Rublev e Chung, salto nel futuro. Kermode applaude Milano, "Le nuove regole nel tour" (Crivelli). Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Cocchi). Iron Rublev (Semeraro). Il futuro è Russia. Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Azzolini)

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Rublev e Chung, salto nel futuro. Kermode applaude Milano, “Le nuove regole nel tour” (Crivelli). Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Cocchi). Iron Rublev (Semeraro). Il futuro è Russia. Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Azzolini)

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Rublev e Chung, salto nel futuro (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il più forte contro il più continuo. Perché possono cambiare le regole, può cominciare una rivoluzione, ma alla fine del percorso saranno i più dotati a spartirsi la gloria. Rublev contro Chung: verrà da uno di loro l’inaugurazione di una nuova Era, quella della Next Gen, e Milano avrà una finale degnissima da offrire ai 4700 attesi stasera in Fiera (esaurito), dopo il pienone anche per le semifinali. ll coreano è avanti 2-0 nei precedenti: ha battuto il russo qui nel round robin e c’era già riuscito a Winston Salem. Ma oggi ci sarà in palio il futuro (oltre a un notevole gruzzolo) e i precedenti conteranno poco di fronte all’idea e alla sensazione di aver scritto una piccola pagina di storia. RESPONSABILE Rublev si fa il segno della croce (ortodossa) a ogni vittoria, ma impiega appena 62 minuti a battezzare Coric, stremato dalla rimonta della sera prima contro Khachanov, inutile per la qualificazione, già in cassaforte. Ma è stato un bel segnale per chi pensava che i ragazzotti, confusi da musica a palla e novità assortite, prendessero il torneo come una sorta di esibizione. E invece in quattro giorni se le sono sonoramente suonate. Andrey, omonimo del più grande pittore russo di icone (secolo XVI), era il più alto in classifica della pattuglia (37 Atp) e dopo un paio di giorni di rodaggio, causa idiosincrasia al cambiamento, ha fatto valere il blasone grazie a una velocità di braccio terrificante: «Non sono contro le nuove regole in toto, sono contro il nuovo punteggio; mi sta bene tutta la tecnologia, ma il tennis nel suo svolgimento deve rimanere nella tradizione». Lui è cresciuto nella culla del tennis russo, lo Spartak Mosca che allevò Safin e Youzhny, tra gli altri, ma sta diventando grande a Barcellona, dove è approdato su consiglio dell’amicone Khachanov, che lì si allenava con Galo Blanco, fino almeno al divorzio di ieri. A lui è toccato in sorte coach Fernando Vicente, che ha impiegato appena una settimana a inquadrarlo: «In realtà non volevo allenarlo, mi ero preso un po’ di tempo per la famiglia e così gli ho concesso sette giorni». E si è illuminato: «E’ un talento enorme, ma deve crescere fisicamente. Soprattutto, almeno all’inizio, bisognava seguirlo in ogni cosa: mangiare, come riscaldarsi, non sapeva nemmeno iscriversi ai tornei. Gli abbiamo insegnato per prima cosa a essere responsabile». OBIETTIVO 36 Il soldatino Chung, invece, che per adesso preferisce gli occhiali da vista a un’operazione, solo tornando a casa ha capito qual era il suo posto nel mondo. A Milano ha vinto fin qui tutte le partite, l’ultima con Medvedev, grazie alla straordinaria capacità di coprire tutto il campo e a un rovescio bimane al veleno che porta con naturalezza tanto incrociato quanto lungolinea. Si è formato in Florida alla ex Accademia di Bollettieri, ma poi l’ha lasciata per la natia Suwon, dove gli capita di allenarsi con Hyung Taik Lee, il migliore di sempre del suo paese, numero 36 del mondo, obiettivo a portata di Hyeon, approdato fino al 51 (adesso è 54) : «Mi ispiro a Djokovic, vorrei vincere uno Slam ma soprattutto guadagnarmi il rispetto dei miei avversari. Per fortuna in Corea non c’è troppa pressione». SENATORI A Milano giocherà la prima finale in carriera e con un successo le prospettive e le attese prenderanno slancio. Perché il futuro non si può fermare, anche se da Londra le divinità Federer e Nadal hanno espresso chiaramente il concetto: non c’è nessun motivo per cambiare le regole. Però anche il Comitato degli Slam non è rimasto indifferente alla rivoluzione Next Gen e sta studiando l’introduzione dell’orologio dei 25″, del no let al servizio, del coaching alla fine di ogni set e il ritorno alle 16 teste di serie. Per rifare la storia

 

 

Kermode applaude Milano, “Le nuove regole nel tour” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando il presidente Atp Chris Kermode annunciò le novità che avrebbero accompagnato le Next Gen Finals, in tanti videro nella sua scelta un pizzico di follia senza uscita. Adesso, anche sotto la spinta dei protagonisti che le hanno testate e sulla scia del successo di pubblico, la rivoluzione è davvero partite: d’importante – dice Kermode – è che non solo i giocatori impegnati a Milano ma anche molti altri mi abbiano detto che era giusto cercare il cambiamento. Ovviamente, non mi aspetto che le regole più sensibili, come il no advantage sul 40 pari o i set a quattro, possano fare breccia da subito, e nemmeno tra cinque anni, ma tra dieci probabilmente si. E in ogni caso l’orologio dei 25 secondi tra un punito e l’altro sarà operativo molto presto*. II prossimo passo sarà il confronto con l’ambiente del tennis in generale: «Giocatori, sponsor, tifosi, coinvolgeremo tutti – spiega il presidente -. Bisogna eliminare i tempi morti, di rendere eccitante il prodotto.. Qualcuno ha avanzato l’idea che le nuove regole possano essere applicate come test ulteriore nei tornei 250, ma Kermode va oltre: «Se funzionano, le applicheremo a tutto il tour. Federer e Nadal riempiono gli stadi, ma noi dobbiamo far conoscere una nuova generazione. Il tennis è sempre stato più grande di ogni giocatore». Anche il comitato del Grande Slam pensa a qualche modifica, avrebbe rivelato una fonte al Times. Infine, Kermode promuove Milano: «Una grande organizzazione, so che il sogno è di avere un altro torneo, la città è pronta, ma intanto si goda questo evento unico che noi consideriamo una pietra miliare del futuro”.

 

Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Saranno Aliaksandra Sasnovich e CoCo Vandeweghe oggi a scendere in campo alle 12.30 italiane (diretta SuperTennis) per la finale di Fed Cup 2017 tra Bielorussia e Stati Uniti che si disputa nel week-end sul veloce indoor della Chizhovka Arena di Minsk. A seguire nel secondo match di giornata Aryna Sabalenka affronta la campionessa degli Us Open di quest’anno Sloane Stephens. Domani si comincia con il match tra le numero uno dei rispettivi team e in chiusura il doppio. SENZA VIKA La Bielorussia dovrà affrontare la prima finale in Fed Cup della sua storia senza la tennista più titolata, l’ex numero uno del mondo Victoria Azarenka, che non ha ancora del tutto risolto i problemi legati alla tutela del figlio Leo dopo la separazione dal compagno. Dunque a tentare l’impresa contro il team statunitense saranno di nuovo le protagoniste che in semifinale hanno sconfitto per 3-2 la Svizzera e in precedenza per 4-1 l’Olanda. Gli Stati Uniti hanno conquistato 17 volte la Fed Cup, con una incredibile striscia consecutiva dal 1976 al 1982 ma è dal 2000 che non festeggiano la vittoria. I due Paesi hanno un solo precedente nella storia della Fed Cup, nel primo turno del World Group II del 2012, con vittoria Usa per 5-0.

 

Iron Rublev (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Il suo volto da principe crudele, fra Guerre Stellari e Dostoevskij, è già una piccola icona del tennis. Del resto, con quel nome, lo stesso del pittore e santo medioevale immortalato da un magnifico film del regista russo Tarkovsky, era quasi inevitabile. «Si, lo so chi era, ho anche il film », spiegava ridacchiando Andrey Rublev (pronuncia esatta: Rubliòf) alla vigilia delle Next Gen Finals, nelle quali è entrato da primo favorito con la miglior classifica, n. 36 Atp, degli otto qualificati. «Ma io non sono bravo con il pennello: preferisco dipingere in campo». A colori forti, peraltro, come si è visto anche ieri sera in semifinale contro un Borna Coric stanco, nervoso (con tanto di racchetta distrutta), insolitamente falloso e soprattutto impotente davanti alle accelerazioni laser del russo. Tre set a zero, uno dei match più brevi del torneo, dominato dai diritti e dai rovesci bimani folgoranti del 21enne che in molti hanno già paragonato a Evgheny Kafelnikov, detto Kalashnikov. Lui in realtà preferisce Marat Safin, l’altro nr.1 russo a cavallo del millennio, «ma – aggiunge – ammiro anche molto Nadal». Non a caso Andrey si allena in Spagna, nella stessa academy del suo amicone Khachanov, con Fernando Vicente, expo’ spagnolo che fuori dal campo se lo coccola come un attendente con il tenentino di sangue blu. Andrey è nato a Mosca, papa Andrey senior è un ex pugile che ha fatto fortuna con la ristorazione e possiede una catena di 14 locali, mamma Marina una maestra di tennis. Anche il Rublev junior si allena sul ring, e adora Mike Tyson, ma le sberle che escono da un fisico filiforme (1,88 per 65 chili) sono più merito del suo timing perfetto, dei piedi veloci e della rapidità di braccio, che dei muscoli. «Da piccolo sognavo di andarmene da Mosca – racconta – ora penso che sia la città più bella del mondo. Purtroppo è troppo fredda per allenarsi…». A Milano una finale l’aveva giocata: da under 18 al Bonfiglio, perdendola con il suo connazionale Safiullin. Al Roland Garros invece da juniores ha vinto, nel 2014, prima di passare a tempo pieno fra i pro’. Nel 2015 il debutto in Coppa Davis, quest’anno il boom: primo torneo Atp, vinto a Umago passando sopra a Fognini e Lorenzi, e soprattutto un quarto di finale agli Us Open dove ha sorpreso due Top Ten come Dimitrov e Goffin prima di sbattere contro Nadal. Al Milan e all’Inter preferisce il Real Madrid («Scusate…»), alla Scala i dischi di Celentano, può diventare il primo re del baby Masters ma le nuove regole non gli piacciono neanche un po’: «Ma come, mi alleno come un matto e poi devo giocarmi un set in un quarto d’ora? Naaa….». Non fate fretta al Piccolo Maestro, che oggi in finale se la vedrà con il soldatino sudcoreano Hyeon Chung

 

Il futuro è Russia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Lucky Rublev, da quando ha vinto il torneo di Umag. Non il solito fortunato perdente, qualcosa di più. Sono i particolari a decretare chi ne ha più di altri, chi si ritrova per grazia ricevuta con il vento che ti spinge da dietro. E Andrey è uno capace di scalare le montagne dandosi la spinta su quei piccoli favori. Scena risaputa: lui va fuori nelle qualifiche di Umag, il torneo a poche curve dall’Italia, ma rientra nel tabellone per l’addio all’ultimo minuto del cocco di casa. E chi è il cocco bello? Borna Coric, stessa età, stessi obiettivi, salire più in alto possibile ed entrare almeno nel Master degli Allievi di fine anno. Andrey gli prende il posto, e non lo batte più nessuna. Sfila a Coric anche il posto nella classifica dei bimbi e insieme i complimenti di chi se ne intende. Ora il cocco bello è lui. E lo guarda dall’alto. Può permetterselo. Appuntamento alla Next Gen. Rublev vi giunge dopo aver criticato le nuove regole, «mi sembra già così difficile giocarsi le chance con questo tennis che non vedo davvero l’urgenza di renderlo più complicato», dice, facendo gli occhi spiritati (cosa che gli viene bene, dato che li ha già così) ma è il n. 1 perché Zverev va al Master adulto, di Londra. Non il miglior Rublev, al via delle Finals, ma lui i colpi li ha, la tigna è proverbiale, e se deve tirare tira, non si trattiene, forse nemmeno gli riesce. Coric invece batte tutti, gioca a modo, ha gambe veloci, meno colpi ma più fiato. Sembra una semifinale senza pronostico, fra i due, di difficile lettura fra chi tira e chi pedala. E invece, la semifinale non c’è. Alla sola vista di Coric, Rublev ritrova tutti i colpi e gioca con i sentimenti. Il conto finale è chiuso in tre set (4-1 4-3 e 4-1)e una racchetta fatta a pezzi. Quella di Coric. Lucky Rublev… Anche da prima di Umag, di Coric e della stessa decisione di diventare giocatore. Andrey ha la mamma maestra di tennis, Marina Marenko si chiama. È coach di giocatrici importanti e lo porta con sé, consentendogli di trasformare il campo nel suo box. Le gambe belle e tornite che gli fanno compagnia, nel suo scorrazzare felice a raccogliere palline, sono quelle di Anna Kournikova. Forse l’aria spiritata gli è venuta da li. Poi la signora Marina passa ad altre tenniste, negli ultimi tempi la Gavrilova e ancora più di recente la Khromacheva. Non ha più tempo per Lucky, e lo sbologna verso la Spagna, che già ospita l’amico del cuore di Andrey, un ragazzo saggio di cui Marina si fida, Karen Khachanov, che ha un anno in più. L’insegnamento spagnolo funziona. Rublev ne ricava un coach, Fernando Vicente (il massimo per uno che voglia giocare “come diavolo mi pare”), una certezza, che si possa colpire con la mannaia anche sulla terra rossa, e un vantaggio, quello di non aver timore di chi lo voglia tenere in campo per ore. Rublev su questo è tetragono, e condivide con Khachanov un’idea precisa: esiste un solo tennis, servizio e dritto, due colpi e via. La Russia ha portato a queste Next Gen Finals tre prodotti nati da una precisa strategia, quella della delocalizzazione. Altro modo per dirlo, la formula della delega. Finita l’era di Safin e Kafelnikov, la Grande Madre ha rinsanguato le proprie cianotiche schiere spingendo i giovani nelle migliori Accademie lontane dalla Russia. Ha delegato la Spagna, soprattutto, e ora la Francia, dopo un tentativo meno fruttuoso negli Stati Uniti. Per non dire dei russi portati via dagli stessi genitori, verso altre terre ed esperienze. Due nomi? Sasha Zverev, tanto per dire, oggi tedesca E Denis Shapovalov, russo ebreo e canadese. Ma chi è rimasto basta per disegnare un futuro a tinte forti. Daniil Medvedev è cresciuto in Francia e oggi con gli altri due, gli spagnoli Rublev e Khachanov, fa intravedere una squadra di Coppa Davis che potrebbe dominare per anni. I numeri, non sono ancora quelli dei Paesi guida, ma la Russia ristrutturata dal “sistema delle deleghe” vanta oggi 5 giocatori nei primi 100 e soprattutto, 77 tennisti in classifica Atp, di cui 67 sotto i 27 anni di età. Trentacinque gli Under 21. Uno, forse, il vincitore delle prime Next Gen Finals. Lo deciderà il match con Chung che ha battuto Medvedev 4-1 4-1 3-4 1-4 4-0.

 

Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Andy Murray vola basso. L’ultima cosa che i grand’ufficiali dell’Ordine dell’Impero Britannico possono permettersi è spararle grosse, figurarsi uno che lo è diventato “per i servizi resi al tennis”. Dice che alla ripresa della stagione ci sarà, forse Brisbane, di sicuro Melbourne, Australian Open. «Non per vincere», assicura. «Ci vorrà tempo. Però sono convinto che dopo i primi mesi tornerò competitivo». Lascia campo libero alle “sue” ATP Finals, non senza qualche rimpianto. Un anno fa si prendeva tutto il pacchetto spintonando via un Djokovic già al lumicino: prima vittoria al Master e prima volta n.1. È di nuovo papà, da pochi giorni, ancora una figlia: se passerà in bianco qualche nottata non sarà per il tennis in tivù. Ha meno remore Serena Williams, ma lei non è grand’ufficiale di niente. Serena a Melbourne va per vincere (con marito e figlia al seguito). E stata esplicita. Da quando è scesa dal podio più alto del ranking, il tennis femminile si sta azzuffando perla sua eredità. Kerber Pliskova, Muguruza, ora la Halep. Ma lei è pronta a riprenderselo e a metter fine alla gazzarra. E questo significa “rimettere le cose a posto”. Meno chiaro, in questa breve rassegna di ex n.1 in libera uscita, è come se la stia passando Novak Djokovic. Non benissimo, si sente dire. Ma sono voci… La bua al gomito è sempre lì, dicono. Si sta allenando con la sinistra, giusto per non perdere il timing con la palla. Forse sarà a Melbourne, lui non vuole mancare, ma non si sa in quali condizioni e se sarà troppo presto. Non vi sono certezze, ma nei giorni scorsi, invitato al “Late Night Show’ di James Corben, prima di misurarsi in una prova di tiro al bersaglio (sullo stesso Corben) gli hanno chiesto se intendesse farlo con la sinistra. E poi dicono che la gentilezza non faccia notizia. Tutto questo (e altro) alla vigilia dell’Atp Finals alla O2 Arena, che va in scena da domani con un n.1 vero (Nadal, alla quarta designazione di fine anno) e uno eterno (Federer). Le operazioni sono cominciate giovedì notte con la consegna dei premi per la stagione appena finita. Losvizzero ne ha ricevuti tre, e i primi due a loro modo troveranno un posto nel Libro dei Record: “giocatore più amato” dal pubblico per la 15° volta di fila, e “giocatore più sportivo per la 13a volta negli ultimi 14 anni, quest’ultimo premio attribuito dai colleghi

 

 

 

 

 

 

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Djokovic, Melbourne in forse? (Pierelli, Bertellino, Rossi, Martucci). Giorgi vince a nervi tesi (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 20 ottobre 2021

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Djokovic, sì a Torino, Australia in forse «E’ ingiusto dirvi se sono vaccinato» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

 Il re ha parlato e ha fatto chiarezza. Sul suo futuro che, a cascata, coinvolge anche altri colleghi. Come per esempio il nostro Jannik Sinner che – era prevedibile, adesso è ufficiale – non potrà beneficiare dell’assenza del campione serbo nella corsa alle Atp Finals di Torino (14-21 novembre), dove è già qualificato invece Matteo Berrettini. Il 2021 del numero 1 del mondo, dunque, non si concluderà con la sconfitta più cocente della carriera. Le lacrime di New York, in premiazione a fianco di quel Daniil Medvedev che allo Us Open gli ha impedito di realizzare il Grande Slam che non si verificava dal 1969 (Rod Laver), non saranno l’ultima sua immagine di questo anno comunque strepitoso, in cui ha conquistato tre Major, raggiungendo a quota 20 Roger Federer e Rafa Nadal. Djokovic, parlando con il quotidiano serbo Blic, è stato chiaro sul suo finale di stagione: «Giocherò Parigi-Bercy, le Atp Finals di Torino e la coppa Davis. Ho appena ripreso in mano la racchetta, starò ancora a Belgrado questa settimana, poi lascerò la Serbia per dedicarmi più intensamente agli allenamenti». Non altrettanto chiaro, invece, il programma per l’anno prossimo. Lui è il Signore di Melbourne dall’alto dei suoi nove titoli (record), ma l’Australlan Open quest’anno rischia di non vedere l’uomo che più di ogni altro ha lasciato il segno nel down-under. I suoi dubbi sono legati alla vaccinazione contro il Covid e alla politica molto stringente del governo australiano per prevenire i contagi. Lo Stato del Victoria al momento ha reso obbligatoria la vaccinazione per tutti gli atleti australiani e non è ancora chiaro se gli sportivi stranieri dovranno presentare il “green pass” oppure no. «Non so se sarò a Melbourne. Al momento la situazione non è affatto favorevole. Stante così le cose, penso che saranno in tanti a pensarci bene prima di decidere se andare o meno agli Australian Open. Io vorrei esserci, è lo Slam in cui ho ottenuto più successi, amo questo sport e sono motivato. Sto monitorando la situazione assieme al mio manager. Se ho capito bene, Tennis Australia prenderà una decisione tra un paio di settimane. Nella scorsa edizione ci sono state tante restrizioni e stanno cercando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non. Vedremo cosa succederà». Nole ha anche affrontato un altro tema scottante, quello del vaccini. Non ha rivelato se si e sottoposto all’inoculazione oppure no. E poi si è sfogato. «Non ho intenzione di rendere pubblica una questione così privata come quella della mia vaccinazione. Credo che non sia neanche giusto chiederlo, è una domanda inappropriata, non solo a me, ma a chiunque. Poi qualunque sia la mia risposta, la gente ne farebbe l’uso che vuole: da parte dei media ci sono troppe speculazioni su di me che mi danno fastidio. Non solo nello sport, ma in generale. E io non voglio essere coinvolto in questa sorta di guerra dei vaccini. Siamo arrivati a discriminare le persone, se decidono in autonomia in un senso o nell’altro». 

Djokovic: «Australia? Dipende dalle condizioni» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Novak Djokovic non vuole alimentare polemiche circa la questione vaccini ma intanto lo fa non svelando l’arcano. Vaccinato o meno? Al quotidiano serbo “Blic” ha detto di non avere ancora deciso se partecipare o meno al prossimi Australian Open: «Se ho capito bene, il governo e Tennis Australia prenderanno le decisioni definitive tra due settimane. Quest’anno ci sono state tante restrizioni e so che Tennis Australia sta tentando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non – ha precisato – per questo, non so ancora se giocherò in Australia. Ci sono troppe speculazioni da parte dei media. Per questo ultimamente non ho parlato molto, perché ognuno poi fa delle interpretazioni legate a ciò che avevo detto un anno fa. Non solo nello sport, ma in generale, sono molto deluso della discordia che si è creata tra vaccinati e non vaccinati. Trovo sia orribile discriminare qualcuno per il fatto che voglia vaccinarsi o meno». Ha poi svelato i suoi piani di fine stagione: «Starò ancora a Belgrado per qualche settimana, poi mi concentrerò sugli allenamenti in vista di Parigi Bercy, delle Finals e della Coppa Davis».

Nole, il vaccino non vale uno Slam: “Non so se andrò a Melbourne” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Lui apre le acque. O fa da spartiacque. Quando parla Novak Djokovic non si rimane mai indifferenti. Con lui non esiste il grigio: è nero, o è bianco. L’ultimo caso riguarda gli Australian Open 2022: saranno ammessi solo i vaccinati e lui, che sul tema ha avuto posizioni a dir poco controverse, ha già fatto sapere che se queste sono le condizioni non andrà a difendere il titolo. Era in silenzio da New York. Bisognoso di sbollire, decantare, digerire la sconfitta più amara della sua carriera. Sacrosanto. Intanto, ci si chiedeva che programmi avesse. L’altro ieri ha ripreso la racchetta, e ha preso la parola. In un’intervista al quotidiano serbo Blic ha detto che giocherà Bercy, le Atp Finals a Torino e la Coppa Davis. E ha anche scavallato l’anno. «Per il 2022 i miei obiettivi rimangono i tornei del Grande Slam e le competizioni con la Serbia. Sono questi gli eventi che mi interessano di più». Fin qui tutto prevedibile, poi il contropiede. «Non so se giocherò gli Australian Open, il mio manager è in contatto con Melbourne. Vediamo cosa decidono come protocolli di sicurezza». Il Covid. Il problema che fa impazzire il n. 1 del tennis mondiale. «Vengono fatte speculazioni su cose che ho detto oltre un anno fa. Mi sembra che stiamo discriminando, troppa divisione tra vaccinati e non. E non si può, solo perché qualcuno decide in un senso o nell’altro. Sono deluso dalla società, dal modo in cui si parla della pandemia. E circolano parecchie notizie che poi non sono vere». Vi starete chiedendo: Djokovic è vaccinato? Guai a domandarglielo. «È una questione privata, secondo la legge si può perseguire chi pone la questione. Se uno risponde “Non l’ho ancora fatto, non so, ci sto pensando”, i media ne abusano». Gli Australian Open lo porranno comunque di fronte a un bivio. Se parteciperà senza quarantena vorrà dire che è vaccinato. Se sarà concessa una deroga, i non vaccinati dovranno fare comunque la quarantena e dunque la loro condizione sarà palese. Se sceglierà di non andare lascerà dubbi e polemiche.

Nole no vax, l’Australia non lo vuole (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Controcorrente o rivoluzionario, viziato o testardo, cattivo maestro o paladino della libertà, coerente o irresponsabile? Camminando come un equilibrista sul filo sospeso nel vuoto delle misure anti-Covid, Novak Djokovic si candida agli aggettivi più disparati appena dichiara ai media della sua Serbia: «Per come stanno oggi le cose non so ancora se andrò a Melbourne». È un attacco diretto al governo australiano che, per bocca del premier dello stato del Victoria, Daniel Andrews, ha dichiarato: «Non credo che un tennista non vaccinato otterrà un visto per entrare nel paese, e se lo ottenesse probabilmente dovrebbe essere messo in quarantena per almeno due settimane». È un doppio segnale che il numero del tennis, a voce alta, lancia al mondo: con una reazione tanto dura e perentoria vuole dimostrare di aver assorbito la batosta degli Us Open, e nello stesso tempo apre la strada a un compromesso da definire dietro le quinte da qui a due settimane. «Il mio manager, che è in contatto con la Tennis Australia, mi dice che stanno cercando di migliorare le condizioni per tutti, vaccinati e no». Perché Nole l’imposizione del vaccino proprio non l’accetta e la quarantena nemmeno, l’ha sperimentata: «Dopo la quarantena è più facile infortunarsi, ci sono tanti esempi che lo confermano». Sogna una scappatoia come agli Us Open, dov’è rimasto fuori dalla bolla che protegge tutti i colleghi. Ma insiste: «Non rivelerò se sono stato vaccinato o meno. È una questione privata e un’indagine inappropriata. La gente si spinge troppo oltre nel prendersi la libertà di fare domande e giudicare una persona. Se ne approfittano sia se rispondi sì o no, o forse o ci sto pensando». Del resto, se facciamo un passo indietro, il 20 aprile dell’anno scorso Djokovic lanciava la crociata no-vax: «Personalmente sono contrario alla vaccinazione e non vorrei essere costretto da qualcuno a prendere un vaccino per poter viaggiare per i tornei». Stroncato dai social, il 6 giugno s’è schierato nettamente contro la bolla degli US Open: «Dovremmo dormire in hotel vicini all’aeroporto ed essere testati due o tre volte alla settimana. Potremo essere accompagnati da una sola persona. È semplicemente impossibile, è un protocollo estremo». L’8 giugno insieme al fratello Djordje ha organizzato fra Belgrado e Zara il torneo di beneficenza Adria Tour, ha fatto baldoria in discoteca a torso nudo insieme a diversi colleghi e ha dovuto chiudere l’evento anzitempo, con le positività di 8 persone, fra cui Dimitrov, Coric e Troicki, lui stesso e la moglie Jelena.

Giorgi vince a nervi tesi. Sinner-Musetti, il derby (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Penso che una partita così Camila Giorgi non la giochi mai più. A Tenerife, nonostante un warning, un penalty point e due penalty game, la numero 1 italiana è riuscita a battere 7-6(4) 3-6 6-4 Aliona Bolsova, moldava naturalizzata spagnola che si è presentata in campo con i capelli tinti d’azzurro. Giorgi si innervosisce subito, riceve un’ammonizione dopo una discussione con papà Sergio, ma comunque vince il primo set. In controllo del secondo, sul 3-0, le chiamate del giudice di linea e di sedia, che si possono definire discutibili, fanno infuriare Camila. L’azzurra perde un punto come penalità per un’altra protesta poi, su un’altra palla data buona all’avversaria ma apparsa fuori, lancia la racchetta verso la rete rischiando di colpire un ballboy. Essendo la terza infrazione al regolamento, Giorgi perde il game. Cederà anche il set. Nel terzo, la scena si ripete sul 5-3 15-30. Il giudice di sedia non giudica fuori un colpo di Bolsova, che sembra decisamente out, Giorgi chiama il supervisor, ritarda la ripresa del gioco e per la seconda volta perde un game come forma di penalità Al prossimo turno affronterà la montenegrina Danka Kovinic. Ad Anversa, invece, c’è grande attesa per il derby tra Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Due anni fa i due giovani azzurri disputavano l’incontro più atteso delle prequalificazioni per gli Internazionali BNL d’Italia 2019. Il carrarino arrivò a un punto dal successo e dal main draw, ma alla fine vinse Sinner. Oggi si sfideranno per la prima volta in un torneo ATP.

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Crivelli). Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Piccardi). Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Guerrini)

La rassegna stampa di martedì 19 ottobre 2021

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Quando, nell’aprile 2019, Torino venne scelta come 15a città della storia a ospitare le Atp Finals di fine anno, il mantra recitato fino allo sfinimento riguardava la possibilità che, realizzata la favola di portare in Italia il più importante torneo dopo gli Slam, si potesse pure avverare il desiderio di veder qualificato un italiano. In quel momento, il nostro miglior giocatore era Fognini, fresco vincitore a Montecarlo e numero 12 del ranking, quindi una carta più che concreta. Ma prevedere che due anni e mezzo dopo Matteo Berrettini, un giovane di belle speranze allora 55′ del mondo, sarebbe diventato il primo finalista azzurro di sempre a Wimbledon, un solidissimo top ten, il volto iconico del nostro tennis e dunque uno dei protagonisti più attesi del Masters, attraversava forse i confini dell’immaginazione.

 

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La classifica che somma i risultati stagionali e qualifica per le Finals, lo rendono inattaccabile da qualunque rientro da dietro e quindi il suo nome si aggiunge a quelli di Djokovic, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev, che il biglietto lo avevano già strappato. Un approdo che rappresenta il degno coronamento di un’annata fantastica per Berrettini, certamente illuminata dal meraviglioso cammino ai Championships ma ancorata a una continuità di risultati solo graffiata da un paio di fastidiosi infortuni: vittoria a Belgrado e al Queen’s, su un prato che ci aveva sempre respinto, finale al Masters 1000 di Madrid, quarti al Roland Garros e agli Us Open dove ha sempre incrociato Djokovic.

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Adesso potrà dedicarsi a Vienna (dove rientrerà la prossima settimana dopo la precoce eliminazione di Indian Wells) e a Parigi Bercy proprio nell’ottica di rodare la condizione tecnica e fisica in vista di Torino, senza ovviamente perdere d’occhio l’opportunità di consolidare la classifica Atp (è a meno di 1000 punti dal quinto posto) e confermare lo status ormai acclamato di superstella del circuito. I tornei a venire, invece, rivestiranno un’importanza capitale per le ambizioni di qualificazione di Sinner, con la premessa che in quei giorni di aprile di due anni fa l’altoatesino era numero 314 del mondo e quindi vederlo adesso lottare per le Finals ne certifica lo straordinario valore. La sua rincorsa si è complicata dopo il successo di Norrie a Indian Wells, perché il britannico lo ha scavalcato e l’attuale 11′ posto non gli garantirebbe il pass nemmeno con la rinuncia, peraltro sempre più improbabile, di Djokovic. Jannik è testa di serie numero uno ad Anversa, un torneo 250 fac-simile per tabellone a quello di Sofia vinto a inizio ottobre, dove dopo il bye attende al secondo turno il vincitore tra Musetti e Mager. Andare più avanti possibile in Belgio è un imperativo, prima dello snodo probabilmente decisivo di Vienna, che per qualità degli iscritti più che un 500 assomiglia a un 1000 in formato ridotto vista la presenza di Tsitsipas, Zverev, Berrettini e dei rivali più pericolosi nella Race, Ruud e Hurkacz, nonché dell’arrembante Norrie. Ma i tifosi italiani potranno comunque emozionarsi per Sinner, che ha già confermato di voler giocare le Next Gen Finals a Milano, di cui è formalmente ancora campione in carica, se non si qualificherà per Torino.

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Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Dalle porte girevoli dell’attico dei tennis entra Hubert Hurkacz (n. 10) ed esce, dopo 968 settimane, Roger Federer (una prece). Il Master 1000 di Indian Wells, con i suoi campi lenti e una stanchezza diffusa che ha favorito outsider e sorprese, è stato un piccolo terremoto. Ha vinto il britannico Cameron Norrie, 26 anni, inglese alla larga come Emma Raducanu: è nato in Sudafrica da papà scozzese e mamma gallese, è cresciuto in Nuova Zelanda- (una violenta rapina a Johannesburg, quando Cameron aveva 3 anni, convinse i genitori a traslocare a Auckland), ha studiato all’Università del Texas, tiene casa e-residenza a Putney, non lontano da Wimbledon, Londra sudovest, e tanto basta per considerarlo un suddito di sua maestà la regina. Da ieri Norrie è il nuovo numero 16 del ranking e, grazie ai mille punti intascati nel deserto californiano, ha scavalcato Jannik Sinner (che a Indian Wells è uscito agli ottavi con Taylor Fritz, killer pure di Matteo Berrettini) nella Race verso le Atp Finals di Torino: l’inglese si e installato al decimo posto davanti all’altoatesino, che nella foga di inseguire Ruud e Hurkacz non si e accorto che Norrie lo stava superando a destra, senza mettere la freccia. Con i primi cinque della classifica già qualificati — Djokovic che ha confermato la presenza a Torino sia per il Master che per la Davis, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev —, Berrettini che dovrà blindare la settimana prossima all’Atp 500 di Vienna il biglietto per le Finals e Nadal fuori gara (ha già detto che tornerà nel 2022), restano quattro giocatori in un fazzoletto di 420 punti.

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Il titolo di Anversa, ampiamente alla sua portata, non basterà a Sinner per salire sul treno per Torino: dopo Vienna sarà l’ultimo Master 1000 della stagione, Parigi Bercy, a decidere la grande rincorsa per le Atp Finals. Per Jannik, con quattro titoli stagionali e una classifica stellare alle soglie del paradiso del tennis, comunque andrà sarà stato un successo (rimane da decidere tra Next Gen a Milano e l’Atp 25o di Stoccolma, ma son dettagli).

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Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Adriano Panatta non può restare fermo. Non riesce. Magari haun problema con la noia Ma non può ferrmarsi. L’ultima idea, presentata ieri, è “Adriano Panatta Racquet Club” a Treviso, dove ormai si è stabilito e si è sposato ll tennis resta nella sua vita, è la sua vita. Anche per questo motivo commenterà le Alp Finals di Torino su Tuttosport. Panatta, ci racconti questa sua nuora avventura. Perché Racquet Club, nome aubb e che rimanda al A CHIAMARSI MASTER «I Io visto una foto e mi è piaciuto, suonava bene, poi c’è anche il padel e non soltanto il tennis. C’era questo vecchio circolo da rimettere a posta Ne ho parlato con il mio amico Philippe Donnet e con Marco Bonamigo e abbiamo pensato potesse venirne fuori qualcosa di bello Abbiamo comprato il circolo all’asta e abbiamo effettuato un lavoro di ricostruzione completa, più che di ristrutturazione. L’idea è che un circolo debba fare il circolo. Niente di più. Un luogo con una grande missione da svolgere. Deve offrire occasioni di incontro e mettere tutti a proprio agio. Un circolo in cui socializzare, condividere, stare bene. Non ci sono solo campi, ma due palestre, una spa, il bar, il ristorante dove scoprire l’offerta enogastronimica del territorio, piscina. Un posto diverso comodo ed elegante». Perché adesso, nella sua vita? «Perché dopo la pandemia si avverte la necessità di fare, ripartire. E a me piace molto lavorare, ne sono stato assorbito. Mi piace la competizione. Poi vivo a Treviso, mi sono sposato, qui ho trovato la mia dimensione. E’ il mio modo di dire grazie a tutta la comunità per avermi fatto sentire a casa in questi anni. Direi che sono un trevigiano de Roma o un romano de Treviso.

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Che rapporto ha con la memoria? È il momento i parlare dells Atp Finals, delle sue Atp Finals, 1975. «Io non ricordo nemmeno i risultati delle mie partite. Spesso mi sbaglio, a volte telefono a Paolo Bertolucci o ad altri amici perché colmino certi buchi. Davvero, ho un rapporto pessimo con la memoria. Del Master a Stoccolma ricordo però che stavo male, avevo un problema fisico per il quale subito dopo mi sono fatto operare. Ricordo il dolore. E penso del resto che avrei meritato di più di giocarlo nel 1976. Avevo vinto Roma, il Roland Garros… Ma per la Davis avevo giocato meno tornei. Le regole erano bizzarre, ora sono cambiate, mal’Atp è sempre bizzarra».

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Senza Federar e Nadal, cos voci che si susseguono sulla presenza o meno di Djokovic, a Torino sarà l’inizio di una nuova? «Adesso può vincere chiunque. E il corso della stagione lo sta dimostrando. Io dico che Torino merita di vedere Djokovic. Tsitsipas forse è il più dotato della nuova generazione, ma nemmeno lui riesce a vincere con continuità. Sarà difficilissimo si ripeta un’era simile a quella di Nadal e Federer. Non è come loro, Djokovic. E lo dimostra il seguito di pubblico, il pubblico è sensibile. Roger e Rafa sono straordinari anche fuori dal campo, non hanno mai sbagliato neppure una dichiarazione». Siamo in presenza del rinascimento dell’ltalia con la racchetta. Le sue impressioni? «Penso che il mondo sia bizzarro. C’è stato un momento in cui avevamo 3-4 tenniste al top mondiale, Pennetta, Schiavone Vinci, Errani. Ora c’è solo la Giorgi, ma abbiamo una serie di grandi giocatori. Mi spiace, piuttosto, che Fognini abbia vinto meno di quanto avrebbe potuto con quel suo tennis di talento e fantasia. Berrettini se sta bene può battere tutti e vincere ovunque. Ma deve essere al 100% fisico, non ha margini Mi ricorda qualcuno… Sinner ha vent’anni sta maturando, bisogna concedergli tempo, ma ha qualità notevolissime. Sonego è un lottatore con mentalità senza pari. Musetti ha bisogno di tempo. F unmondo strano, uno sarebbe potuto diventare anche un grande sciatore, uno è di Roma, un altroè di Torino. Non è che siano emersi per una scuola, ma grazie a maestri che li hanno seguiti fin dai primi passi o quasi. Del resto è ovunque così.

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Lei ha sempre catturato l’attenzione. In campo, in tv, al cinema. Come le è venuto in mente il cameo nel films “La profezia dell’armadillo quells frase sul suono del colpo piatto? L’ormai famoso pof pof? «Non è mia, ma del mio amico Domenico Procacci, titolare di Fandango. Io non avevo voglia, sono andato a girare a Fiumicino senza avere un’idea. ïl “pof pof “è suo, poi ci ho messo le considerazioni, l’idea del mio tennis, legato alla vita. Io non recito, faccio me stesso. Sempre».

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II suo tennis eri ricco di personaggi. Adesso latitano sin po’. Perché? «Si è persa del tutto l’ironia Nel tennis, poi, sono tutti parte di un sistema. Tantissimi giocano molto bene e tirano fortissimo. Fortunatamente adesso è tornata un po’ la palla corta, è tornato il back, i giocatori hanno capito finalmente la necessità di variare. Però, io resto sempre colpito quando vedo l’angolo del giocatore. Una squadra intera: coach, preparatore, psicologo, fisioterapista. Tutti seri, spesso in apprensione E mi dico: “e fatevela una risata”. Ci resto male, non mi diverto»

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Rassegna stampa

Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex Carlos Moya per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 18 ottobre 2021

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Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

All’eterna ragazza di Brindisi è sempre piaciuto mettere il naso davanti alle altre. Prima tennista italiana della storia a entrare nelle top lo della classifica mondiale (agosto 2009), prima n.1 del ranking in doppio (febbraio 2011), unica ad aver conquistato un titolo Slam sia in singolare (Us Open 2015) che in coppia (Australian Open 2011 insieme all’argentina Dulko).

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Flavia, comincia la campagna elettorale per farsi votare dal tifosi (vote.tennisfame.com) e dal comitato della Hall of Fame presieduto da Stan Smith. «E qui iniziano i guai: mio padre Oronzo dice che sono una pessima politica, e ha ragione. Io sto mandando messaggi agli amici, userò Instagram, vedo tanti appassionati di tennis italiani entusiasti, mi colpisce l’attenzione mediatica data alla notizia. Va bene, tutto fa brodo per mantenere alta la visibilità rispetto agli altri candidati».

Passiamo in rassegna rivali. Cara Black e Lisa Raymond non sembrano pericolose. Molto di più lo è Ana Ivanovic, sposata con l’ex calciatore tedesco Schweinsteiger, attivissima sui social.

«Insieme a Serena Williams, la mia bestia nera, peraltro. Non riuscivo a capire dove tirasse, mi mandava ai matti. Cinque confronti, tra singolare e doppio, e cinque sconfitte da Wimbledon 2005 a Miami 2014. Che rabbia…».

E poi i due uomini da battere: gli spagnoli Carlos Moya, suo ex oggi coach di Rafa Nadal, e Juan Carlos Ferrero. «Scontrarmi con Moya è buffo, mi fa ridere: sarà un osso duro perché con Rafa è rimasto nel circuito e gode di grande visibilità. Ferrero mi impensierisce di meno».

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Qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio? «Macché. È stata una sorpresa totale. Ricevo una mail da Stan Smith: ciao Flavia, mi dai Il tuo numero di telefono? Penso a una bufala, ma dopo un controllo scopro che è tutto vero!».

Perché i membri della Hall of Fame dovrebbero votarla (short list entro fine anno, ammissione nel 2022)? «Ho dato anima e corpo al tennis, mi sono divertita rispettando sempre le avversarie, ho avuto una carriera bellissima, terminata con una vittoria Slam a 33 anni. Penso di aver regalato qualcosa, in termini di risultati ed emozioni, al mio sport».

Le piace il suo sport, oggi? Per la quinta stagione consecutiva i quattro Slam hanno avuto quattro regine diverse: «A me non piace. Quello che sta succedendo, questa fortissima discontinuità, a mio parere non è un bene per il tennis. Ai miei tempi non sarebbe mai potuto succedere che una ragazzina partita dalle qualificazioni, come Emma Raducanu a New York, vincesse uno Slam. Le atlete al top facevano troppa differenza. C’è qualcosa che non va. Manca il carisma, così il tennis femminile è più difficile da vendere».

Il declino dello strapotere di Serena Williams ha aperto la porta a chi è più in forma. «Le giovanissime, Raducanu e Fernandez, è tutto da dimostrare che si confermino. Una regina Slam non può sparire nel nulla. Io non sono mai stata tra le superstar però sono durata ad alto livello quindici anni, e Francesca Schiavone idem».

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Kim Cljisters, 38 anni e tre figli, è tornata a giocare. In questo tennis così fluido non cl sarebbe spazio anche per Flavia Pennetta?

«Noooo. Capisco la voglia di riprovarci, perché l’adrenalina del match non la ritrovi più da nessuna parte. Io non avrei più la forza mentale per stare in campo. Sta per arrivare il terzo figlio, che è l’ultimo. Mi ha fatto sorridere il tweet di Andy Roddick: nella Hall of Fame deve entrare la Pennetta perché resiste al fianco di suo marito Fabio Fognini, un risultato straordinario!».

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