimenti. Il conto finale è chiuso in tre set (4-1 4-3 e 4-1)e una racchetta fatta a pezzi. Quella di Coric. Lucky Rublev… Anche da prima di Umag, di Coric e della stessa decisione di diventare giocatore. Andrey ha la mamma maestra di tennis, Marina Marenko si chiama. È coach di giocatrici importanti e lo porta con sé, consentendogli di trasformare il campo nel suo box. Le gambe belle e tornite che gli fanno compagnia, nel suo scorrazzare felice a raccogliere palline, sono quelle di Anna Kournikova. Forse l’aria spiritata gli è venuta da li. Poi la signora Marina passa ad altre tenniste, negli ultimi tempi la Gavrilova e ancora più di recente la Khromacheva. Non ha più tempo per Lucky, e lo sbologna verso la Spagna, che già ospita l’amico del cuore di Andrey, un ragazzo saggio di cui Marina si fida, Karen Khachanov, che ha un anno in più. L’insegnamento spagnolo funziona. Rublev ne ricava un coach, Fernando Vicente (il massimo per uno che voglia giocare “come diavolo mi pare”), una certezza, che si possa colpire con la mannaia anche sulla terra rossa, e un vantaggio, quello di non aver timore di chi lo voglia tenere in campo per ore. Rublev su questo è tetragono, e condivide con Khachanov un’idea precisa: esiste un solo tennis, servizio e dritto, due colpi e via. La Russia ha portato a queste Next Gen Finals tre prodotti nati da una precisa strategia, quella della delocalizzazione. Altro modo per dirlo, la formula della delega. Finita l’era di Safin e Kafelnikov, la Grande Madre ha rinsanguato le proprie cianotiche schiere spingendo i giovani nelle migliori Accademie lontane dalla Russia. Ha delegato la Spagna, soprattutto, e ora la Francia, dopo un tentativo meno fruttuoso negli Stati Uniti. Per non dire dei russi portati via dagli stessi genitori, verso altre terre ed esperienze. Due nomi? Sasha Zverev, tanto per dire, oggi tedesca E Denis Shapovalov, russo ebreo e canadese. Ma chi è rimasto basta per disegnare un futuro a tinte forti. Daniil Medvedev è cresciuto in Francia e oggi con gli altri due, gli spagnoli Rublev e Khachanov, fa intravedere una squadra di Coppa Davis che potrebbe dominare per anni. I numeri, non sono ancora quelli dei Paesi guida, ma la Russia ristrutturata dal “sistema delle deleghe” vanta oggi 5 giocatori nei primi 100 e soprattutto, 77 tennisti in classifica Atp, di cui 67 sotto i 27 anni di età. Trentacinque gli Under 21. Uno, forse, il vincitore delle prime Next Gen Finals. Lo deciderà il match con Chung che ha battuto Medvedev 4-1 4-1 3-4 1-4 4-0.

 

Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Andy Murray vola basso. L’ultima cosa che i grand’ufficiali dell’Ordine dell’Impero Britannico possono permettersi è spararle grosse, figurarsi uno che lo è diventato “per i servizi resi al tennis”. Dice che alla ripresa della stagione ci sarà, forse Brisbane, di sicuro Melbourne, Australian Open. «Non per vincere», assicura. «Ci vorrà tempo. Però sono convinto che dopo i primi mesi tornerò competitivo». Lascia campo libero alle “sue” ATP Finals, non senza qualche rimpianto. Un anno fa si prendeva tutto il pacchetto spintonando via un Djokovic già al lumicino: prima vittoria al Master e prima volta n.1. È di nuovo papà, da pochi giorni, ancora una figlia: se passerà in bianco qualche nottata non sarà per il tennis in tivù. Ha meno remore Serena Williams, ma lei non è grand’ufficiale di niente. Serena a Melbourne va per vincere (con marito e figlia al seguito). E stata esplicita. Da quando è scesa dal podio più alto del ranking, il tennis femminile si sta azzuffando perla sua eredità. Kerber Pliskova, Muguruza, ora la Halep. Ma lei è pronta a riprenderselo e a metter fine alla gazzarra. E questo significa “rimettere le cose a posto”. Meno chiaro, in questa breve rassegna di ex n.1 in libera uscita, è come se la stia passando Novak Djokovic. Non benissimo, si sente dire. Ma sono voci… La bua al gomito è sempre lì, dicono. Si sta allenando con la sinistra, giusto per non perdere il timing con la palla. Forse sarà a Melbourne, lui non vuole mancare, ma non si sa in quali condizioni e se sarà troppo presto. Non vi sono certezze, ma nei giorni scorsi, invitato al “Late Night Show’ di James Corben, prima di misurarsi in una prova di tiro al bersaglio (sullo stesso Corben) gli hanno chiesto se intendesse farlo con la sinistra. E poi dicono che la gentilezza non faccia notizia. Tutto questo (e altro) alla vigilia dell’Atp Finals alla O2 Arena, che va in scena da domani con un n.1 vero (Nadal, alla quarta designazione di fine anno) e uno eterno (Federer). Le operazioni sono cominciate giovedì notte con la consegna dei premi per la stagione appena finita. Losvizzero ne ha ricevuti tre, e i primi due a loro modo troveranno un posto nel Libro dei Record: “giocatore più amato” dal pubblico per la 15° volta di fila, e “giocatore più sportivo per la 13a volta negli ultimi 14 anni, quest’ultimo premio attribuito dai colleghi

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere
Commenti

Flash

Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Crivelli). Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Cocchi). Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 26 settembre 2022

Pubblicato

il

Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un calcio al recente passato. Da attaccante vero, come quando correva e segnava con la maglia delle giovanili dell’amato Torino. Lorenzo Sonego si lascia alle spalle un 2022 di tanti tormenti e poche gioie e torna ad alzare un trofeo, il terzo in carriera, a Metz Come spiegava coach Arbino, Lollo è un giocatore «che ha sempre trasformato la tensione in un’arma, in carica positiva e di adrenalina, evidentemente nel suo percorso di maturazione è giunto a una fase in cui pensa di più e a volte questo sul campo può essere controproducente».

[…]

 

Il tiebreak del primo parziale è lo spartiacque della sfida, perché il match in pratica finisce lì. Bublik perde la testa dopo una protesta perché Sonego avrebbe impiegato troppo tempo a chiedere il Falco, e da quel momento infila un servizio da sotto dopo l’altro, poi sulla palla del doppio break per l’azzurro impugna la racchetta al contrario e colpisce una volée con il manica l’azzurro ringrazia e sale 4-1. Il pubblico fischia, il kazako ride e si inchina verso i tifosi che non nascondono la loro indignata disapprovazione: «Giocare contro Alexander è sempre divertente, non sai mai cosa aspettarti però è un giocatore forte e imprevedibile, ha cominciato molto carico, poi nel secondo set era stanco e io ne ho approfittato».

[…]

Sonego, intanto, vince il terzo torneo sulla terza superficie diversa (dopo l’erba di Antalya e la terra di Cagliari) e si rilancia: «È stato un anno difficile. Ho lavorato molto, soprattutto fisicamente e sul servizio e nei colpi di inizio gioco, ma non riuscivo a concretizzare. Sono felice perché finalmente sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, dovevo avere solo fiducia in quello che stavamo facendo».

[…]

«Sono contento di avere anche ritrovato l’anima da combattente, che in alcuni momenti, forse anche un po’ per stanchezza, mi era mancato. Mi sono sentito libero in campo, con le idee chiare, con la giusta voglia di lottare». Con la vittoria, torna in top 50 (sarà 44): «Alla classifica non guardo in questo momento, forse il fatto di essere sceso nel ranking mi ha fatto provare una situazione diversa che mi ha fatto crescere». Per lui, comunque, un posto nella storia c’era già, perché è stato l’ultimo avversario sconfitto da Federer, negli ottavi di Wimbledon 2021: «Ho visto il suo ritiro, è stato da pelle d’oca. Per me lui rappresenta tutto. Ho iniziato a giocare perché vedevo lui, le sue partite erano le uniche che non potevo mai perdermi». Bentornato, Sonny Boy.

Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Lo svedese che ha illuminato il tennis diventandone leggenda si è ritirato giovanissimo, ma la sua iconica rivalità con John McEnroe continua. Anche con i capelli bianchi Lui sulla panchina dell’Europa, lo statunitense alla guida del Resto del Mondo. E se nella vita con la racchetta i loro confronti sono cristallizzati su un perfetto 7-7, in Laver Cup Bjom Bjorg dopo la sconfitta di ieri, è avanti 4-1.

[…]

Borg, quanta storia del tennis qui a Londra. Lei, McEnroe, Federer, Nadal, Djokovic… «Il tempo e i campioni passano, ma il tennis resta. Va avanti, sopravvive a qualunque giocatore. Il tennis è più grande di tutto». Cos’ha rappresentato, e rappresenta Roger Federer? «Per il giocatore parlano i titoli e quello che ha fatto sul campo. Ma il suo merito più grande è stato portare il tennis a un altro livello. Roger è un’icona globale, è ammirato, amato, applaudito da tutti Ha ispirato altre generazioni. E poi è umanamente una grande persona, gentile, affabile, disponibile». Il momento dei saluti è stato molto commovente. «L’impatto emotivo di quell’immagine, di Roger in lacrime, è stato forte. Per me, essere accanto a lui nel giorno del suo saluto, come amico oltre che “collega” è stato importante».

[…]

C’è qualcosa che ha mai invidiato allo svizzero? «Non sono un tipo invidioso, ma avendone la possibilità penso che gli avrei rubato… lo slice di rovescio». E cosa pensa di questo grande legame con il rivale Nadal? «Sono stati sul circuito insieme per tanti anni. Hanno vissuto le stesse esperienze. Si sono motivati a vicenda e sono migliorati grazie al confronto costante. Che Rafa abbia scelto di lasciare casa sua solo per venire qui ad accompagnare Roger in questo momento è un valore aggiunto della loro amicizia. Il finale perfetto». Matteo Berrettini è entrato in gara per sostituire Federer e il suo contributo alla squadra europea è stato importante… «Matteo è un tennista fantastico, e *** grande potenza, grande forza Ed è un bravissimo ragazzo. Ha giocato già lo scorso anno qui e sta continuando a crescere e migliorare come tennista. Averlo con noi è importante, sia per chi come me stasedutosulla panchina e fa il capitano, sia per la gente seduta in tribuna». ›

[…]

Prima Borg-McEnroe, poi Federer-Nadal, cosa pensa della rivalità Sinner-Alcaraz per il futuro del tennis? «Tutto il bene possibile. Il nostro sport si nutre di rivalità, e quella tra il vostro Jannik e Alcaraz è spettacolare già dai primi confronta Sarà bello vederli crescere, ci aspettano tanti match divertenti come quelli che hanno già giocato. Potete stare tranquilli, il futuro del tennis è in buone mani».

Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Stefano Semeraro, La Stampa)

Lorenzo Sonego esce dal tunnel e si unisce al gruppo. È stato un anno tosto per il quarto uomo del tennis italiano: 10 sconfitte all’esordio, il calo in classifica, il posto da titolare perso in Davis. La vittoria nell’Atp 250 di Metz contro l’imprevedibile kazako Alexander Bublik (7-6 6-2) lo riporta fra i primi 50 del mondo, alle spalle solo di Sinner, Berrettini e Musetti. Cioè gli altri azzurri che nel 2022 hanno vinto un titolo Atp: due Berrettini (Stoccarda e Queen’s), uno a testa Musetti (Amburgo) e Sinner (Umago), oltre a quello Wta portato a casa a Rabat da Martina Trevisan.

[…]

Si riaccende così il radar sul «Polpo», il primo italiano ad autografare l’albo d’oro del Moselle Open, che ha ricominciato a macinare tennis di livello. Il suo infatti non è stato un cammino banale: Karatsev al primo turno, poi Simon, nei quarti l’americano Korda che al turno precedente aveva eliminato Musetti, in semifinale il colpaccio contro il n. 10 del mondo Hubert Hurkacz. Bublik, il Kyrgios asiatico (russo di nascita) che alterna grandi giocate a provocazioni circensi ha sfoggiato le prime a inizio partita, costringendo Lorenzo a salvare 3 palle break consecutive nel quinto game e a un tie-break di grande concentrazione.

[…]

Per «Sonny» è il 3° titolo in camera dopo quelli di Antalya (erba) e Cagliari (terra), il primo sul cemento indoor, una superficie sulla quale era già arrivato in finale nel 2020 a Vienna (quando sconfisse Djokovic).

[…]

Continua a leggere

Rassegna stampa

Le lacrime di due campioni (Cocchi, Azzolini, Marcotti, Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 25 settembre 2022

Pubblicato

il

Federer, le lacrime e la mano dell’amico Nadal – Rafa prende Roger per mano «Anch’io stavo per smettere» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

E’ stata una notte storica. Di sport e di cuore. Di lacrime e sorrisi. Roger Federer è un ex. L’ultima palla della sua carriera è caduta a mezzanotte e mezza di ieri sul meridiano di Greenwich, dove sorge la 02 Arena, costruita nel 2000 per festeggiare l’entrata nel nuovo millennio. Roger Federer piange, singhiozza, fa estrarre i fazzoletti anche a Bill Gates che sta in tribuna, ospite d’onore di uno spettacolo indimenticabile. Il più bravo che singhiozza, sopraffatto dall’emozione dopo la partita con l’amico Rafa, rivale di una vita, che lo tiene per mano. Questa è stata una delle sue vittorie più importanti: «Siamo sempre stati molto legati, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono felice di poter chiamare Rafa e parlare di qualsiasi cosa, spero che anche lui si senta allo stesso modo, anche se non lo facciamo spesso. Abbiamo apprezzato molto la compagnia l’unoi dell’altro, abbiamo molto da ricordare, ma ci siamo anche divertiti. Ogni serata che trascorriamo insieme troviamo un milione di argomenti da trattare e il tempo non è mai abbastanza». Rafa ha voluto essere vicino a Roger in questo momento: «Il fatto che sentiamo l’appoggio delle nostre famiglie penso dimostri quanto sia forte il nostro legame e poi ora diventerà padre anche lui, potrò dargli qualche consiglio. Intanto lo avviso che non sarà per niente facile!». Coach di pannolini, ma anche progetti in comune, forse una serie di esibizioni, come quella record in Sudafrica per la fondazione dello svizzero. Un modo per tenere uniti i suoi mondi. Dopo la pioggia di lacrime arriva il sereno, alle due di notte quando si presenta per l’ultima volta alla stampa, sempre insieme a Rafa «Non sono triste, le mie erano lacrime di emozione e gratitudine. Per la carriera che ho avuto, per la famiglia che ho, per la vita che continua. Perché sono sano, va tutto bene e questa non è la fine». I progetti per il futuro sono tanti, forse troppi ed è prematuro elencarli, ma già anticipa qualcosa. Sarà un ambasciatore dello sport. «Quello che ho sempre amato della mia professione è stato trasmettere la mia passione per lo sport ai tifosi. Non ho piani di alcun tipo su dove, come o quando. Tutto quello che so è che mi piacerebbe giocare in posti dove non l’ho mai fatto prima, per incontrare le persone che mi hanno supportato per così tanto tempo. In molti avrebbero voluto essere a Londra, ma i biglietti sono finiti in fretta e presto penso avremo un’altra occasione per festeggiare tutti insieme». […] «Avevo bisogno di tutto questo, avevo paura di essere solo in un momento così difficile». Impossibile, c’era Rafa compagno sul campo e c’era Mirka, moglie, madre e consigliera, che lo coccola come un bambino. A lei il pensiero più commosso: «Avrebbe potuto dirmi di smettere tanti anni fa e invece mi ha permesso di continuare. Anche per questo le sarò sempre riconoscente». Anche noi.

Si sono tenuti per mano, hanno pianto insieme. Molto più che amici Federer e Nadal, sono due che hanno attraversato insieme la stessa vita, gli stessi dolori, le stesse fatiche, le stesse delusioni. È stata molto di più che una cerimonia di addio, quella di venerdì notte, è stato un rito di passaggio. Perché stringendosi quelle mani che decine di volte si sono strette sotto rete, hanno stretto un patto silenzioso. Le parole di Rafa Nadal dopo la notte di Londra rendono perfettamente l’idea di ciò che è stata: «Insieme a Roger se ne va anche un pezzo della mia vita». E proprio per questo lo spagnolo ha voluto esserci nonostante le difficoltà e i dolori. Quando ha saputo, con 10 giorni di anticipo rispetto al mondo, che questa sarebbe stata l’ultima partita si è preparato, si è curato con ancora più attenzione per non deludere il compagno di strada. Ed è stato un sacrificio, perché questo 2022 per Nadal è stato di trionfi e dolore. Diviso a metà. Gioie fino a Parigi, dolori e problemi continui per tutta l’estate. Tanto da fargli meditare seriamente l’addio: «In questo momento non sto bene, ecco perché non giocherò – ha spiegato prima di dare forfeit per il resto della Laver Cup e rientrare in Spagna -. Adesso non ci sto pensando, ma confesso di esserci andato vicino in diversi momenti dùrante questa stagione. Addirittura pensavo che il Roland Garros di quest’armo sarebbe stato l’ultimo torneo della mia carriera professionale». Usa un termine forte, “disgrazia”. per spiegare cosa è stata la seconda parte del suo anno. «Dopo la gioia del Roland Garros è andato tutto storto – continua -. È stata una serie di disgrazie importanti a livello fisico, che si sono aggiunte alla mia situazione personale». Rafa si riferisce alla gravidanza difficile di sua moglie Xisca, ricoverata in ospedale prima dello us Open per complicazioni e ovviamente a tutti gli infortuni tra piede e addominali che lo hanno frenato nella seconda parte della stagione. «In ogni caso in questo momento non voglio pensare al ritiro o ad altro, la mia massima priorità è che il mio problema personale venga risolto e poi organizzerò la mia vita nel modo giusto. Ho bisogno di essere tranquillo in tutte le aree della mia vita, quella personale e professionale. Dormo pochissimo da diversi giorni – confessa – è uno stress difficile da gestire Solitamente devo occuparmi di questioni che riguardano me, la mia professione, ma questa volta è diverso. In casa la situazione è più complicata del solito, ma per fortuna ora va tutto meglio e sono riuscito a venire qui, un momento molto importante per me e per Roger». Un sacrificio da vero amico, come sicuramente avrebbe fatto anche lo svizzero in un momento così importante «Abbiamo un ottimo rapporto, lui lo ha già spiegato. So che è stato un momento difficile per lui con l’infortunio al ginocchio e ha fatto un enorme sformo fisico e mentale per poter tomare. È fantastico che sia riuscito a ritirarsi in campo, era quello che più desiderava ed era giusto così. Non potevo mancare a questo appuntamento, indipendentemente dalle mie situazioni personali». […]

 

Fino all’ultima lacrima (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Le lacrime dell’addio sono le più sincere e inconsolabili. Vanno giù da sole, e risalgono, e ricominciano. Sono anche le più contagiose. Sciolgono i pensieri e le parole, e lasciano spazio solo a occhi che luccicano, ovunque. Tra i compagni di cordata, tra gli avversari che per una volta avversari non sono, negli sguardi che si scambiano Borg e McEnroe. Sui volti tesi di chi, tra il pubblico, cerca di resistere alle lacrime e cede di schianto al primo gesto amichevole di chi gli sta accanto. Nadal appare accorato, quasi dolente, la foto della serata lo trova accanto a Roger seduto sulla panca del campo, con tutto il Team Europe che fa da contorno, e i due piangono, ma Rafa è quello che piange di più. C’è nell’addio di Roger anche una parte di Rafa che se ne va. Si chiude ìl portone di un’era lunga venticinque anni, che ha preso forma dal confronto dei loro caratteri opposti, lo Yin e lo Yang del tennis, le due polarità energetiche che nel congiungersi rendono il mondo comprensibile e a suo modo perfetto. L’applauso che giunge continuo, inesauribile, dalle tribune della 02 Arena non è rivolto solo al campione che molto ha vinto ed è entrato nella leggenda. E’ il tributo a un ex ragazzo di 41 anni che abbiamo visto crescere, che non ha mai smesso di migliorare, colpi, carattere, parole, gesti, look, pensieri, comportamenti. Mai presuntuoso, mai fuori posto, mai smodato. Lo abbiamo visto diventare sempre più bravo, così bravo da saziarci, da riempire le nostre attese delle sue magie, da farci sentire felici di poterlo rivedere una volta di più. E’ stato un’ispirazione, Roger Federer, un modo per farci sapere che si può crescere all’infinito, è stato un dispensatore di felicità. Come Maradona nel calcio, Ali nel pugilato, Bolt nella corsa. […] In mezzo al campo, illuminato da un faro viene invitato da Jim Courier a dar corso ai pensieri. «Provaci, non sarà così difficile». Federer dice subito che temeva questo momento, si scusa delle lacrime, ma solo un po’, e con il tono di chi non può farci nulla. «Pensavo di poter gestire questo addio, e credo di esserci riuscito. Piango ma credetemi, sono lacrime di felicità. E’ stata più dura per alcuni membri del mio staff. Sto bene, ho superato le giornate dei pensieri mesti, ho rivissuto i momenti piu belli della carriera, ho provato dolore nel considerare che ormai appartengono al passato, ma è cosl, è giusto così Questa serata l’ho vissuta nella felicità». […] E su Nadal. «Siamo sempre stati molto legati, ma negli ultimi dieci anni ci siamo avvicinati di più. Siamo due grandi appassionati del nostro sport, ci sentiamo connessi anche su molti altri temi, ne parliamo, basta alzare il telefono e chiarnarci. Lo facciamo, non così spesso, ma lo facciamo. C’è un bel rapporto tra le nostre famiglie. Abbiamo apprezzato molto la nostra compagnia, ci siamo divertiti e abbiamo anche molto da ricordare e un milione di argomenti di cui parlare». […]

Federer: «Sono felice. Non è la fine della fine» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Lacrime di commozione, ma anche di felicità. Un’esplosione di emozioni intense, agrodolci. Sugli spalti, come in campo. Tra i suoi tifosi, accorsi in gran numero per l’addio, ma anche sui visi stravolti dei suoi avversari di sempre, con lui nella notte dell’addio. Che lo hanno confortato, accompagnato, accudito. Venerdì sera, a Londra, dove è andata in scena l’ultima danza di Roger Federer. Il suo congedo dal tennis, che suggella 24 anni di vittorie, record e meraviglie con la racchetta. Una notte indimenticabile per gli oltre ventimila spettatori in tribuna. Rimasti ben oltre la mezzanotte per assistere all’epilogo del match di doppio disputato in coppia con l’eterno amico-rivale Rafa Nadal. Altrettanto commosso, in un pianto che non ha saputo controllare durante il discorso post-match di Federer, tra occhi umidi, singhiozzi e applausi. «Sono contento perché sono riuscito a dire tutto quello che volevo dire — ha ricordato il giorno dopo Federer -. Non avevo più quei torcioni in pancia che per giorni mi avevano impedito di mettere in fila due pensieri. Non sapevo cosa sarebbe successo dopo il match, cosa si aspettassero da me o quanto sarebbe durato il tutto. Essermi guardato attorno e aver visto tutti così emozionati è stato meglio o peggio? Non lo so veramente! Ma sono quei volti attraversati dall’emozione che resteranno sempre con me». Da ieri è cominciato un nuovo capitolo per Federer, lontano dai campi di tennis. «Mi sono ripetuto per tutto il tempo che non era la fine della fine. La mia vita va avanti: sono sano, felice, tutto è fantastico. E’ stato uno di quei momenti che accadono nella vita, doveva andare così, ed è andata bene. Me lo sono ridetto anche in campo, perché ero davvero felice». Una lunga commossa standing ovation carica di gratitudine ha salutato l’uscita di scena di Roger Federer. la sua ultima esibizione, seppur terminata con una sconfitta contro la coppia statunitense Sock-Tiafoe, resterà per sempre impressa nella memoria di tutti i presenti alla 02 Arena. Un brivido che ha attraversato le tribune, arrivando fino al campo. Impossibile resistere all’intensità di quel congedo: la commozione di Federer è presto diventata quella di tutti i suoi compagni. Fra i più commossi, Nadal. «E’stata una giornata difficile da gestire, alla fine è stato molto emozionante — il ricordo del maiorchino -. Per me è stato un grande onore aver fatto parte di questo momento storico per il nostro sport. Ma allo stesso tempo, avendo condiviso così tanto così a lungo, il ritiro di Roger significa che anche una parte importante della mia carriera finisce qui». […]

Le lacrime di Federer e Nadal. Il sigillo alla rivalità più bella (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Un maschio che piange, nel tennis, è ammesso: ce l’ha insegnato Sampras. Due, carissimi rivali, non si erano mai visti e non stupisce che a prendere l’iniziativa del gesto sia stato lo svizzero: Roger piangeva per la nostalgia di ciò che non sarà più («Sono lacrime di gioia, bambini, sorridete» ha detto ai figli provando a convincere ad alta voce, innanzitutto, se stesso), Rafa perché insieme a Federer — 40 sfide in 15 anni — se n’è andata una parte di lui, inghiottita dal ritiro del più bravo di tutti, che si è portato in pensione tre lustri di storia comune. Senza Nadal non ci sarebbe stato un Federer così bello; senza Federer, l’evoluzione di Nadal sarebbe rimasta un binario morto. Ieri l’ha detto Berrettini, promosso singolarista in Laver Cup: «Se tu non avessi giocato a tennis, io non esisterei». […] Nadal in lacrime è un inedito che prelude, dopo Serena Williams e Roger Federer, all’addio di un altro immortale del tennis. Lui. «Non sono pronto a pensarci, ho davvero creduto che il Roland Garros fosse il mio ultimo torneo, ora ho cose più importanti a cui dedicarmi» ha detto Rafa alla Laver Cup, disertata subito dopo il doppio per tornare a Manacor, dove a settimane, in fondo alla gravidanza non facile di Xisca, è atteso il primo erede. Federer dall’esame di coscienza del neopapà globetrotter era passato a un’età più verde di Rafa, che ha 36 anni e un motore dal chilometraggio (il)limitato, di certo nei loro colloqui privati hanno parlato del bivio che attende l’ex niño: continuare? Per quanto? E fino a dove, Parigi per la quindicesima volta? Piangeva guardandosi riflesso nello specchio di Federer, Rafa, improvvisamente anziano e rugoso come Dorian Gray uscito di colpo dal dipinto. Quando Nadal debuttava nel circuito (prima vittoria Atp il 29 aprile 2002), Federer — maggiore di quattro anni, nove mesi e 26 giorni — si era già annesso il secondo titolo della carriera. Nessuno dei due è in grado di risalire con precisione al primo incontro. «Io sono arrivato e lui era già lì — ha ricordato Rafa a Londra —, per me Roger è sempre stato l’avversario da battere». Mai con acrimonia, cattivi sentimenti, malanimo. Mai. «Al di là degli stili opposti, siamo simili» ha ammesso Federer centrando il viaggio esistenziale di due anime gemelle inserite in corpi paralleli. […]

Continua a leggere

Rassegna stampa

Oggi l’addio al tennis di Federer (Strocchi, Marcotti, Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 23 settembre 2022

Pubblicato

il

Roger e Rafa all’ultimo ballo (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

I ventimila che affolleranno stasera le tribune della 02 Arena potranno urlare al mondo e raccontare un giorno ai nipoti: «Io c’ero». Gli altri, meno privilegiati, dovranno accontentarsi della diretta televisiva o di qualche altra forma mediatica. Ma c’è da credere che saranno milioni, in tutto il pianeta, gli occhi puntati verso l’impianto di Londra teatro del match di addio di Roger Federer nella giornata di apertura della Laver Cup 2022, l’esibizione che lo stesso fuoriclasse svizzero co-organizza e che vede il Team Europe sfidare il Team World sul modello della Ryder Cup di golf. Il desiderio del diretto interessato non poteva non essere esaudito e quindi il 41enne campione di Basilea giocherà l’ultima partita di una delle carriere più prestigiose di tutti gli sport con l’amico-rivale di sempre Rafael Nadal, non come avversario ma come compagno di squadra in doppio, affrontando dall’altra parte della rete gli statunitensi Jack Sock e Frances Tiafoe. «È speciale poter giocare con Rafa ancora una volta. Questa partita è decisamente diversa dalle altre, sono sicuro che sarà meraviglioso», ha anticipato Federer, vincitore di 20 titoli Slam e che da domani lascerà spazio a Matteo Berrettini, chiamato come riserva da capitan Bjorn Borg. Sensazioni condivise anche dal maiorchino, che per oltre quindici anni ha battagliato con l’elvetico: 40 i testa a testa (24 vittorie a 16 per lo spagnolo), alcuni dei quali leggendari, per la rivalità più emozionante della storia del tennis. «Essere parte di questo momento storico è qualcosa di incredibile e indimenticabile – ha confessato Nadal in conferenza stampa – Sono super impaziente, spero che ci divertiremo. Sarà una pressione diversa, dopo tutte le grandi cose che abbiamo condiviso dentro e fuori dal campo. È il giocatore più importante della mia carriera e sono molto grato di poter giocare con lui. Abbiamo dimostrato che l’amicizia può prevalere sulla rivalità», ha sottolineato, con evidente emozione, il 36enne di Manacor, detentore del record di 22 trofei Slam. Numeri che testimoniano l’unicità di questa generazione di fenomeni. «Quel che mi mancherà sono i piccoli momenti subito dopo i match. Le cene con i compagni di squadra parlando soprattutto di cose che non riguardavano il tennis», ha riconosciuto Federer. Sensazioni assaporate anche ieri, visto che nel pomeriggio per provare l’intesa Roger e Rafa si sono allenati con Djokovic e Murray all’02 Arena, ovvero i Fab Four riuniti dopo tanto tempo, per un allenamento da urlo. «Un’esperienza che capita una volta nella vita: quella di dividere il campo con queste leggende e questi rivali. Grazie alla Laver Cup che la rende possibile. Non vedo l’ora di vivere un grande weekend di tennis, celebrando la carriera di Roger», le parole di Djokovic su Instagram. Autoironico, in stile british, il commento di Murray: «I Big3 insieme e un pagliaccio… Non si vedono spesso sessioni di allenamento così. Che privilegio essere sul campo di allenamento con questi ragazzi ancora un’ultima volta». Insomma, tutto è pronto per lo speciale “The Last Dance” di Federer. […]

Gli altri tre Fab: «Grazie Roger» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

 

«E’ un giorno triste». Un’amarezza mista a gratitudine. Alla vigilia dell’evento che concluderà la carriera di Roger Federer, Novak Djokovic usa parole di riconoscenza per lo svizzero, «il miglior esempio possibile», soprattutto nella prima parte della sua carriera, per crescere e migliorare. «I primi anni che ero nel circuito facevo fatica, soprattutto negli Slam perdevo spesso i match importanti. Poter vedere da vicino come Roger si comportava, fuori e dentro il campo, mi ha dato una grossa mano». Due decenni da avversari, separati da una rete, e una rivalità cresciuta negli anni. Mille i ricordi. «Senza dubbio però i migliori momenti sono stati quelli che abbiamo vissuto qui, alla Laver Cup. Ricordo la prima volta a Chicago, quattro anni fa. Sono stati giorni pieni di risate. Questo è un torneo anomalo, ci permette di trascorrere tanto tempo assieme e in un certo senso possiamo anche conoscerci meglio». E anche prendersi in giro, come quando il serbo sceglie i match più significativi giocati contro Federer. «Sono sicuramente due. Il primo la mia prima finale Slam, a New York nel 2007, che ho perso. E poi la finale di Wimbledon del 2019, mi dispiace Roger». Pronta la risposta dell’interessato: «Nessun problema, l’ho rimossa». […] Ha la consapevolezza che l’eredità di Federer, dentro e fuori dal campo, durerà a lungo. «Non c’è dubbio, ha rappresentato un modello incredibile, la sua eredità resterà per sempre». NADAL: «Un grande amico, un fantastico avversario». Questo è Roger Federer per Rafa Nadal. La loro rivalità ha caratterizzato il tennis mondiale oltre gli ultimi 20 anni. Le loro carriere sono trascorse quasi contemporaneamente, spingendosi l’uno con l’altro sempre più in alto, nel segno di una costanza di risultati che non ha precedenti nel tennis. «Sono molto contento di essere qui, è un’occasione che non avrei voluto perdere per nessuna ragione. Mi sento onorato di aver condiviso così tanti momenti con Roger in campo, e di aver fatto parte della sua carriera. E’ stato un giocatore incredibile, un talento unico». Rafa è arrivato a Londra all’ultimo minuto, trattenuto a Majorca dalle condizioni di sua moglie, Maria Francisca, che attende il loro primogenito. Ora che la situazione appare sotto controllo, Rafa non ha perso tempo a raggiungere il team Europe. «E’ un momento speciale perché si ritira forse il tennista più importante della storia del tennis. Lascia dopo una super carriera, di cui in qualche modo ho fatto parte anche io». Come in occasione della finale degli Australian Open 2017, a prescindere dall’esito finale che aveva regalato a Federer un insperato Slam. «Pochi mesi prima sia io che lui non sapevamo se saremmo riusciti a tornare a giocare a certi livelli. Era venuto a trovarmi a Majorca, in occasione dell’apertura della mia accademia, e zoppicavamo entrambi. Essere arrivati in finale a Melbourne assieme, poche settimane dopo, è stato qualcosa che ci ha unito per sempre». Anche per questo Federer ha chiesto e ottenuto da Bjorn Borg di giocare proprio con Rafa il doppio dell’addio. «Sarà molto emozionante, ma come sempre prevarrà la voglia di vincere», promette Nadal. MURRAY – Per Andy sarà la prima volta alla Laver Cup. Un invito che lo scozzese sperava ardentemente che arrivasse, prima o poi, nonostante i guai fisici che ha dovuto superare negli ultimi anni. «L’ho sempre guardata in televisione e ho sempre sperato di essere convocato per questo torneo. E’ una manifestazione che mi piace molto, soprattutto perché si gioca a squadre. Quest’anno inoltre mi fa piacere doppiamente perché significa partecipare all’addio di Federer. Ci sarà un’atmosfera incredibile alla 02 Arena». Murray scenderà in campo subito prima del doppio di Federer, in coppia contro lo spagnolo Rafa Nadal. «Sarà speciale condividere con loro il campo, non vedo davvero l’ora. Sarà una fantastica esperienza, una di quelle notti che resteranno sempre con me per sempre». Come tutti gli appassionati, anche Andy Murray è rimasto sorpreso dall’annuncio del ritiro. «Sinceramente non me lo aspettavo, all’inizio credevo che fosse una delle tante fake news. Adesso che ho avuto modo di parlare di persona con Federer ho anche capito le sue motivazioni. Ovviamente non posso che fargli gli auguri per il suo futuro. Ma allo stesso tempo lo voglio anche ringraziare, per tutto quanto ci ha dato in questi anni». […]

Lo scudiero del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La prima volta che si sono affrontati, lui gli aveva chiesto quanto avrebbe dovuto pagare per la lezione di tennis. Era il 2019, ottavi di Wimbledon. Un momento e una lezione che Matteo Berrettini non dimenticherà mai. E da cui, davvero, ha imparato tanto. Abbastanza da arrivare fino alla finale sui prati di Church Road due anni dopo e essere invitato a Londra alla festa di Re Roger. Un privilegio, soprattutto perché il romano entrerà in campo come sostituto dello svizzero da domani, dopo il ritiro ufficiale dalla competizione, ma soprattutto dal tennis del Magnifico. Ieri, nella conferenza stampa del Team Europe di cui fa parte, Matteo era seduto accanto a Andy Murray e ascoltava i Big 4 insieme a Borg schierati allo stesso tavolo. Aveva un’espressione tra il curioso e l’incredulo. Stare nella stessa squadra, allenarsi, cenare con Federer, Djokovíc, Nadal e Murray è un’occasione irripetibile. «Matteo, come si sta in compagnia di 77 Slam, 5 ori olimpici, 933 settimane da numero 1? «Si vedeva che avevo l’aria un po’ stranita, vero? È che faccio fatica ancora a realizzare di essere qui tra loro. Devo trovare l’equilibrio. Un momento prima dico “oddio com’è che sono in mezzo a questo fenomeni?”, un minuto dopo mi gaso “Sono uno di loro!”».

Beh, ha fatto una finale a Wimbledon, semifinale negli Usa, top 10 per due anni e mezzo. Perché dovrebbe stupirsi?

Vero. Ma è bello che io mi stia ancora emozionando, e che mi vengano ancora brividi a pensare che tutto quello che ho fatto mi ha portato a meritare di essere qui. In più, oltre a loro c’è anche Borg, un mito. Non ero ancora nato quando giocava ma la sua leggenda va oltre il tempo. È una persona davvero alla mano e simpatica. Il bello e che continuava a ripetere di essere felice di stare in mezzo a giocatori così forti. Al che mi veniva da dirgli “ma scherzi? Tu sei Borg e noi saremmo quelli forti?”

È stato invitato alla festa più ambita, ha avuto modo dl parlare un po’ con Federer?

Per me è pazzesco essere qui. Non solo per Roger, ma anche per tutti gli altri giocatori del team. Ma certamente c’è un’emozione speciale in questo evento. Sì, mi ha raccontato un po’ delle difficoltà che ha affrontato negli ultimi mesi. Il fatto che non è stato facile accettare l’idea di non riuscire a giocare. Poi però si è guardato indietro e ha visto quanto di buono ha fatto e quanto e stato bene in tanti anni di carriera, al di là del trofei. Ha detto che smette senza alcun rimpianto.

Magari se le avesse dato qualche dritta sulla gestione e il rientro dagli infortuni, Roger avrebbe continuano ancora un po’.

Ma infatti, bastava chiedere all’esperto… È che lui ha iniziato a farsi male troppo tardi, a 35 anni, gli mancava l’esperienza. Scherzi a parte, nel suoi occhi ancora si vede quanto ami questo ambiente, quanto è appassionato. E penso sia anche il motivo per cui ha giocato per così tanto tempo, per pura passione e amore per il gioco. Gli sembrerà strano rinunciare a quella che è stata quasi tutta la sua vita, però lo vedo sereno, ha tantissime persone intorno che gli vogliono bene, una bella famiglia. Non si annoierà di sicuro.

Cosa significa Federer per lei e per la sua generazione di tennisti.

Sembra scontato ma ovviamente è l’idolo. II punto di riferimento di tutti noi che siamo cresciuti vedendolo giocare. Molti hanno continuato a lavorare sodo sperando di fare un giorno quello che fatto Roger. Siamo cresciuti nel suo esempio. Che è irripetibile.

Ha detto più volte the Roger Federer è stato un esempio a cui guardare per tutta la carriera. In che modo?

Quando ero piccolo mi fecero vedere un video di Roger che spaccava una racchetta e ci rimasi male. “Come? Anche lui spacca le racchette?”. E poi è diventato un giocatore di straordinaria calma ed eleganza. Questo mi ha fatto capire che lavorando su sé stessi si può cambiare, si può migliorare. All’epoca pensai “beh allora c’è speranza anche per me che non sto zitto un attimo. Posso migliorare la mia indole”. E infatti non ho più smesso di lavorare su me, stesso cercando di crescere. […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement