Di John Isner, di rovesci (non più) imbarazzanti e di grandi occasioni

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Di John Isner, di rovesci (non più) imbarazzanti e di grandi occasioni

Ricordate il rovescio di John Isner nel 2007? E oggi vince un ‘1000’, tirando persino qualche passante vincente. È un momento in cui le occasioni arrivano per tutti

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Quando John Isner ha iniziato a giocare a tennis non era molto più che uno spolveratore seriale della ‘T’ del servizio, tanto abile in questa pratica da avere a disposizione diverse volte in una partita la possibilità di andare a segno con il dritto, ad avversario ormai destabilizzato. Quando c’era da spingere con quel colpo di rimbalzo Long John non si tirava indietro, come non si tira indietro ora; qualche difficoltà in più in fase di manovra o in quella difensiva, ma quando la palla capitava sul suo lato sinistro, specie in risposta, peggio mi sento: esecuzione mai fluida, quasi spezzata in due, e una preoccupante tendenza a far insaccare la palla in rete specie a seguito di rincorse laterali. 208 centimetri non te li porti a spasso mica facilmente, è innegabile, ma il rovescio reca l’immancabile marchio dei tennisti statunitensi, storicamente avvezzi a preferire il dritto al rovescio quasi fosse un difetto di fabbrica.

A guardarlo oggi respingere il tennis coriaceo di Sascha Zverev, tirando anche molti più rovesci vincenti (7-1) del tedesco che avrebbe in quel colpo il suo punto di forza, si fatica a credere che John Isner sia lo stesso giocatore. Non che il suo rovescio sia diventato un colpo in grado di fare male tout court, ma è perlomeno una valida stampella nelle situazioni in cui non può proprio esimersi dal tirarlo, poiché la ricerca ossessiva del diritto anomalo, della quale l’indiscusso maestro è Milos Raonic, non è certo sparita. La chiave è in alcune risposte aggressive, o addirittura in certi cambi di ritmo in lungolinea che si sono rivelati preziosi diversivi contro uno Zverev comunque troppo testardo nell’accettare come norma gli scambi sulla diagonale di dritto.

 

Per i più scettici sulle possibilità di migliorare un colpo dalla resa quasi risibile – e per quelli che non ricordano come colpiva il rovescio Roddick a inizio e a fine carriera – è consigliabile la visione della finale del Legg Mason Tennis Classic 2007, oggi meglio noto come Citi Open di Washington. Si affrontavano uno sconosciutissimo John Isner, 22enne wild card dell’ultima ora capace da numero 416 del mondo di vincere cinque partite di fila al tie-break decisivo – primo nella storia del tennis – e Andy Roddick, numero 5 del mondo. Nella riproposizione quasi integrale di quella partita, che rimane comunque sconsigliata per chi abbia a cuore quel colpo a rimbalzo, si può apprezzare il quasi totale disagio di Isner nello scambio e in particolar modo quando le circostanze lo portano a colpire di rovescio. Come ha ribadito più volte in telecronaca su SKY Filippo Volandri, ricordando di averlo visto in campo a Miami nell’edizione 2008, all’epoca John Isner ‘non teneva il campo’: come a Washington nel 2007 poteva tirare 144 ace in sei partite e rendersi ingiocabile, ma non era realmente capace di utilizzare i colpi di rimbalzo per costruirsi il punto, se non a seguito immediato del servizio. Un dato: la finale di Washington arrivava per John a poco più di due mesi dalla finale NCAA, anche quella persa contro l’indiano Somdev Devvarman. Tennis da college, per capirci, lo stesso terreno di crescita di Danielle Collins.

Nell’arco di una carriera comunque di buon livello, che ha portato lo statunitense una volta ai quarti slam e in tre diverse stagioni in top 10 – 2012, 2014 e 2018, proprio da questo lunedì – i miglioramenti globali sono stati evidenti. Certo per l’acuto di Miami è stata d’aiuto l’eliminazione prematura di Federer, senza considerare le assenze effettive di Nadal e Murray e quella virtuale di Djokovic; ma le vittorie ai danni di Cilic (numero 3 ATP e nella Race), Chung (n. 19 ATP e n.4 nella Race), del Potro (n.6 ATP e n.2 nella Race, nonché campione a Indian Wells) e Zverev (n.4 ATP e n.7 nella Race) testimoniano in modo inequivocabile come Isner abbia di fatto battuto i giocatori più pericolosi presenti in tabellone. Una settimana perfetta, seppur favorita dalle circostanze, rimane una settimana perfetta. 

IL SEGNO DEL TEMPO

La bella vittoria di Isner, colta dopo tre finali perse nei Masters 1000, rappresenta anche la pietra tombale sui valori di forza del circuito ATP come li conoscevamo pochi mesi fa. Primo ‘1000’ da tempo immemore senza vittorie per i Fab 4, Miami è stato il terzo torneo di categoria consecutivo vinto da giocatori extra-europei, dopo Sock a Bercy e del Potro a Indian Wells. Sembra un dato qualunque se si omette di considerare che tra Miami 2010 (vittoria di Roddick) e Bercy 2017 ci sono state ben 69 vittorie consecutive di tennisti europei, praticamente tutte (61) ad opera dei soliti quattro più una manciata di incursioni a nome Soderling, Ferrer, Tsonga, Wawrinka, Cilic e Dimitrov-Zverev, queste ultime quando ormai il castello era prossimo a crollare. Ormai le chance ci sono per tutti: piccini (Zverev), adulti (Dimitrov) e adulti un po’ più grandi (Isner).

La speranza è che questo terreno sensibile a ‘nuove coltivazioni’ possa favorire altri germogli di gioventù oltre a quello ormai conclamato di Sascha Zverev. Si guarda con particolare interesse a Shapovalov, Chung e Coric, tutti e tre tra il buono (Shapo) e l’ottimo (Coric) nel marzo statunitense. S’è smesso di attendere Kyrgios, che quando vorrà ci troverà pronti ad applaudirlo, mentre s’è iniziato a guardare con maggiore interesse i casi di Tiafoe, De Minaur e Tsitsipas, forse ancora lontani dal livello dei tre sopraccitati ma ai quali comunque consigliamo di tenersi sull’attenti perché, come detto, lo spazio è oggi molto maggiore di un anno fa e ancor più di due anni fa. No, non abbiamo dimenticato Rublev rispetto al quale siamo sicuri che vincerà, magari non è dato sapere quando, ma con quell’arsenale da dietro si tratta soltanto di mettere insieme i pezzi. Mesi o anni, chissà, così come su quale superficie: a Montpellier ci ha confessato che neanche lui sa dove gioca meglio. Intanto adesso si avvicina il rosso e tra tutti sembra opportuno puntare il dito su Chung e Coric, i più strutturati per la superficie più dispendiosa. Ancora un pizzico meno di Dominic Thiem, che adesso non ha più dita che possano nasconderlo: ogni briciola che Nadal avrà il buon gusto di lasciare dovrà essere sua. Altrimenti rischia di Nishikorizzarsi.

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Alla scoperta di Bianca Andreescu: travolgente in campo, meditativa fuori

La 18enne canadese diventa la più giovane semifinalista degli ultimi 10 anni a Indian Wells. Affronterà una Svitolina che continua a resistere a tutti gli urti

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Bianca Andreescu (foto via Twitter, @OracleChallngrs)

Ho avuto la sensazione che ad ogni mio tentativo di fare qualcosa di diverso lei rispondesse con colpi ancora migliori. Non mi ha lasciato avvicinarmi abbastanza nel punteggio“. Le parole di una Garbiñe Muguruza più rassegnata che realmente delusa fotografano alla perfezione quanto e come Bianca Andreescu stia giocando sulle nuvole in questi giorni.

C’è davvero poco da raccontare nel 6-0 6-1 che la 18enne canadese – la più giovane a raggiungere la semifinale qui a Indian Wells da quando Pavlyuchenkova ci riuscì nel 2009 – ha rifilato alla spagnola, e al contempo c’è tutto da raccontare. Controllo totale del gioco, la netta sensazione che fosse in grado di prevedere ogni soluzione di Muguruza, una personalità dirompente che viene fuori anche di fronte ai giornalisti. “Ricevere così tante attenzioni dalla stampa è un’esperienza nuova, ma penso sia bello per i tifosi sapere qualcosa in più sui tennisti. Poi (andare in conferenza stampa, ndr) è obbligatorio, insomma devo farlo per forza!”, dice Bianca con un sorriso smagliante.

Parla tanto, senza imbarazzi. E non le manca l’ambizione. Per una top 50 conquistata ieri e una top 40 raggiunta oggi, cosa può riservarle il domani? Top 25?, suggerisce la canadese, equa nel dividere i suoi meriti dai demeriti dell’avversaria. “Non mi sono concentrata su chi avevo di fronte. Io ho avuto una grande giornata, lei no. L’ho vista molto contratta così ho continuato a spingere e lei ha continuato a sbagliare”. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma da inizio stagione Andreescu riesce a imporre il suo gioco sulle avversarie più disparate. Viene da chiedersi se ci sia una preparazione dietro, o piuttosto si tratti di un talento istintivo. “Cerco di valutare durante la partita, sicuramente. Magari il rovescio della mia avversaria può non essere quello delle giornate migliori, o il suo dritto può essere traballante. Oggi mi sono attenuta al mio piano che era quello di metterle pressione sul dritto, farla muovere e cambiare il ritmo come faccio sempre“.

Fiumi di parole sul suo tennis, come giocasse nel circuito professionistico da dieci anni, e appena una mezza battuta sull’eventualità di percepire una certa emozione calcando un palcoscenico così prestigioso come il centrale dell’Indian Wells Tennis Garden. Eventualità che lei ritiene piuttosto remota: “Mi sono allenata lì questa mattina e ho familiarizzato con il campo. Ho giocato il primo match sullo Stadium 2, non era poi così diverso”. Anche qui, deve esserci un segreto, qualcosa che le permette di affrontare la 26esima partita tra i pro – contro una bi-campionessa Slam – come fosse un pic-nic primaverile tra amici.

Continua ad ammetterne l’esistenza senza volerlo svelare, se non lasciandosi sfuggire che riguarda l’annusare qualcosa. Aromaterapia, azzarda un cronista? “Non dirò nulla!“, prosegue Bianca nella sua guerra di trincea. Cede però alla curiosità dei presenti riguardo alla pratica della meditazione, cui ha ammesso di fare ricorso. “Lo faccio tutti i giorni da quando ho 14 anni. Nulla di complicato: mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Credo mi aiuti davvero a cominciare al meglio la giornata. Non guardo il telefono, non mi lascio sopraffare dagli stimoli: è semplicemente (meditazione con) visualizzazione creativa. Mi prendo 15 minuti ogni mattina per entrare in connessione con il mio corpo e la mia mente. Molte persone lavorano sul fattore atletico, ma credo che il fattore mentale sia il più importante perché la mente controlla il corpo“.

Bianca Andreescu – Acapulco 2019 (foto via Facebook, @AbiertoMexicanoDeTenis)

Tutto ciò che Bianca rivela di se stessa, dimostrando grande disinvoltura nell’eloquio, suggerisce un background piuttosto complesso che riflette l’infanzia e l’adolescenza trascorse a cavallo tra Canada, dove è nata, e Romania, dove ha vissuto nei primi anni di vita per via degli impegni lavorativi dei genitori, entrambi di origine rumena. Né papà né mamma giocavano a tennis, eppure lei ha cominciato a 7 anni quando era ancora in Europa.

Ho cominciato a fare sul serio quando sono tornata in Canada, sono entrata in orbita Tennis Canada e a 15 anni ho cominciato a lavorare con Nathalie Tauziat (la sua ex allenatrice, oggi è seguita da Sylvain Bruneau, ndr). Lei è stata in top 3 e in finale a Wimbledon, un’esperienza pazzesca per me. Avevamo un gran rapporto dentro e fuori dal campo. Mi ha insegnato tanto perché essendo stata una giocatrice sapeva tutto, mi ha dato molti consigli su cosa fare prima, durante e dopo le partite. Credo sia stato il modo ideale di cominciare la mia carriera professionistica, devo ringraziarla tantissimo“. Di parole al miele ce ne sono anche per il suo attuale coach. “Lavoriamo insieme a tempo pieno dallo scorso anno, dopo l’Australian Open, anche se prima avevo già avuto dei contatti con lui per la Fed Cup. È un allenatore incredibile, ha grande esperienza. Anche con lui ho un gran rapporto fuori dal campo“.

Toccherà a Elina Svitolina, un’altra che pare essere parecchio ‘in the zone‘, tentare di frapporsi tra il sogno lucido di Bianca Andreescu e la sua effettiva realizzazione. L’ucraina ha dato un saggio ulteriore delle sue qualità atletiche: battuta Barty agli ottavi in oltre tre ore di gioco, ne ha impiegate due abbondanti per rimontare una Marketa Vondrousova per nulla arrendevole, anzi, pienamente in partita fino al break decisivo sul 5-4 del terzo set. La differenza l’ha fatta ancora una volta l’inesauribile energia nelle gambe di Elina, pure messe a dura prova dai continui cambi di rotazione della ceca, dalle palle corte, da certi dritti mancini tanto stretti da dover essere intercettati oltre il corridoio. “Non ho giocato un match perfetto, ma ho lottato per mandare di là sempre una palla in più. Ho cercato di dare tutto perché sapevo che poi avrei avuto un giorno di riposo”ha raccontato una Svitolina più raggiante che esausta. “Contro di lei è complicato perché usa tante rotazioni, soprattutto con il dritto. Devi muoverti benissimo. Credo poi che il suo gioco tragga beneficio da queste condizioni, la palla rimbalza molto“.

Brava Marketa, che si farà, ancor più brava Elina che mai come questa settimana sembra poter puntare al bersaglio grosso. Per farlo, dovrà riuscire a fiaccare anche la ragazzina canadese. So che ha vinto la maggior parte delle partite quest’anno“, dice sorridendo a proposito di Andreescu. “Gioca un gran tennis, si muove molto bene. Ma non voglio pensarci adesso, ho un giorno per recuperare. Parlerò con Andy (Bettles, il suo coach, ndr) del suo gioco. L’abbiamo vista giocare poche volte perché ha solo 18 anni“. La sensazione è che continuando a giocare così, il tennis di Bianca Andreescu diventerà presto un affare noto a tutti.

 

Risultati, quarti di finale:

[WC] B. Andreescu b. [20] G. Muguruza 6-0 6-1
[6] E. Svitolina b. M. Vondrousova 4-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

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Miomir Kecmanovic ha vinto alla lotteria

Quarti a Indian Wells da lucky loser e wild card per Miami appena annunciata. “Una settimana fa volevo mollare tutto”

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(via Twitter, @ATP_Tour)

Si fa presto a passare da uno stato di scura depressione a uno di euforia totalizzante, specie sul campo da tennis, un ambientino dove spesso le emozioni cambiano radicalmente con lo scorrere dei punti, e non solo di quelli. Miomir Kecmanovic, diciannovenne serbo ex numero uno junior e attualmente occupante la centotrentesima posizione del ranking ATP, una settimana fa perdeva contro Marcos Giron l’ultimo turno delle qualificazioni a Indian Wells, dopo aver inutilmente servito per il match nel terzo set. “Ero davvero depresso, e non sto scherzando. Volevo mollare tutto, è stata una botta tremenda. Poi mi sono detto che il tennis è tutto ciò che conosco nella vita, mi sarebbe convenuto continuare a praticarlo”.

Assimilato il fatto che il suo carnefice non è proprio l’ultimo scappato di casa – Giron ha raggiunto il terzo turno dando peraltro feroce battaglia a Milos Raonic – Kecmanovic si è un po’ rasserenato e, sedutosi in poltrona contemplando il proprio nome scritto al secondo posto nella lista degli alternates, si è messo ad attendere paziente. “Non volevo andare a giocare il challenger di Phoenix e comunque, essendo così in alto nella lista dei possibili lucky loser, non mi sarei potuto muovere”. Non una brutta decisione, verrebbe da dire. Quando si è ritirato Kevin Anderson, che ringrazio davvero di cuore, ho raccolto i pensieri e ho giurato a me stesso che mi sarei giocato ogni possibilità fino all’ultimo. È andata bene”.

 

Entrato dalla porta di servizio nel tabellone principale, il vincitore dell’Orange Bowl 2015 ha tracciato un percorso netto, evitando di cedere set a Max Marterer, al connazionale Djere e a Yoshihito Nishioka, ritiratosi in nottata nel corso del secondo set per un problema alla schiena: neanche male per un teenager che fino all’inizio del torneo aveva vinto un solo incontro di tabellone principale in un evento del tour maggiore (lo scorso gennaio a Brisbane, contro Leonardo Mayer), e le prospettive a questo punto sono aperte. “Può succedere di tutto, adesso sono davvero in fiducia”. E la fiducia nel tennis se non è tutto, è molto.

L’abbraccio tra Kecmanovic e Nishioka, appena dopo il ritiro (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Miomir sta mettendo insieme un bottino di gran pregio, arrivato quasi alla metà del cosiddetto Sunshine Double: raggiungendo i quarti a Indian Wells egli intasca un assegnino di dollari centottantaduemila e scala trentasei posizioni nel ranking, utili a entrare per la prima volta tra i primi cento giocatori del mondo (rimanesse la situazione cristallizzata, il computer lo segnalerebbe lunedì prossimo alla novantaquattro ATP), e le buone notizie non sono finite qui. Nella conferenza stampa post match il nostro inviato Vanni Gibertini lo ha informato del fatto che il torneo di Miami aveva in quei minuti deciso di concedergli una wild card. “È pazzesco come le cose cambino in una settimana. Giovedì scorso vedevo tutto nero, mentre adesso ogni cosa gira per il verso giusto. Quarti a Indian Wells e wild card a Miami, è incredibile. Dovrei approfittare della buona sorte e giocare alla lotteria? Lo farò, nel weekend comprerò un biglietto, bisogna battere il ferro finché è caldo”.

Il quarto contro Milos Raonic non lo vede favorito, com’è ovvio, ma in circostanze come queste è opportuno sfoderare la locuzione regina delle banalità: mai dire mai. Se andrà male, dietro l’angolo c’è la Florida, sua seconda casa, anche se sarebbe più giusto dire prima, assecondando i fatti concludenti, almeno nell’ultimo lustro. “Quelli dell’IMG – la celeberrima Academy fondata da Nick Bollettieri – mi hanno notato a un torneo under 14 a Mosca e mi hanno chiesto se fossi stato interessato a unirmi al loro team. Sono andato lì l’anno dopo. Mi hanno accolto alla grande, ho avuto ottimi coach e conservo un ricordo particolarmente affettuoso di Max Mirnyi, il primo professionista con cui mi sia mai allenato. È stato importantissimo nell’indirizzarmi, nel consigliarmi. E lo è ancora”.

Anche se l’idolo vero, manco a dirlo, è il vicino di casa, un tizio chiamato Novak che da qualche tempo raccoglie discreti risultati in giro per il mondo. “Ogni volta è un privilegio, è una persona eccezionale, ma lo dico sul serio. Non solo dal punto di vista sportivo, ma per quello che si propone costantemente di fare per aiutare gli altri e migliorare la vita delle persone che gli stanno attorno. Ogni tanto ci alleniamo insieme, e quando gli confesso che certe mattine me ne starei a dormire mi sprona dicendomi che è proprio in quelle mattine che devo accelerare“.

Comunque pare che l’ultimo serbo rimasto in tabellone non sia il mito di Belgrado. La situazione inizia a sfuggirmi di mano, è surreale. Kecmanovic comprerà il biglietto della lotteria, con buone possibilità di sbancarla. Dovesse succedere, non mancheremo di darvene conto.

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Francesca Di Lorenzo fa parlare di sé: “Vorrei giocare da italiana”

Uno dei giovani volti nuovi del tennis statunitense, Francesca Di Lorenzo, racconta la sua storia di figlia di emigranti, il suo rapporto con l’Italia e la speranza di diventare una nostra connazionale

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Francesca Di Lorenzo - WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Come è noto, da un paio di anni appare abbastanza preoccupante la situazione del tennis femminile italiano. Camila Giorgi era rimasta la sola giocatrice in top 50, e a causa delle vicissitudini giudiziarie di Sara Errani (scivolata al 234esimo posto) si è ritrovata addirittura ad essere l’unica in top 100. Una situazione tanto preoccupante che l’imminente torneo di Indian Wells rischia di essere privo di tenniste italiane per il secondo anno consecutivo, a meno che Sara Errani riesca a emergere dal torneo di qualificazione.

Senza ricambi adeguati, il futuro della tennis azzurro in gonnella appare insomma a tinte più che fosche. La seconda giocatrice italiana, al momento, è la 25enne Martina Trevisan che occupa la 162esima posizione mondiale; non figurano under 23 italiane in top 200, poiché Jasmine Paolini (classe 1996, 23 anni già compiuti) è numero 208 e Deborah Chiesa (anche lei nata nel 1996, 23 anni da compiere) è addirittura numero 280. Uno scenario cupo, nel quale guardarsi attorno per ripopolare un settore giovanile in profonda crisi sembra indispensabile.

 

Deve averlo pensato anche la nostra federazione, che durante l’ultimo US Open ha avviato i contatti con una ragazza statunitense di origini italiane che si è ben comportata durante lo Slam newyorchese. Si tratta di Francesca Di Lorenzo, nata a Pittsburgh il 22 luglio del 1997 da due genitori campani.

Pochi giorni fa Francesca ha richiamato ancora l’attenzione su di sé raggiungendo i quarti di finale del WTA 125k di Indian Wells, evento di livello che mette anche in palio una wild card per il Premier Mandatory in partenza questo mercoledì. Per arrivare tra le prime otto, Di Lorenzo ha dovuto battere le asiatiche Hibino e Zhu e soprattutto Timea Bacsinszky (ex numero 9 del mondo) agli ottavi, dopo quasi tre ore di gioco e una gran battaglia nel terzo set. Nei quarti di finale si è arresa in due set (6-4 6-3) alla testa di serie numero 11 Zarina Diyas, ma si è comunque consolata: Di Lorenzo ha infatti ricevuto una wild card per il tabellone cadetto e stanotte – attorno alle 2 italiane – scenderà in campo nelle qualificazioni del Premier Mandatory di Indian Wells. Affronterà al primo turno la n.23 del seeding Misaki Doi (trovate QUI il tabellone completo).

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

LA SUA STORIA – Francesca ha frequentato per due anni i corsi di business della Ohio State Universityaccompagnando agli studi l’attività sportiva a livello di college: nel maggio 2017 ha vinto infatti i campionati di doppio NCAA in coppia con Miho Kowase. Solo nel dicembre successivo ha deciso di dedicarsi completamente al tentativo di diventare una tennista professionista, abbandonando così il percorso accademico con il proposito di ricominciare al termine della carriera tennistica.

Ha iniziato il 2018 fuori dalle prime trecento giocatrici del mondo, ma una costante ascesa le ha consentito prima l’esordio nel circuito maggiore a Charleston, dove si è qualificata, poi di entrare tra le prime 200 e quindi partecipare alle qualificazioni dello US Open dove ha sconfitto giocatrici esperte come Cepede Royg (73 WTA nel 2017) e Mona Barthel (23 WTA cinque anni fa) per accedere al tabellone principale. Un sorteggio non impossibile l’ha messa di fronte alla connazionale Christina McHale, contro la quale ha ottenuto la prima – e finora unica – vittoria nel circuito maggiore. Una grande iniezione di fiducia che le è valsa, un mese più tardi, anche il best ranking di numero 150 del mondo.

L’occupazione stabile della top 200 ha permesso alla giocatrice statunitense di rimodulare al rialzo la sua programmazione, partecipando a tornei di caratura maggiore. A Indian Wells è arrivata un’altra piccola conferma delle sue qualità, in grado di riaprire lo scenario un suo eventuale trasloco sotto la bandiera italiana.

A New York ne avevamo parlato direttamente con lei, potendo constatare il suo buon italiano a cui si accompagna un’inevitabile slang italo-americano (alle domande dei colleghi statunitensi ha spiegato che i genitori le parlano in italiano e lei risponde in inglese). Francesca, che ha la doppia cittadinanza ma deve ancora ottenere il passaporto italiano, ha dichiarato che la farebbe piacere rappresentare l’Italia in futuro.

Di seguito le dichiarazioni che Francesca Di Lorenzo ha rilasciato durante lo scorso US Open, dopo l’eliminazione del torneo subita per mano di Kiki Bertens.

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Francesca, ci racconti le tue origini?
I miei genitori sono entrambi nati a Salerno e tantissimi membri della mia famiglia vivono lì, ma ho parenti anche a Torino. Sono stata diverse volte in Italia, a Napoli la pizza è molto buona. Due mesi fa è stata l’ultina volta che sono tornata (ha giocato gli ITF di Grado e Brescia, dove ha perso in semi da Trevisan) ed è stata un’occasione anche per vedere tanti membri della mia famiglia.

Ci racconti qualcosa della tua vita negli USA?
Sono nata a Pittsburgh, poi all’età di sei anni siamo andati a Columbus, perché mio padre, che è medico, si era trasferito a lavorare lì. Sto bene negli USA, ma mi fa piacere sempre venire in Italia, sebbene il cibo sia buonissimo ma mi faccia ingrassare (ride ndr). Mi sento coccolata, negli Stati Uniti non abbiamo nessun parente.

Ti ha mai contattato la federazione italiana?

Sì, ho parlato con il capitano di Fed Cup, Tathiana Garbin: è qui in questi giorni, è stata molto simpatica con me, abbiamo parlato un po’ della mia situazione. Sto provando ad avere il passaporto italiano, ma non è facile. Vivo negli USA, ho l’allenatore qui. Inoltre, ho ricevuto una sponsorizzazione di 100.000 dollari in quanto giocatrice statunitense e non è facile risolvere tutti queste piccole difficoltà.

Ti farebbe piacere giocare per i colori azzurri?
Sì certo, lo vorrei. Amo l’Italia. È la nazione della mia famiglia e anche per la mia carriera tennistica magari ci sarebbero più opportunità giocando da italiana. Come ho detto, ci sono vari ostacoli, ma spero che nel futuro si risolvano, magari già l’anno prossimo o tra due.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Vorrei diventare una top 20, giocare una finale del Grande Slam. Mi piacerebbe anche fare bene a Roma: i miei parenti hanno promesso che mi verrebbero a vedere!

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