Due azzurri negli ottavi: un tuffo nel passato, ma non è un trionfo

Editoriali del Direttore

Due azzurri negli ottavi: un tuffo nel passato, ma non è un trionfo

MELBOURNE – Sharapova che delusione! Halep che guerriera, ma che fortuna. Federer paterno con Sascha Zverev

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Non mi pareva possibile che davvero due tennisti italiani non fossero mai arrivati agli ottavi di uno Slam in 42 anni. Forse ero stato tratto in inganno dalle… donne, che ci avevano abituato male. Le nostre quattro top-ten, più Silvia Farina che è stata veramente sfortunata a fermarsi all’undicesimo posto e sono in pochi a ricordarlo come meriterebbe, quel traguardo insieme lo hanno raggiunto più volte. Anche se poi è arrivata quella finale all’US Open 2015 a oscurare tutti i precedenti. Non mi pareva possibile perché non è che nessun italiano non sia mai approdato agli ottavi. Ce ne sono stati diversi, anzi, e poiché molti appartenevano alla stessa generazione, ero convinto che fosse risuccesso anche dopo il 1976. Cito a memoria e sono certo che qualche lettore mi pescherà in castagna ,ma Cancellotti, Gaudenzi, Furlan, Camporese, Pozzi, Sanguinetti, Volandri, Seppi, Fognini e Lorenzi sono tutti giocatori che almeno una volta agli ottavi di uno Slam ci sono arrivati.

Se Wimbledon 1974 è stato il mio primo di 44 – saranno 45 quest’anno (senza contare quello Olimpico del 2012) – il mio primo Roland Garros è stato quello del 1976, quello magico sigillato da Adriano Panatta. Ho già avuto  modo di dire più volte che mi illusi allora che fosse iniziato un periodo d’oro per il tennis italiano e che avrei rivissuto innumerevoli volte le grandi emozioni che mi seppe dare Adriano Panatta a Parigi quell’anno, fin dal primo turno in cui annullò miracolosamente un matchpoint in tuffo a quello strano ceco di nome Pavel Hutka (serviva con una mano e giocava con l’altra, e sul rovescio le metteva tutte e due: Roberto Lombardi e io ci avevamo giocato in doppio contro, lui e tal Pisecki, al Trofeo Bonfiglio). Invece nessun italiano ha mai più vinto un Slam dopo quell’anno, non ci si è neppure avvicinato. Perché oltre ai quarti purtroppo non si è mai issato nessuno. Se penso che da quel Roland Garros 1976 si sono completati 166 Slam (ho sbagliato? In aritmetica sono sempre stato negato…) e non abbiamo più raggiunto una semifinale vengo colto da un attimo di depressione. C’erano 664 posti di semifinalisti in questi anni e non siamo stati in grado di prenotarne uno!

Francamente non pensai allora che anche avere due italiani contemporaneamente in ottavi sarebbe stato un fatto eccezionale, unico per 42 anni. Anche perché prima di quel 1976 era successo tante volte: due a Wimbledon e dieci a Parigi. Ma erano tempi in cui dominavamo in Europa in Coppa Davis, tempi nei quali Pietrangeli giocava 4 finali del Roland Garros vincendone due, e pure Beppe Merlo arriva in semifinale  a Parigi. E in Davis il duo Pietrangeli-Sirola non perdeva da nessuno. Panatta, che prima degli ottavi aveva battuto dopo Hutka il corridore e pallettaro giapponese Yun Kuki e poi un altro ceco di miglior caratura, Jiri Hrebec, superò negli ottavi l’attuale direttore del torneo di Montecarlo, il croato Zeljko Franulovic, prima di infliggere la seconda sconfitta (dopo quella del 1973) allo svedese Borg, campione delle ultime due edizioni. Poi avrebbe battuto i due “sorci” americani dal tennis così simile, due piccoletti irriducibili dal rovescio bimane (lo scrivo perché allora non era poi così comune: Jimbo Connors, classe 1952 e 4 anni più anziano di Borg, era stato uno dei primi a giocarlo così; ricordo che il mio maestro al Circolo Tennis Firenze non faceva che ripetermi che con il rovescio a due mani non c’era futuro…), Dibbs e Solomon, il primo per tre set a zero, il secondo con un punteggio simile a quello inflitto a Borg, 7-6 al quarto set… e meno male che riuscì a evitare il quinto.

 

I successi ripetuti di Panatta fecero passare in secondo piano i quarti di finale raggiunti da Barazzutti, che – sebbene Corrado fosse poi demolito da un Vilas troppo forte – erano invece un traguardo di tutto rispetto e oggi ci farebbero gridare Alleluja! E magari lo grideremo se Seppi batterà Edmund, difficile ma non impossibile, o se Fognini sconfiggerà Berdych, impossibile se il ceco che è stato a lungo top-ten e anche n.4 del mondo, ripeterà la prestazione offerta contro del Potro e se Fabio non giocherà meglio che contro Benneteau. Il francese, forse provato dalla lotta precedente con Goffin quando la calura era quasi killer, m’è sembrato parecchio modesto. Quando Fabio ha giocato come sa, nel secondo e nel terzo set, non c’è stata proprio partita. Come spesso gli accade si è complicato la vita. Andare al quinto set è sempre un rischio. Contro Berdych dovrà stare molto più attento, dovrà essere più continuo. Tomas è oggi sceso a n.20, ha avuto un 2017 poco brillante, ma sembra tornato in buona forma e poi questa partita… non si disputerà sulla terra rossa prediletta dal “nostro”, laddove Fabio lo ha battuto due volte, tutte e due a Montecarlo (2009 e 2013, match datati), e ci ha perso però a Roma 2015, oltre che sul cemento dell’US Open 2011. Per la verità, come ha ricordato Fabio subito il match vinto con Bennetau, “da un po’ di tempo i migliori risultati. li faccio sul cemento… dove peraltro mi è sempre piaciuto giocare. Quando ero più giovane – ha aggiunto – li facevo sulla terra rossa”. Quanto a Seppi lui ha perso l’unico confronto diretto con Edmund ad Anversa due anni fa. Cercherà di prendersi la rivincita nella vostra notte, direi intorno alle 4 del mattino.

Ora, a costo di passare per antipatico e incontentabile, ben conoscendo come la nostra stampa affamata di successi e di vincitori da sbattere in prima pagina – magari la ripresa del campionato di calcio attenuerà queste tendenza – devo dire che in fondo in fondo sia Seppi sia Fognini non hanno fatto nell’occasione molto più di quello che il loro ranking suggeriva. Non hanno, cioè, vinto fin qui incontri fuori pronostico. Seppi ha battuto Moutet n.155, Nishioka n.168, Karlovic n.89 per conquistare gli ottavi per la quarta volta in sei anni a Melbourne. E, insomma, per centrare i primi (strameritati) quarti della carriera in uno Slam dovrebbe battere un altro giocatore che è entrato a malapena fra i top-50, il britannico Edmund, n.49. Vero che Andreas è 27 posti più in basso, n.76, ma insomma è stato anche 18… quindi alla fine tutto si riduce a chi si sveglia meglio, sebbene indubbiamente Edmund sia con i suoi 23 anni un giocatore in ascesa e Andreas con i suoi quasi 34 invece in discesa.

Non si può negare che anche Fabio abbia infilato un corridoio favorevole: ha via via eliminato Zeballos n.66, Donskoy n.72 e Benneteau n.59. Lui è n,25, verrebbe da dire cinicamente che ha fatto il suo… dovere. Ma qui in Australia salvo che una volta, nel 2014 quando arrivò anche quella volta agli ottavi (perdendo da Djokovic) non aveva mai fatto risultati particolari. Già per essere arrivato al quarto turno – quando lo scorso anno aveva perso al secondo – dovrebbe guadagnare tre posti, salire da n.25 a n.22. Se poi battesse Berdych entrerebbe tra i primi venti, quello che l’altro giorno lui aveva detto essere il suo primo obiettivo. Ma Berdych, come ha detto Fabio, “tira a 200 km l’ora”, sarà difficile da arginare e contrastare.

I risultati tinti d’azzurro mi hanno fatto trascurare l’ennesimo k.o. negli Slam di Sascha Zverev che nel 2017, tranne che per gli ottavi a Wimbledon ha fallito prima in tutti gli altri. Gli ho chiesto se imputasse il 6-0 patito nel quinto set contro Chung a una questione fisica oppure mentale e mentre mi attendevo che optasse per la prima è stato onesto invece a dire la seconda. Più tardi Federer ha raccontato di aver incontrato Sascha negli spogliatoi e di aver cercato di tirarlo su: Gli ho detto che non si deve mettere troppa pressione addosso, anch’io fino al 2003 che avevo 22 anni, negli Slam soffrivo e perdevo presto. Gli ho detto che a quell’età non bisogna mettersi in testa che se non si vince il torneo si ha fallito. Raggiungere i quarti è già un buon risultato. Lui è giovane… deve avere pazienza”. Bello, paterno, questo Federer che si preoccupa di incoraggiare un ragazzone che molti pronosticano futuro n.1 del mondo quando il ricambio generazionale avrà avuto luogo. Ma anche questo Chung che l’ha battuto e che aveva vinto il torneo di Milano è un tipo bello solido. Davvero interessante. “Questi ragazzi – ha detto Djokovic – sembrano più vecchi degli anni che hanno. Il fatto è che sono più professionisti, sono molto ben preparati. Insieme ai progressi della tecnologia in questi dieci che intercorrono fra il mio primo Slam vinto qui nel 2008 e oggi, è proprio quello della maggiore professionalità dei giovani tennisti di oggi il cambiamento più significativo”.

Lui con Ramos Vinolas e Roger con Gasquet non hanno avuto mezzo problema – intervento del fisio a parte – e quindi non mi resta che dire quanto sia rimasto deluso dall’inconsistenza di Maria Sharapova davanti al “muro” Kerber, quanto mi abbia sorpreso l’autorevolezza della Osaka nel battere la Barty, quanto abbia temuto per la Halep contro la Davis che si è arresa soltanto 15-13 al terzo dopo aver fallito tre matchpoint. L’altro giorno Simona era caduta e si era storta la caviglia in un modo tale che – visti mille replay in tv –  ero sicuro non avrebbe potuto rigiocare in questo torneo. Meglio così invece, ma adesso a quel malanno si sarà aggiunta una terribile stanchezza. Soltanto in 10 Slam su 50 disputati Maria Sharapova non era arrivata alla seconda settimana. Francamente spero proprio si riprenda.

Buon weekend.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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