La Fed Cup di CoCo Vandeweghe

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La Fed Cup di CoCo Vandeweghe

Dopo 17 anni gli USA tornano a vincere la Fed Cup, proprio nell’anno in cui hanno cambiato la guida tecnica

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Nella finale di Fed Cup disputata a Minsk contro la Bielorussia gli Stati Uniti erano favoriti, e sono riusciti a confermare il pronostico. Hanno forse sofferto più del previsto, ma alla fine hanno coronato con il successo una seconda parte di stagione straordinaria per il loro movimento femminile. Dopo un lungo periodo in cui il tennis USA ad alto livello si era identificato esclusivamente con le sorelle Williams, negli ultimi anni sono emersi ricambi di qualità. I risultati lo confermano: vittoria a Flushing Meadows con Sloane Stephens, in uno Slam caratterizzato dal monopolio statunitense (quattro semifinaliste su quattro); e dopo diciassette anni di digiuno la 18ma affermazione in Fed Cup, manifestazione storicamente trascurata da Serena e Venus Williams.

CoCo Vandeweghe
In Fed Cup Vandeweghe ha vinto tutti i match disputati nel 2017; agli Stati Uniti ha portato 8 dei 9 punti necessari per vincere il trofeo: 6 singolari (contro Germania, Repubblica Ceca e Bielorussia, e 2 doppi (contro Rep Ceca e Bielorussia, entrambi decisivi). Anche a Minsk è stata indispensabile, e ha dimostrato di essere l’architrave della squadra. L‘ingresso in top ten raggiunto di recente certifica la sua grande stagione, con due semifinali Slam (Australian e US Open) e i quarti a Wimbledon.

Su di lei mi sono sbagliato: l’avevo sottovalutata. Ormai le manca un piccolo passo per diventare una giocatrice di primissima fascia, in grado di raggiungere qualsiasi traguardo. E se prima sembrava una tennista con un carattere un po’ troppo aggressivo e sfrontato rispetto ai risultati ottenuti, ora che è diventata più vincente e concreta penso che la sua spavalderia cominci a diventare un fattore, un aspetto in grado di intimorire alcune avversarie. In questo direi che assomiglia al suo coach Pat Cash, che da giocatore ha avuto una carriera particolare; Cash era un tennista spesso frenato da problemi fisici, ma quando era a posto fisicamente non aveva il minimo timore reverenziale nei confronti di qualsiasi avversario, fosse anche il numero uno al mondo. E se aveva l’occasione di batterlo non se la faceva sfuggire (ne sa qualcosa Ivan Lendl).

 

Ma della collaborazione tra Vandeweghe e Cash, l’aspetto secondo me più interessante è forse quello tecnico-tattico: CoCo ha cominciato una trasformazione del suo gioco, rendendolo più stabile ma anche più classico, tanto che a volte prende una piega quasi old fashion. Vandeweghe era soprattutto uno picchiatrice, con un servizio potente, un dritto altrettanto potente ma un rovescio a volte fuori controllo. Malgrado questo, cercava quasi sempre di fare a pallate anche dalla parte sinistra, anche se con risultati alterni.

Da quando lavora con Cash, invece, ha evoluto il repertorio: utilizza più spesso servizi lavorati e ha compiuto progressi nel suo colpo più incerto. Ha infatti cominciato ad alternare al “vecchio” rovescio bimane lo slice a una mano, a cui fa ricorso quando non ha il tempo per preparare come si deve l’esecuzione di potenza, ma anche quando vuole rompere il ritmo all’avversaria. In più ha imparato a utilizzarlo per verticalizzare, secondo uno schema che ormai è diventato raro nel tennis contemporaneo; sono infatti poche le giocatrici (ma anche i giocatori) che usano lo slice come approccio per scendere a rete. E se penso alla Vandeweghe dei primi anni di circuito, mai avrei pensato che sarebbe stata proprio lei a riproporre soluzioni di un tennis tipico del secolo scorso, e oggi in via di estinzione. Una ragione in più per seguirla con interesse nel 2018.

Sloane Stephens
Dopo la vittoria agli US Open, Stephens aveva giocato a Wuhan, Pechino e Zuhai senza riuscire a racimolare nemmeno un set: certo non il miglior modo di presentarsi alla finale di Fed Cup. Si potrebbe provare ad analizzare i suoi match di Minsk a partire da questioni tecnico-tattiche, ma personalmente sono convinto che le sconfitte abbiano soprattutto cause mentali. Infatti sia contro Sabalenka che contro Sasnovich si è portata avanti nel terzo set, ma al dunque ha finito per farsi superare.

Il suo 2017 è stato straordinario: prima l’inattività per infortunio, poi il ritorno senza aspettative particolari; e invece, dopo pochi match di preparazione, addirittura la vittoria in uno Slam. Cosa è accaduto dopo Flushing Meadows? Di fatto il successo improvviso l’ha destabilizzata; e non sappiamo nemmeno quanto oggi sia concentrata sul campo e quanto invece stia ancora assorbendo il terremoto di una vittoria che comunque cambia i connotati a qualsiasi carriera tennistica.
In più mi rimane un dubbio, legato alla sua difficoltà a viaggiare a lungo lontano dagli Stati Uniti senza risentirne. In tutto questo almeno una cosa però mi sembra certa: la pausa di fine stagione arriva più che mai opportuna.

Shelby Rogers
Esordiente nel 2017 in Fed Cup, ha chiuso la stagione con un bilancio di una sconfitta in singolare (contro la Rep. Ceca da Siniakova) e due vittorie in doppio: il primo successo l’ha ottenuto insieme a Mattek-Sands a risultato ormai acquisito (nel 4-1 contro la Germania); il secondo è stata proprio quello contro la Bielorussia, nella partita che ha assegnato la coppa. In sostanza: una sola vittoria utile, ma pesantissima.

A Minsk delle quattro giocatrici impegnate nel doppio decisivo era probabilmente quella che aveva più da perdere, visto che affiancava una compagna come Vandeweghe sino ad allora imbattuta; in caso di sconfitta quasi inevitabilmente sarebbe stata additata come il punto debole della coppia. Al dunque ha però fatto il suo, confermando in campo la superiorità che al doppio americano veniva attribuita sulla carta; e saper reggere il peso del pronostico è un merito non da poco.

Kathy Rinaldi
Neocapitana, ha vinto la Fed Cup alla prima occasione. Non si poteva immaginare un modo migliore di succedere al periodo di guida tecnica di Mary Joe Fernandez (2009-2016). Se da giocatrice Kathy non era mai riuscita a battere Mary Joe, da capitana le sono stati sufficienti tre turni per fare meglio. È stato un caso che la vittoria abbia coinciso con il cambio di conduzione? Forse sì, o forse no.

Personalmente non sono mai stato un grande fan di Fernandez, visto che non ho mai avuto la sensazione che fosse capace di aggiungere qualcosa al rendimento delle sue giocatrici. Avete presente quanto riusciva a tirare fuori da ogni convocata la capitana francese Amélie Mauresmo? Ecco, per l’ex selezionatrice USA direi quasi capitasse il contrario.
Fernandez ha perso incontri da favorita, come ad esempio nel 2014 in casa contro l’Italia di Giorgi e Knapp. Allora sul campo indoor di Cleveland era finita immediatamente sotto 0-3. Dopo la sconfitta del sabato di Madison Keys contro Camila Giorgi, il secondo giorno Fernandez aveva preferito schierare Alison Riske al posto della stessa Keys. Ancora oggi non ho capito come si possano prendere decisioni di questo tipo.

È presto per esprimere un giudizio approfondito su Kathy Rinaldi, ma direi che è difficile trovare errori nella sua Fed Cup 2017. Nella valutazione credo vada anche ricordato che nel loro cammino vincente gli Stati Uniti hanno affrontato tre squadre prive delle loro giocatrici più forti: la Germania senza Kerber, la Repubblica Ceca senza Pliskova, Kvitova, Strycova e Safarova e la Bielorussia senza Azarenka.

a pagina 2: la squadra bielorussa

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Aryna Sabalenka e il complesso degli Slam

Con il successo nel Premier 1000 di Madrid, Sabalenka raggiunge il proprio best ranking, ma anche un poco invidiabile record nella storia WTA

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Aryna Sabalenka - Wimbledon 2019

A Madrid si è disputato il secondo WTA 1000 della stagione, e si è rivelato un torneo ricco di partite di qualità, sin dai primi giorni. Turno dopo turno, su tutte sono emerse due giocatrici, Barty e Sabalenka, ciascuna a presidiare la parti opposte del tabellone, e quindi abbiamo potuto assistere alla miglior finale possibile.

Prima del match conclusivo, però, ci sono stati parecchi momenti degni di nota. Nella parte bassa del tabellone (quella di Sabalenka) in apertura di torneo l’interesse era concentrato su come se la sarebbe cavata Naomi Osaka al primo impegno della stagione sulla terra rossa. Naomi ha vinto all’esordio il derby giapponese contro Misaki Doi, ma si è fermata subito dopo contro Karolina Muchova, in un match nel quale sono apparsi evidenti i diversi gradi di adattamento delle due contendenti. Muchova a proprio agio sul rosso, Osaka in difficoltà a scaricare a terra la potenza su una superficie nella quale ancora fatica a spostarsi al meglio. E sappiamo che senza l’appoggio adeguato delle gambe a tennis non si va lontano.

Nei giorni successivi, mentre Sabalenka continuava a veleggiare spedita, Muchova e Pavlyuchenkova dovevano battagliare in partite maratona (contro Sakkari e Brady, e poi fra di loro), E non è stato da meno il match tra Halep e Mertens, con successo a sorpresa di Mertens, dopo due ore e tre quarti di lotta (4-6, 7-5, 7-5).

 

Ma ci sono state partite di qualità anche nella parte alta del tabellone (quella di Barty). Comincerei con Tamara Zidansek, sconfitta da Barty per 6-4, 1-6, 6-3. Zidansek ha sfoderato una giornata di grande ispirazione, molto simile a quella offerta al Roland Garros 2020, quando aveva impegnato allo spasimo Garbiñe Muguruza (con vittoria di Garbiñe per 7-5, 4-6, 8-6). Ancora mi domando come Zidansek sia in grado si raggiungere simili picchi di gioco e possa poi attraversare lunghi periodi nei quali si esprime a livelli molto inferiori.

Attesissimo anche il confronto fra le ultime due campionesse del Roland Garros. Barty e Swiatek. Ha prevalso la giocatrice più esperta e costante; Barty ha saputo approfittare degli alti e bassi che hanno penalizzato il talento di Swiatek. Notevole partita anche tra Kvitova e la vincitrice di Charleston Kudermetova, che, pur sconfitta, ha dimostrato di essere realmente diventata una giocatrice da terra. Ma va ricordato anche il quarto di finale tra la stessa Kvitova e Barty, che ha prevalso per 6-1, 3-6, 6-3, portando in parità il dato degli scontri diretti (5-5).

Infine citerei Paula Badosa, che ha dimostrato che la semifinale raggiunta a Charleston (dopo avere sconfitto nei quarti la numero 1 Ashleigh Barty) non era stata un caso. Badosa si è confermata in grande crescita spingendosi di nuovo in semifinale, uscendo vincitrice da una porzione di tabellone che in teoria doveva essere presidiata da Svitolina e Bencic.

La finale è stata la degna conclusione del torneo, e anche il terzo confronto nel giro di poche settimane tra Barty e Sabalenka. I precedenti dicevano Barty per 2-0. Ashleigh aveva infatti vinto in marzo sul cemento di Miami, a livello di quarti di finale, per 6-4, 6-7, 6-3. Poi, dopo il passaggio sul rosso, aveva confermato la supremazia nella recente finale di Stoccarda: 3-6, 6-0, 6-3.

A Madrid Sabalenka ha cominciato in modo travolgente, con un tennis vicino alla perfezione. Lo testimoniano le statistiche: 11 vincenti, un solo errore non forzato e conseguente 6-0 in 26 minuti. In pratica ha rifilato un bagel alla numero 1 del mondo, giocatrice considerata giustamente un modello di solidità.

Nel secondo set però Aryna ha cominciato a sbagliare di più, mentre Barty trovava più spesso risposte efficaci; gli scambi hanno cominciato ad allungarsi e il confronto si è spostato verso un genere di tennis più affine a quello di Barty. E così il 6-3 ha rimesso le cose in parità.

Nei due precedenti Ashleigh si era sempre imposta alla distanza, e anche nel terzo set di Madrid sembrava essere più in controllo. Tanto che quando, sul 4-4 e servizio, Sabalenka si è trovata sotto 15-30, ho pensato che si fosse vicini alla stessa conclusione di Miami e Stoccarda. Invece un parziale di undici punti a zero per Sabalenka ha chiuso la partita in modo opposto e inequivocabile. Nel corso di questo parziale da K.O. è affiorato un po’ di braccino da parte di Ashleigh, ma anche, da parte di Sabalenka, il profondo desiderio di scrollarsi di dosso le due sconfitte subite da poco. Dopo due set caratterizzati da una chiara prevalenza tecnica, direi che nel terzo a rivelarsi decisivi sono stati soprattutto gli aspetti mentali e agonistici.

Grazie a questo successo, Sabalenka conquista il best ranking di carriera, numero 4. A proposito di questa nuova posizione raggiunta, gli esperti di statistiche ci hanno rivelato un dato: nell’era open WTA è la prima volta che una tennista si arrampica fino al numero 4 della classifica, senza però essere mai andata oltre il quarto turno in uno Slam.

Scoperto questo dato, il popolo della rete si è sbizzarrito in parallelismi. Oltre a quello più ovvio (le giocatrici numero 1 mai vincitrici Slam) c’è chi ha citato il caso di Caroline Garcia, numero 4 con un solo quarto di finale Slam (Roland Garros 2017)

O quello di Elina Svitolina, salita al numero 3 nel settembre 2017 senza mai essere andata oltre i quarti di finale Slam (oggi però vanta due semifinali raggiunte nel 2019). O perfino quello di Steffi Graf, numero 4 del mondo nel febbraio 1986 senza avere ancora vinto un torneo a livello WTA: avrebbe colmato la lacuna in aprile, con il successo a Hilton Head (in finale su Chris Evert). Ricordo però che nella primavera 1986 Steffi non aveva ancora compiuto 17 anni…

Dati e numeri per tutti i gusti (spero non ci siano errori, non è semplice verificare certe statistiche), che vanno considerati senza dimenticare che una inevitabile caratteristica delle giocatrici più giovani sta nel raggiungere alcuni traguardi avendone altri ancora da conquistare.

In ogni caso stupisce che, al di là della posizione certificata dal ranking, una giocatrice come Sabalenka, capace di offrire fasi di tennis super-dominante, non sia ancora riuscita a essere protagonista nei Major. Vediamo come sono andate le cose fino a oggi per Aryna, tenendo presente che è nata il 5 maggio del 1998, e quindi ha appena compiuto 23 anni.

a pagina 2: I primi Slam di Aryna Sabalenka

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Tre temi da Stoccarda e Istanbul

Gli aggiustamenti tattici di Ashleigh Barty, gli alti e bassi di Aryna Sabalenka, e il record di Sorana Cirstea

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Sorana Cirstea - WTA Istanbul 2021 (via Twitter, @TennisChampIst)

Con il torneo di Stoccarda le tenniste di vertice sono tornate a giocare in Europa; hanno affrontato per la prima volta la terra rossa, cominciando l’avvicinamento al Roland Garros. In Germania ha vinto la testa di serie numero 1, Ashleigh Barty, prima tennista australiana a conquistare il torneo tedesco. Il suo successo merita qualche riflessione soprattutto per come ha saputo, in tre occasioni, risalire la corrente, vincendo i match dopo aver perso il primo set.

Ashleigh Barty
Grazie alla vittoria a Stoccarda, Barty ha raccolto nella attuale stagione 2471 punti. E visto che Naomi Osaka in questo 2021 ne ha guadagnati 2400 tondi, significa che dopo molto tempo classifica ufficiale e Race coincidono, con lo stesso nome al comando. Insomma, dopo il 2020 trascorso quasi senza senza giocare, la numero 1 del mondo comincia a dare una più solida legittimità alla posizione di vertice.

Barty ha vinto due degli ultimi tre tornei a cui ha partecipato. Dopo il successo a Miami, ha perso a sorpresa sulla terra verde di Charleston (sconfitta da Paula Badosa), ma si è subito rifatta a Stoccarda. Visto il tabellone limitato le sono bastate quattro partite per raggiungere il titolo, ma questo non significa che sia stato tutto facile.

 

Ha esordito battendo 6-0 7-5 la wild card Laura Siegemund: autentica enfant du pays (è nata a pochi chilometri dall’impianto tedesco) capace di raggiungere due volte la finale a Stoccarda: nel 2016 (persa contro Kerber) e nel 2017 (vinta contro Mladenovic). La attuale Siegemund, però, non vale più la giocatrice di quegli anni: il grave infortunio subito al ginocchio nel 2017, qualche settimana dopo la partita contro Mladenovic, ha lasciato il segno sul suo rendimento odierno.

Nel turno successivo Barty ha rischiato grosso contro Karolina Pliskova: ha vinto 2-6, 6-1, 7-5 e più volte si è trovata a due punti dalla sconfitta, in particolare quando Pliskova sul 5-4 terzo set ha servito per il match. Di questa partita segnalerei soprattutto la ritrovata competitività di Karolina: chissà che non sia un momento di svolta dopo il lungo periodo di appannamento, al quale nemmeno la nuova collaborazione con il coach Sascha Bajin sembrava riuscire a porre rimedio. Naturalmente è presto per certificare che abbiamo ritrovato la migliore Pliskova, e il fatto che non sia riuscita a chiudere la partita a proprio favore lo dimostrerebbe; ma essere stata in grado di misurarsi alla pari con la numero 1 del mondo ha comunque un importante significato.

La partita migliore del torneo secondo me Barty l’ha sostenuta contro Elina Svitolina. Un match probabilmente influenzato dagli avvenimenti del turno precedente. Perché se Ashleigh era passata a fatica contro Pliskova, Svitolina aveva rischiato ancora di più contro Kvitova, scampando a due match point nel secondo set, prima di prevalere al terzo. Nei momenti più difficili contro Kvitova, Elina si era spesso aggrappata al servizio, che l’aveva sostenuta a livelli sorprendentemente alti (sette ace e il 64% di prime).

Sulla scia di questo successo nei quarti, Svitolina è scesa in campo in semifinale contro Barty con uno slancio e una convinzione eccezionali: ha vinto il primo set senza nemmeno concedere palle break, servendo l’’84% di prime, con un contorno di 3 ace ma anche di parecchi servizi vincenti. Fatico a ricordare una Svitolina così efficace in battuta, rafforzata dalla solidità dei tempi migliori nello scambio da fondo. Insomma, per Barty non era facile rovesciare l’andamento dell’incontro, tanto è vero che Elina si è trovata nella condizione di servire per il match sul 6-4, 5-4.

Ma proprio nei momenti più difficili Ashleigh si è comportata da numero 1: ha preso atto che Svitolina stava giocando benissimo e ha provato a cambiare le proprie impostazioni tattiche. E Barty se lo può permettere, vista la completezza tecnica che possiede. Ha quindi provato a esplorare un ambito di gioco nella quale non risultasse soccombente, e lo ha trovato a rete. Ha cominciato a verticalizzare di più, muovendosi in avanti non solo per “benedire” palle facili, ma per cercare di consolidare tutte le minime situazioni di vantaggio che si sviluppavano nello scambio da fondo. Appena c’era l’opportunità, toglieva tempo all’avversaria cercando di colpire di volo.

Grazie a questo atteggiamento, gli schemi del match sono cambiati e Barty ha raccolto nei pressi della rete quasi tutti i punti più importanti del finale di secondo set. Sul 4-5 ha strappato il servizio ad Elina e poi è riuscita ad allungare il set sino al 6 pari. Infine nel tie break ha sfoderato una serie di volée di qualità assoluta, che meriterebbero di essere riviste integralmente. La sintesi del video fornita da WTA non le presenta tutte, ma ne bastano un paio per dare l’idea. La prima è una smorzata da metà campo, dopo aver fintato l’esecuzione dello schiaffo di potenza. La seconda un drop-shot di dritto a conclusione di una discesa in controtempo. Eccole:

La decisione di scendere a rete con più frequenza per sparigliare il confronto e indebolire il mix vincente di Svitolina (eccezionale servizio unito alla notevole efficacia difensiva durante lo scambio) ha permesso a Barty non solo di vincere il secondo set, ma anche di smorzare l’entusiasmo di una giocatrice in grande fiducia, sino a rovesciare completamente l’inerzia del match. Come testimonia il punteggio finale: 2-6, 7-6(5), 6-2.

A conti fatti si è rivelata più semplice la finale contro Sabalenka. perchè Aryna è durata un set, ma poi le si è spenta la luce in modo definitivo, e la partita si è avviata alla conclusione senza che Barty avesse nemmeno bisogno di raggiungere eccezionali livelli di gioco: 3-6, 6-0, 6-3.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Osorio e Fruhvirtova, teenager a Charleston

Nel torneo in South Carolina vinto da Astra Sharma si sono messe in luce protagoniste giovanissime

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Linda Fruhvirtova - WTA Charleston 2021 (via Twitter, @VolvoCarOpen)

Il secondo torneo disputato sulla terra verde di Charleston, un WTA 250, sembrava dovesse rispettare le gerarchie delle teste di serie. Infatti la numero 1 in tabellone, Ons Jabeur, era approdata in finale contro Astra Sharma dopo avere vinto con margine i turni precedenti. Quattro successi in due set, lasciando al massimo cinque game a match. Invece in finale è arrivata la sorpresa.

Jabeur ha vinto il primo set 6-2, e anche nel secondo set sembrava fosse imminente lo strappo decisivo per chiudere la partita e conquistare il titolo. Ma nei game finali Ons ha cominciato a sbagliare di più, e ha perso il parziale 5-7. Poi alla distanza è calata drasticamente, subendo un inatteso 1-6. E così la numero 27 del ranking ha lasciato strada alla numero 167. Con questa controprestazione Jabeur deve ancora rimandare l’appuntamento con il primo successo in un torneo a livello WTA.

 

Dalla stagione 2020, pur tra le difficoltà della pandemia, Jabeur ha compiuto un notevole salto di qualità, certificato anche dal best ranking in carriera: numero 25 raggiunto proprio questa settimana. Ma c’è ancora qualcosa da aggiustare nel suo tennis, tanto spettacolare quando gira al meglio. Forse pecca nella tenuta fisica alla distanza, ma forse è soprattutto un problema di convinzione in alcuni frangenti dei match importanti. La metterei in questo modo: il suo tennis è creativo ed efficace quando tutto funziona, ma tende a diventare forzato e un pochino cervellotico quando le cose non girano a dovere. E i colpi diventano poco produttivi.

Ma va dato merito anche alla avversaria in finale, Astra Sharma. Con i nuovi meccanismi di calcolo del ranking, Sharma aveva appena visto scadere i punti della finale ottenuta a Bogotà nel 2019, e questo le aveva causato un arretramento di oltre 30 posti. Ma il successo di Charleston le ha permesso di risalire sino alla posizione 120. E così dopo la sconfitta di due anni fa contro Amanda Anisimova in Colombia, Sharma ha conquistato alla seconda occasione il suo primo titolo a livello WTA.

Malgrado la finale abbia offerto il confronto tra due giocatrici in piena maturità (Jabeur ha 26 anni e Sharma 25), a mio avviso l’aspetto più interessante di Charleston “bis” è legato alla presenza di ben tre teenager nei quarti di finale: Clara Tauson, Maria Camila Osorio Serrano e Linda Fruhvirtova.

Di Tauson (nata nel dicembre 2002) ho già scritto in occasione del suo successo nel WTA 250 di Lione, all’inizio di marzo (vedi QUI). Allora aveva vinto partendo dalle qualificazioni, e quella vittoria non aveva solo significato il primo titolo in carriera a livello WTA, ma anche l’ingresso in Top 100. Questa volta è il momento di parlare di Osorio Serrano e Fruhvirtova.

Maria Camila Osorio Serrano
La semifinale raggiunta dalla giovane tennista colombiana in South Carolina segue di pochi giorni il suo trionfo a Bogotà: anche per lei primo titolo in carriera a livello WTA, da profeta in patria. La classica settimana da sogno, conclusa come meglio non poteva, con la vittoria in finale su Tamara Zidansek.

A livello tecnico, però, probabilmente vale di più la semifinale nordamericana rispetto al successo sudamericano. Facciamo due conti: in Colombia la giocatrice sconfitta più alta in classifica era stata la numero 93 Zidansek. In South Carolina invece, Osorio ha battuto la numero 51 Linette al primo turno e la numero 91 McHale al secondo. Poi ha avuto la meglio su Tauson (ma con un successo per ritiro), prima di fermarsi contro la futura vincitrice Sharma in semifinale. Mettendo in fila le partite di Bogotà con quelle di Charleston, Osorio ha vinto otto partite consecutive, e questo le ha permesso di ottenere il best ranking della sua breve carriera: numero 118 WTA. 

A 19 anni compiuti (è nata il 22 dicembre 2001), Osorio nei prossimi mesi proverà a sfondare la barriera della Top 100, cercando di avvicinare i risultati ottenuti nel recente passato da altre due colombiane: Mariana Duque Marino (best ranking numero 66 e un titolo vinto, anche lei a Bogotà) e soprattutto Fabiola Zuluaga (best ranking numero 16 nel 2005 e semifinalista all’Australian Open 2004). Zuluaga ha vinto 5 titoli a livello WTA, e 4 di questi a Bogotà: nel 1999, 2002, 2003, 2004.

Sorprende fino a un certo punto che per tre giocatrici colombiane il torneo di casa si sia trasformato nel “terreno di caccia” preferito: dato che la capitale della Colombia si trova a oltre 2600 metri sul livello del mare, le condizioni di gioco sono molto particolari, e probabilmente chi è cresciuta in un contesto del genere riesce a esprimersi meglio rispetto a chi deve adattarsi in pochi giorni al tennis in altura.

Maria Camila proviene da una famiglia di sportivi, ma non di tennisti: infatti sia il nonno che il fratello sono arrivati a giocare nella nazionale di calcio colombiana. Lei invece ha scelto il tennis dopo che da bambina aveva incrociato per caso in televisione un match di Federer. È rimasta stregata dal gioco in generale ma anche da Roger, tanto da averlo “inseguito” nei tornei dello Slam che ha affrontato da junior. È riuscita ad agganciarlo e a farsi fotografare insieme a Roger proprio nell’ultima occasione, a New York 2019. Osorio infatti ha vinto il suo titolo Slam (US Open 2019) quando stavano per scadere i limiti di età.

Anche se in WTA non ha ancora raggiunto i livelli di Duque Marino e Zuluaga, è comunque la prima colombiana della storia a essere arrivata alla posizione numero 1 della classifica junior; raggiunta il lunedì successivo alla vittoria nello Slam (9 settembre 2019). Forse non è stata precocissima nei risultati (ricordo per esempio che sono nate nel 2001 Amanda Anisimova e Iga Swiatek), ma ha dimostrato di avere cominciato con il piede giusto il passaggio al professionismo: numero 478 a fine 2018, numero 184 a fine 2019, con il primo successo a livello ITF nel 15K di Cucuta, che è la sua città natale.

Nelle partite di Charleston Maria Camila ha dato prova di possedere alcune tipiche doti di chi è cresciuta sulla terra rossa: due buoni fondamentali da fondo, ma anche la capacità di utilizzare il drop-shot e di misurarsi con i frequenti corpo a corpo che la palla corta può innescare. D’altra parte non dispone di una potenza devastante, e difficilmente può fare la differenza con i colpi di inizio gioco. Per questo penso che per crescere in futuro dovà trovare i giusti equilibri che le permettano di valorizzare il pià possibile gli aspetti tattici e agonistici.

a pagina 2: Linda Fruhvirtova

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