Nei dintorni prima di Djokovic: Boba, il panino con SuperMac e il regalo da Lendl

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni prima di Djokovic: Boba, il panino con SuperMac e il regalo da Lendl

Semifinalista Slam in singolare e n. 1 ATP in doppio. Slobodan “Boba” Zivojinovic, il primo campione serbo. L’amicizia con Becker, la vittoria su McEnroe in Australia, la Coppa Davis. Ed il rimpianto per quella semifinale di Wimbledon

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Poco prima che Novak Djokovic nascesse, a metà degli anni Ottanta, a Belgrado si faceva il tifo per un altro tennista originario della capitale serba. Ma a quel tempo per lui si tifava anche a Zagabria, Lubiana, Sarajevo… Come sarebbe successo poi anche per Monika Selesche proprio in quegli anni cominciava a farsi notare a livello juniores tanto da attirare l’attenzione di un “guru” come Bollettieri, e infine per le prime vittorie da “pro” di Goran Ivanisevic. C’era infatti ancora la Jugoslavia. Il tennis nello stato federale balcanico aveva sempre avuto discreta fama, già ben prima che nascessero i grandi campioni appena citati. Tra gli anni Sessanta e Settanta per merito dei risultati dei croati Nikki Pilic (finalista a Parigi nel 1973 e semifinalista a Wimbledon nel 1967 in singolare, vincitore in doppio a Wimbledon nel 1970), Zeljko Franulovic (anche lui runner-up in singolare allo Slam parigino e vincitore del torneo di Montecarlo, di cui è oggi il direttore) e Boro Jovanovic (arrivato nei quarti a Parigi nel 1968, in doppio finalista con Pilic a Wimbledon nel 1962). Dalla seconda metà degli anni Settanta per i successi della slovena Mima Jausovec, vincitrice e poi altre due volte finalista al Roland Garros, Proprio dopo il canto del cigno di Mima, che arrivò in finale a Parigi nel 1983 e da lì iniziò il suo declino, ecco spuntare dalla Serbia, paese che non vantava particolari tradizioni tennistiche (tra i ’60 e i ’70 c’era stato Nikki Spear, best ranking n. 78 nel 1977, scomparso proprio pochi giorni fa), lui, Slobodan Zivojinovic.

Nato a Belgrado nel 1963, “Boba”, com’è soprannominato Zivojinovic, in carriera ha vinto due titoli di singolare (Houston e Sydney) ed ha raggiunto il suo best ranking al n. 19, mentre in doppio ha trionfato in otto tornei (tra i quali uno Slam) ed è arrivato al primo posto della classifica mondiale di specialità. Il gigante belgradese (198 cm di altezza per 100 kg), divenne famoso tra il 1985 ed il 1986. Prima agli Australian Open del 1985, quando nei quarti battè John McEnroe 6-0 al quinto, e poi l’anno successivo a Wimbledon, quando arrivò nuovamente in semifinale e fu sconfitto solo al quinto da Ivan Lendl. Nello stesso anno vinse poi gli US Open di doppio in coppia con Andre Gomez, conquistando nello stesso periodo la vetta del ranking ATP. Tre delle sue vittorie in doppio il tennista a quei tempi jugoslavo le conquistò assieme ad uno dei suoi più grandi amici nel circuito, Boris Becker. Talmente amici da giocare assieme un’esibizione a Belgrado, dopo che Becker aveva vinto già trionfato due volte a Wimbledon, la cui organizzazione fu curata dallo stesso Zivojinovic.

In occasione del trentennale di quell’evento, disputato il primo ottobre 1987, Zivojinovic ha rilasciato un’intervista ad una emittente serba, in cui e raccontato un po’ di aneddoti della sua carriera. A partire proprio dal ricordo di quella esibizione disputata al “Marakana” di Belgrado, lo stadio della Stella Rossa (oggi stadio “Rajko Mitic”, in onore di uno dei più grandi giocatori del calcio jugoslavo, che disputò tutta la carriera con i biancorossi belgradesi) che ai tempi poteva ospitare oltre 100.000 spettatori, da cui il soprannome che ricorda il celebre stadio brasiliano, prima che le ristrutturazioni ne riducessero la capienza a poco più della metà (come del resto è accaduto anche per l’impianto di Rio de Janeiro).
Sono passati trent’anni, wow! È veramente tanto tempo… Però è uno di quei match che mi è rimasto impresso nella memoria. Prima di tutto perché fu la prima volta che venne organizzata un esibizione simile nel nostro Paese. Fu un’enorme soddisfazione per me ospitare Boris Becker, che è stato mio compagno di doppio per diversi anni. Noi cominciammo la nostra carriera assieme qualche anno prima, quando Boris Becker non era ancora quel “Boris Becker”. La nostra amicizia nacque in quegli anni, quando giocavamo le qualificazioni nei vari tornei e poi siamo rimasti compagni di doppio e amici. L’esibizione fu una mia idea: avevo il desiderio che il nostro pubblico vedesse una grande star come Becker. Avevamo la Coppa Davis, ok, ma volevo che il tennis si affermasse ancora di più nel nostro paese.

 

Belgrado 1987 – Zivojinovic e Becker (Foto: Nebojša Paraušić)

Boba si era rivelato al grande pubblico proprio due anni prima. Ad essere precisi, infatti, il suo nome divenne conosciuto agli appassionati e famoso in patria un mesetto e mezzo prima del citato l’exploit Down Under, grazie alla clamorosa vittoria in Coppa Davis della Jugoslavia contro la Francia a Belgrado, nello spareggio per la permanenza nel World Group. La sfida si concluse con un inaspettato 4-1 a favore dei “plavi” (come venivano soprannominate le nazionali jugoslave, dal colore blu – plavo in serbocroato – della maglietta), grazie al 22enne Zivojinovic, che era entrato nei primi 100 nel marzo precedente e in quel periodo era attorno alla 70esima posizione del ranking, ed al 21enne zagabrese Goran Prpic, che era da poco nei top 150. I due sconfissero nei rispettivi singolari i favoritissimi transalpini Yannick Noah ed Henry Leconte, all’epoca rispettivamente top 10 e top 20. Il match fu giocato nella tipica atmosfera da match di Davis, al palazzetto Pionir di Belgrado (oggi Palazzetto Aleksandar Nikolic, in onore del grande allenatore di basket scomparso nel 2000), con l’accesissimo tifo dei sostenitori di casa. Tifo di cui peraltro i francesi si lamentarono non poco dopo la sconfitta. Zivojinovic quell’atmosfera se la ricorda ancora benissimo.
Devo innanzitutto dire una cosa: non ho mai perso quando ho giocato a Belgrado. Vinsi anche quell’esibizione con Becker! L’atmosfera del Pionir… Il Pionir ha qualcosa di unico. Sì, ci sono stati momenti da tifo calcistico. Per quanto riguarda ciò che dissero i francesi, il loro pubblico non è poi così diverso dal nostro. Non sono cosi “raffinati” come vorrebbero sembrare.

Passò un mese e mezzo e arrivarono gli Australian Open. E quella vittoria contro John McEnroe, che solo un anno prima era stato il dominatore il circuito (quel suo 96,5% di partite vinte del 1984, frutto di 82 vittorie e solo 3 sconfitte, non è stato sinora eguagliato) e che comunque aveva vinto otto tornei nel 1985 e puntava a conquistare per il quinto anno consecutivo la prima posizione in classifica a fine stagione. Ma ci si mise di mezzo Boba con il suo panino…
“Ah, quel panino… Fu una cosa incredibile. Dovunque vada – e questo non solo in Serbia e nel resto dell’ex Jugoslavia ma veramente dappertutto – quel panino mi segue, sono trentadue anni che mi segue. Probabilmente è il simbolo della mia carriera. Ora vi spiego come è andata. John McEnroe è uno sportivo molto intelligente. Nel tennis, quando si gioca al meglio dei cinque set puoi giocare anche 5-6 ore. Per un tennista non è possibile rimanere sempre concentrato e giocare il suo miglior tennis dall’inizio alla fine. Ci sono delle oscillazioni, per un paio di game non sei proprio al massimo, poi torni su e avanti così. Un loop.
Quando io presi il ritmo e iniziai a comandare il match, McEnroe capii quello che stava succedendo e quindi cercò un po’, come si dice in gergo tennistico, di “raffreddarmi”. Pensò che mentre lui sarebbe andato dall’arbitro per spiegargli qualcosa, io me ne sarei rimasto fermo seduto in panchina ad aspettare. Io però avevo capito cosa voleva ottenere. Considero John uno dei più grandi tennisti della storia, ma io sono cresciuto nelle strade di Belgrado e non volevo far parte del suo teatrino. Così uscii dal campo e lì vicino c’era un box, credo fosse quello della Ford, che era uno degli sponsor principali. In Australia si sa che nei box c’è sempre qualcosa da bere e da mangiare. Perfetto. Io prendo una sedia, mi siedo, allungo le gambe e mi prendo un panino: avevo veramente fame dato che stavamo giocando da un bel po’. Qualcuno mi offrii anche un bicchiere di champagne, lo ringraziai ma non potevo accettare dato che dovevo continuare a giocare. È stato bello, il panino era buonissimo… E tutto d’un tratto, l’intero stadio si è alzato in piedi. Gli applausi, l’energia… la televisione non può trasmettere quell’energia. È stato qualcosa di assolutamente incredibile e quella immagine ha fatto il giro del mondo. McEnroe rimase sconcertato: aveva appena finito di discutere con l’arbitro e io rientro in campo e scatta quell’applauso! Poi mi posiziono sulla linea di fondo: lui doveva  servire e dovevamo riprendere il gioco. Palleggia, si ferma, mi guarda e mi dice: “You’re gonna pay for this” – Pagherai per questo. Si prepara a battere e io allora mi fermo e dico: “Not ready” – Non sono pronto a rispondere. Vado dall’arbitro e gli dico: “Scusi, ha sentito cosa mi ha detto? Lui mi ha minacciato! Come posso continuare a giocare? Lo ammonisca per favore”. La partita di fatto finì lì (per chi volesse rivedere tutto l’accaduto, questo è il link al filmato integrale del match: l’episodio inizia dopo 1h e 17′, ndr), per questo il quinto set finì 6-0 a mio favore. L’ultima risposta la tirò fuori dallo stadio. Prese una multa perché non si presentò in conferenza stampa e fu sospeso per tre mesi. E comunque, ogni volta che giocò contro di me in seguito, ed accadde un paio di volte (ottima memoria, si sfidarono in altre due occasioni ed in entrambe vinse McEnroe: agli US Open 1997 al quinto, in due set a Tokyo nel 1991, ndr), lui alla fine venne multato o squalificato. Credo che John si ricordi molto bene di me…

Ma Boba ha un altro incredibile aneddoto – meno conosciuto – legato a quella sfida con Supermac.
In quegli anni ero in ottimi rapporti con Ivan Lendl, ci allenavamo spesso insieme e ci frequentavamo anche fuori dal campo. Agli Australian Open del 1985 Ivan e John si presentano entrambi (McEnroe prima ci era andato solo una volta, nel 1983, ndr) e la situazione era la seguente: chi dei due sarebbe andato più avanti nel torneo sarebbe stato n. 1 a fine anno. Per capirci, questo significava notevoli bonus economici da parte degli sponsor, contratti milionari e cose simili. Nei quarti di finale Lendl deve affrontare Leconte, io invece McEnroe. Negli spogliatoi mi avvicino a lui e gli dico: ”Ivan, cosa ci guadagno se batto McEnroe?” E lui di rimando: “Quello che vuoi.” Bene, lui batte Leconte ed io McEnroe, lui arriva in semifinale e si assicura la prima posizione del ranking. Dopo un paio di settimane, io e Lendl ci troviamo da qualche parte negli Stati Uniti ed ad un certo punto, durante l’allenamento, lui mi dice: “Ok, vediamo quello che abbiamo concordato”. Proprio in quel periodo era uscita la Mercedes 190 AMG. Mi piaceva molto e allora gli dissi che volevo quell’auto. Ivan rispose che andava bene. Qualche giorno dopo, eravamo in Florida, mi chiede dove deve spedirmi l’auto. Io gli rispondo che non la voglio più, che ci ho ripensato. “Ma come non la vuoi, amico, ci siamo messi d’accordo” mi fa lui. Gli dico di no, che ci ho ripensato. Lendl allevava pastori tedeschi e gli dico che voglio un cucciolo. Il giorno dopo, con una spedizione DHL di prima classe, mi viene consegnato un cucciolo di pastore tedesco… Ecco, ho scambiato una macchina con un cane. La mia prima grande mossa imprenditoriale!

Resta una curiosità. I rapporti con John McEnroe dopo quel panino…
Ne abbiamo parlato 7-8 anni fa. Eravamo a Zagabria, c’era un torneo del Senior Tour, giocavano anche Borg ed altri. Eravamo seduti tutti assieme, quando ad un tratto lui comincia a stuzzicarmi, a prendermi in giro. Io semplicemente gli dico: “John ascoltami, ogni volta che hai giocato contro di me dopo quello che è accaduto, poi non hai giocato a tennis per 2-3 mesi. Hai qualche problema?” Lui si è alzato e mi ha detto “Scusami, ti prego”. Per il resto, durante un Masters ad Hannover gli raccontai di questo “accordo” con Lendl, e posso dirvi che la cosa non gli piacque. Ma siamo rimasti amici, ogni volta che ci troviamo ci fermiamo a parlare.

Molti sostengono che con il talento che aveva, Zivojinovic avrebbe potuto arrivare più in alto di quella 19esima posizione in singolare.
Io tra il 1985 ed il 1986 raggiunsi due semifinali Slam, vinsi un torneo a Houston, arrivai in semifinale a Tokyo… Se i punti fossero stati conteggiati come oggi, sarei stato tra i primi 5-6 giocatori al mondo!

Per curiosità siamo andati a verificare. Abbiamo preso i suoi migliori risultati di quel periodo, dagli Australian Open del novembre 1985 all’ottobre successivo, ed abbiamo calcolato – come si può fare a più di trent’anni di distanza, con tornei che non ci sono più e tutto il resto – che con i punteggi attuali il tennista di Belgrado avrebbe superato i tremila punti. Carreno Busta, attuale n. 10 ATP, ne ha 2.615, Cilic – n. 6 – 3.805. Insomma, top 5 forse no, ma tra i primi dieci ci sarebbe entrato con comodo.
A quei tempi, invece, il mio problema era che partecipavo ad alcuni tornei e venivo eliminato al primo turno. Quella volta i punti si dividevano per il numero di tornei disputati. Quindi, se guadagnavo in un torneo, ad esempio, cento punti e nel torneo successivo venivo eliminato subito, i punti si dividevano per due. Quindi non avevo cento punti in classifica, ma solo cinquanta.

Inoltre arrivare tra i “pro” non era stato facilissimo per il tennista belgradese.
Mats Wilander ed io ci siamo sfidati più volte da junior, una volta vinceva lui, una volta io. Nella finale dei campionti europei juniores del 1981 mi battè in tre set, dopo che io avevo vinto il primo. Eravamo in agosto. Nel giugno dell’anno successivo lui vinse il Roland Garros. Questo è stato il mio problema, fino ai diciott’anni mi allenavo nelle palestre delle scuole elementari. Pensate se succedesse adesso: allenarsi solo cinque-sei mesi, senza avere continuità nel lavoro. In quel 1981 non riuscii ad ottenere nessuna wild card. Giocai i tornei satellite in giro per la Bulgaria, la Romania, in tutti questi paesi in cui quelli della mia generazione potevano trovare la strada per arrivare ai grandi tornei. Il mio cammino è stato più duro. Alla fine del 1981 vinsi da junior il campionato europeo open, a quei tempi un torneo serio, con una tradizione: non c’erano i professionisti ma c’erano giocatori forti, russi, cechi. Divenni campione europeo in singolo e nel doppio misto e fui premiato in Jugoslavia per i miei risultati. Ma dal 1981 al 1984 c’è un intervallo di tempo di tre anni, c’è voluto tempo perché dal dilettantismo passassi al professionismo.

Tutto vero, ma c’è anche da dire che al contrario del suo grande amico Ivan Lendl, che fu il precursore dell’approccio professionale a 360 gradi nel tennis professionistico, Zivojinovic non era uno che seguiva uno stile di vita da atleta, soprattutto dal punto di vista dell’alimentazione.
Lo seguivo quanto potevo… Scherzo, però dovete pensare che giocavamo tornei in tutto il mondo e facevi diverse. E così capitava che quando arrivavi durante la stagione a Sydney e a Melbourne, gli amici ti aspettavano ed era normale uscire con loro, almento a cerca . Ma senza allenarti e riposarti con regolarità non puoi resistere a tutto questo.

Chissà se i risultati sarebbero stati diversi se, ad esempio, Boba avesse dedicato all’alimentazione e alla cura del fisico le stesse attenzioni che ci dedica il suo concittadino Novak Djokovic.
Assolutamente sì. Io ero in grado di mangiare mezzo agnello e poi di scendere in campo, perché pensavo che se mangi bene poi giocherai bene. Lo sport professionistico è cresciuto sotto tutti i punti di vista rispetto ai miei tempi, è una cosa normale. Io ero conosciuto al Tennis Club Stella Rossa di Belgrado come uno che andava sempre in campo con il panino: perché se mangiavo poco, mi allenavo poco, io mi riscaldavo così. Penso che se ci fosse stato qualcuno che mi avesse indirizzato correttamente, questa cosa falla così, quest’altra invece così… A quei tempi dalle nostre parti non c’era nessuno del genere e allora io pensavo: “Se mangio una bistecca sarò più forte.” Del resto, quella era la nostra cultura.

Nonostante tutto ciò, Zivojinovic a fine 1987 – stagione in cui a livello Slam fece terzo turno a Melbourne e New York e quarti di finale a Wimbledon –  riuscì ad arrivare in top 20 per un paio di settimane, subito dopo aver infilato tre bei risultati: i quarti a Basilea (sconfitto da Forget) e due semifinali consecutive a Sydney (battuto da Lendl) e a Tokyo (superato da Edberg). Finì la stagione al n. 22 (l’anno prima era n. 40) e rimase più o meno costantemente tra i primi trenta per un annetto e mezzo. Poi il rapido declino: già verso la fine del 1989 uscì dai primi cinquanta e a febbraio 1990, a nemmeno ventisette anni, dai primi cento. Ma Boba non rimpiange il fatto di aver brillato per poco tempo. Il suo unico vero rimpianto è quella semifinale di Wimbledon persa al quinto set contro il suo grande amico Ivan Lendl, forse perché raggiunta nell’anno sbagliato.
Eh sì, contro Lendl nel 1986. Sapevo che se arrivavamo al quinto era mio, ne ero sicuro. M c’è stata una combinazione di circostanze… Già dal giorno prima del match. Avevo chiamato per sapere a che ora avrei giocato e mi avevano detto che avrei giocato il primo incontro. Io prendo nota e mi preparo di conseguenza. Arriva un mio amico e mi chiede quanto gioco e gli dico che gioco per primo. E lui: “Ma sei sicuro?” Beh, me l’hanno detto” rispondo io. Lui insiste e mi dice di verificare. Io mi ero già organizzato, avevo fissato l’allenamento e tutto il resto… Richiamo e mi dicono che invece giocherò per secondo. La cosa mi ha, diciamo così, mandato un po’ in confusione. Ma non solo, c’è dell’altro… Le palline erano incredibilmente pesanti e fredde i primi tre set, tre set e mezzo, e io non riuscii a fare tanti ace. Arrivò il quarto set. Ed infine il quinto. Ed ecco la palla break. E io sento, proprio come contro McEnroe, come un’intuizione. Quando dici a te stesso “Ecco, questo è il momento, è mio”. Lui serve la prima e la palla è nettamente fuori. Il giudice di linea inizialmente la chiama “out” ma interviene il giudice di sedia che lo corregge. Un mistero. Non avevamo Hawk-Eye, non c’era la tecnologia. Tutto il resto è storia (Lendl vinse 6-4 il set decisivo, ndr). Era la centesima edizione di Wimbledon e sono convinto che gli arbitri avessero il piccolo compito di non farmi arrivare in finale. Perché la finale Becker – Lendl era più consona del centesimo Championship…

In Serbia c’è chi dice che ci sia stato il tennis prima e dopo Boba. Sicuramente dopo di lui questo sport ha raggiunto una fama che non aveva mai avuto prima in Serbia. Ed il merito di Zivojinovic in questa esplosione è duplice: da una parte con i suoi risultati da giocatore, poi con la sua attività da dirigente iniziata nel 2001 nella Federtennis serba, di cui è stato il massimo rappresentante dal 2006 al 2011 e di cui ora ricopre la carica di presidente ad honorem.
Quando entrai in federazione nel 2001 dovevamo letteralmente pregare le televisioni perché trasmettessero la Coppa Davis. Per loro non era qualcosa di interessante e questo rappresentava un grande problema. Se pensiamo a quei tempi, dobbiamo dire che ha dell’incredibile che in così poco tempo siamo riusciti ad avere giocatori come Novak Djokovic, Janko Tipsarevic, Nenad Zimonjic, Viktor Troicki, Ana Ivanovic, Jelena Jankovic… Tutto quello che loro hanno fatto, non so se c’è un altro paese al mondo così piccolo che in un periodo di tempo così breve è riuscito a conquistare , abbiamo conquistato la Coppa Davis e giocato la finale di Federation Cup. Incredibile, è proprio incredibile… Quando i presidenti delle altre federazioni, gli inglesi, i francesi mi chiedono come sia potuto succedere, non lo si può spiegare. Noi siamo semplicemente, ed obiettivamente, una nazione talentuosa dal punto di vista sportivo, basta guardare il calcio, il basket, la pallavolo e la pallanuoto. Lo sport è qualcosa che noi di queste parti adoriamo, forse la cosa in cui siamo più forti.

Logico a questo punto parlare della punta di diamante del movimento tennistico del paese balcanico, quel Novak Djokovic che Zivojinovic considera, con un po’ di patriottismo, il miglior giocatore della storia del tennis (“Dopo di lui metto McEnroe“). In particolare, ovviamente, della crisi di risultati e delle prospettive al rientro dopo lo stop dell’ex n. 1 del mondo.
Io non credo sia in crisi e non vedo alcuna ragione per cui non possa tornare quello di prima. È certamente molto dura rimanere il n. 1 – sono tutti che ti inseguono, senti il loro fiato sul collo, mentre davanti non hai nessuno, puoi solo cercare di raggiungere qualche altro record. E poi tutto quel fare e disfare i bagagli, viaggiare… Ad un certo momento uno sente che c’è qualcosa d’altro oltre lo sport. Ecco, lui ora ha avuto il secondo figlio, ha una famiglia e noi balcanici siamo persone molto emotive. Credo che per lui questa pausa sia un’ottima cosa, staccherà per un po’ da tutto, lui che non si è mai fermato a lungo. Per anni ha staccato al massimo per una decina di giorni, a cavallo di Capodanno, e poi di nuovo ripartiva, la preparazione per l’Australia e così via. E questo ogni anno. Tutti si sono presi una pausa, anche Nadal l’ha fatto ed è tornato, per questo non dubito che Novak tornerà presto.

Zivojinovic – che nel 2010 è stato insignito dall’ITF e dal’International Tennis Hall of Fame & Museum  del Davis Cup Award of Excellence, riconoscimento che premia coloro i quali rappresentano gli ideali e lo spirito della Coppa Davis: Boba giocò per la nazionale jugoslava per 12 anni consecutivi, dal 1981 al 1992 (“Prima del 1984 e dell’ingresso nel World Group c’era un po’ uno spirito dilettantistico, “Dai che ci troviamo ed andiamo a giocare un po'”: non avevamo la divisa, l’abbigliamento di rappresentanza, non c’erano sponsor. Poi quando siamo arrivati nel World Group tutto è cambiato. L’opinione pubblica si è accorta di noi”), con un totale di 36 vittorie e 26 sconfitte – oggi continua ad essere impegnato nel mondo del tennis. Oltre alla presidenza onoraria della Federtennis serba è anche membro del Comitato della Coppa Davis dell’ITF.
Sono attivo nella federazione internazionale e collaboro per lo sviluppo del tennis. Io sono nato sui campi da tennis, il tennis è la mia vita.

Visto quello che ha raccontato, a Slobodan Zivojinovic noi forse avremmo fatto un’ultima domanda. Se anche oggi, quando si prepara una riunione o ad un meeting, un panino è sempre d’obbligo…

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Misha e Miro, dallo Smrikva Bowl agli Slam

Non ci sono solo Djokovic e Ivanisevic. Un altro sodalizio tecnico serbo-croato sta infatti funzionando alla grande nel circuito maschile, quello tra il giovane talento belgradese Miomir “Misha” Kecmanovic e il suo coach Miro Hrvatin. Tutto ebbe inizio nel 2009, durante un torneo under 10 a Pola

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Miomir Kecmanovic e Miro Hrvatin (fonte: atptour.com)

Miomir Kecmanovic è oggi una delle grandi promesse del tennis mondiale. I quarti a Indian Wells nel 2019, la finale ad Antalya (sconfitto da Lorenzo Sonego) e infine la semifinale alle NextGen Finals (anche qui fermato da un azzurro, Jannik Sinner) sono i punti più alti di una stagione 2019 che nella seconda metà ha visto il 20enne tennista di Belgrado entrare stabilmente tra i primi sessanta giocatori del mondo. L’inizio del 2020 lo ha visto compiere un ulteriore passo in avanti con l’ingresso tra i top 50 (attualmente è n. 47), grazie soprattutto alle due semifinali raggiunte nei 250 di Doha e Delray Beach, e diventare così un nome ancor più noto tra gli appassionati. Chiaramente tra gli addetti ai lavori il nome di Kecmanovic era conosciuto già da qualche anno, con i primi riflettori puntati addosso alla fine del 2016, quando raggiunse il vertice delle classifiche mondiali juniores dopo aver conquistato per la seconda volta consecutiva il più prestigioso torneo mondiale juniores, l’Orange Bowl, e in Serbia si iniziò a parlare di lui come del nuovo Novak Djokovic. E, come spesso capita, furono tante le similitudini che si cercarono allora tra il percorso di crescita dell’attuale n. 1 del mondo e quello del giovane connazionale per rafforzare tale convinzione.

A tale proposito, dallo scorso luglio c’è un curioso punto in comune tra le loro carriere. Cioè da quando Djokovic ha deciso di avvalersi del supporto come coach di Goran Ivanisevic. Kecmanovic, infatti, da diversi anni viene seguito da un allenatore croato, Miro Hrvatin.Intervistato da un quotidiano del suo paese, il 40enne coach di origine istriana (è di Valbandon, un paesino del comune di Fasana, a una decina di km da Pola), ha raccontato la storia della collaborazione con quello che, secondo la classifica ATP, è attualmente il terzo under 21 più forte al mondo (dietro ai canadesi Shapovalov e Auger-Aliassime e davanti a Sinner). Logicamente la prima cosa che è stata chiesta a Hrvatin è stata proprio quella di spiegare come mai un giovane tennista belgradese abbia deciso di farsi seguire da un allenatore della penisola istriana. “Conosco Miomir dal 2009, quando aveva nove anni e partecipò allo Smrikva Bowl, un torneo internazionale under 10 che si tiene in Croazia, a Stignano in provincia di Pola”.

Torneo nato nel 1996, lo Smrikva Bowl annovera tra i suoi vincitori Dominic Thiem (nel 2004) e Petra Martic (nel 2001) e tra i partecipanti diversi top 100. Per curiosità, noi di Ubitennis siamo andati a vedere il tabellone di quello Smrikwa Bowl del 2009, e quello di Kecmanovic non è l’unico nome conosciuto. Il serbo perse nei quarti, sconfitto dall’italiano Samuele Ramazzotti (grande promessa a livello juniores, n. 1 al mondo under 14  e vincitore del famoso torneo “Petit As” nel 2013, battendo in finale proprio Kecmanovic), che poi  batté in semifinale un altro nome oggi noto, Alejandro Davidovich Fokina, che nei quarti aveva avuto la meglio sull’attuale n. 26 del mondo, Alex De Minaur. In tabellone c’era un altro NextGen che oggi fa parlare di sé ad alti livelli, Alexey Popyrin, che perse al secondo turno con il futuro vincitore, lo spagnolo Alvaro Regalado (da giovanissimo grande promessa del tennis iberico). Il torneo istriano è il punto di partenza del racconto di coach Miro.

“Durante quel torneo facemmo diversi allenamenti, poi quell’anno tornò con la zia per le vacanze estive e per allenarsi. Anche negli anni successivi venne per una settimana di vacanza e allenamenti, fino a quando all’età di 13 anni non partì per l’Accademia di Bollettieri a Bradenton, in Florida. In quel periodo interrompemmo il nostro rapporto, per poi riprenderlo e lavorare con continuità già da quando Miomir giocava i tornei under 18”.

 
Orange Bowl 2016 – Miomir Kecmanovic

Considerando le polemiche sorte in Serbia quando Djokovic ha deciso di inserire Ivanisevic nel suo staff, è stato altrettanto logico chiedere se anche il fatto che la più grande speranza del tennis serbo avesse un allenatore croato abbia creato qualche problema simile. “Sono i genitori (medici molto noti in Serbia, ndr) quelli che si fanno carico della maggior parte delle spese e quindi sono loro che decidono chi è l’allenatore. Quella della nostra collaborazione è stata una storia bella sin dall’inizio e non ci sono stati problemi. In generale nello sport ci sono diversi esempi nei quali c’è un legame tra persone dell’ex Jugoslavia. Non ci sono barriere linguistiche, abbiamo la stessa mentalità”. Interessante notare come quest’ultimo aspetto sia stato sottolineato anche da Ivanisevic nel parlare del suo rapporto con Nole.

Ivan Ljubicic collabora con Roger Federer, Goran Ivanisevic con Novak Djokovic, da poco Vedran Martic con Marin Cilic. Spontaneo chiedersi come mai i coach croati stanno andando per la maggiore nel circuito maschile. “Ivanisevic e Ljubicic sono dei veri e propri ‘brand’. Martic è da anni sulla scena e fa un ottimo lavoro. Miomir e io siamo agli inizi. Per quanto mi riguarda, posso dire che lavoro con il cuore e con il desiderio che riusciamo ad avere successo”.

Dato che di lui si sa poco, al coach di Pola è stato chiesto di raccontare qualcosa del suo passato tennistico. “La mia carriera di giocatore si è svolta interamente in ambito nazionale. Sono stato n. 2 croato a livello juniores e n. 4 a livello senior. Ho giocato e mi sono allenato con Ljubicic, Karlovic, Krajan… Ho vinto due volte in campionato nazionale a squadre (controllando sul sito ATP si scopre che si è comunque tolto la soddisfazione di conquistare un punto ATP, nel 2007, grazie al quale è entrato in classifica alla posizione n. 1494, ndr). La carriera da allenatore l’ho iniziata dalle mie parti, a Stignano, dove allenavo giocatori di tutte le età. Questo mi ha aiutato a migliorarmi come allenatore. Poi ho lavorato due anni in Cina, seguivo quattro ragazze che ai tempi erano le migliori a livello under 16 e under 18. Si è trattato di un’esperienza completamente diversa, che può comprendere del tutto solo chi ha lavorato lì. Ho imparato molto”.

Hrvatin ha poi parlato un po’ del suo allievo.. “Misha (il soprannome di Miomir, ndr) ha subordinato tutta la sua vita al tennis e per adesso sta andando bene. I genitori e la zia gli sono di supporto in questo. A Belgrado andiamo un paio di volte l’anno, per qualche giorno. In questo momento siamo in Florida, all’Accademia di Bradenton, e ci alleniamo qui, dove le condizioni sono ottime”. Kecmanovic si è allenato diverse volte con Djokovic e con Federer. A Hrvatin è stato quindi chiesto quanto sia importante per un giovane avere l’opportunità di allenarsi con simili fuoriclasse. “L’allenamento con giocatori così è di un’importanza enorme per la crescita, ti costringono a essere migliore. Si impara molto da questi allenamenti“.

Non poteva infine mancare una domanda sulla situazione che tutti stiamo vivendo, l’epidemia di coronavirus. “Nessuno era preparato a questo, quindi anche il mondo del tennis è rimasto scioccato. Tutto si è fermato. Non sappiamo nemmeno quando torneremo a giocare, quindi non è facile fare programmare lo stato di forma. Ma in questo momento non è così importante, l’importante è che sconfiggiamo l’epidemia e che le persone siano al sicuro“.

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Il 2020 è iniziato veramente alla grande per Goran Ivanisevic. L’ex campione croato, oggi coach del n. 1 del mondo Novak Djokovic, lo scorso gennaio ha ottenuto infatti due grandissime soddisfazioni: in rigoroso ordine di tempo, l’ammissione alla Hall of Fame del tennis e la vittoria del suo assistito all’Australian Open. Rientrato in Croazia, Goran ha rilasciato una lunga intervista esclusiva al quotidiano Jutranji List, in cui ha parlato dei suoi recenti successi, ma soprattutto ha parlato molto della sua collaborazione con Novak Djokovic. E di Novak Djokovic. Ma non solo, come leggerete nel seguito dell’articolo in cui vi proponiamo un’ampia sintesi dell’intervista.

La chiacchierata del campione di Wimbledon 2001 con il giornalista Vladimir Zrinjski inizia con i complimenti per lo Slam appena vinto da coach, con Ivanisevic che ha qualche dubbio su quanti Major abbia vinto in panchina. Sono due –  il recente Australian Open e lo US Open 2014 vinto da Marin Cilic – o tre, se si considera anche l’ultimo Wimbledon dato che la sua collaborazione con Djokovic è iniziata proprio durante quel torneo? “Non so se posso considerarlo oppure no, anche se lì è iniziata la storia. Ci sono argomenti sia a favore che contro, di sicuro questo si conta: sono già da un po’ di tempo nel team, ho seguito tutta la preparazione, ho assistito alla conquista”.

A seguire le congratulazioni per l’ammissione all’International Tennis Hall of Fame di Newport, anche se in realtà la notizia Goran l’aveva ricevuta a fine dello scorso anno – “Quindi direi che l’anno scorso è finito bene e questo è iniziato in maniera incredibile. Dovevo mantenere la notizia riservata, l’ho detto solo alle persone a me più vicine e al team, perché volevo lo sapessero da me e non quando arrivavano in Australia” – e la cerimonia ufficiale sarà solo tra qualche mese. “A luglio, e non è poi così lontano. E nel frattempo, ci saranno da fare un centinaio di cose all’improvviso. Adesso, ad esempio, mi hanno chiesto di recuperare per il museo cinque-sei ricordi della mia infanzia e della mia carriera. Per fortuna mio padre ha tenuto la racchetta e alcune magliette della vittoria di Wimbledon. Probabilmente darò loro anche una delle medaglie olimpiche” (Goran vinse la medaglia di bronzo sia in singolare che in doppio alle Olimpiadi del 1992, ndr).

 

Superati i convenevoli, si passa agli argomenti centrali dell’intervista: il suo punto di vista sulla vittoria di Djokovic a Melbourne, le sue impressioni su come sta procedendo la collaborazione con il fuoriclasse serbo, sul rapporto con Novak e il resto del team e il suo pensiero sul prosieguo della carriera del tennista belgradese.

Torniamo alla finale di Melbourne. Forse c’era meno tensione rispetto alla finale di Wimbledon, ma non potevate farvi mancare il quinto set…
Non direi ci sia stata meno tensione. Si è trattato di un match diverso, che non si ricorderà per la bellezza ma per i capovolgimenti di fronte. È girato su un paio di punti. Nole è partito benissimo, era in controllo e poi ha iniziato a non sentirsi bene. Ed è cambiato tutto. Secondo me il punto più importante è stato quello sull’uno pari del quarto set, palla-break per Thiem, quando Nole ha giocato un serve & volley neanche fosse in allenamento. Anzi, neanche in allenamento sarebbe stato così disinvolto, ha piazzato due volée incredibili. In quel momento ho visto che iniziava a sentirsi meglio e che era di nuovo in partita. Thiem si è innervosito, ha capito di aver perso l’occasione. E poi nel quinto set, il secondo punto più importante, subito dopo aver ottenuto il break: di nuovo una perfetta discesa a rete dopo il servizio, volèe profonda, Thiem sbaglia il rovescio lungolinea. Un po’ mi è dispiaciuto per Thiem, tanto che negli spogliatoi gli ho detto: ‘Guarda, se c’è qualcuno che sa come ti senti adesso, quello sono io’. E lui: ‘Lo so che lo sai, ma non aspetterò così a lungo come te per conquistare uno Slam!’ E io di rimando: ‘No, ne sono certo, non dovrai’. Perché lui è l’unico giocatore che quando è in allungo colpisce più forte di quando è in posizione normale. Vero, aveva Novak in pugno, ma Novak ha fatto qualcosa che io non ho visto fare da nessun altro. Com’è risalito dal baratro… come se avesse un pulsante, che quando lo schiaccia gli consente di ripartire da capo.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Come ha vissuto dalla tribuna quei punti decisivi?
Ho sempre creduto che Novak potesse girare il match, aspettavo solo il momento che accadesse. Lui questo ce l’ha dentro, è un vincente nato, persone così non vogliono perdere. Nole è geniale, ha costretto Thiem a pensare: ‘Ma… Ma sarà mica che la perdo, anche se sono così vicino a vincerla? Mi sta sfuggendo di nuovo’. L’unica cosa di cui ero certo era che il quinto set sarebbe stato dramma, perché non può andare diversamente quando ci sono io nei paraggi! Ma a quel punto se avessero giocato altri dieci set li avrebbe vinti tutti Novak.

Božo Maljković, ex grande allenatore serbo di basket (fu l’allenatore della favolosa Jugoplastika Spalato della fine anni Ottanta che schierava i due giovani fenomeni spalatini Tony Kukoc e Dino Radja, con cui vinse tre scudetti jugoslavi e due Coppe Campioni, ndr) oggi presidente del Comitato Olimpico serbo, ha ricordato di recente come una quindicina di anni fa, a Spalato, lei e suo padre gli diceste che a Belgrado c’era un ragazzino che sarebbe diventato il n. 1. E quando chiese cosa avesse Novak di diverso dagli altri, voi indicaste la testa.
Non dimenticherò mai la prima volta che giocai contro Nole, aveva 14 anni e mezzo, e quando sior Niko
(come Goran chiama affettuosamente, in dialetto spalatino, il grande coach croato Nikki Pilic, ndr) mi disse: ‘Vedi compare, mi taglio le p.… se questo non diventa numero uno’. Ed è qualcosa che si vede veramente. Ci sono ragazzi che giocano bene e ci sono quelli che hanno ‘quel qualcosa’. Qualcosa che non puoi comprare, o ce l’hai o non ce l’hai. Questo differenzia i campioni come Novak da quelli che saranno n. 20 o n. 30. Novak è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, uno con una mentalità simile non l’avevo mai visto. Questa è la qualità che lo contraddistingue ed è per questo che è il più grande. E cosa ancora farà vedere, tra i tornei che vincerà ed i record che batterà. Se prendete gli ultimi dieci anni, nessuno gli è nemmeno vicino.

Cosa nota di Djokovic adesso, dopo 7-8 mesi di collaborazione, e cosa non aveva percepito “da fuori”?
Vedo ancora meglio come si comporta in campo, fuori dal campo, negli allenamenti. Quelle piccole cose che impari a conoscere di ogni persona. Mi ero trovato molte volte nella situazione in cui il mio giocatore lo aveva dovuto affrontare. Quindi forse non sapevo tutto, ma lo seguivo e avevo notato molte cose. Sapevo in linea di massima cosa aspettarmi. Ma quando inizi a relazionarti con qualcuno quotidianamente, allora impari sempre, apprendi cose nuove. In questo Marjan (Vajda, ndr) mi ha aiutato tanto, è con lui da undici anni. Su alcuni particolari abbiamo opinioni diverse, ma sul tennis la pensiamo allo stesso modo. E qualcosa ho ascoltato e preso anche dal fisioterapista Miljan Amanovic. Torno sempre alla mia teoria che è fondamentale capire la mentalità della persona che alleni. E noi abbiamo la stessa mentalità, la stessa lingua, tutto è più facile. So cosa farei io in determinare situazioni. Anche Novak ragiona così, solo ad un livello più alto.

Capita che Novak voglia seguire una strada, Vajda un’altra e lei una terza?
Non capita di frequente. Io e Marjan in genere seguiamo la stessa direzione, solo Novak qualche volta non è soddisfatto di qualche colpo, quando noi pensiamo che non ce ne sia motivo. Ma in campo ci va lui e finché lui non è soddisfatto noi possiamo parlare quanto vogliamo. Ad esempio, in Australia prima del match contro Raonic ci dice che la risposta non va, non è soddisfatto, sta peggiorando. Io lo guardo: ma dov’è il problema? E allora abbiamo rintracciato Karlovic, che era ancora lì, perchè facesse il riscaldamento con lui il giorno prima dell’incontro . E Novak rispondeva come se ‘Karlo’ servisse da 500 metri di distanza. Era soddisfatto, ma non del tutto. E poi arriva al match con Raonic e risponde senza problemi a uno che gli serve a 220-230 km/h. Novak è un perfezionista e fino a quando non sente tutti i colpi come vuole, non è soddisfatto.

Vajda, Djokovic e Ivanisevic

Si può fare un confronto tra la collaborazione con Novak e quella con Raonic, con il quale ha detto di aver avuto difficoltà a comunicare?
No, non si può, perché con ogni giocatore si comunica in modo diverso. Per Raonic il problema non è mai stato il tennis. Da quel punto di vista è un top 5, un top 10, il problema è che non riesce a rimanere tutto intero per un mese, senza infortunarsi. E la comunicazione, l’accettare e il provare cosa gli viene proposto. Una grande cosa di Novak è che prova tutto quello che gli proponi. Non deve per forza essere giusto, ma lui prova. Se non funziona, si passa oltre. Cerca sempre degli elementi nei quali possa migliorare. È più facile comunicare con una persona che da te cerca dei consigli, invece che con qualcuno che tace e devi arrampicarti dentro la sua testa per stabilire un contatto. Ogni cosa è una sfida, ma alla fine conta solo il risultato e quanti match vince.

Capita che Novak vi sorprenda con qualcosa che voi non avete pensato?
Forse certi dettagli li vede in maniera diversa rispetto a me e Marjan. È molto interessante notare quanto segua il tennis. Durante la notte si ricorda di qualcosa e ci manda un messaggio chiedendoci se l’abbiamo visto. Un esempio è prima della finale con Thiem, osservava come si lancia la palla nel servizio, più a sinistra se serve esterno, a destra se serve alla ‘T’. E su tutti i dettagli vuole essere sicuro, sicuro di non aver tralasciato niente che gli potrebbe costare in partita. Incredibile quanto tennis guardi, come confronta le partite precedenti… Guardavamo Thiem e Zverev e già ipotizzavamo gli scenari, cosa fare se vince uno, cosa se vinceva l’altro. Ci sediamo a cena, scherziamo, ma in realtà siamo già con la testa alla partita.

In Australia ha dichiarato che desidera essere presente quando Novak diventerà il più grande della storia. Potrebbe accadere già il prossimo anno?
Potrebbe. Non credo che Novak giocherà ancora cinque anni, anche se ha dentro di sé ancora cinque anni buoni.

Pensa che possa averne abbastanza?
Quando otterrà questi record, tutto è possibile. Potrebbe superare Federer per numero di settimane al n. 1 già dopo lo US Open, e per numero di Slam vinti il prossimo anno. Quest’anno lo potrebbe eguagliare, ma dovrebbe vincere tutti i restanti tre. E se li vincesse tutti e tre ecco che farebbe qualcosa che è riuscito solo a Rod Laver. Ripeto, per me è già adesso il più forte tennista della storia. Quando è centrato, preparato e sano, non c’è nessuno migliore di lui. Su tutto questo si tireranno le somme alla fine della loro carriera (riferito a Federer, Nadal e Djokovic, ndr), deciderà la gente, ma penso che Novak sarà il migliore in tutte le categorie più importanti.

I media è da un po’ che sono fissati con questa sfida, chiedono spesso a Novak quanto sia importante per lui…
Ma sì, la cosa ha un po’ stufato, ma sicuramente per lui conta molto. Non vuole di sicuro essere ricordato come il tennista che ha giocato più finali. Lui, Federer e Nadal sono dei vincenti, gente che in ogni Slam viene per vincere. Non è che questa sfida lo stressi, ma ci pensa. E quando ‘sta bene’ di testa, allora sa di essere il favorito nel 99,9% dei tornei. Solo Nadal ha un piccolo vantaggio a Parigi, perché comunque è il ‘suo’ torneo.

Il palmares dei Big Three dopo l’Australian Open

Cosa ne pensa del rapporto di Novak con i tifosi, di cui si è parlato molto all’inizo della stagione? Prima all’ATP Cup, dove Nadal si è lamentato del pubblico, e poi all’Australian Open. Il papà di Novak dopo la finale ha dichiarato di non aver capito perché il pubblico tifasse per Thiem.
Ci sono diverse teorie su questo. L’ATP Cup è andata benissimo perché c’erano molti tifosi serbi. Non so cosa abbia innervosito Nadal, forse qualcuno gli urlava prima del servizio, ma l’atmosfera era fantastica. Per quanto riguarda l’Australian Open, non so perché questa situazione si ripeta. Ma sposo la tesi che Federer e Nadal hanno iniziato prima e si sono creati la loro base di tifosi. E non è che adesso quei tifosi cambiano e si mettono a tifare per Novak. Lui ha il suo pubblico di sostenitori. Non mi ha disturbato il fatto che abbiano tifato per Dominic, volevano che un ragazzo che si era impegnato e che è un ottimo tennista conquistasse il suo primo Slam. Ma in qualche occasione è troppo evidente che non apprezzano e non rispettano l’uomo che ha vinto più Australian Open nella storia. E a Wimbledon la situazione è stata simile.

Boris Becker dopo Wimbledon ha usato proprio queste parole, che i tifosi dovrebbero apprezzare di più la grandezza di Novak.
Questo mi dà fastidio, che non lo apprezzino come persona. Non posso costringere qualcuno a tifare, tifa pure per l’altro, non mi interessa, ma mostra rispetto. Questo è il problema maggiore, lo avevo notato già prima. Come allo US Open 2015, quando in semifinale battè Marin e in finale 20.000 persone tifarono per Federer. E a quel punto, la ‘lucida follia’ di Novak. Lui è come se si estraniasse dalla situazione, quando qualcuno del pubblico lo fa arrabbiare, gioca ancora meglio. Come se volesse tappargli la bocca. Anche se sarebbe bello gli fosse riservato un trattamento migliore. Si tratta di una persona che ha dato veramente tanto al tennis. Ha creato una Fondazione, investe costantemente su di sé e nello sport, niente per lui è un problema… Per questo dovrebbero rispettarlo di più.

Le è mai capitato di giocare con tutto lo stadio contro?
Non in questo modo. Forse se avessi avuto i cinque minuti, allora avrei avuto tutti contro di me perché si sarebbero resi conto che ero andato in cortocircuito. Ma quanto vedi che uno lotta e si impegna… Mi sembra che qualsiasi cosa Novak faccia, non vada bene. Mentre gli altri, qualsiasi cosa facciano è ok, a loro si perdona tutto, non importa se sono Federer e Nadal. Di Novak si analizza qualsiasi piccolezza, sia positiva che negativa. Come in finale, quando ho sentito fischiare perchè è uscito dal campo. Ma chi farebbe finta in una finale? Vuoi vincere e dai tutto quello che hai. Una finale è una finale. Ha provato di tutto, è rientrato in partita ed ha vinto perché lui ha una testa incredibile.

Può cambiare questo atteggiamento nei suoi confronti?
Sinceramente non lo so, ma più no che sì. Ma Novak va avanti, ha le persone che gli sono vicino e i suoi tifosi che saranno sempre con lui. E se qualcuno avrà qualcosa da criticare, la cosa migliore è che si estranei. Alla fine conterà quanto uno avrà vinto, non quanti tifosi ha avuto.

Scommetterebbe su Thiem come prossimo nuovo campione Slam?
Ce ne sono diversi, ma sì, scommetterei su di lui. Sia a Parigi che allo US Open. Sull’erba probabilmente no, anche se non si sa mai. È un grandissimo lavoratore. E quel discorso dopo il match ha dimostrato quanto sia solido quel ragazzo. Non è facile perdere per la terza volta una finale Slam e tenere un discorso subito dopo.

Anche questo è qualcosa che lei ha vissuto.
Sì, l’ho vissuto. Tanto di cappello. Se qualcuno dall’alto sta guardando, sicuramente lo premierà.

La sconfitta più bruciante della carriera di Ivanisevic, quella
contro Agassi nella finale di Wimbledon 1992

Concorda con McEnroe che sostiene che ai giocatori più giovani manca una forte mentalità, prendendo ad esempio Nadal che “morde” su ogni punto?
Ognuno ‘morde’ a modo suo. E di Nadal ce n’è uno solo, uno così non nascerà più. La gente non comprende le specificità dei tornei del Gradne Slam. Sono due settimane, sette partite, significa due tornei in uno. I giovani lungo questo percorso vengono eliminati, un po’ come se si sopravvalutassero. Non sono ancora maturi, giocano bene uno, due, tre, anche cinque match e poi si bloccano. Hanno bisogno ancora di tempo per giocare bene con continuità. Per questo voto per Thiem, che da questo punto di vista sta migliorando sempre di più. Medvedev ha giocato molto male con Wawrinka. Da Tsitsipas mi aspettavo molto, ma Raonic lo ha impallinato. Molto male anche Shapovalov. Stanno arrivando e saranno difficili da affrontare, ma per un motivo o per l’altro ancora si perdono quando è il momento di alzare i giri del motore.

L’intervista non poteva concludersi senza dare con Ivanisevic uno sguardo al tennis croato maschile. A partire dalle voci che a fine anno volevano il 48enne coach spalatino quale successore di Zeljko Krajan sulla panchina della nazionale di Coppa Davis (“Ne hanno parlato in tanti, ma non ho mai detto di essere pronto a farlo. Sono troppo concentrato sul mio lavoro attuale”) ed alla scelta, invece, del suo ex allenatore Vredan Martic:“Avevo fatto io il suo nome e sono contento che abbia accettato”. Per poi parlare del prossimo match di Davis contro l’India: “Non sarà facile, abbiamo un po’ sottovalutato l’India. Ho sentito che Borna Coric non ci sarà. Quindi non so quale sarà la formazione. Siamo favoriti ma non eccessivamente. Sarebbe bello vincere ed andare a Madrid perché si tratta di una bella iniezione finanziaria per la Federazione. E per i giovani che stanno crescendo, per aiutarli nel loro percorso di vita nel tennis“. Ed infine un’opinione sul periodo difficile che stanno vivendo i due migliori giocatori croati, Borna Coric e Marin Cilic, a cui per motivi diversi (per Borna è stato una specie di mentore sin dal suo esordio tra i professionisti, di Marin è stato il coach dal 2013 al 2016) è molto legato.

Già che ci siamo, parliamo di Coric.
Mi è difficile dire qualcosa. Lo prendevo sempre in giro perché ancora un po’ ‘usciva dallo schermo’ quando lo guardavo alla tv e finalmente lo scorso anno aveva cominciato ad essere più aggressivo, ad avvicinarsi alla riga di fondo, a servire veramente bene. E adesso è come se tutto questo fosse svanito nel nulla. È subentrata l’insicurezza, fa troppi errori non forzati, e lui è un lottatore che non ha mai regalato niente. Come se fosse stato preso dal panico. L’ho visto giocare in Australia, ha fatto troppi errori senza motivo. È troppo bravo come giocatore per non uscire da questa crisi, ma non c’è nessuna bacchetta magica che ti permetta di dire: ‘In questa data uscirò dalla crisi’. Spero che già a Rio giochi meglio e che sia in forma per Indian Wells e Miami.

Quanto lo ha disorientato la separazione da Piatti?
Ogni cambiamento ti disorienta. Perchè ogni allenatore porta qualcosa di nuovo oppure la stessa cosa te la mostra in modo diverso. Martin Stepanek è fantastico come allenatore e come persona, veramente, spero che questa collaborazione duri a lungo e abbia successo. Non so perché si sia separato da Piatti, è vero però che prima che accadesse aveva giocato bene. Per un periodo ha espresso un tennis veramente di alto livello. Non è svanito, nessuno può portartelo via, ma da solo devi ritrovare la forma. Deve scattargli il ‘clic’, io sono un esempio perfetto per lui in questo senso. Lui è quello che prende le decisioni in campo. Mi dispiace perché considero Borna un fratello più giovane, ma non ho paura, ne uscirà fuori e riprenderà il posto che gli spetta.

Borna Coric e Goran Ivanisevic nel 2015

Marin Cilic pian piano sta tornando?
Ho guardato anche lui in Australia e posso dire che era da tempo che non lo vedevo esprimere un tennis di qualità come contro Bautista. Nell’ultimo anno ha veramente fornito delle brutte prestazioni. Il suo non è un problema di tennis, il suo è di una qualità superiore, deve solo trovare la persona che lo ‘resetti’. Che gli restituisca certe cose in modo che possa di nuovo riprendere la strada giusta. Si è un po’ perso, ma il suo tennis è da top ten, non c’è dubbio. È strano vedere un giocatore con quei colpi fuori dal seeding di un torneo. Già a Dubai al primo turno potrebbe incontrare Djokovic… Spero che per Indian Wells migliori la classifica almeno per rientrare tra le teste di serie. È difficile, sei sempre ad inseguire qualcosa, poi rimani indietro… Prima trova l’allenatore che lo sappia indirizzare, meglio sarà per lui. Perché da solo non ce la fa. Ha delle fiammate, ma non è costante.

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Risveglio di Cilic a parte, pochi gli squilli dei rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia all’Australian Open. Ma c’è lui: Novak Djokovic, che in finale rimonta Thiem e si laurea campione per l’ottava volta

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Diciotto i rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia presenti nei tabelloni di singolare dell’edizione 2020 dell’Australian Open. Ecco la sintesi – con commenti e dichiarazioni –  del loro percorso, dal primo turno delle sette in campo femminile e degli undici in quello maschile all’ottava vittoria (in sedici partecipazioni) di Novak Djokovic.

SINGOLARE FEMMINILE

PRIMO TURNO – DANKA, CHI SI RIVEDE
In campo femminile partiamo, noblesse oblige, con la Croazia, che aveva entrambe le sue rappresentanti tra le teste di serie. Ambedue superavano in scioltezza il match di esordio. Petra Martic, n. 13 del seeding, si imponeva agevolmente(6-0 6-3) sulla statunitense McHale, mentre Donna Vekic (n. 19) aveva la meglio in due set (6-3 6-4, rimontando nel secondo set da 1-4 sotto) su Maria Sharapova, con una prestazione convincente che confermava gli ambiziosi propositi per il 2020 della 23enne di Osijek.

Come capita spesso da qualche Slam a questa parte, è stata la Slovenia ad avere il maggior numero di rappresentanti nel tabellone femminile tra i paesi balcanici: a Melbourne erano in tre le giocatrici provenienti dalla nazione subalpina. La n. 1 slovena Polona Hercog esordiva con una convincente vittoria (6-3 6-3) sulla svedese Peterson, che la sopravanzava di quattro  posizioni in classifica ad inizio torneo (n.44  Peterson, n. 48 Hercog). Bella vittoria anche per Tamara Zidansek, che superava con un doppio 6-3 la wildcard coreana Ni-I Han. Chiudiamo la pagina slovena con la 19enne Kaja Juvan, che non ha fatto in tempo a festeggiare la prima qualificazione al main draw dell’open australiano che ha subito una dura lezione (6-1 6-1) dalla coetana Yastremska, n. 23 del seeding. Potrebbe apparire preoccupante un simile divario da una giocatrice di soli 6 mesi più “grande”,  ma c’è da ricordare  che in termini di esperienza Kaja paga pegno rispetto alle maggior parte delle sue coetanee presenti nel circuito.

 

Per lei infatti il 2020 sarà la prima stagione in cui si dedicherà al 100% al tennis: i più attenti alle vicende WTA ricorderanno infatti che lo scorso anno, il primo nel circuito maggiore, dopo essersi qualificata nel tabellone principale del Roland Garros e di Wimbledon – dove costrinse Serena Williams al terzo set – saltò lo US Open per concentrarsi sugli esami di maturità. Una scelta che aveva destato più di qualche perplessità nell’ambiente, ma che la teenager slovena ha difeso anche all’inizio di questa stagione, avendo dato priorità a concludere con successo la scuola superiore e ritenendo importante avere un percorso di crescita graduale (“Non mi cambierei con Coco Gauff” ha detto, rispondendo ad una domanda in merito, “anche se c’è da dire che gli statunitensi hanno un’altra educazione ed un‘altra mentalità. Mi piace crescere un passo alla volta perché ad ogni passo imparo qualcosa”) e con un equilibrio tra il tennis e il resto della sua vita: “Sono felice di come è andata. Ho sacrificato un po’ il tennis, ma intendo dedicarmici per i prossimi dieci anni della mia vita, aver perso qualche mese non farà una grossa differenza.

Una sola invece la rappresentante serba, Nina Stojanovic, subito eliminata dalla n. 30 del seeding Pavlyuchenkova, alla quale ha opposto una valida resistenza solo nel secondo parziale (6-1 7-5 il punteggio finale per la russa).  La 23enne di Belgrado è al momento anche l’unica top 100 del suo paese, complice il crollo in classifica dell’ultimo anno di Aleksandra Krunic e le difficoltà di crescita di Ivana Jorovic e soprattutto di Olga Danilovic, a conferma che dalle parti di Belgrado la ricerca delle eredi di Ivanovic e Jankovic sarà ancora lunga.

Si è rivista dopo un bel po’ di tempo nel tabellone principale di uno Slam – mancava da Wimbledon 2017 – anche la montenegrina Danka Kovinic,  tornata in pianta stabile nella top 100 dal novembre scorso dopo quasi tre anni di assenza. La 25enne di Cetinje vi era uscita infatti nell’aprile  2017, dopo che solo 14 mesi prima – era il febbraio del 2016 – era addirittura riuscita ad entrare in top 50 e a conquistare poco dopo il pass per le Olimpiadi, un suo grande obiettivo, come aveva dichiarato a suo tempo. Danka non ha però ritrovato la vittoria in un main draw Major (l’ultima fu proprio a Melbourne, 4 anni fa): troppo forte Elise Mertens, che le ha lasciato solo due giochi. Ma chissà che per Danka tornare a respirare l’aria di uno Slam, e proprio all’inizio di un nuovo anno olimpico, non funga da ulteriore stimolo per continuare la risalita nel ranking e ricercare un ulteriore salto di qualità.

Donna Vekic – Australian Open 2020 (via Twitter, @DonnaVekic)

SECONDO TURNO – PETRA SI FERMA

Per Petra Martic le speranze di avvicinare ulteriormente la top ten svanivano al secondo turno, dove subiva la rimonta di Julia Georges, che aveva la meglio dopo tre lottatissimi set (4-6 6-3 7-5) e si portava sul 3-0 negli scontri diretti con la croata. Match che lasciava più di qualche rimpianto alla tennista dalmata, che non sfruttava tre palle break consecutive nel nono game per riaprire il secondo set e poi si è trovata a due punti dal match sul 5-4 a suo favore nel parziale decisivo, sempre sul servizio della tedesca. Sogni di gloria a livello ranking che, dicevamo, devono venire per il momento rimandati: i punti persi a Melbourne, dove lo scorso anno approdò al terzo turno, fanno anzi scivolare Petra di un gradino, alla posizione n. 15. Niente è perduto, però obiettivamente a Melbourne c’era l’occasione (al turno dopo avrebbe sfidato Riske, un match dall’esito non scontato, ma comunque alla portata) per bissare gli ottavi del 2018 e migliorare il best ranking. Poteva invece continuare a sognare Donna Vekic, che superava Alizé Cornet in due set (6-4, 6-2) con una prestazione veramente convincente, costellata da ben 38 vincenti.

Finiva al secondo turno anche l’avventura delle due slovene ancora in gara, Hercog e Zidansek, come era del resto prevedibile considerate le avversarie, rispettivamente la n. 1 del mondo Ashleig Barty e Serena Williams. Magari ci si sarebbe potuto aspettare qualcosina di più dei cinque game raccolti a testa, soprattutto da parte di Polona Hercog. Bisogna ricordare però che la 29enne di Maribor non è arrivata in buone condizioni allo Slam australiano, dato che la sua la preparazione è stata pesantemente condizionata da problemi alla schiena (“Negli ultimo periodo non ho giocato e non mi sono nemmeno allenata negli ultimi tempo, negli scambi lunghi non ne avevo. Se fossi arrivata qui ben preparata, ora sarei molto dispiaciuta, ma considerato tutto quello che mi è successo, l’esito è del tutto accettabile”), con i quali  a quanto sembra dovrà in qualche modo convivere (“Aggiungerò un fisioterapista al mio team, che viaggerà con me, sennò non è possibile”).

TERZO TURNO – DONNA SPRECA

Donna Vekic si lasciava sfuggire troppe occasioni – basta riportare la statistica “federiana” di un’unica palla break trasformata sulle nove avute a disposizione  – e doveva cedere in due set alla diciottenne polacca Swiatek. Indubbiamente la 18enne di Varsavia è una delle grandi promesse del tennis mondiale, ma il match era alla portata della 23enne croata, che non è riuscita a cogliere una buona occasione per raggiungere per la quarta volta in carriera gli ottavi Slam. E soprattutto a dimostrare che l’obiettivo della top 10 è effettivamente nelle sue corde. Obiettivo che ora si allontana un po’, poiché nonostante a Melbourne abbia fatto meglio dello scorso anno (si era fermata al secondo turno) la tennista di Osijek ha perso tre posizioni nel ranking in favore di chi ha fatto meglio di lei nel torneo, ovvero Mugurza (finale), Kontaveit (quarti) e Sakkari (ottavi).


PAG. 2 – I risultati del tabellone maschile

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