Rublev e Chung, salto nel futuro. Kermode applaude Milano, "Le nuove regole nel tour" (Crivelli). Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Cocchi). Iron Rublev (Semeraro). Il futuro è Russia. Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Azzolini)

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Rublev e Chung, salto nel futuro. Kermode applaude Milano, “Le nuove regole nel tour” (Crivelli). Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Cocchi). Iron Rublev (Semeraro). Il futuro è Russia. Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Azzolini)

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Rublev e Chung, salto nel futuro (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il più forte contro il più continuo. Perché possono cambiare le regole, può cominciare una rivoluzione, ma alla fine del percorso saranno i più dotati a spartirsi la gloria. Rublev contro Chung: verrà da uno di loro l’inaugurazione di una nuova Era, quella della Next Gen, e Milano avrà una finale degnissima da offrire ai 4700 attesi stasera in Fiera (esaurito), dopo il pienone anche per le semifinali. ll coreano è avanti 2-0 nei precedenti: ha battuto il russo qui nel round robin e c’era già riuscito a Winston Salem. Ma oggi ci sarà in palio il futuro (oltre a un notevole gruzzolo) e i precedenti conteranno poco di fronte all’idea e alla sensazione di aver scritto una piccola pagina di storia. RESPONSABILE Rublev si fa il segno della croce (ortodossa) a ogni vittoria, ma impiega appena 62 minuti a battezzare Coric, stremato dalla rimonta della sera prima contro Khachanov, inutile per la qualificazione, già in cassaforte. Ma è stato un bel segnale per chi pensava che i ragazzotti, confusi da musica a palla e novità assortite, prendessero il torneo come una sorta di esibizione. E invece in quattro giorni se le sono sonoramente suonate. Andrey, omonimo del più grande pittore russo di icone (secolo XVI), era il più alto in classifica della pattuglia (37 Atp) e dopo un paio di giorni di rodaggio, causa idiosincrasia al cambiamento, ha fatto valere il blasone grazie a una velocità di braccio terrificante: «Non sono contro le nuove regole in toto, sono contro il nuovo punteggio; mi sta bene tutta la tecnologia, ma il tennis nel suo svolgimento deve rimanere nella tradizione». Lui è cresciuto nella culla del tennis russo, lo Spartak Mosca che allevò Safin e Youzhny, tra gli altri, ma sta diventando grande a Barcellona, dove è approdato su consiglio dell’amicone Khachanov, che lì si allenava con Galo Blanco, fino almeno al divorzio di ieri. A lui è toccato in sorte coach Fernando Vicente, che ha impiegato appena una settimana a inquadrarlo: «In realtà non volevo allenarlo, mi ero preso un po’ di tempo per la famiglia e così gli ho concesso sette giorni». E si è illuminato: «E’ un talento enorme, ma deve crescere fisicamente. Soprattutto, almeno all’inizio, bisognava seguirlo in ogni cosa: mangiare, come riscaldarsi, non sapeva nemmeno iscriversi ai tornei. Gli abbiamo insegnato per prima cosa a essere responsabile». OBIETTIVO 36 Il soldatino Chung, invece, che per adesso preferisce gli occhiali da vista a un’operazione, solo tornando a casa ha capito qual era il suo posto nel mondo. A Milano ha vinto fin qui tutte le partite, l’ultima con Medvedev, grazie alla straordinaria capacità di coprire tutto il campo e a un rovescio bimane al veleno che porta con naturalezza tanto incrociato quanto lungolinea. Si è formato in Florida alla ex Accademia di Bollettieri, ma poi l’ha lasciata per la natia Suwon, dove gli capita di allenarsi con Hyung Taik Lee, il migliore di sempre del suo paese, numero 36 del mondo, obiettivo a portata di Hyeon, approdato fino al 51 (adesso è 54) : «Mi ispiro a Djokovic, vorrei vincere uno Slam ma soprattutto guadagnarmi il rispetto dei miei avversari. Per fortuna in Corea non c’è troppa pressione». SENATORI A Milano giocherà la prima finale in carriera e con un successo le prospettive e le attese prenderanno slancio. Perché il futuro non si può fermare, anche se da Londra le divinità Federer e Nadal hanno espresso chiaramente il concetto: non c’è nessun motivo per cambiare le regole. Però anche il Comitato degli Slam non è rimasto indifferente alla rivoluzione Next Gen e sta studiando l’introduzione dell’orologio dei 25″, del no let al servizio, del coaching alla fine di ogni set e il ritorno alle 16 teste di serie. Per rifare la storia

 

 

Kermode applaude Milano, “Le nuove regole nel tour” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando il presidente Atp Chris Kermode annunciò le novità che avrebbero accompagnato le Next Gen Finals, in tanti videro nella sua scelta un pizzico di follia senza uscita. Adesso, anche sotto la spinta dei protagonisti che le hanno testate e sulla scia del successo di pubblico, la rivoluzione è davvero partite: d’importante – dice Kermode – è che non solo i giocatori impegnati a Milano ma anche molti altri mi abbiano detto che era giusto cercare il cambiamento. Ovviamente, non mi aspetto che le regole più sensibili, come il no advantage sul 40 pari o i set a quattro, possano fare breccia da subito, e nemmeno tra cinque anni, ma tra dieci probabilmente si. E in ogni caso l’orologio dei 25 secondi tra un punito e l’altro sarà operativo molto presto*. II prossimo passo sarà il confronto con l’ambiente del tennis in generale: «Giocatori, sponsor, tifosi, coinvolgeremo tutti – spiega il presidente -. Bisogna eliminare i tempi morti, di rendere eccitante il prodotto.. Qualcuno ha avanzato l’idea che le nuove regole possano essere applicate come test ulteriore nei tornei 250, ma Kermode va oltre: «Se funzionano, le applicheremo a tutto il tour. Federer e Nadal riempiono gli stadi, ma noi dobbiamo far conoscere una nuova generazione. Il tennis è sempre stato più grande di ogni giocatore». Anche il comitato del Grande Slam pensa a qualche modifica, avrebbe rivelato una fonte al Times. Infine, Kermode promuove Milano: «Una grande organizzazione, so che il sogno è di avere un altro torneo, la città è pronta, ma intanto si goda questo evento unico che noi consideriamo una pietra miliare del futuro”.

 

Fed Cup, oggi la finale Bielorussia-Stati Uniti (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Saranno Aliaksandra Sasnovich e CoCo Vandeweghe oggi a scendere in campo alle 12.30 italiane (diretta SuperTennis) per la finale di Fed Cup 2017 tra Bielorussia e Stati Uniti che si disputa nel week-end sul veloce indoor della Chizhovka Arena di Minsk. A seguire nel secondo match di giornata Aryna Sabalenka affronta la campionessa degli Us Open di quest’anno Sloane Stephens. Domani si comincia con il match tra le numero uno dei rispettivi team e in chiusura il doppio. SENZA VIKA La Bielorussia dovrà affrontare la prima finale in Fed Cup della sua storia senza la tennista più titolata, l’ex numero uno del mondo Victoria Azarenka, che non ha ancora del tutto risolto i problemi legati alla tutela del figlio Leo dopo la separazione dal compagno. Dunque a tentare l’impresa contro il team statunitense saranno di nuovo le protagoniste che in semifinale hanno sconfitto per 3-2 la Svizzera e in precedenza per 4-1 l’Olanda. Gli Stati Uniti hanno conquistato 17 volte la Fed Cup, con una incredibile striscia consecutiva dal 1976 al 1982 ma è dal 2000 che non festeggiano la vittoria. I due Paesi hanno un solo precedente nella storia della Fed Cup, nel primo turno del World Group II del 2012, con vittoria Usa per 5-0.

 

Iron Rublev (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Il suo volto da principe crudele, fra Guerre Stellari e Dostoevskij, è già una piccola icona del tennis. Del resto, con quel nome, lo stesso del pittore e santo medioevale immortalato da un magnifico film del regista russo Tarkovsky, era quasi inevitabile. «Si, lo so chi era, ho anche il film », spiegava ridacchiando Andrey Rublev (pronuncia esatta: Rubliòf) alla vigilia delle Next Gen Finals, nelle quali è entrato da primo favorito con la miglior classifica, n. 36 Atp, degli otto qualificati. «Ma io non sono bravo con il pennello: preferisco dipingere in campo». A colori forti, peraltro, come si è visto anche ieri sera in semifinale contro un Borna Coric stanco, nervoso (con tanto di racchetta distrutta), insolitamente falloso e soprattutto impotente davanti alle accelerazioni laser del russo. Tre set a zero, uno dei match più brevi del torneo, dominato dai diritti e dai rovesci bimani folgoranti del 21enne che in molti hanno già paragonato a Evgheny Kafelnikov, detto Kalashnikov. Lui in realtà preferisce Marat Safin, l’altro nr.1 russo a cavallo del millennio, «ma – aggiunge – ammiro anche molto Nadal». Non a caso Andrey si allena in Spagna, nella stessa academy del suo amicone Khachanov, con Fernando Vicente, expo’ spagnolo che fuori dal campo se lo coccola come un attendente con il tenentino di sangue blu. Andrey è nato a Mosca, papa Andrey senior è un ex pugile che ha fatto fortuna con la ristorazione e possiede una catena di 14 locali, mamma Marina una maestra di tennis. Anche il Rublev junior si allena sul ring, e adora Mike Tyson, ma le sberle che escono da un fisico filiforme (1,88 per 65 chili) sono più merito del suo timing perfetto, dei piedi veloci e della rapidità di braccio, che dei muscoli. «Da piccolo sognavo di andarmene da Mosca – racconta – ora penso che sia la città più bella del mondo. Purtroppo è troppo fredda per allenarsi…». A Milano una finale l’aveva giocata: da under 18 al Bonfiglio, perdendola con il suo connazionale Safiullin. Al Roland Garros invece da juniores ha vinto, nel 2014, prima di passare a tempo pieno fra i pro’. Nel 2015 il debutto in Coppa Davis, quest’anno il boom: primo torneo Atp, vinto a Umago passando sopra a Fognini e Lorenzi, e soprattutto un quarto di finale agli Us Open dove ha sorpreso due Top Ten come Dimitrov e Goffin prima di sbattere contro Nadal. Al Milan e all’Inter preferisce il Real Madrid («Scusate…»), alla Scala i dischi di Celentano, può diventare il primo re del baby Masters ma le nuove regole non gli piacciono neanche un po’: «Ma come, mi alleno come un matto e poi devo giocarmi un set in un quarto d’ora? Naaa….». Non fate fretta al Piccolo Maestro, che oggi in finale se la vedrà con il soldatino sudcoreano Hyeon Chung

 

Il futuro è Russia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Lucky Rublev, da quando ha vinto il torneo di Umag. Non il solito fortunato perdente, qualcosa di più. Sono i particolari a decretare chi ne ha più di altri, chi si ritrova per grazia ricevuta con il vento che ti spinge da dietro. E Andrey è uno capace di scalare le montagne dandosi la spinta su quei piccoli favori. Scena risaputa: lui va fuori nelle qualifiche di Umag, il torneo a poche curve dall’Italia, ma rientra nel tabellone per l’addio all’ultimo minuto del cocco di casa. E chi è il cocco bello? Borna Coric, stessa età, stessi obiettivi, salire più in alto possibile ed entrare almeno nel Master degli Allievi di fine anno. Andrey gli prende il posto, e non lo batte più nessuna. Sfila a Coric anche il posto nella classifica dei bimbi e insieme i complimenti di chi se ne intende. Ora il cocco bello è lui. E lo guarda dall’alto. Può permetterselo. Appuntamento alla Next Gen. Rublev vi giunge dopo aver criticato le nuove regole, «mi sembra già così difficile giocarsi le chance con questo tennis che non vedo davvero l’urgenza di renderlo più complicato», dice, facendo gli occhi spiritati (cosa che gli viene bene, dato che li ha già così) ma è il n. 1 perché Zverev va al Master adulto, di Londra. Non il miglior Rublev, al via delle Finals, ma lui i colpi li ha, la tigna è proverbiale, e se deve tirare tira, non si trattiene, forse nemmeno gli riesce. Coric invece batte tutti, gioca a modo, ha gambe veloci, meno colpi ma più fiato. Sembra una semifinale senza pronostico, fra i due, di difficile lettura fra chi tira e chi pedala. E invece, la semifinale non c’è. Alla sola vista di Coric, Rublev ritrova tutti i colpi e gioca con i sentimenti. Il conto finale è chiuso in tre set (4-1 4-3 e 4-1)e una racchetta fatta a pezzi. Quella di Coric. Lucky Rublev… Anche da prima di Umag, di Coric e della stessa decisione di diventare giocatore. Andrey ha la mamma maestra di tennis, Marina Marenko si chiama. È coach di giocatrici importanti e lo porta con sé, consentendogli di trasformare il campo nel suo box. Le gambe belle e tornite che gli fanno compagnia, nel suo scorrazzare felice a raccogliere palline, sono quelle di Anna Kournikova. Forse l’aria spiritata gli è venuta da li. Poi la signora Marina passa ad altre tenniste, negli ultimi tempi la Gavrilova e ancora più di recente la Khromacheva. Non ha più tempo per Lucky, e lo sbologna verso la Spagna, che già ospita l’amico del cuore di Andrey, un ragazzo saggio di cui Marina si fida, Karen Khachanov, che ha un anno in più. L’insegnamento spagnolo funziona. Rublev ne ricava un coach, Fernando Vicente (il massimo per uno che voglia giocare “come diavolo mi pare”), una certezza, che si possa colpire con la mannaia anche sulla terra rossa, e un vantaggio, quello di non aver timore di chi lo voglia tenere in campo per ore. Rublev su questo è tetragono, e condivide con Khachanov un’idea precisa: esiste un solo tennis, servizio e dritto, due colpi e via. La Russia ha portato a queste Next Gen Finals tre prodotti nati da una precisa strategia, quella della delocalizzazione. Altro modo per dirlo, la formula della delega. Finita l’era di Safin e Kafelnikov, la Grande Madre ha rinsanguato le proprie cianotiche schiere spingendo i giovani nelle migliori Accademie lontane dalla Russia. Ha delegato la Spagna, soprattutto, e ora la Francia, dopo un tentativo meno fruttuoso negli Stati Uniti. Per non dire dei russi portati via dagli stessi genitori, verso altre terre ed esperienze. Due nomi? Sasha Zverev, tanto per dire, oggi tedesca E Denis Shapovalov, russo ebreo e canadese. Ma chi è rimasto basta per disegnare un futuro a tinte forti. Daniil Medvedev è cresciuto in Francia e oggi con gli altri due, gli spagnoli Rublev e Khachanov, fa intravedere una squadra di Coppa Davis che potrebbe dominare per anni. I numeri, non sono ancora quelli dei Paesi guida, ma la Russia ristrutturata dal “sistema delle deleghe” vanta oggi 5 giocatori nei primi 100 e soprattutto, 77 tennisti in classifica Atp, di cui 67 sotto i 27 anni di età. Trentacinque gli Under 21. Uno, forse, il vincitore delle prime Next Gen Finals. Lo deciderà il match con Chung che ha battuto Medvedev 4-1 4-1 3-4 1-4 4-0.

 

Tutti i premi per Federer e gli ex nr.1 guardano (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Andy Murray vola basso. L’ultima cosa che i grand’ufficiali dell’Ordine dell’Impero Britannico possono permettersi è spararle grosse, figurarsi uno che lo è diventato “per i servizi resi al tennis”. Dice che alla ripresa della stagione ci sarà, forse Brisbane, di sicuro Melbourne, Australian Open. «Non per vincere», assicura. «Ci vorrà tempo. Però sono convinto che dopo i primi mesi tornerò competitivo». Lascia campo libero alle “sue” ATP Finals, non senza qualche rimpianto. Un anno fa si prendeva tutto il pacchetto spintonando via un Djokovic già al lumicino: prima vittoria al Master e prima volta n.1. È di nuovo papà, da pochi giorni, ancora una figlia: se passerà in bianco qualche nottata non sarà per il tennis in tivù. Ha meno remore Serena Williams, ma lei non è grand’ufficiale di niente. Serena a Melbourne va per vincere (con marito e figlia al seguito). E stata esplicita. Da quando è scesa dal podio più alto del ranking, il tennis femminile si sta azzuffando perla sua eredità. Kerber Pliskova, Muguruza, ora la Halep. Ma lei è pronta a riprenderselo e a metter fine alla gazzarra. E questo significa “rimettere le cose a posto”. Meno chiaro, in questa breve rassegna di ex n.1 in libera uscita, è come se la stia passando Novak Djokovic. Non benissimo, si sente dire. Ma sono voci… La bua al gomito è sempre lì, dicono. Si sta allenando con la sinistra, giusto per non perdere il timing con la palla. Forse sarà a Melbourne, lui non vuole mancare, ma non si sa in quali condizioni e se sarà troppo presto. Non vi sono certezze, ma nei giorni scorsi, invitato al “Late Night Show’ di James Corben, prima di misurarsi in una prova di tiro al bersaglio (sullo stesso Corben) gli hanno chiesto se intendesse farlo con la sinistra. E poi dicono che la gentilezza non faccia notizia. Tutto questo (e altro) alla vigilia dell’Atp Finals alla O2 Arena, che va in scena da domani con un n.1 vero (Nadal, alla quarta designazione di fine anno) e uno eterno (Federer). Le operazioni sono cominciate giovedì notte con la consegna dei premi per la stagione appena finita. Losvizzero ne ha ricevuti tre, e i primi due a loro modo troveranno un posto nel Libro dei Record: “giocatore più amato” dal pubblico per la 15° volta di fila, e “giocatore più sportivo per la 13a volta negli ultimi 14 anni, quest’ultimo premio attribuito dai colleghi

 

 

 

 

 

 

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Paolo Canè: «Insegno ai ragazzi a ritrovare il sorriso» (Cutò)

La rassegna stampa di venerdì 29 maggio 2020

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Paolo Canè: «Insegno ai ragazzi a ritrovare il sorriso» (Massimo Cutò, La Nazione)

«Abbiamo riaperto la scuola tennis lunedì. Quando sono arrivati i bambini mi sono messo a piangere: faticavo a riconoscerli. E anche ora, mentre ne parlo, tremo». Paolo Canè, bolognese, 55 anni, uno dei più puri talenti del tennis italiano, da sette anni insegna ai ragazzini la cosa che sa fare meglio. Vive a due passi dal centro sportivo di Gorle, nella Bergamasca, con la moglie Erika e due dei suoi tre figli: Achille, cinque anni, e Samuele di quattro. La famiglia Canè, come altre, si è trovata al centro dell’inferno: Gorle è nella zona in cui il Covid ha imperversato, seminando terrore e vittime. Com’è andata? «Ci siamo chiusi in casa, uscivo solo io una volta alla settimana a fare la spesa. Sentivamo di continuo la sirena del a ambulanze: ho visto le bare accatastate nelle chiese e trasportate dai camion militari. Adesso c’è il contraccolpo psicologico. L’ho capito dai miei figli, che pure sono stati fortunati: possono correre nel giardino di casa, sfogarsi, giocare tra loro. Eppure hanno sofferto senza gli amici, è mancato il confronto. II mio primo figlio di 15 anni, Lorenzo, vive a Torino con la madre e non lo vedo da gennaio. Un disastro. Ma fosse solo questo… La parte peggiore è vedere la paura negli occhi dei bambini e non riuscire a rimuoverla. I miei allievi vanno dai 5 ai 15 anni. Quelli che soro tornati al tennis hanno problemi evidenti: non parlano, non si aprono, hanno lo sguardo perso. Prima le lezioni erano una festa, si faceva casino, c’erano scherzi e risate. Ora mi trovo davanti degli automi: il dritto e il rovescio li aggiusti, ma con il sorriso come fai?».

Bisogna essere psicologi. Lei ci riesce?

 

Ci provo. Lo so, può sembrare un paradosso. Paolino Canè, soprannominato Neuro, lavora sulla testa dei bambini. Proveremo a farcela con un po’ di normalità, la cosa che manca. Qui nella Bergamasca la cappa è pesante, i contagi continuano, l’ansia ci perseguita.

Uno che ha sconfitto Connors, Edberg, Ivanisevic e Cash. Uno capace nel 1990 di emozionare l’Italia davanti alla tv in un match infinito contro il numero uno Wilander, battuto in Coppa Davis tra lacrime e adrenalina. Uno così non è sprecato per allenare i più piccoli?

Non ho rimpianti, sono felice così. L’esperienza di giocatore mi ha reso paziente, con gli allievi faccio un patto già il primo giorno. Gli spiego: io ti do il mio tempo, tu non farmi perdere tempo. In campo ci divertiamo. Ma sono un maestro tosto che tiene alle regole: rispetto e disciplina. Senza però mettere pressioni. Con i ragazzi serve il contagocce: verranno fuori quando è tempo. I genitori stanno alla larga, possono venire a vedere i figli sul campo una volta al mese. L’importante è crescere, non diventare campioni.

Lei era un campione matto, dicevano.

Ti appiccicano un’etichetta e non te la togli: la gente non poteva sapere quanto lavoro c’era dietro ogni partita. Quando ho tra le mani un ragazzino da plasmare, penso a quel Paolino che a 13 anni ha lasciato la famiglia per giocare a tennis. In giro per il mondo finché ha smesso perché il fisico non reggeva più. Altrimenti sarebbe ancora li, con la racchetta in mano e un rivale da battere. Il più difficile? Se giochi a tennis capisci che l’avversario più temibile, il vero nemico, sei tu. A volte rivedo le mie partite registrate, per spiegare ai ragazzi il gioco di una volta. Faccio fatica a guardare il giocatore che ero: la sofferenza, il dolore.

Chi era Canè?

Uno che aveva il fuoco dentro. E che ce l’ha ancora.

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Alessandro Giannessi: “Sogno il Roland Garros” (Bertellino)

La rassegna stampa di giovedì 28 maggio 2020

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Intervista ad Alessandro Giannessi: “Sogno il Roland Garros” (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Alla scoperta di Alessandro Giannessi, classe 1990, spezzino e già top 100. La strada del professionismo è tortuosa: «Occorrono tantissime qualità. È un percorso lungo e fatto di sacrifici. Soffrire, accettare i momenti negativi è fondamentale. Ripartire anche dopo gli infortuni che purtroppo fanno parte del gioco. Io ne ho avuti diversi e penso di essermi sempre rialzato alla grande». Un’operazione al polso destro nello specifico è stato uno dei momenti più difficili. «Ho ripreso dopo 7-8 mesi con i futures, un altro ambiente. Ho fatto abbastanza presto a tornare nel circuito Challenger da cui ho preso slancio per arrivare al best ranking di n°84 al mondo». Tre in totale le vittorie Challenger. «Sono legato a tutte, anche se la prima, arrivata a Banja Luka in un 100 mila dollari, è un grande ricordo. Un torneo al quale ero arrivato in un momento difficile dopo diverse eliminazioni al 1° turno; non sapevo se partecipare fino all’ultimo minuto. Ci sono andato da solo e ho colto il massimo. Anche questo fa parte del tennis e delle sue variabili». Diverse le finali raggiunte, sempre a livello Challenger. «Tra i match decisivi quello che ricordo negativamente risale al torneo di Francavilla, con la sfida per il titolo persa contro il portoghese Sousa. Se l’avessi vinta sarei entrato in tabellone direttamente a Parigi e a Wimbledon. In entrambi quegli Slam rimasi invece fuori di uno». […] Ora Giannessi ai allena con Flavio Cipolla. «Siamo amici, quando ha smesso per un problema sapevo che voleva iniziare a lavorare come allenatore e mi sono proposto. Mi ha aiutato tantissimo in questi due anni. Ho trovato una stabilità mentale e di tennis che spero mi possano poi portare ai risultati sperati». La ripresa dopo il lockdown. «Vedo la situazione ancora complicata per tornare a giocare in tutto il mondo. Tutti i governi e tutti i Paesi dovranno dare il proprio ok». […] I prossimi obiettivi di Alessandro Giannessi? «Ottenere dei buoni risultati e superare il mio best ranking. La top 100 è il sogno di ogni tennista grazie alla quale acquisisci anche la tranquillità economica. Sono nato e cresciuto sulla terra rossa e il Roland Garros è l’appuntamento nel quale spero un giorno di fare un grande risultato. Crescendo mi sono adattato anche alle superfici veloci e specie sul cemento outdoor mi trovo bene».

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Renzo Furlan: “In Serbia a caccia dei nuovi Djokovic” (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 26 maggio 2020

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Intervista a Renzo Furlan: “In Serbia a caccia dei nuovi Djokovic” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Renzo Furlan da giocatore è stato numero 19 del mondo e a lungo una delle certezze della nostra squadra di Davis. Dopo l’esperienza da direttore del centro federale di Tirrena, ha iniziato una collaborazione con la federazione serba, incaricato da Novak Djokovic in persona di una missione a cui il numero 1 del mondo tiene molto: trovargli un erede, possibilmente anche più di uno. […] Conosciamo il Djokovic tennista. Ci racconta il suo lato di dirigente? «Quella prima volta parlammo due ore, e Djokovic mi impressionò per la chiarezza di pensiero e la concentrazione. Aveva in mente un progetto perfettamente definito, e non si rilassò un minuto. Quelle due ore mi sorpresero, e mi aiutarono a capire il Djokovic giocatore. Uno che sa darsi una disciplina ferrea e dispone di un’energia impressionante». Ultimamente ha fatto notizia per alcune opinioni molto controverse…. «Io conosco la sua grande etica lavorativa. Novak si interessa molto al futuro del pianeta, alle energie riciclabili, è molto rigoroso nell’alimentazione. E non credo che si metterebbe mai sulla maglietta uno sponsor di cui non condivide i principi». Come si è svolto il suo lavoro in questi anni? «Dal luglio del 2016 ci siamo concentrati sulla fascia 12-20 anni, compilando schede sui migliori e iniziando a lavorare sui sei campi che Djokovic mette a disposizione della federazione all’interno del suo Novak Tennis Center di Belgrado, ma muovendoci anche nelle quattro regioni in cui è diviso il Paese. […]». In che misura Djokovic finanzia l’attività della federazione? «Non so dirlo, ma sicuramente ha una grande influenza. È evidente il suo desiderio di restituire parte di quello che ha ricevuto dal tennis. Sa di avere il potere di cambiare le cose, e vuole impiegarlo al meglio. È molto preoccupato, ad esempio, che si possano perdere per strada potenziali talenti. Stesso discorso per Tipsarevic, che ha un’altra bellissima academy e sta facendo bene anche come promotore. Purtroppo allo sport non arrivano molti fondi dallo Stato, il tennis in questo è nelle stesse condizioni del calcio, della pallavolo che ottiene ottimi risultati, o del basket, che pure ha come presidente un altro mito dello sport come Sasha Danilovic». La figlia dell’ex giocatore della Virtus Bologna, Olga, fra l’altro gioca a tennis… «Un talento fenomenale. È nata nel 2001 e l’anno scorso a Mosca ha già vinto un torneo Wta. Ha un potenziale atletico e tecnico enorme, però è imprevedibile, nel bene e nel male, proprio come suo padre. Può arrivare in alto, ma deve trovare continuità». Chi sono gli eredi del Djoker? «La Serbia è un Paese di appena 7 milioni di persone e i tesserati del tennis restano pochi, nonostante il traino di Djokovic, Tipsarevic e Ana Ivanovic. Ma i talenti ci sono: penso a Hamad Medjedovic, un classe 2003 che ha fatto finale a Tarbes, nel torneo che ha un albo d’oro pieno di campioni; o a Branko Djuric, 2005, un montenegrino che si allena anche da Riccardo Piatti a Bordighera. Sta crescendo inoltre tutto un sottobosco di giovani che promette molto bene». Oltre all’impegno in Serbia per lei c’è anche il ruolo di allenatore di Jasmine Paolini, la nostra migliore azzurra insieme a Camila Giorgi… «Uscita da Tirrenia, Jasmine mi ha chiesto di darle una mano. Non posso seguirla sempre, ma lei è stata bravissima ad adeguarsi a una situazione non facile. Io l’alleno a Massa, il suo preparatore Michelangelo Manganello sta a Pisa, insomma non c’è una base fissa. Oggi è 90 del mondo, deve consolidarsi e salire ulteriormente. Jasmine, nonostante non sia altissima, ha grandi qualità tecniche e tattiche e molti margini di miglioramento. Il 29 giugno fra l’altro la accompagnerò in Serbia per la seconda tappa dei tornei che organizza Tipsarevic». La grande stagione del nostro tennis femminile non ha lasciato eredi all’altezza. Come mai? «Una generazione come quella, con quattro Top 10 che hanno tutte vinto o fatto finale in uno Slam, non la rivedremo facilmente. C’è molto da ricostruire, ma non è sempre facile avviare nuovi cicli. Insieme a Jasmine ora abbiamo Elisabetta Cocciaretto, altra giovane molto interessante, e se loro cresceranno potranno fare da traino ad altre giovanissime che iniziano a muoversi». Il settore maschile stava invece conoscendo una stagione eccezionale. Continuerà dopo la ripresa? «È il momento migliore degli ultimi 30 anni. Ci sono veterani di grande qualità come Fognini e giovani già fortissimi come Berrettini. Lorenzo Sonego a 25 anni è nei Top 50, Stefano Travaglia ha recuperato dopo tanti infortuni, e un giovanissimo come Sinner è stato capace di vincere le Next Gen Finals a 18 anni; un’impresa eccezionale. Lorenzo Musetti e Giulio Zeppieri hanno solo un anno meno di Jannik, dietro di loro troviamo un talento come Luca Nardi. C’è qualità in tutte le generazioni, e i successi di Sinner possono ispirare molti ragazzi».

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