La pioggia di miliardi resusciterà la Davis?

Editoriali del Direttore

La pioggia di miliardi resusciterà la Davis?

Tanti dubbi sull’idea rivoluzionaria dell’ITF, su formula e logistica. Cosa pensano Nadal, Federer, Kafelnikov, Courier? È vero che qualcosa va fatto, ma pare una mezza follia. Naufragherà?

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Una pioggia di miliardi può a volte fare miracoli. 20 milioni di dollari per ogni anno, per 25 anni, a partire dal 2019 è un bel piovere. Li ha (avrebbe?) trovati il calciatore del Barcellona Gerard Piquè con la sua società Kosmos, supportata dalla giapponese Rakuten, la prima società dell’e-commerce giapponese e sponsor del Barcellona. Ma non è detto che tutti i miracoli siano benefici. I dubbi sono ancora tanti. Ma è vero che tutte le rivoluzioni li comportano. Le obiezioni che mi vengono in mente sono così banali, che mi sento di escludere che Piquè e compagni non le abbiano prese in esame. Ma non essendone a conoscenza qui di seguito le manifesto.

Certo David Haggerty, il presidente dell’ITF, che aveva aveva meritoriamente forzato la mano per dotare l’Arthur Ashe Stadium di un tetto quando molti in seno all’USTA lo ostacolavano, aveva anche già provato assai meno meritoriamente a lanciare l’idea di una sede neutrale per la sola finale di Davis. Un’idea cervellotica piaciuta a pochissimi che non aveva raggiunto a Ho Chi Minh City il quorum dei due terzi delle approvazioni necessarie dei Paesi aderenti alla Federazione Internazionale. Non contento ora Haggerty ha tirato un uppercut micidiale sulla vecchia Coppa Davis, nata nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston Shreve&Low&Crump. Come minimo, anche se l’evento Piqué non dovesse mai andare in porto, le avrebbe assestato un cazzotto micidiale. Un pugno da k.o. Perché se anche non andasse in porto la nuova “Tennis World Cup”, state pur certi che allo scopo di promuoverla sia lui sia il board dell’ITF che si dice sulla stessa linea del presidente, non potrà che sostenere con tutti i mezzi dialettici possibili il “De Profundis” della “vecchia” Coppa Davis.

Di sicuro un cazzotto simile non l’avrebbero mai tirato gli altri dirigenti europei. Né gli inglesi, amanti della tradizione, sebbene fossero stati i primi ad aver dato vita al tennis Open cancellando nel ’68 l’ipocrisia del tennis che distingueva i veri professionisti dai professionisti mascherati (e del sottobanco), né i francesi del presidente corso Giudicelli – entusiasta per averla conquistata per la decima volta nel dicembre scorso –  né i tedeschi il cui vice presidente federale della DTB, il coach Dick Hordoff ne ha dette di tutti i colori su Haggerty (“Invece di pensare a migliorare la manifestazione sembra che vogliano fare di tutto per rovinarla! La vogliono trasformare in una mega esibizione…, spero proprio che le nazioni che dovranno votare questa pagliacciata la boccino e non rieleggano più Hagerty che si sta mostrando davvero poco professionale”), né i belgi, mentre gli svizzeri sono divisi…(è svizzero il vicepresidente dell’ITF, ma Federer conta più di lui…). Forse solo gli spagnoli nell’Europa dell’Ovest… ecco, potrebbero fare eccezione, anche perché il progetto è nato proprio in Spagna con Piquè e in Spagna ci sono regioni dove chissà, forse si potrebbe giocare all’aperto anche a dicembre. Ecco perché, forse e dico forse, Rafa Nadal non sarebbe apparso contrario.

 

Nemmeno Murray per la verità lo è stato, mentre sul conto di Djokovic, che è socio del Kosmos e che già a Londra durante le finali ATP si era scagliato contro l’attuale Coppa Davis, è praticamente scontato che si pronuncerà a favore. D’altra parte c’è da capirli: per i giocatori più forti, e più anziani (oltre che già vittoriosi in Coppa Davis) ci sono ancora tanti soldi in palio (sembra che non bastino mai! Forse più ai loro agenti che a loro stessi…) e soprattutto tre belle settimane di riposo e mancati trasferimenti in più all’anno, cioè quelle corrispondenti alle prime tre settimane attuali che richiede l’attuale formula del World Group. Dubito però – per inciso –  che Roger Federer, partner manifesto della Laver Cup con il suo agente Tony Godsick, sarebbe felice di dover misurare la propria “impresa” con una Davis Cup così modificata… Gli interessi personali, un po’ per tutti, spesso prevalgono. Di certo però mai sarebbe saltata in mente una idea consimile al predecessore di Haggerty, il nostro Francesco Ricci Bitti che era l’emblema della prudenza e anche dell’immobilismo. Non si sarebbe mai azzardato. Forse su quella poltrona è stato più a lungo di qualsiasi altro, 16 anni! (Dal 1999 al 2015, quattro mandati di 4 anni come mai nessun altro) proprio per la sua capacità di navigare abilmente e diplomaticamente fra Paesi tennisticamente grandi per tradizione e piccoli, senza prendersi troppo rischi, mantenendo lo status quo. Haggerty come è arrivato ha proposto e avviato subito dei cambiamenti.

Prima di tutto, e di entrare nel merito, veniamo alla formula e alla logistica. Leggo che tutto sarà concentrato in una sola settimana intorno nella stessa settimana che oggi ospita la finale. E che vi parteciperebbero secondo i piani le 16 nazioni del World Group più due wild card… ma come?

LA FORMULA E LA LOGISTICA

Sei gironi di tre squadre che si affrontano in gironi all’italiana. In tre giorni. Nei primi tre giorni della settimana prescelta e che vorrebbero giocare a novembre dopo le finali ATP. Ogni squadra (formata da quattro giocatori) affronta le altre due in due singolari e un doppio al meglio dei tre set senza long-set. Alla fine della “tre giorni” ci saranno sei squadre che hanno vinto il girone, più le due migliori seconde che, presumo, non potranno che emergere da un complicatissimo conto dei set e game vinti e persi. Del resto anche per determinare le squadre vincenti di ciascun girone set e game avranno probabilmente la loro importanza. Salvo che sia una sola squadra a vincere due duelli. Ma se in ciascun girone A batte B, e il secondo giorno B batte C, e il terzo C batte A… ecco già il ricorso obbligato ai… ragionieri, ai set, ai game. Come e più che nelle finali dell’ATP Masters di fine anno.

Figurarsi poi il caos per stabilire le prime seconde di ciascun girone. Non vorrei che si dovessero contare anche i punti… e non più soltanto i set e i game. Oppure che si corra il rischio di finire al sorteggio, alla monetina. Con la squadra sorteggiata – sarebbe il colmo – che poi vince la manifestazione perché magari nei primi tre giorni il n.1 non ha giocato (era indisposto… o assente) e si presenta invece per le fasi finali. Dopo di che, superato l’iniziale bailamme, ecco i quarti di finale a eliminazione diretta. Beh, lì almeno non ci piove. Il vero tennis è quello che manda avanti chi vince e a casa chi perde. Senza ripescaggi. Sabato le semifinali e domenica la finale. Le squadre più forti delle 10 eliminate (le sei ultime di ciascun girone più le quattro seconde peggio classificate) dovrebbero poi giocare nella stessa settimana contro le otto squadre emerse da una Coppa Davis condotta in modo tradizionale, una sorta di World Group n.2 con match di andata e ritorno nelle stesse tre date tradizionali oggi riservate a primo turno, quarti e semifinali.

Sospetto – scusate la malignità – che quelle tre settimane verrebbero occupate da 16 nazioni per non lasciare tre settimane libere dal tennis all’ATP che, dopo aver respinto le proposte di Piquè e della sua società (si era rivolto all’ATP in un primo tempo… proposta respinta e subito dopo l’ATP è partita con l’idea di ripresentare quella World Team Cup che dopo tanti anni a Dusseldorf era naufragata per scarso interesse), si sarebbe altrimenti trovata a godere del “regalo” offertogli su un piatto d’argento dalla ITF. “Un aspetto molto interessante – ha spiegato Haggerty – è che alla fine della settimana sapremmo quali sarebbero tutte le sedici nazioni che giocherebbero la fase finale dell’anno successivo. Ma i criteri per designare le wild card per la squadra n.17 e la n.18 “sono ancora da definire”. Facile immaginare che se – putacaso – la fase finale venisse disputata nel Qatar, una squadra sarebbe quella del Qatar…

Un’idea rivoluzionaria del genere fino agli anni ’50-’60-‘70 sarebbe stata impensabile. La Davis valeva quanto i tornei dello Slam e forse perfino di più. Oggi sappiamo tutti che non è più così. I giocatori che l’hanno vinta, da Federer a Wawrinka, da Murray a Djokovic, hanno sempre manifestato scarso entusiasmo a rigiocarla dopo essere riusciti a conquistarla. Gli americani sono meno inclini a inchinarsi alle tradizioni, sebbene Dwight Davis fosse proprio americano. Jim Courier, che degli USA è stato prima giocatore e adesso capitano non si è schierato contro (come invece Yevgeny Kafelnikov: “Terribile, il valore e lo spirito della manifestazione sarebbe svanito”) ma ha aggiunto: “Beh, è un’idea un po’ stravagante, ma se si va in quella direzione allora in quella settimana ci potremmo mettere anche la Fed Cup”. Forse Red Jim non ha fatto il conto di quanti campi ci vorrebbero. Infatti… facciamo un passo indietro, prima di accontentarsi dei sei campi coperti da TV, Occhio di Falco, e magari – già che ci siamo…- pure le linee elettroniche.

Perché si possano disputare contemporaneamente sei sfide quotidiane internazionali in quei primi tre giorni, dovrebbero servire sei campi con tribune di una certa capienza. A meno che si pensi di far giocare due sfide di tre match ciascuno per stadio , tre in una sessione pomeridiana e gli altri tre match in quella serale. Programmare i match diversamente, alternando una sfida tra due Paesi e un’altra fra altri due, costringerebbe squadre, tecnici e tifosi a stare tutto il giorno sul pezzo: assurdo. Ve la immaginate l’atmosfera?

Ma poi servono comunque anche altri sei/otto campi perché i vari team possano allenarsi, con una bella rotazione se viene deciso che un campo sia “spartito” ogni giorno fra due team. Con quattro giocatori coinvolti per ciascun team, devono potersi allenare otto tennisti. Se si allenassero anche soltanto un’ora e mezzo ciascuno quel campo appaltato a due team condomini, verrebbe utilizzato 12 ore al giorno. dovrebbero servire sei campi con tribune di una certa capienza. A meno che si pensi di fare giocare due sfide di tre match ciascuno per stadio, tre in una sessione pomeridiana e altri tre in quella serale. Programmare i match diversamente, alternando una sfida fra due Paesi a un’altra fra altri due, costringerebbe squadre, tecnici, tifosi a stare tutto il giorno sul pezzo: assurdo. Ma ve l’immaginate l’atmosfera? Totale campi quindi (per consentire la fase dei gironi eliminatori) come minimo 9 ma meglio 11. Sei o tre dei quali con tribune all’altezza di una sfida… mondiale. Tribune per qualche migliaio di spettatori per ciascuno dei sei (o tre) main-courts? E tribunette, mica soltanto corridoi, per gli altri sei/otto campi. E dove esiste un impianto del genere? Pronto per il 2019? Grande quanto l’aeroporto londinese di Heathrow 5? Soltanto a Melbourne e a Madrid nella Caja Magica ci sono tre campi indoor, che sarebbero garanzia in caso di pioggia. 

Altrimenti la scelta obbligata è quella di un impianto outdoor. Ma dove a novembre? Non certo in Europa. E mai nella vita. Forse per questo si era inizialmente parlato di giocarla in Australia… prima che in Oriente. Ma quando? A dicembre per costringere i giocatori a passare due mesi Down Under per la gioia di mogli, coach e famiglie? A gennaio prima dell’Australian Open? Eh no, rischierebbe di sembrare una seconda Hopman Cup. Dopo l’Australian Open? Eh, già meglio, ma si può immaginare di “inventarsi” un evento mondiale per 25 anni che possa giocarsi soltanto in Australia, in Estremo Oriente, in Asia, o nel Medio Oriente, nei Paesi dei petrodollari? E con una programmazione concentrata in 7 giorni, 3 per i giorni eliminatori, 3 per i quarti, le semifinali e la finale… se outdoor ti piove due giorni che fai? Soprattutto se i giorni di pioggia cadessero all’inizio della settimana?

Il sospetto che per dare vita a questa manifestazione in certe realtà logistiche possa portare a costruire vere cattedrali nel deserto, magari in qualche Paese senza tradizioni tennistiche e con un’affluenza di pubblico tutta da inventarsi, mi pare abbastanza fondato. E’ chiaro che si tratterebbe soprattutto di un “prodotto” per la televisione, per gli sponsor (a spalti semivuoti?). E probabilmente per i primi (dieci?) anni con una partecipazione modesta degli spettatori anche per la difficoltà dei tifosi delle singole squadre a raggiungere località presumibilmente lontane (la Cina, il Qatar, l’Australia?).

Il fatto che si parli della Davis come di un prodotto…, di un evento magari spettacolare, sarà forse al passo con i tempi…ma al momento, in attesa di un supplemento di informazioni (oggi scarne) procura anche, se non soprattutto, una certa tristezza. Per quanto riguarda poi il nostro collaboratore Stefano Tarantino, da noi ribattezzato Patria-Man perchè niente sembra piacergli quanto la Davis e la Fed Cup…sono proprio giorni funerei.

Sentite cari lettori visto che sono già stato fin troppo lungo per sottolineare i miei dubbi circa gli aspetti della formula e della logistica… la seconda puntata, quella sul concetto di questa nuova competizione e sull’idea di affossare la Coppa Davis senza provare a studiare qualche modifica un po’ meno radicale, la scriverò domani.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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