Federer: "Splendido anno. Ora vacanze, non vedo l'ora di tornare"

Interviste

Federer: “Splendido anno. Ora vacanze, non vedo l’ora di tornare”

LONDRA – Dopo la sconfitta con Goffin: “Ha meritato, è stato il migliore oggi. Mi preparerò al meglio per il 2018”

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Si è conclusa a tredici la striscia di vittorie consecutive di Roger Federer: dopo i trionfi di Shanghai e Basilea, e il passaggio immacolato del girone qui a Londra, lo svizzero è stato sconfitto dal belga David Goffin. Roger non ci aveva mai perso nel precedenti sei confronti, ma Goffin aveva detto in conferenza stampa che aveva pronto “un piano nuovo”. E apparentemente ha funzionato. Questa la conferenza stampa di Federer dopo il match, avvenuta immediatamente dopo la conclusione dell’incontro, come da prassi quando lo svizzero perde.

Immagino sia difficile, ma puoi spiegare cosa è successo dopo aver perso il primo set? Bravo lui, o tu sei calato?
Mi ha strappato il servizio subito nel secondo set, avevo avuto varie occasioni per chiudere il game e continuare a tenere alta la pressione. Non ho servito come avrei dovuto, lui ha indovinato alcune risposte, credo che quello sia stato il momento chiave. Da quel momento le cose sono girate per il verso giusto per lui, si sentiva meglio anche da fondocampo, non sbagliava più come prima. Quando ha alzato il livello, non sono riuscito a seguirlo, il mio livello calava e lui migliorava. Non ho mai raggiunto il mio livello migliore. ono deluso, ma lui ha giocato benissimo e merita di andare in finale.

David ieri aveva detto di avere un piano diverso rispetto alle altre sei volte in cui avete giocato. Hai visto qualcosa di diverso?
Ha giocato meglio, è un buon piano (ride). È semplice. Non credo ci siano state troppe differenze, ce ne sarebbero state se avesse iniziato a mettersi dietro la riga di fondo e tirare su pallonetti. non ha giocato bene per un set, poi ha alzato il livello. Forse l’ho aiutato, forse no, ma credo che oggi la risposta migliore abbia battuto il servizio migliore. È una delusione perché è indoors, mi piace giocare qui. Ma ho avuto possibilità e le ho mancate, quando le ha avute lui, le ha convertite. È stata questa la differenza.

 

Ovviamente sei deluso oggi. Ma potresti giudicare la tua stagione, e le tue prospettive verso la prossima? Quali sono i tuoi obiettivi?
È stato un anno incredibile, sono felice di aver giocato a questi livelli dall’inizio fin praticamente alla fine, oggi. Grandioso, mi sono davvero divertito. Mi sono sentito giocare anche in un modo che mi piace, aggressivo, scendevo a rete. Avrei voluto farlo di più oggi, peccato finire così. Ma qualsiasi cosa sia successa oggi, è meno importante di tutta la stagione, per cui sono estremamente contento. Quanto ai programmi, sicuramente la preparazione fisica non durerà sei mesi come lo scorso anno. Mi allenerò con la racchetta solo due-tre settimane, non sei come lo scorso anno, sarà più breve. Ma l’ho fatto per quindici anni, quindi so cosa fare. Adesso penso alle vacanze, lontano dal campo, dalla pressione e spero di far bene in Australia. Non vedo l’ora.

Come valuti la tua condizione di salute durante tutta la stagione? Il ginocchio, la schiena?
Il ginocchio non mi ha dato problemi. La schiena solo a Montrèal, poi ho attraversato una fase in cui ero di nuovo in fiducia, miglioravo. Ho avuto bisogno di più tempo di quanto pensassi, onestamente. Quando mi sono fatto male a Montrèal non ero in condizioni di giocare, forse mi sarei dovuto fermare, ma non credo di essere peggiorato solo perché ho portato il match al termine. Anche dopo New York lo sentivo ancora un po’. Quindi sono sollevato dall’aver potuto finire alla grande con Shanghai, la Laver Cup, Basilea e qui. Vuol dire che è tutto alle spalle, e mi fa bene sapere che sono ancora capace di riprendermi. Considerando come è andato lo scorso anno, questo è stato perfetto.

A proposito dell’Australia. Quanto tempo passerai in vacanza, senza fare nulla? Quando riprenderai a lavorare per l’Australia?
Mi prenderò due settimane, probabilmente. Credo sia quello di cui abbiamo bisogno alla fine di ogni anno, non solo io ma anche mia moglie, i ragazzi. Abbiamo bisogno di passare un po’ di tempo in famiglia, ci piace molto. Sono gli anni più importanti della nostra vita, questi che possiamo trascorrere insieme. Inizierò ad allenarmi di nuovo a dicembre, forse qualcosa già durante le vacanze, mi muoverò un po’ per evitare il trauma di ricominciare all’improvviso. Poi andrò alla Hopman Cup a fine anno, credo giocherò il mio primo match il 30.

Sei tornato alla grande quest’anno. Cosa ti aspetti da Stan, Novak e Andy? Ti aspetti che tornino come hai fatto tu o avranno bisogno di più tempo?
C’è sempre da aspettarsi un processo lento, se è più rapido, tanto meglio. Abbiamo tutti avuto bisogno di una pausa, non è stata una mia scelta lo scorso anno. A volte mi descrivete come un genio, che mi sono preso una pausa, sono tornato e ho vinto. Non funziona così. Se avessimo potuto, non ci saremmo fermati. Tornare è sempre una sfida, per il corpo, per il team perché ci vuole pazienza e positività. Non è facile. Da chi è stato al top del ranking o ha vinto Slam, come Andy, Novak e Stan, mi aspetto tornino alla grande, magari non subito all’inizio. Ma non mi sorprenderei se anche per loro andasse bene come è andata a me o a Rafa. Per gli altri, onestamente non sono sicuro di che problemi abbiano. Spero che anche Kei, Tomas e Milos trovino la loro strada per tornare a girare: se lo facessero in Australia sarebbe quasi epico, il ritorno di tutti. Se li mischi con i nuovi arrivati, anche quelli che adesso sono entrati in top 10 o alle Finals, o i più giovani, sarebbe un inizio di stagione grandioso.

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Interviste

Gaudenzi: “Il tennis sopravviverà al ritiro di Federer, Nadal e Djokovic”

Il presidente ATP ha parlato con la Gazzetta dello Sport, dalle Finals di Torino alle questioni legate a ranking e calendario. La sinergia con WTA e ITF e i danni economici causati dalla pandemia

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Andrea Gaudenzi si sta preparando alla sua seconda stagione a capo dell’ATP, e ha parlato con Riccardo Crivelli delle sfide affrontate in questo primo anno segnato prima dagli incendi australiani e dall’interruzione del circuito per via della pandemia. Senza dubbio si è trattato del momento più complicato per il tennis (e non solo) dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ma secondo Gaudenzi la crisi ha comunque avuto un piccolo risvolto positivo, cioè quello di “[u]nire le varie anime del tennis. La pandemia ha portato solo una cosa di buono: abbiamo lavorato finalmente in sinergia con WTA e ITF. Del resto le settimane sono 52 per tutti ed è inutile forzare la mano da una parte o dall’altra. Ci sono troppe regole diverse, troppe complessità organizzative: è il momento di superarle“.

Per questo motivo, il dirigente non guarda con favore al terzo grande scoglio emerso nel 2020, cioè la secessione operata dalla PTPA di Djokovic e Pospisil, un progetto che a suo parere non può portare benefici: “Ci sono tre giocatori nel board dell’ATP, nessuna decisione può essere presa contro il loro interesse. Siamo aperti al confronto e ai suggerimenti, ma la divisione non porterà da nessuna parte“.

Gaudenzi ha rivelato che presto le classifiche potrebbero tornare alla normalità: Da marzo vorremmo riprendere il ranking classico, e avere una Race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”. Proprio la densità del calendario, però, è la questione più complicata da dirimere al momento: “Siamo ancora in piena pandemia, pur sforzandoci non possiamo ragionare troppo a lungo termine. Per questo aggiorneremo il calendario ogni trimestre: fino all’estate avremo delle preoccupazioni, poi credo che dall’autunno, grazie al vaccino, ci avvicineremo alla normalità. In ogni caso al momenti tutti i tornei in programma da aprile in poi sono confermati”.

 

La problematica, tuttavia, non è solamente legata agli impedimenti generati da questa ondata del coronavirus, ma anche ai danni economici causati ai tornei minori da quella precedente, e Gaudenzi lo sa bene: “Stiamo ancora studiando le carte, certamente è stato un periodo durissimo. Tutti i tornei giocati dopo il lockdown hanno subito perdite, gli Slam e i Masters 1000 più o meno hanno resistito, il problema sono stati, e saranno, i 250. Ma per loro gli aiuti economici arriveranno più corposi”.

C’è poi una potenziale asperità a lungo termine, vale a dire l’impatto sul circuito maschile del ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, che ormai non può essere troppo distante. Il numero uno ATP, tuttavia, non si dice troppo preoccupato: “Ho cominciato a giocare con Sampras e Agassi e si diceva che dopo di loro ci sarebbe stato il diluvio. Gli Internazionali d’Italia o Wimbledon mantengono la loro grandezza a prescindere dai protagonisti”. In Italia, in particolare, il gioco sembra destinato a crescere sempre di più, un po’ per le Finals, un po’ per la presenza di tanti grandi realtà e prospetti, Jannik Sinner su tutti. Qual è il parere di Gaudenzi sull’altoatesino? Ha testa e talento, è solido, arriverà lontano. Lo aspettiamo a Torino, ovviamente. Con gli altri italiani fortissimi”.

A proposito di Torino, Gaudenzi si è detto felice di quanto fatto finora per prepararle: “Un grande lavoro, di cui stiamo già valutando la bontà. Siamo molto ambiziosi, abbiamo uno standard molto alto fissato a Londra in 12 anni con più di 3 milioni di spettatori. Siamo fiduciosi che Torino, il Piemonte, l’Italia, faranno ancora meglio. Noi, come ATP, possiamo garantire la qualità dello show e del prodotto tennis a chi acquista il biglietto, ma sull’indotto serve l’impegno delle istituzioni sportive e politiche. Mi sembra che siamo sulla buona strada”.

L’ultima domanda dell’intervista ha invece riguardato il dibattito su potenziali cambiamenti regolamentari per rendere lo sport più rapido e appetibile, ma secondo Gaudenzi il lifting di cui ha bisogno il tennis riguarda la vendita del prodotto, non il prodotto in sé: Non sono fautore del cambiamento delle regole. Piuttosto pensiamo di rendere questo tennis più fruibile attraverso le nuove piattaforme. Dopo, magari, penseremo alle regole”.

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Focus

Giornata no per Berrettini tra campo e “politica”

Sconfitto da Bublik nei quarti di Antalya sprecando non poco, Matteo è molto critico con Tennis Australia per la controversa querelle della “doppia bolla”

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Matteo Berrettini - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

Matteo Berrettini è corrucciato mentre risponde alle domande dei giornalisti in conferenza stampa ad Antalya. Da pochi minuti ha ceduto ad Alexander Bublik il pass per le semifinali del 250 turco: la prima sconfitta dell’anno fa sempre un po’ fatica ad andare giù, soprattutto se le occasioni per evitarla sono state parecchie. “Ho disputato un buon primo set, ho anche avuto due palle per il doppio break, ma ho giocato un brutto game sul cinque a quattro, quando avrei dovuto chiudere. Perso il tie break sono sceso, soprattutto a livello di energie mentali. Lui ha alzato il livello, anche al servizio. È andata così“.

Il kazako d’importazione è tennista notoriamente insondabile, non disabituato a cambiare marcia quando sembra impantanato nelle sabbie mobili, e viceversa. “Però l’ho visto centrato, di solito non esserlo con costanza è il suo problema principale – continua Matteo -. Oggi Sasha è migliorato con il passare del match; le tante palle corte che nel primo set non gli riuscivano si sono trasformate in vincenti quando ha iniziato a definire meglio la tattica per giocarle. Lo sanno tutti, è un giocatore pericoloso con un gran servizio, quando è di luna buona può mettere in difficoltà chiunque“. Il primo grande obiettivo stagionale è comunque previsto qualche settimana più in là, quindi non è il caso di crucciarsi troppo. “Ho bisogno di mettere partite nelle gambe, di competere. La sconfitta che oggi fa male, si rivelerà un utile esercizio nei prossimi giorni“.

E nelle prossime ore occorrerà imballare i bagagli, perché la trasferta australiana incombe. “Andrò a Dubai e da lì, il quattordici, volo per l’Australia. Ancora non ho deciso se partire subito e trascorrere nell’Emirato un paio di giorni oppure farci solo scalo, fermandomi qui in Turchia fino a giovedì. Stiamo valutando il da farsi in questi minuti“. Se le modalità della partenza sono ancora incerte, l’approdo sicuro sarà Melbourne, nella “bolla grande”. Le modalità – e le tempistiche – scelte da Tennis Australia per gestire l’isolamento dei tennisti dopo il pasticciaccio del Westin Hotel non sembrano trovare il gradimento di Matteo. “Nulla contro i colleghi che andranno ad Adelaide, dopotutto gli organizzatori hanno garantito per loro e per noi le stesse possibilità di allenarsi, ma un altro sconvolgimento del programma a pochi giorni dalla partenza avrebbero potuto risparmiarselo. Credo che l’intera situazione non sia stata gestita nel modo migliore“.

 

Per Berrettini – che si allenerà nella prima settimana con Felix Auger-Aliassime per poi unirsi nella seconda al “contingente” Medvedev-Bautista – la trasferta australiana non significherà solo Happy Slam. “L’ATP Cup (in programma a Melbourne Park dal primo al cinque febbraio, NdR) è un appuntamento a cui tengo molto. Si gioca per il team, finalmente davanti al pubblico. Ma la gran parte dei miei pensieri è indirizzata altrove“. Facile capire dove.

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Focus

L’appassionato di tennis e il sogno che si avvera

La storia di Matt Roberts: da spettatore-appassionato in pochi anni è divenuto conduttore di uno dei podcast più popolari. I problemi con i social media e lo US Open in roulotte

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I conduttori di The Tennis Podcast: Catherine Whitaker (sinistra), David Law (centro) e Matt Roberts (destra)

Ogni tanto nel tennis vediamo alcuni giocatori che dopo tanti anni di lacrime e sangue tra ITF e Challenger riescono a raggiungere quell’equilibrio che consente di raccogliere i frutti di tanto lavoro e vedersi catapultati alle luci della ribalta del circuito maggiore. Ma non capita solamente ai giocatori: qualche volta capita anche a semplici appassionati come Matt Roberts, londinese di 24 anni, che per una serie di giochi del destino è riuscito a diventare una delle voci di The Tennis Podcast, uno dei più quotati podcast in ambito tennistico a livello mondiale.

The Tennis Podcast è nato quasi nove anni fa da un’idea di David Law, ex Communication Manager dell’ATP che ora fa il giornalista freelance, e Catherine Whitaker, il principale volto tennistico di Amazon Prime Video nel Regno unito. Il podcast è cresciuto di anno in anno e nel 2017 ha iniziato a raccogliere fondi attraverso campagne Kickstarter ogni anno sempre più trionfali.

La campagna Kickstarter per la stagione 2021, lanciata all’inizio del dicembre scorso, ha raggiunto il suo target di 80.000 sterline britanniche (circa 88.500 euro) in soli due giorni e a dieci giorni dalla scadenza si trova a oltre 107.000 sterline (118.000 euro) raccolte. David, Catherine e Matt producono ogni settimana e sono seguiti da circa 25.000 spettatori ad ogni episodio, con la frequenza che diventa giornaliera nel corso dei tornei più importanti.

 

Durante questa off-season abbiamo parlato con Matt Robert per capire meglio come è riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro.

Matt, quando hai iniziato a seguire il tennis e come sei entrato a far parte del team a The Tennis Podcast?

Ho iniziato a seguire il lo sport quando avevo 7-8 anni. A quell’epoca abitavo a pochi passi dal Surbiton Tennis Club, lo stesso che ogni anno ospita il torneo Challenger, ma durante quel periodo non avevo mostrato alcun interesse verso il tennis. È cominciato tutto appena abbiamo traslocato. A 10 anni mia nonna mi accompagno per una giornata a Wimbledon: aveva vinto il sorteggio per poter avere i biglietti per il Campo 1 il sabato della seconda settimana, quindi non c’erano match di tabellone principale, tuttavia sono riuscito a vedere Roger Federer che si allenava sui campi laterali. Mi ricordo di aver sgomitato per arrivare vicino al campo e fare qualche foto sfuocata di Federer e di Tony Roche con la mia macchina fotografica monouso; sono sicuro di avere ancora da qualche parte quelle foto. È stata un’esperienza splendida”.

Per quel che riguarda il podcast, è cominciato tutto quando ero all’Università, dove studiavo Francese e Spagnolo. Durante le vacanze pasquali del primo anno mandai un tweet a David chiedendo se avessero bisogno di uno studente per uno stage. Erano alcuni anni che ascoltavo il podcast, e come a volte capita nella vita il mio tempismo fu perfetto, perché David e Catherine avevano deciso di mantenere la frequenza settimanale per il podcast ma avevano bisogno di aiuto a portare avanti il lavoro. C’era bisogno di qualcuno che potesse dare una mano con i social media, le ricerche, insomma un po’ tutto. E quindi per i successivi tre anni ho lavorato dietro le quinte ai podcast mentre completavo gli studi per la mia laurea”.

Non ho mai avuto intenzione di diventare una voce del podcast, ma nell’estate del 2018 mi hanno assunto part-time, e a un certo punto, mi hanno messo un microfono in mano e ho iniziato a trasmettere”.

Gli ascoltatori del podcast avevano sentito parlare dello “Studente Matt” prima di sentire la sua voce, e in breve tempo lo “Studente Matt” è diventato il “Laureato Matt” per poi diventare…solo Matt!

Qual è stato il tuo primo torneo con l’accredito al collo?

È stato al Queen’s nel 2015, pochi mesi dopo aver contattato il podcast via Twitter. David voleva farmi sperimentare un torneo da dietro le quinte per la prima volta, non feci molto in quella occasione, andai a vedere un sacco di partite, assistendo anche alle conferenze stampa…

A sentir così sembra un sogno che si avvera…

Lo è stato veramente! C’era Nadal, c’era Wawrinka che aveva appena vinto il titolo a Parigi. Non riuscivo a credere di essere vicino a queste persone che prima per me esistevano solamente in televisione”.

Ho lavorato al Queen’s ogni anno da allora, mentre il primo torneo in cui sono stato accreditato come “The Tennis Podcast” è stato le ATP Finals 2018. Fu un passaggio molto importante per noi, perché non avevamo idea di come saremmo stati ricevuti a livello di ‘media’, e da quel momento in poi ci siamo resi conto che potevamo essere on-site, e produrre contenuti sul posto, che è il modo in cui rendiamo al meglio”.

C’è stato un momento in cui hai realizzato che la tua vita era cambiata?

Sì! Mentre stavo andando in Australia nel 2019, era sempre sembrato un tale volo pindarico, andare all’Australian Open, e mentre ero seduto sull’aereo andando a Melbourne ho pensato ‘Accidenti, gli ascoltatori del podcast hanno pagato per mandarmi in Australia”. È stato un momento molto intenso – ho provato insieme gratitudine, eccitazione, ansia. E una volta arrivato là c’è stata la giornata di Murray-Bautista Agut, nel quale andai a dormire dopo le 5 del mattino, puntando la sveglia per un paio d’ore più tardi per ricominciare tutto da capo. A quel punto ero talmente preso dal turbinio del torneo che non ho avuto il tempo di pensare a nient’altro. Poi, durante il mese successivo, ho cominciato davvero a realizzare quello che era successo, e non volevo far altro che partire di nuovo per andare a un altro torneo. Ho capito che potevo fare questa vita e che questa vita mi piaceva”.

Qual è l’aspetto di questa vita che di piace di più e quello che ti piace di meno?

Andare sul posto ai tornei è sicuramente la cosa che mi piace di più. Chiaramente non quest’anno… Si possono trovare contenuti migliori quando si è sul posto, si vive di adrenalina, e riusciamo a portare gli ascoltatori con noi attraverso il podcast. Inoltre, mi piace molto poter avere al mio fianco David e Catherine sia come amici sia come mentori. Trovo l’ambiente della sala stampa ancora abbastanza intimidante, giusta o sbagliata che sia ho l’impressione che tutte le persone che sono lì dentro siano più preparate ed esperte di me, che si siano guadagnate il diritto di essere lì, mentre io ci sono capitato quasi per caso. Mi rassicura molto che [David e Catherine] rappresentino il mio ‘spazio sicuro’, e sono molto felice di essere riuscito a trovare una situazione lavorativa così appagante così presto”.

Ciò che mi piace di meno… beh, i social media sono una battaglia costante e per il momento ancora difficile da risolvere. Ovviamente devo molto ai social media, è così che sono riuscito a contattare David, ci fanno arrivare tanti messaggi di supporto dagli ascoltatori, e rappresentano un’incredibile fonte di statistiche e di notizie oltre ad essere un formidabile strumento di marketing”.

Ma possono anche far affiorare i lati peggiori delle persone, abbiamo avuto la nostra dose di troll, specialmente dalle persone che non ascoltano il nostro programma. Perché quelli che ascoltano sanno che ci piace vedere il lato divertente dello sport e farci una risata ogni tanto, anche se ovviamente ci interessa molto il tennis e prendiamo il nostro lavoro molto seriamente. Riuscire a trovare il giusto tono sui social media può essere complicato. Magari è colpa mia che reagisco in maniera spropositata, ma un brutto commento può tranquillamente rovinarti la giornata se preso in maniera troppo personale”.

Catherine, Matt e David durante una registrazione (foto: The Tennis Podcast)

Essere un appassionato di tennis è una scelta di vita: richiede molte ore passate davanti alla TV, spesso ad orari poco socievoli. Come ha influenzato la tua vita negli anni dell’adolescenza?

Seguire il tennis può essere un’attività molto solitaria, a meno di non avere un gruppo di amici che anche loro hanno la stessa passione. Ma è comunque uno sport di nicchia e molto spesso si è soli a guardare le partite, ed è anche per questo che i social media hanno avuto un impatto molto importante sugli appassionati di questo sport. Ho bei ricordi delle notti passate a guardare l’Australian Open, quando mi alzavo preso per poter guardare alcune ore di tennis prima di andare a scuola, e probabilmente quello è stato il segnale che ero abbastanza dedicato e forse anche sufficientemente svitato da essere un appassionato di tennis”.

E a causa della pandemia ci ha costretto tutti a tornare le vecchie abitudini seguendo i tornei in televisione. Durante lo scorso US Open hai adottato una strategia piuttosto singolare, vero?

Sì. Il piano era quello di andare a New York, ma ovviamente la pandemia ha impedito a me e a tutti gli altri di farlo. Per produrre la copertura del torneo che avevamo in mente sarebbe stato necessario di fatto vivere con gli orari di New York pur rimanendo nel Regno Unito, e dal momento che vivo con i miei genitori, la situazione sarebbe stata abbastanza sconveniente sia per me sia per loro. Quindi David e Catherine mi hanno permesso di affittare un luogo tutto mio per poter vivere lì nel corso delle due settimane dello US Open e in questo modo poter essere più libero di seguire gli orari del torneo. E guarda caso c’è una rimessa di roulotte proprio a 10 minuti da casa mia, così sono riuscito ad affittare una di quelle roulotte per due settimane e coprire il torneo vivendo lì. Era molto più economica di qualunque altra sistemazione, e abbiamo trasformato la cosa in una specie di ‘fil-rouge’ per tutte le due settimane”.

Il tennis è uno sport che davvero dirotta la tua vita, il calendario diventa il calendario tennistico: non si pensa più in termini di mesi, aprile smette di essere aprile ma diventa l’inizio della stagione sulla terra battuta. Probabilmente è per questo motivo che ho finito per scoprire il podcast, perché avevo solo un amico che seguiva il tennis, e diversi altri che giocavano ma non erano appassionati di tennis professionistico, e quindi volevo qualcuno con cui parlare”.

Credo di aver capito che il tennis era parte di me quando, il giorno dopo la finale maschile di Roma nel 2006, quella tra Federer e Nadal durata cinque ore, andai a scuola dichiarando con grande senso di orgoglio che avevo guardato tutto il match dall’inizio alla fine”.

Per finire, ho preparato una serie di domande a raffica.

Slam preferito?
Australian Open

Torneo preferito?
Probabilmente ancora l’Australian Open, ma da un punto di vista personale direi il Queen’s perché è stato dove tutto è iniziato

ATP o WTA?
Non posso scegliere! Entrambi!

Fusione tra ATP e WTA: Sì o no?
Mi piacerebbe vedere una fusione; ma temo che non sia un’ipotesi realistica. I tornei migliori sono quelli combined, quindi credo che la fusione sarebbe una cosa positiva per il tennis, ma la vedo di difficile realizzazione.

L’autunno e i WTA Championships in Cina. È stata una decisione giusta o no?
La WTA ha probabilmente preso la decisione che aveva più senso in quel momento. Credo che sia positivo che la WTA abbia raggiunto il mercato asiatico, è dove c’è il maggior potenziale di crescita. Personalmente preferirei che i tornei di fine anno, sia ATP sia WTA, si trasferissero più spesso, diciamo ogni 2-3 anni. Capisco la logica di creare una tradizione in un luogo solo, di diventare parte del calendario locale, ma è davvero un peccato che il tennis non riesca a portare in giro maggiormente questi tornei.

Domanda classica: al meglio dei 3 o al meglio dei 5?
Non vedo perché si debba scegliere. C’è spazio per entrambi i formati. Non voglio veder sparire il meglio dei 5, dobbiamo mantenerlo.

Quale soluzione preferisci per il set decisivo di una partita tra le quattro che vengono proposte dai tornei dello Slam?
Nel caso di partite al meglio dei 3 set, vorrei vedere il set ad oltranza [come al Roland Garros]; Per i match al meglio dei 5 set, la soluzione dell’Australian Open con il tie-break a 10 punti è quella che preferisco.

Davis Cup classica o Kosmos Cup?
È una domanda difficile. Ho avuto la fortuna di assistere all’ultima finale con la formula classica nel 2018, e l’atmosfera era incredibile. Entrambe le formule hanno vantaggi e svantaggi. In definitiva, credo che una riforma fosse necessaria, quindi preferirei la versione Kosmos, ma con qualche cambiamento. Vorrei vedere un turno in più con la formula casa/trasferta, non credo che uno solo sia sufficiente, e poi fare una finale con solo 8 squadre, preferibilmente a eliminazione diretta.

Let o no-let?
Let.

Ad o no-ad?
Ad.

Coaching o no-coaching?
No-coaching.

Sessione diurna o sessione serale?
Sessione serale.

UTS o NextGen Finals?
NextGen Finals.

Djokovic, Federer o Nadal?
È un tranello? Da quale punto di vista?
Pensa al gioco della torre: chi butteresti giù dovendone eliminare due?
Così è ancora peggio! Manteniamo in vita tutti, e diciamo che in una valutazione complessiva il migliore è Nadal.

A Wimbledon, bianco o colori?
Colori.

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