Roger Federer, l’uomo che si crede al di sopra del tennis

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Roger Federer, l’uomo che si crede al di sopra del tennis

È giusto che uno sport sia monopolizzato da un suo atleta?

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Immaginate che Lionel Messi e Cristiano Ronaldo si mettano d’accordo per organizzare un’enorme partita amichevole nel bel mezzo della stagione, nella quale si affrontano i migliori undici giocatori sudamericani e quelli europei. E, perché no, immaginate che vogliano intitolare la sfida a Pelé e che chiamino come allenatori delle due squadre Maradona e Van Basten. Sarebbe un evento di portata globale, con i biglietti per lo stadio esauriti in pochi minuti e le televisioni a fare a gara a suon di milioni di euro per i diritti tv. Ma provate ad immaginare anche le reazioni indispettite delle principali leghe continentali, che vedrebbero i loro campionati privati delle loro stelle più brillanti, o dei tifosi di Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Chelsea, Paris Saint Germain, Juventus e altri top club europei costretti per un fine settimana a non poter ammirare i loro idoli. Ecco forse per queste ragioni un tale evento non sarebbe possibile. E forse proprio per questo non verrà mai nemmeno in mente di metterlo in piedi né alla pulce né a CR7 e nemmeno ai loro entourage avidi di denaro.

Immaginate anche che Messi nel 2022, a 35 anni suonati e ancora a secco di mondiali con la sua Argentina dopo l’ennesima delusione in terra russa, decida che il deserto del Qatar sarà la sua ultima spiaggia. Immaginate anche che, al fine di risparmiare le ormai limitate energie per il presumibile ultimo giro di valzer nella più prestigiosa competizione per nazionali del mondo, il fenomeno di Rosario in un’intervista ad un giornalista spagnolo ipotizzi di non giocare tutta la seconda parte di stagione con il Barcellona, club sotto il quale è ancora sotto contratto. I dirigenti catalani, alquanto indignati, non esiterebbero a fargli rispettare i suoi oneri contrattuali, magari chiamando in causa anche una sorta di riconoscenza nei confronti di tutte le persone che all’interno e all’esterno della società hanno contribuito a renderlo grande. Si prospetterebbe per Messi una dura battaglia legale dalla quale uscirebbe probabilmente sconfitto. E per questo non è un’ipotesi che potrebbe mai prendere in considerazione.

Questi due episodi, all’apparenza inverosimili, dovrebbero, con le dovute differenze riguardanti il tipo di sport e la connessa natura dei rapporti economici tra datore di lavoro e dipendente, ricordare qualcosa agli appassionati di tennis. In questa stagione, Roger Federer, il recordman di tutti i tempi per numero di Slam in singolare e permanenza in vetta alla classifica mondiale (tanto per non entrare nell’inutile dibattito sul GOAT) ha infatti infranto anche la barriera della fantascienza, dimostrando ormai di sentirsi (e di essere nei fatti) al di sopra del mondo del tennis, delle sue istituzioni e di quantomeno una parte dei suoi tifosi.

 

In primo luogo organizzando la Laver Cup. Questo evento, a suon di cachet con moltissimi zeri, ha portato a Praga, tra il 22 e il 24 settembre, i dodici migliori giocatori del mondo, dividendoli in due squadre, Europa e resto del mondo. Il circuito maggiore si è sostanzialmente visto così privato per alcuni giorni dei suoi dodici (quattordici se contiamo le riserve) migliori talenti in attività. È vero che in quella settimana erano in programma i tornei 250 di San Pietroburgo e Metz, ai quali probabilmente molti dei giocatori impegnati nella capitale ceca non avrebbero partecipato comunque. Ed è vero anche che probabilmente questa collocazione non è stata casuale ma frutto di una trattativa tra le istituzioni globali del tennis, ATP e ITF nel caso specifico, e l’entourage di Federer, nella persona del potente manager Tony Godsick. Ma la portata dell’evento è stata notevole e la sua perfetta riuscita, testimoniata in maniera unanime da giornalisti e addetti ai lavori, l’ha reso uno dei momenti più alti della stagione maschile. Questo grazie soprattutto alla prima volta degli arci-rivali Nadal e Federer da compagni di squadra, al carisma di Bjorn Borg e John McEnroe in panchina e all’impegno di tutte le star in campo. In particolare, il paragone con una Coppa Davis che, nonostante i continui tentativi di riforma, continua a perdere appeal e viene frequentemente snobbata dai top players, è stato evidente. Insomma Roger 1-ITF e gli sfortunati organizzatori e spettatori di San Pietroburgo e Metz che magari su un Kyrgios qualunque ci potevano pure sperare 0. Cambio campo.

In secondo luogo, il 36enne fenomeno di Basilea dall’aria bonaria ha rimarcato la sua presunta superiorità rispetto al pianeta tennis saltando inopinatamente tutta la stagione su terra rossa europea. Nel caso specifico cerchiamo di ricostruire in maniera consequenziale gli eventi per vederli da un’altra prospettiva rispetto alla narrativa del “ha fatto bene per rimanere sano e vincere Wimbledon per l’ottava volta-tanto se le regole glielo permettono è giusto così”. Il 2 aprile, dopo aver domato Nadal nella finale di Miami con una performance sfavillante, Federer annuncia che l’unico torneo che disputerà sul mattone tritato quest’anno sarà il Roland Garros. Fino a quel momento il campione rossocrociato aveva disputato 21 partite dall’inizio della stagione, con un bilancio di 20 vittorie e 1 sconfitta. Solamente in cinque occasioni era rimasto in campo più di due ore. Insomma era in forma, stava dominando e aveva giocato sì tante partite ma per la maggior parte brevi. Tuttavia, sceglie di non presentarsi né a Montecarlo né a Madrid e nemmeno Roma per la rabbia degli organizzatori di questi tornei (tranne del nostro Binaghi che sornionamente dichiara di avere sempre fatto il tifo per il suo rivale iberico) e di chi aveva pagato il biglietto sperando di vederlo. Vale forse la pena ricordare che in questi tornei Federer ha raccolto solo due successi in carriera (entrambi a Madrid) e nel suo sfortunato 2016 aveva ottenuto la miseria di tre vittorie tra il principato e la capitale. Il 15 aprile il re del tennis comincia a mettere in dubbio la sua presenza a Bois de Boulogne affermando di non voler “giocare tanto per giocare”. Il 15 maggio, a distanza ormai di un mese e mezzo dalla sua ultima apparizione su un campo da tennis, Federer scioglie ogni riserva e annuncia su Twitter che “giocare il Roland Garros non sarebbe la cosa migliore per il suo tennis e per la preparazione al resto della stagione”. Pure a Parigi tifosi e addetti ai lavori non la devono aver presa troppo bene. Insomma, nonostante sia in ottima condizione fisica, il tennista più vincente in attività non prende parte ad un Major e agli eventi propedeutici, dove curiosamente ha sempre vinto pochino. Roger 2 – organizzatori dei tornei menzionati, appassionati che hanno comprato biglietti e tutti i tennisti professionisti che se stanno bene sono obbligati a giocare quei tornei o che magari lo vedono come un privilegio 0. Game, set and match.

A questo punto, dovrebbe essere lapalissiano che ormai Federer si senta al di sopra del mondo del tennis in termini di istituzioni, colleghi e fans. La domanda che sorge spontanea è se sia moralmente accettabile che un tennista elevi sé stesso oltre il tennis stesso. La risposta è semplice e diretta: no. Ogni sport ha una storia che precede qualunque suo atleta e una che lo segue. Può darsi che uno sportivo cambi la storia del proprio sport, che ne alteri il modo di giocarlo, la struttura o la percezione collettiva. Ma qualcosa era successo prima e qualcosa succederà dopo. E ci potrebbe essere qualcun altro che avrà un impatto persino più dirompente di lui. Nel caso specifico, la ventennale carriera di Federer è un’inezia se raffrontata ai quasi 130 anni di storia del tennis moderno e tutti quelli che probabilmente dovranno ancora venire.  Inoltre, pur avendone lui riscritto la storia, il testimone passerà ineluttabilmente ad altri che potrebbero vincere più Wimbledon, rimanere più settimane al numero uno, avere una carriera più longeva. Senza contare il fatto che è l’esistenza di una disciplina stessa a rendere l’atleta ciò che è. Cosa sarebbe diventato Messi senza il calcio, LeBron James senza il basket o Michael Phelps senza il nuoto? E cosa sarebbe diventato Federer senza il tennis? Un anonimo bancario della filiale della Credit Suisse di Basilea?

Tuttavia, la domanda in questa maniera è posta in termini eccessivamente astratti e decontestualizzati. Ci dobbiamo chiedere invece se è giusto che oggi, in questo preciso momento, la comunità del tennis sia piegata alle bizzose esigenze di Roger Federer. E qua l’immaginario attore “tennis” viene sostituito da persone in carne ed ossa come dirigenti delle principali istituzioni internazionali, organizzatori di tornei, altri giocatori nel circuito e appassionati di tutto il mondo che comprano biglietti per gli incontri, abbonamenti televisivi e gadget vari ed eventuali. Tale comunità sembra per lo più accettare in maniera connivente la dittatura federeriana sul mondo del tennis. In questo 2017, infatti praticamente nessuna voce si è levata contro i comportamenti dispotici del maestro elvetico. A memoria si possono segnalare giusto un paio di dissidenti, forse non a caso entrambi francesi, popolo rivoluzionario per eccellenza. Il primo è Marc Gicquel, ex n.37 del ranking ATP, che con un tweet sul suo profilo ha criticato le rinunce di Shapovalov al Challenger di Orleans e di Berdych al ATP 250 di Shenzhen, eventi della stagione regolare con punti ATP in palio, in favore della Laver Cup. Il secondo è Guy Forget, due volte vincitore della Davis e oggi organizzatore del Masters 1000 di Bercy, che si è detto deluso dalla scelta di Federer di rinunciare all’ultimo istante al torneo, lasciando spiazzati i suoi tifosi ma anche altri giocatori in corsa per le ATP Finals.

Del resto la comunità tennistica è rimasta assolutamente silente, abbacinata dalla luce emanata in campo dal suo despota e dagli enormi introiti che essa riesce ancora a generare. Per questa ragione è moralmente accettabile che Federer si senta al di sopra del tennis. Coloro che stanno al di sotto sono perfettamente consapevoli della situazione, di buon grado la subiscono e conseguentemente si augurano che vada avanti più a lungo possibile. Lunga vita dunque a re Roger e chi se ne importa se il tennis, al momento, è cosa sua.

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Australian Open

Berrettini-Nadal, una vigilia tormentata più per noi che per loro. Il torneo l’hanno già vinto

Chi ha più da perdere? Forse Nadal. Però lui non ha mai sofferto troppo le grandi pressioni. E non crede di averla questa volta. Matteo: diventare top-5, battere un top-5, conquistare una seconda finale Slam…forse ne ha più lui

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Sono curioso di apprendere da Eurosport-Discovery il numero dei connessi, via tv, computer, streaming, dispositivi vari, che avranno messo la sveglia alle 4:30 del mattino per seguire il duello Nadal-Berrettini.

Sarà come mettere il termometro alla passione dei fans italiani. Immagino si possano sapere anche i dati di chi ha registrato la partita per vederla con maggior agio.

Chi lavora e deve andare in ufficio per le 8:30 quale opzione avrà esercitato?

Io la sveglia l’ho messa. A volta è accaduto che io fossi fuori per una cena che non potevo mancare e ho registrato una partita (di tennis o della Fiorentina) per vedermela al mio ritorno, ma una semifinale di uno Slam in Australia è un unicum… e poi il rischio che qualcuno mi mandi un WhatsApp che mi dica il risultato di Berrettini-Nadal, quale che fosse, mi rovinerebbe tutto il gusto.

Né posso staccare il telefono per 3 o anche 4 ore al mio risveglio per evitare che qualcuno mi chiami o mi messaggi dicendomi che è successo.

Che cosa succederà davvero non lo so. Mi chiedo anche, nella sera italiana della vigilia, che caldo possa fare alle 14 del pomeriggio in Australia. Con certe temperature, chi sarebbe favorito? E se piovesse e giocassero indoor? In una previsione meteo ho visto che ci si attende una grande umidità. Chi la soffrirebbe di più però?

Non voglio tornare sulla difficoltà di sbilanciarsi in pronostici a decine di migliaia di km di distanza ma i dettagli ignoti sono troppi per farlo. Sarebbe esercizio da presuntuosi.

Lasciatemi prima dire qualcosa su quanto è già successo. Il torneo femminile nelle ultime fasi ha offerto magari vincitrici a sorpresa ma una serie di partite davvero deludenti. A senso unico. Alludo alle due semifinali e a tutti i quarti della parte alta del tabellone. Quattro lotte al terzo set invece nei quarti della parte bassa, ma un livello a mio avviso non straordinario.

Tanto di cappello però per Ashley Barty che fin qui ha dominato le sue avversarie in modo impressionante. Ricordo che una volta Mary Pierce al Roland Garros giunse in finale avendo perso solo 10 game, e poi le due sorelle Williams, capaci di dominare con tanta disinvoltura.

Come ho avuto modo di dire anche nel mio quotidiano lancio su Instagram Ash ha perso solo 21 game in 6 partite, per una media di tre game e mezzo a match! Così Amanda Anisimova che ha fatto 7 game, più di tutte, 6-4,6-3 è stata due volte sopra quella media imbarazzante e Camila Giorgi 5 che era così seccata di aver giocato male…tutto sommato avendo raccolto cinque game non ha fatto poi così male come credeva.

Non ho mai dimenticato, a proposito di domini altrettanto impressionanti, quello di Bjorn Borg al Roland Garros 1978, il terzo di sei che vinse: quell’anno perse soltanto 32 game in 7 match, cioè in 21 set. Fu una media di 4 game e mezzo concessi a partita. Contribuirono ad abbassarla Corrado Barazzutti che in semifinale fece un solo game e alla fine lo ringraziò per averglielo concesso, 6-0,6-1,6-0, ma anche Paolo Bertolucci – in questi giorni molto ricordato per aver raggiunto i quarti a Parigi nel ’73 insieme a Panatta così come Sinner e Berrettini – da Borg rimediò anche lui un 6-0 e un paio di 6-2,6-2. Finì cioè sotto media. Se non fosse stato per Roscoe Tanner che in un match solo strappò, grazie al mostruoso servizio mancino ben 12 game all’Orso Bjorn, le “lezioni” date dallo svedese a tutti i suoi avversari avrebbero avuto numeri complessivi ancora più netti e umilianti.

Fra le donne ad avere dominato così nel terzo millennio ci sono state Serena Williams, che ne perse solo 16 all’US Open 2013 e 19 l’anno prima e poi la sorella Venus 20 a Wimbledon 2009.

Spero a questo punto che la rivelazione Collins, n.30 in procinto di diventare top-ten da lunedì, riesca almeno a lottare con la Barty, visto che anche lei, dopo aver rischiato la sconfitta soprattutto con la danese Tauson e poi anche con la belga Mertens, ha poi dominato sia la Cornet sia la Swiatek.

Senza immaginare chi potrà vincere, anche se posso immaginare in base a che cosa potrebbe vincere Matteo – una grande percentuale di prime in campo! Tanti dritti vincenti, una gran resilienza con il rovescio …- oppure in base a che cosa potrebbe vincere Rafa – massacrando di dritti in topspin il rovescio slice di Matteo (che almeno quando lo deve giocare incrociati dovrebbe coprirli tutti se non vuole fare la fine del tordo) – mi sento di scommettere che assisteremo a una grande battaglia. Almeno me la auguro e …per concludere nel modo più banale, che vinca il migliore.

Vincerà il meno stanco? Io credo che dopo un giorno e mezzo un venticinquenne sia in grado di recuperare al giorno d’oggi, e un trentaseienne dopo qualche ora di più anche. Però come faccio a sapere come si sentono? Sarà semmai un alibi per chi avrà perso.

L’esperienza, anche in situazioni del genere, incide. E Nadal ne ha di più. Però quando l’altro giorno contro Monfils Matteo ha deciso di non spremersi a fondo nel quarto set, una volta subito il break, per tenersi qualche energia per il quinto, ha dimostrato di avere maturato anche lui una discreta esperienza.

A Nadal i grandi battitori hanno sempre dato fastidio. A tutti, per la verità, non solo a Nadal. Ma ricordo Isner portare al quinto Nadal anche sulla terra rossa di Parigi…

Le motivazioni sono straordinarie per entrambi. Rafa ha vinto tutti altri Slam almeno due volte, salvo l’Australian Open dove ha vinto solo nel 2009, e poi c’è – o forse prima… – lo Slam n.21 all’orizzonte. Come trascurare un obiettivo del genere?

Matteo sa che se dopo la finale di Wimbledon centrasse anche questa di Melbourne, e battendo per la prima volta un top 5 in uno Slam …diventando n.5 lui stesso, – e top-five suona meglio che top-ten!-, avrebbe raggiunto un traguardo davvero storico anche se poi dovesse perdere nuovamente in finale. Avrebbe scritto la storia. Non si parlerebbe di lui solo come del miglior tennista italiano negli Slam dell’Era Open (Open lo scrivo per non irritare Pietrangeli!).

Matteo sa di avere un’occasione più unica che rara. Il Nadal del 2022 non è il Nadal di 10 anni fa quando perse a Melbourne quell’assurda finale con Djokovic che durò 6 ore…. Non è quello che fu tradito dal fisico contro Wawrinka… forse non è nemmeno quello del 2017 quando vinceva 3-1 al quinto con Federer.

Ma per Matteo questa consapevolezza è un handicap. In fondo, soprattutto se è vero quel che Rafa sostiene, e cioè che vincere o non vincere lo Slam n.21 o uno più di Djokovic e Federer, non gli fa una grande differenza, Nadal forse può permettersi di giocare più libero, con meno pressione addosso. Lui con la pressione c’è cresciuto e l’ha sempre saputa gestire.

Matteo non è più il Matteo di 30 mesi fa, certamente, ma non lo è nemmeno Nadal.

Ma diciamo la verità, tutte queste sono chiacchiere di presentazione che lasciano il tempo che trovano. Tutto sommato entrambi hanno ragione di ritenere il loro torneo un successo, comunque vada la loro semifinale. Per motivi diversi non era scontato che ci arrivasse né l’uno né l’altro. Ripeto, speriamo solo che sia un bel match.

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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ATP

ATP Dubai, l’entry list: torna Djokovic. Presente anche Sinner

Il numero uno del mondo dovrebbe esserci per l’ATP 500 in programma negli Emirati dal 14 febbraio

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Novak Djokovic con il trofeo - Dubai 2020 (via Twitter, @NatSportUAE)

Continua la stagione del tennis sul cemento dopo l’Australian Open, e le entry list ci forniscono informazioni interessanti sul futuro di Novak Djokovic. Il numero uno del mondo non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo il fiasco dell’Australian Open ma ha fatto sentire la sua presenza nell’entry list dell’ATP 500 di Dubai, in programma dal 14 febbraio sul cemento degli Emirati. Non è la prima volta per Djokovic nel torneo arabo: Nole l’ha infatti vinto per sei volte, di cui tre consecutive tra il 2009 e il 2011 e una nell’ultimo torneo disputato pre-lockdown (vinse una semifinale tiratissima con Gael Monfils prima di battere Tsitsipas in finale). Negli Emirati Arabi Uniti non è richiesto l’obbligo vaccinale, fattore che favorisce sicuramente la presenza di un Djokovic che vorrà ritrovare ritmo partita in attesa di capire a quali tornei potrà partecipare nel prossimo futuro, se continuerà nella sua decisione di non vaccinarsi.

Non mancheranno i tennisti di alto profilo oltre a Djokovic. Fra questi il campione in carica Aslan Karatsev, che proprio qui l’anno scorso concluse al meglio in finale contro Lloyd Harris una prima parte di stagione fantastica per gioco e risultati. Presenti anche tre Top 10, tra cui il canadese Felix Auger-Aliassime, Andrey Rublev e il nostro Jannik Sinner, che nel 2021 uscì ai quarti proprio contro Karatsev.

 

Anche fuori dai primissimi ci saranno tanti tennisti di alto profilo come Gael Monfils, Roberto Bautista-Agut e Marin Cilic, tutti reduci da buone prestazioni all’Australian Open, e il croato Borna Coric, al ritorno nel Tour dopo mesi di assenza per un infortunio alla spalla. Poca la presenza degli italiani, che oltre Sinner vedranno soltanto Lorenzo Musetti ai nastri di partenza. Il tennista di Carrara ha deciso di saltare lo swing sudamericano su terra per migliorare il suo gioco sul veloce ma si trova a sei ritiri di distanza dall’entrare nel tabellone principale e per ora dovrà disputare le qualificazioni (Dubai fu peraltro il suo primissimo main draw ATP).

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