Alle origini di un mito: quando Monica Seles giocava per il TK Novi Sad

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Alle origini di un mito: quando Monica Seles giocava per il TK Novi Sad

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Questa sera a New York, in una esibizione contro Gabriela Sabatini, scende nuovamente in campo Monica Seles. Per l’occasione, Ubitennis è andato a vedere dove è iniziata la carriera del fenomeno bimane che sconvolse il tennis femminile all’inizio degli anni 90. Era il 1985, quando la neocampionessa europea di tennis under 12, l’undicenne Monika Karolja Szeles, si tesserava per il TK Novi Sad…

Ritorna in campo Monica Seles. Al Madison Square Garden, in una esibizione con la sua grande ex avversaria ed amica Gabriela Sabatini.

In occasione del match di New York, Ubitennis ha voluto andare a vedere dove è iniziata la carriera della campionessa nata nell’ex Jugoslavia, un piccolo omaggio ad una fuoriclasse che probabilmente avrebbe riscritto la storia del tennis femminile, se il destino non avesse deciso diversamente.

 

L’esibizione di New York vuole ricordare il match disputato dalle due giocatrici 25 anni fa a New York, la finale dei WTA Championship 1990 che la Seles vinse in 5 set (6-4, 5-7, 3-6, 6-4,6-2). Fu la prima finale femminile che si concluse in cinque set da quella del 1901 degli US Open (a quei tempi si chiamavano US Championship) vinta dall’americana Elisabeth Moore. Ma agli appassionati, soprattutto quelli tifosi di Monica, più che quel match a New York, in questo periodo torna in mente il gennaio di qualche anno dopo. Quello del 1996, quando a Melbourne sembrò che la magia del suo gioco fosse tornata.

IntattaCome se nulla fosse accaduto.

Monica Seles aveva infatti appena conquistato il suo nono Slam, a pochi mesi dal suo rientro alle gare dopo l’aggressione subita ad Amburgo nella primavera del 1993 e lo stop agonistico di più di due anni (dall’aprile 1993 all’agosto 1995). Nona vittoria in un torneo del Grande Slam che aveva già sfiorato pochi mesi prima nella finale degli US Open persa al terzo contro Steffi Graf.

Ma fu un’illusione.

La magia del suo gioco, con la straordinaria capacità di anticipo con entrambi i fondamentali giocati a due mani, quella magia che le aveva permesso di conquistare – non ancora ventenne – 8 tornei del grande Slam dal 1990 al 1993 e conquistare la vetta della classifica mondiale, era svanita.

La lama del coltello di Gunther Parche, in quella primavera del 1993, l’aveva fatta svanire, spezzando l’equilibrio della vita di Monica. Equilibrio che a causa anche di altri eventi  – come la malattia e la morte del padre – riuscirà a recuperare solo dopo un percorso lungo e doloroso, come racconterà lei stessa nel 2009 nella autobiografia “Getting A Grip: On My Body, My Mind, My Self” e che ha voluto recentemente condividere di nuovo, per essere d’aiuto alle persone che soffrono della stessa patologia di cui era affetta in quel periodo.

Dopo l’aggressione “Little Mo” (il soprannome che le venne dato da bambina nell’allora Jugoslavia, ricordando l’appellativo di un’altra grande tennista, Maureen Connolly, che da teenager stupì il tennis femminile nella prima metà degli anni 50. E non è solo il soprannome ad unire il destino delle due Little Mo del tennis mondiale: anche la Connolly dovette interrompere  la carriera – ma nel suo caso definitivamente – all’età di 19 anni  ed entrambe hanno raggiunto quota 9 tornei Slam vinti)  conquistò solo quell’ultimo Slam. Oltre alla finale 1995 a New York raggiunse altre due finali nei Major (nello 1996 a New York sconfitta nuovamente dalla Graf  e due anni dopo a Parigi sconfitta da Arantxa Sanchez – che prima dell’aggressione aveva perso in tutte e tre le occasioni in cui aveva incontrato negli Slam la Seles: la finale del Roland Garros  1991, la semifinale degli Australian Open 1992, la finale degli US Open 1992), vinse 21 tornei WTA  (ne aveva vinti 31 tra il 1990 ed il 1993, oltre al primo torneo vinto nel 1989 a Houston, sconfiggendo ancora quindicenne la grande Chris Evert)  e conquistò tre Federation Cup e un bronzo olimpico con i colori statunitensi (era diventata cittadina americana nel 1994). Ma il suo gioco non raggiunse più la straordinaria intensità dei primi anni di carriera.

La magia non c’era più.

Ubitennis è andato a vedere dov’era nata quella magia, poi sviluppata in quella sorta di Hogwarts tennistica che è l’Accademia di Albus Silente Bollettieri.

La leggenda vuole che la magia nasca nella Balzakova Ulica (la Via Balzac) di Novi Sad, per la precisione nel parcheggio della via, situata nel quartiere  Liman della città, dove Karolj Seles disegnò le righe di un campo da tennis ed iniziò ad insegnare a giocare a tennis alla figlia Monica di 5 anni. Karolj Seles – vignettista e caricaturista di discreta fama in patria – non fu il tipico padre che si improvvisa allenatore di tennis essendo del tutto digiuno in tema di metodologie di allenamento. Atleta di buon livello da giovane, due volte campione jugoslavo di salto triplo, frequentò la Facoltà di Educazione Fisica e dello Sport dell’Università di Belgrado, fu insegnante di educazione fisica  per diversi anni e poi anche allenatore di salto triplo (sotto la sua guida Radoslav Jocić fu il primo atleta jugoslavo a superare i 15 metri).

Per farsi raccontare qualcosa di quel periodo, Ubitennis ha contattato il Teniski Klub Novi Sad, principale tennis club della città natale della Seles, dove la tennista di origini ungheresi si allenò – undicenne – per tutto il 1985, prima di trasferirsi in Florida alla corte del guru americano, dallo scorso anno nella Hall of Fame del tennis.

Monica aveva iniziato a far parlare di sé l’anno precedente, nell’estate 1984, con la vittoria agli Europei under 12. Da un giornale jugoslavo dell’epoca (il settimanale sportivo “Tempo”) si legge:

Gli addetti ai lavori sono entusiasti del gioco della nostra giocatrice e la maggioranza già adesso la annuncia come colei che succederà a Martina Navratilova. Lei è rimasta quasi indifferente a tutti questi complimenti, ma non è priva di ambizioni: “Il mio compito è  studiare a scuola e allenarmi come mi dicono mio papà Karoly e mio  fratello Zoltan. Papà  si preoccupa di scoprire tutte le novità nelle tecniche di allenamento del tennis mondiale, mio fratello me le mostra in campo e mi aiuta a metterle in pratica. A giudicare dalla regolarità delle mie vittorie, sembra che tutti e tre stiamo facendo bene il nostro lavoro” dice la piccola Monika, quasi inconsapevole della dimensione dei suoi successi.

Il tesseramento di Monica per il club della cittadina serba, capitale della provincia autonoma della Vojvodina, risale al febbraio del 1985, dopo la vittoria dell’Orange Bowl a Miami (dove fu notata da Bollettieri, che da lì iniziò ad interessarsi della bambina prodigio e a far sì che venisse ad allenarsi nella sua accademia di Bradenton).

Il modulo di tesseramento di Monica Seles al TK Novi Sad

Il modulo di tesseramento della Seles al TK Novi Sad

Il TK Novi Sad ha pubblicato il modulo di tesseramento sulla home page del proprio sito (da notare – oltre al nome che era ancora Monika e non Monica –  la grafia magiara del suo cognome (Szeles) ed il patronimico Karolja, cioè figlia di Karolj).

Non abbiamo molte notizie di quel periodo. Monika giocò da noi per poco tempo, dall’inizio del 1985 sino all’autunno dello stesso anno, quando si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti. “ racconta Petar Zvekic, segretario del club.

Ma quelle poche notizie sono comunque interessanti, fanno capire che già allora c’era qualcosa di speciale.

C’era già la magia.

Da quello che raccontano i soci che c’erano già a quei tempi, Monica era molto timida e modesta, ma  molto coscienziosa e responsabile nell’approccio all’allenamento per la sua età. Si allenava due ore al mattino e due ore al pomeriggio, sempre concentrata al massimo, cosa che tutti gli altri bambini della sua età non riuscivano a fare”.

Una curiosità: chi scrive questo articolo, che tra il 1984 ed il 1985 era a Novi Sad ed era già appassionato di tennis, si recò al TK Novi Sad proprio per vedere gli allenamenti della giovane promessa di cui tutti parlavano in maniera entusiasta. Purtroppo senza successo, altrimenti questo articolo si sarebbe arricchito di un ulteriore ricordo della Seles sui campi del TK Novi Sad…

Il club ha mandato anche una foto del periodo in cui Monica si allenava da loro:

Monika Seleš

Monica Seles undicenne sui campi del TK Novi Sad

Lo staff tecnico del club non seguì mai la undicenne promessa, che veniva allenata esclusivamente dai familiari.

Monika veniva allenata dal padre e dal fratello. Quest’ultimo, Zoltan, era  a sua volta un tennista di talento, ma rinunciò alla carriera agonistica per allenare la sorella”.

Doveroso precisare che la crescita tennistica della piccola Seles non fu gestita solo dai familiari. Tra il campo disegnato nel parcheggio della Balzakova Ulica ed i campi di terra rossa del TK Novi Sad, per un lungo periodo fu seguita da Jelena Gengic, la famosa allenatrice jugoslava che in quegli anni seguì anche Goran Ivanisevic e poi più tardi fu la scopritrice e prima allenatrice dell’attuale numero 1 del mondo, Novak Djokovic.

In un’intervista del 2011 la Gencic, scomparsa nel 2013, ricordava così gli anni di lavoro con la Seles e il padre della giocatrice:

Quando erano piccoli ho allenato Monica Seles e Goran Ivanisevic. Li ho seguiti nei tornei junior per quattro anni. Ho insegnato a Monica quasi tutto quello che c’era da sapere per avere successo nel tennis. Suo padre Karoly ha davvero sacrificato molto per la sua carriera. Era perseverante ed era presente quasi ad ogni sessione di allenamento. Non ha mai interferito e ha sempre collaborato”.

Il TK Novi Sad  – dotato di 9 campi all’aperto, 6 in terra battuta e 3 in sintetico, di cui 7 illuminati – ha in Monica Seles il suo fiore all’occhiello, ma ha sfornato anche altri ottimi giocatori, diversi dei quali sono stati campioni nazionali a livello individuale o a squadre.  Da ricordare in particolare  due nomi a livello femminile: Tatjana Jecemenica, attuale selezionatrice della nazionale di Federation Cup serba ed ex n. 86 del mondo (6 titoli ITF vinti in carriera), e Sandra Nacuk, che è stata n.81 della classifica WTA (4 titoli ITF conquistati,  raggiunse il terzo turno a Wimbledon nel 2000, dove perse in 3 set da Arantxa Sanchez, poi sconfitta proprio dalla Seles nel turno successivo).

TK NOVI SAD 2002

Il TK Novi Sad oggi

Il sodalizio organizza ogni anno un torneo ITF juniores under 18 di seconda categoria, che quest’anno giungerà alla 17esima edizione. E che nel 2011 fu vinto da un quindicenne Borna Coric, il giovane talento croato oggi n. 60 ATP e grande promessa del tennis mondiale.

“Il torneo ha ogni anno diversi partecipanti dall’Italia, che ottengono sempre buoni risultati” (lo scorso anno Federico Bonacia è arrivato in finale nel singolare maschile, mentre Ludmila Samsonova in semifinale tra le ragazze, ndr) e di cui conserviamo sempre bei ricordi, sia dei giocatori che degli allenatori. Anche perché abbiamo una mentalità molto simile e siamo sempre pronti a divertirci e a stare in compagnia assieme ha concluso il segretario del club.

Come detto, Monica giocò sui campi del TK Novi Sad fino alla fine del 1985.  Si trasferì negli Stati Uniti nella primavera del 1986, quando il padre riuscì a vendere la casa nella Balzakova Ulica e la famiglia Seles partì per stare vicino alla figlia che iniziò ad allenarsi alla corte di Bollettieri. Che nel 2014 in una intervista esclusiva alla pagina inglese Ubitennis ricordava così la fuoriclasse di origine jugoslava:

Immaginate una ragazzina magra, che all’età di 12 anni colpisce a due mani da tutti e due i lati e sta attaccata alla linea di fondo muovendosi benissimo. Questo è quello che io vidi guardando Monica giocare all’Orange Bowl molti anni fa. Cosa feci? Offrii a lei e alla sua famiglia una borsa di studio e non ho mai cambiato niente nel suo gioco, non importa cosa le persone pensavano io dovessi fare. Monica è una delle migliori di tutti i tempi e non potrebbe essere una persona migliore fuori dal campo”.

Monica fece ritorno a Novi Sad nel 1990 per giocare un’esibizione contro Arantxa Sanchez. Da quella volta torna periodicamente nella città natale.

E se Monica non ha dimenticato Novi Sad, nemmeno Novi Sad ha dimenticato la sua “Little Mo”. Anzi. Oltre alle foto custodite dal TK Novi Sad, c’è anche dell’altro a ricordarla nella sua città.

Nel maggio 2012 sulle rive del Danubio, il fiume che bagna Novi Sad,  è stato inaugurato un nuovo complesso sportivo dove sono stati costruiti due campi di tennis. Uno dei quali, con il consenso di Monica, è stato intitolato alla campionessa e riporta il suo nome e la riproduzione della sua firma a fondo campo.

Il campo intitolato alla Seles a Novi Sad

Il campo intitolato alla Seles a Novi Sad

Ma il ricordo più particolare si trova al n.26 della Balzakova Ulica, dove abitavano i Seles. Nell’ottobre 2013 sulla facciata della casa, che Monica da piccola utilizzava come muro di allenamento,  è stato dipinto un murale che la raffigura da giovanissima con in mano un trofeo ed un orsacchiotto – proprio come nella foto all’inizio di questo articolo – e con scritto di fianco il suo nome nell’originale grafia ungherese e la frase in serbo “Qui è iniziato tutto”.

A ricordare dove la magia ebbe inizio.

Monika-Seles

Il murale nella Balzakova Ulica di Novi Sad

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

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Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

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Thiem: “Nonostante tutto, il 2020 avrà sempre un posto nel mio cuore. Nel 2021 in 6-7 lotteranno per il numero 1”

L’austriaco fa i complimenti a Medvedev – ‘nel terzo set ha giocato un game di risposta incredibile’ – e non recrimina troppo: “Forse solo un punto nel tie-break, ho giocato un dritto stupido”. Verso il 2021: “Voglio scalare la classifica”

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Non si presenta troppo abbattuto il grande sconfitto di stasera, Dominic Thiem, alla conferenza stampa di rito. L’austriaco ha perso la finale delle ATP Finals per il secondo anno consecutivo, questa volta contro il russo Daniil Medvedev. Nonostante la sconfitta gli resterà la (magra) consolazione di aver fatto parte di una finale da record. La durata della partita di stasera, 2 ore e 44 minuti, è infatti un record per la storia del torneo da quando si gioca due set su tre.

Il primo pensiero dei giornalisti si rivolge ai tre break point salvati da Medvedev nel secondo set, specialmente quello in cui Thiem si è trovato molto vicino alla rete. “Certo ci sarebbe stato un risultato diverso se avessi convertito quel break point, ma non era un colpo facile, la palla era bassa. Avrei dovuto metterla in campo. Comunque non ho molto da recriminare, forse solo sul 2-1 nel tie break, ho risposto bene e poi ho giocato un diritto stupido. Lo slice è una buona tattica con Daniil, l’ho usata anche in passato“.

L’austriaco come sempre è sportivo e riconosce i meriti dell’avversario, che nel quinto game del terzo set ha alzato il livello e strappato il servizio a Thiem. “Il suo break nel terzo set è stato un game incredibile, ha messo in campo delle risposte incredibili e ci sono stati scambi lunghissimi. Purtroppo è così, ogni partita è equilibratissima in questo torneo. Congratulazioni a lui”.

 

C’è spazio anche per qualche battuta sul ranking, che vede Thiem terzo e il suo sfidante Medvedev in quarta posizione. “I migliori del 2020 sono quelli che sono in testa al ranking, anche se devo escludere Roger (ride, ndr), ma sono sicuro che tornerà bene l’anno prossimo. […] Devo aggiungere Rublev, credo sia stato top 5 quest’anno visto quanto ha vinto. Direi quindi che i top 5 sono quelli giusti, a parte Roger“. Lo stesso austriaco non si nasconde sulle sue future possibilità di classifica. “Voglio scalare la classifica sempre di più […] Ho giocato bene quest’anno e anche l’anno scorso. Voglio giocare bene nei grandi tornei, e se riesco a farlo posso salire ancora. Ma ci sono grandi giocatori in testa, e […] almeno 6-7 giocatori come Tsitsipas, Zverev, Daniil e Rublev oltre ai Big 3 che combatteranno per il numero 1 l’anno prossimo“.

Adesso, però, è tempo di concedersi un po’ di riposo dopo una stagione più corta del solito eppure molto travagliata. “È stato un anno molto difficile. Noi atleti, nello specifico noi tennisti, siamo privilegiati nel fare quello che facciamo. Dal punto di vista tennistico è stata una grande annata. Ho raggiunto uno dei miei obiettivi di una vita, vincere uno Slam, quindi anno straordinario per me tennisticamente. Nonostante tutte le difficoltà, per me quest’anno avrà sempre un posto nel mio cuore. […] Spero che la pandemia termini il più presto possibile e che tutti possano tornare a lavorare e ad avere una vita normale”.

Quanto al ricambio generazionale, Thiem si sente molto ottimista sulle sue possibilità nell’immediato futuro e su quelle dei tennisti più giovani di lui. “Il futuro è arrivato. Abbiamo tanti anni davanti a noi, e abbiamo provato che possiamo giocarcela con le leggende di questo sport. I Big3 i prossimi anni continueranno ancora a giocare per vincere i titoli importanti, ma a un certo punto quei giocatori si ritireranno e quindi sarà il nostro turno. […] È molto importante per lo sport avere un ricambio. Rafa, Roger e Nole hanno fatto così tanto per lo sport, hanno portato tanti nuovi fans, ma verrà un giorno in cui se ne andranno e la nostra sfida sarà mantenere tutte queste persone appassionate al tennis, questo sport così meraviglioso. Loro hanno dato così tanto al tennis, ora è il nostro turno. Dobbiamo fare la nostra parte e continuare la storia che loro hanno contribuito a scrivere”.

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Murray: “Da appassionato, non guarderei un match di cinque set dall’inizio alla fine”

Il britannico si chiede se le abitudini di consumo degli appassionati di oggi siano compatibili con la durata dei match negli Slam

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Andy Murray - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per tutta la settimana, Andy Murray ha fatto da spalla a Gael Monfils per delle dirette di commento alle ATP Finals trasmesse in streaming su Twitch. Come sempre, il tre volte campione Slam ha espresso pareri non banali, coadiuvato anche dal format che ha incluso frequenti domande da parte dei fan.

Durante l’ultimo episodio, trasmesso ieri, è stata rivolta al britannico una domanda su uno degli argomenti più caldi degli ultimi giorni, vale a dire l’ipotesi ventilata da Novak Djokovic di ridurre la durata dei match anche negli Slam, portandoli al format due su tre con cui si svolgono tutti gli altri tornei del circuito ATP. Un po’ a sorpresa, Murray ha dato ragione al coetaneo e avversario di tante finali, ma mentre Nole ne fa una questione legata principalmente al dispendio fisico, Sir Andy usa l’esperienza dello spettatore come fattore dirimente: “Due anni fa ho commentato un match fantastico fra Nadal e Del Potro a Wimbledon, credo oltre quattro ore. Il problema è che, a meno che tu sia di persona allo stadio, non hai modo di trovare il tempo per guardarlo tutto”.

Ci sono sempre appassionati più tradizionalisti che vogliono i cinque set, ma i più giovani oggi consumano in maniera un po’ diversa, ha aggiunto. “Da giocatore ho sempre amato il tre su cinque, ma se tu guardi ai Masters 1000 negli ultimi dieci anni, i vincitori sono più o meno gli stessi degli Slam, quindi non so quanta differenza avrebbe fatto. La cosa certa è che da fan non mi siederei più a guardare un match al meglio dei cinque dall’inizio alla fine“.

 

In realtà, questo è il quinto anno di fila in cui i Big Three vincono “solo” la metà dei grandi tornei due su tre (i nove Masters 1000, ridotti a tre nel 2020, più le Finals), un dato che indica un notevole equilibrio nei match più brevi:

  • nel 2016, Djokovic 4 e Nadal 1 da una parte, Murray 4 e Cilic 1 dall’altra;
  • nel 2017, Federer 3 e Nadal 2 da una parte, Dimitrov e Zverev 2 e Sock 1 dall’altra;
  • nel 2018, Nadal 3 e Djokovic 2 da una parte, Zverev 2 e Del Potro, Isner e Khachanov 1 dall’altra;
  • nel 2019, Djokovic e Nadal 2 più 1 di Federer da una parte, Medvedev 2 e Thiem, Fognini e Tsitsipas 1 dall’altra;
  • nel 2020, i 2 di Djokovic sono stati controbilanciati dai 2 di Medvedev.

Quindi è quantomeno ragionevole ipotizzare che forse ci sarebbero stati più vincitori diversi. Infine, lo scozzese ha opinato sull’utilizzo del termine “epico” per qualsiasi incontro finito al quinto: “Tanti confondono partite lunghe per buone partite, mentre spesso non è così, anzi. Leggo spesso il termine ‘epico’ associato con la durata di un match ma non con la sua qualità. Un incontro di quattro ore e mezza può avere un tennis di livello solamente medio per buona parte della sua durata, mentre un incontro al meglio dei tre spesso ha una qualità di gioco migliore, perché i giocatori possono dare tutto per tutto il tempo, mentre a volte sui cinque set hai dei momenti in cui cerchi di conservare le energie”.

Su un’altra questione, invece, Murray ha espresso maggiore scetticismo nei confronti del punto di vista (piuttosto netto) del N.1 ATP. Lo scozzese non è infatti così sicuro che l’eliminazione dei giudici di linea sia una scelta saggia per il futuro del gioco, in quanto potenzialmente deleteria per la formazione degli arbitri: “Una delle mie preoccupazioni principali è che la gran parte dei migliori giudici di sedia ha imparato facendo prima il lavoro di giudice di linea, mentre con l’utilizzo di Hawkeye per ogni punto questa possibilità non esisterebbe più”.

Per non farsi mancare niente, infine, Murray ha detto la sua anche sul parere ribadito da Nadal anche quest’anno sull’opportunità di alternare varie superfici per il Master di fine anno, data la natura del torneo: Credo che quello di Nadal sia un commento giusto, perché è vero che le Finals sono sempre state giocate sulla stessa superficie [dal 2006 ad oggi si è sempre giocato sul cemento indoor, ndr]. Se si fosse giocato sulla terra, Rafa le avrebbe probabilmente vinte sei o sette volte”.

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