Collins, una dottoressa con la racchetta

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Collins, una dottoressa con la racchetta

Non se ne era sentito parlare molto, fino a due anni fa. Laureata in comunicazione, Danielle a Miami ha stupito solo chi non la conosceva. Una favola da raccontare

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La storia più bella di questa settimana, probabilmente, è quella di Danielle Collins, “vecchiettina” classe ’93, occhi blu da red carpet e completini senza marchio né logo. Fino al 2014 non aveva ranking, poco più di un anno fa era numero 300 del mondo, fino alla settimana scorsa non aveva mai vinto una partita sul circuito WTA. Da bambina non ha “fatto tennis”, perché i suoi non se lo potevano permettere. Però andava ai campi pubblici di Tampa e giocava con chi c’era. A 8 anni faceva i doppi con gli ottantenni, a 12 giocava i tornei comunali e prendeva mazzate dai quarantenni. A 16 era tra le Under 18 più forti d’America, ma non poteva girare il mondo col circuito junior ITF perché i soldi non c’erano, e allora fece la scelta, quasi obbligata, di andare al college.

A UVA (University of Virginia), diventa campionessa NCAA già al secondo anno. Arriva la wild card per lo US Open 2014, e un set strappato alla Halep tra lo stupore generale. Poi ci sarebbero i 45 mila dollari di prize money, e farebbero anche comodo, ma la Collins non li prende. Significherebbe dover rinunciare all’amateur status richiesto per competere a livello NCAA, e quindi alla borsa di studio, e quindi alla scuola, alla squadra, alle amiche… E quindi si torna a Charlottesville, dove nel 2016 ottiene una laurea in comunicazione e, per non sbagliare, un secondo titolo NCAA.

Comincia il tran tran senza gloria del circuito minore, fra spostamenti in corriera e notti negli ostelli. Poi, nel marzo del 2017, la svolta: Danielle Collins e Mackie McDonald sono i primi beneficiari dell’Oracle US Tennis Award, un premio annuale da 100 mila dollari (a testa) per aiutare i migliori tennisti universitari a fare il salto nel mondo pro. Collins li investe in coach, preparatori, psicologi, un programma di allenamento di livello. Intanto il granduca di Oracle, Larry Ellison, le concede anche una wild card per il suo torneo, ma a Indian Wells 2017 una scollatissima Danielle becca una scoppola paurosa: 6-0 6-1 da Puig e si riparte dai 15.000. Però, piano piano, ecco che la ragazza comincia a prenderci la mano, e a un anno di distanza è addirittura lì, a un tiro di schioppo dalle top 100.

 

Arriva un’altra wild card per Indian Wells. Coerente e meritata, certo, ma anche rischiosa, visto il flop clamoroso di un anno fa. E invece Collins fa fuori nell’ordine Townsend, Keys e la stellina Zhuk, sua ben più blasonata compagna di allenamenti alla IMG Academy. La ferma agli ottavi solo una delle migliori Suarez-Navarro della stagione. Il tennis di Danielle è completo ma non certo devastante. Ciò che davvero colpisce, però, sono i famosi intangibles: le doti mentali e caratteriali, il saper stare in campo, l’attitudine a vincere. Nei momenti caldi del match, sono sempre le avversarie – le milionarie affermate ed esperte – a cadere vittima di braccini, “infortuni” e psicodrammi vari. Invece Collins, che le partite più importanti della sua carriera le aveva giocate senza raccattapalle o giudici di linea, dimostra una determinazione e un killer instinct davvero sorprendenti. Attualmente la stanno seguendo Pat Harrison (padre di Ryan) e Tom Hill.

Dopo un simile exploit, è probabile che Danielle, sotto sotto, una wild card se la aspettasse anche a Miami. E invece si ritrova in un angolo insidiosissimo delle quali, con un’occasione perfetta per tornare nel dimenticatoio. O per dimostrare di che pasta è fatta. Battute una dopo l’altra Smitkova, Cepelova, Begu, Vandeweghe e Vekic, eccola al quarto turno pure a Miami. Un sunshine double mica da nulla, per una che fino a questo mese – doveroso ripeterlo – non aveva mai vinto una partita sul circuito maggiore. Ha iniziato questo torneo da numero 93, comunque vada è già certa della posizione 66.

Danielle Collins in azione contro Monica Puig – Miami 2018

Ad aspettarla negli ottavi c’è di nuovo Puig, colei che un anno fa l’aveva “battezzata” a suon di bagel nel deserto californiano. La Portoricana sembra essere finalmente tornata a buoni livelli, e oltretutto a Miami può contare su un tifo davvero caldissimo (chiedere a Wozniacki per credere…). Nel tramonto afoso di Key Biscayne, il campo 1 di Crandon Park è una bolgia: boati a ogni errore, insulti durante il lancio palla, cori da stadio e balli latini. Quando un’ottima Puig porta a casa il primo set, sulla favola bella di Collins iniziano a scorrere i titoli di coda. E invece, con un capolavoro di tattica e sangue freddo, la sconosciuta qualificata s’infila in un last 8 che più nobile non si può: Azarenka, Pliskova, Stephens, Kerber, Ostapenko, Svitolina e Venus Williams, sua prossima avversaria (questa notte, non prima dell’una), che ha dichiarato – perifrasticamente – di non averla mai sentita nominare. Farà la sua conoscenza sul campo centrale di Crandon Park, e per quello che si è visto finora, farà bene a stare molto attenta.

David Cane

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L’isolamento letterario di Andrea Petkovic, eccezione alla regola di David Foster Wallace

Andrea ha creato un club del libro e sembra voler sconfessare il celebre saggio di Wallace, che disse di Michael Joyce (tracciando il ritratto del tennista-prototipo) ‘è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato’

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Andrea Petkovic - dal profilo Instagram @racquetbookclub

L’obbligo di stare a casa imposto dalle contingenze della pandemia di COVID-19 – miliardi di persone sono in isolamento, e figurarsi che ora si è aggiunta anche l’India – si è vestito di alcune implicazioni che vent’anni fa non avremmo neanche potuto sospettare, e dieci anni fa (nonostante i primi segnali) ci sarebbero comunque sembrate difficili da raggiungere.

Di questo isolamento, stiamo documentando tutto. Eravamo 90 milioni al mese su Instagram sette anni fa, meno degli abitanti dell’Egitto, oggi siamo un miliardo: se gli utenti mensili di Instagram fossero un paese, sarebbero il terzo più popolato del mondo dopo Cina e India. C’è di più: se gli utenti attivi di Facebook, Youtube e WhatsApp (dati statista.com) avessero un territorio e dei confini, sarebbero i tre stati più abitati del mondo. Facebook e Youtube sfondano il tetto dei due miliardi di utenti, per darvi un’idea.

In un momento in cui sembra quasi ci sia concesso di fare soltanto quello e abbiamo moltissimo tempo per farlo, la nostra attività sui social dice di noi molto più di quello che crediamo. Rivela la nostra resistenza alla noia, le armi con cui combattiamo la disperazione, persino la capacità di tradurre questa sciagura in opportunità. Qui entrano in gioco gli atleti, un esercito di fibre muscolari ben allenate il cui tasso di disoccupazione, al momento, sfiora il 100% – salvo eccezioni perlopiù calcistiche: si gioca in Bielorussia, Birmania, Nicaragua e si fanno amichevoli in Svezia. I tennisti non fanno eccezione, sono tutti a casa.

 

Li stiamo vedendo: Djokovic fa Capitan Uncino coi figli, Nadal dimentica di sbarbarsi e si diverte in cucina (senza piano a induzione, fanno notare i modernisti), Sinner si inventa un modo simpatico di fare beneficenza mentre gli altri italiani (Travaglia e Sonego su tutti) tengono fede ai principi costituzionali impastando e panificando. Fognini no, si taglia i capelli e lancia una delle challenge che oggi vanno tanto di moda. Sono gli intrattenitori-raccontatori, una fronda che ha trovato in Kristie Ahn (27 anni, ottavi all’ultimo US Open, rimembrate?) un autentico spirito guida: fenomeno assoluto dell’intrattenimento virtuale, se volete approcciarvi a Tik Tok in modo discreto seguite lei.

C’è anche chi esagera. Stan Wawrinka ormai viaggia al ritmo di due dirette Instagram al giorno, chiama a rapporto quell’altro perdigiorno di Paire e si scambiano frammenti di taedium vitae che viene da sperare possano tornare a giocare presto, altrimenti quando li recuperi più questi. Ci sono gli introspettivi – Tsitsipas, Serena, anche Berrettini – che invocano un senso di responsabilità mondiale per sconfiggere la pandemia, quelli che tirano fuori le fotografie di quando erano bambini, quelli che si amano da pazzi e non lo nascondono: siate onesti, non vorreste tutti voi un idillio come quello di Marcos Baghdatis e sua moglie Karolina?

Stan Wawrinka, dal suo profilo Instagram

E poi c’è Andrea Petkovic. Laddove gli altri si raccontano, lei prova a istruire; mentre gli altri passano il tempo, lei ci coinvolge nel suo. Certo ci mette anche a parte del suo workout, recita la scena di un film chiedendoci di indovinare quale sia (è Gary Oldman in Leon, un film francese che oltre a lanciare Jean Reno ha inaugurato la carriera di quell’insana portatrice di grazia che è Natalie Portman) e svolge persino servizio pubblico facendo il debunking a Bernard Tomic, che aveva detto di avere tutti i sintomi del coronavirus: “Gli ho scritto e mi ha detto di aver mentito e che non sa neanche perché l’ha fatto: è tutto normale, è Tomic“. E chi crede che quest’attività non sia necessaria, pensi al fatto che una piccola fetta d’Italia ha creduto all’istante che un servizio televisivo del 2015 potesse spiegare l’origine in laboratorio di un virus del 2020.

Ecco, oltre a fare queste cose Andrea – laureata in scienze politiche e laureanda in filosofia e letteratura, oltre che conduttrice televisiva su ZDF – ha anche creato un club del libro su Instagram, il Racquet Book Club, per inaugurare il quale ha scelto quattro titoli da mettere ai voti: il preferito dai suoi follower sarebbe diventato oggetto di discussione e lettura collettiva. Ha vinto con largo margine String Theory di David Foster Wallace, una raccolta di cinque saggi tennistici che come il disco di una rockstar mutua il nome dal singolo più riuscito, che in questo caso è l’omonimo affresco di Michael Joyce (ex n.64 del mondo, forse più famoso per aver allenato e condotto al successo Sharapova) commissionato a Wallace dalla rivista ‘Esquire’ nel 1996. Lo potete leggere qui, in lingua originale, ma lo trovate anche tradotto nella raccolta ‘Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)’. Amazon va un po’ a singhiozzo con le consegne, ma con l’e-book andate sul sicuro.

È uno scritto di una bellezza stordente. Oltre a contenere descrizioni memorabili di alcuni tennisti – citiamo quella di Richard Krajicek, che secondo DFW ‘si lancia verso la rete come se questa gli dovesse dei soldi‘ – è la miglior cosa che possa capitarvi di leggere per capire cos’è un tennista al di fuori del tennis, ovvero quali possibilità in termini di interessi, curiosità nei confronti del mondo e sviluppo culturale rimangano a chi sia costretto a dedicare a quest’attività maniacale metà delle ore di veglia dai dodici anni fino al giorno del ritiro. Ed è esattamente il tema che emerge da questo isolamento forzato, dove i tennisti vengono spogliati della loro principale attività e ci vengono consegnati per quello che sono – e sono sempre stati: esseri umani, con passioni e tempo libero da riempire.

Esseri umani ai quali abbiamo sempre chiesto, in modo a volte ingeneroso, di stupirci in conferenza stampa, di non essere banali, di offrirci un punto di vista sensato in risposta a ogni nostro quesito nonostante fossero reduci da battaglie di tutt’altro tipo e occupassero le loro giornate a cercare ossessivamente di trovare un modo per vincerne il più possibile, mica a sfogliare manuali di sociologia. Wallace si è imbattuto in questo equivoco trascorrendo una mezza estate con Joyce, e lo ha descritto così:

Fate caso al modo in cui i ‘ritratti personali dietro le quinte’ degli atleti si sforzano il più possibile di trovare prove di un’esistenza completa, di interessi e attività al di fuori dello sport. Ignoriamo ciò che è ovvio, che la maggior parte di questo sforzo è una farsa. È una farsa perché la realtà di un atleta di alto livello oggi richiede un impegno precoce e totale per eccellere in un settore. Una concentrazione ascetica. Il sacrificio di tutti gli altri aspetti della vita umana in funzione di quello scelto e perseguito. Il ‘permesso’ di vivere in un mondo che, come quello di un bambino, è molto piccolo“.

Michael Joyce

E poi ancora, tracciando con precisione assoluta i contorni della figura di Joyce:

In quello che Michael Joyce dice, trovi raramente un qualche tipo di angolazione o di punto di vista; per lo più, riporta semplicemente quello che vede, come una macchina fotografica. Non potresti neanche chiamarla sincerità, perché non è che sembri mai passargli per la testa di cercare di essere sincero o insincero. Per un po’ ho pensato che il candore un po’ mellifluo di Joyce fosse una conseguenza della sua scarsa intelligenza. Questo giudizio era in parte influenzato dal fatto che Joyce non è andato al college ed è stato solo marginalmente interessato alle materie di studio durante le superiori (cose che so perché me le ha dette lui da subito). Quello che ho scoperto, man mano che il torneo andava avanti, è stato che certe volte riesco ad essere abbastanza snob e testa di cazzo, e che la schiettezza non ostentata di Michael Joyce non è un segno di stupidità ma di qualcos’altro“. Ovvero, di quella dedizione ascetica sopra descritta.

Wallace concluse il saggio dicendo che per Joyce, a ventidue anni, era già tardi ‘per qualsiasi cosa’ che non fosse quel già citato qualcos’altro. “Joyce, in altre parole, è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato“.

Parole che il diretto interessato non aveva ben compreso in prima istanza, a reportage appena uscito, ma che a distanza di tempo avrebbe perfino apprezzato: “Anni dopo, quando uscì il libro che lo conteneva, ero più vecchio e più maturo” ha raccontato Joyce.Ho cominciato a guardare a quella ‘cosa’ in maniera differente: era un saggio stupefacente. Finalmente, riuscii a vedere il genio nella sua scrittura. Poi Wallace divenne una leggenda della narrativa e oggi è incredibile pensare di essere, in qualche maniera, legato per sempre a lui”. E allora forse Wallace, pur fastidiosamente lucido in ogni sua esternazione, non aveva del tutto ragione sul fatto che per Joyce fosse tardi per qualsiasi cosa. Non lo è stato per comprendere se stesso attraverso le parole di un estraneo, seppure illustre.

Se però accettiamo il pensiero di Wallace come regola, e ci sono pochi motivi per non farlo, sappiamo anche come considerare Andrea Petkovic – che ha stimolato questa riflessione: un’eccezione. Quanto replicabile? Difficile dirlo, senza trovarsi nella posizione di chi colpisce rovesci per una vita e poi a un certo punto si ritrova costretto in casa, con le racchette in un armadio e i muscoli impigriti da un’attività fisica soltanto domestica.

Andrea Petkovic – Fed Cup (foto via Twitter, @FedCup)

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Sedicesimo compleanno di meditazione per Coco Gauff, ora arriva il difficile

L’obiettivo recentemente reso noto, “diventare la più grande di tutte”, è piuttosto ambizioso. La lunga pausa nuocerà alla sua voglia di spaccare il mondo?

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Cori Gauff - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

“What’s my Life?” Cos’è la mia vita? si chiedeva Coco sulla Rod Laver Arena dopo aver sconfitto all’ultimo Australian Open la campionessa uscente Naomi Osaka. Quelli che parlano alla tivù e scrivono sui giornali le risponderebbero che è facile, è la vita di una predestinata, ma provate a mettervi nei suoi panni: l’iPhone, le cuffiette, le serie TV da tormento sentimentale per ragazzine ancora naturalmente insicure e tanti sogni aperti nel futuro che sembra sconfinato. Coco è identica a milioni di coetanee, se non fosse che quelle i sogni li passano in rassegna in cameretta, mentre lei li vive per davvero davanti a migliaia di spettatori paganti tutti in piedi.

Le copertine dei rotocalchi tennistici in questi ultimi nove mesi sono state talmente piene di sue immagini, dichiarazioni, imprese, da stravolgere il senso del tempo, che come si permetteva di osservare il grande Fernando Pessoa è infine una superflua clausura imposta dagli umani al naturale decorso della vita. Sembrano passati dieci anni, eppure nel 2019, di questi tempi, quando si poteva ancora giocare con la pallina gialla, Coco non aveva ancora disputato un singolo match nel circuito maggiore. Era attesa, quello sì, e anche con una certa qual fretta, se è vero com’è vero che Sly Black, il suo storico, primo allenatore, vedendola per la prima volta ad anni dieci le aveva pronosticato l’ingresso nella top ten una volta compiute sedici primavere e lo scettro di prima della classe dodici mesi dopo. Le sedici candeline andrebbero spente oggi e al momento la signorina Gauff nelle ormai congelate classifiche WTA risulta cinquantaduesima: per onorare cotanta previsione restano a disposizione trecentosessantacinque giorni.

Eppure, in un circuito femminile notoriamente privo di punti di riferimento, specie ora che Serena si disturba solo per gli Slam e Masha ha salutato, i verdetti del computer contano il giusto: potrebbe essere prima, quarta, trentasettesima o duecentoquarantesima e poco importerebbe. I media e il pubblico pendono dalle sue labbra, gli sponsor non parliamone nemmeno: la Nike, al solito senza concorrenza quando si tratta di accalappiare le stelle USA, l’ha messa sotto contratto quand’era in fasce e Tony Godsick ha fatto lo stesso, cosicché Coco, miliardaria un secondo dopo essersi allacciata le scarpe per la prima volta da professionista, può dividere con l’idolo, manco a dirlo, Roger Federer l’agenzia di management e lo sponsor Barilla, tempestivo a strappare l’opzione.

 

Visti i risultati sinora ottenuti, c’è da presumere che tali investimenti siano discretamente blindati: le immagini della prescelta che scorrazza felice dopo ognuna delle sei vittorie (qualificazioni comprese) sui prati di Wimbledon rappresentano già garanzie piuttosto importanti, anche perché di certo non s’è trattato di episodi isolati. Il terzo turno a New York la conferma, il clamoroso primo trofeo alzato a Linz tra le adulte partendo da lucky loser la deflagrazione. Poi Melbourne e un altro quarto turno Major, il moltiplicatore di sguardi ammiranti volti nella sua direzione, con tanto di scalpo della regina abdicante Osaka che l’aveva maltrattata qualche mese prima nella Grande Mela. Una partita vinta e mille altri record infranti, come già scritto a suo tempo: alzando le braccia al cielo sul centrale dell’Happy Slam, la giovane Cori in un sol colpo è diventata la “più giovane giocatrice a battere una collega compresa tra le prime cinque della classifica da quando Capriati sorprese Sabatini a New York ’91, nonché terza della storia – dopo la solita Capriati e Martina Hingis – a vincere sette partite in un Major prima di compiere sedici anni“. Abbastanza per pensare di aumentare il volume delle fiches da puntare sul suo numero.

Potrebbe essere difficile ipotizzare di mantenere i piedi ben ancorati a terra, così la diplomazia giornalistica suggerisce di specificare, per allegare una liberatoria che tuteli ognuno dagli eccessivi entusiasmi del caso. Difficile, sì, quando a sedici anni il pollice alzato arriva in sequenza da Serena Williams, Roger Federer, Rod Laver e dal compianto Kobe Bryant: infatti la reazione genuina, spontanea, si è concretata nella famosa conferenza australiana e in quel “voglio diventare la più grande di tutte” che inevitabilmente le disegna un mirino sulla schiena. La caccia è aperta, la voglia di dimostrare tutto e subito anche. L’avversario più duro, adesso, è quello che non si vede dall’altra parte della rete, la sospensione a tempo indeterminato che potrebbe rivelarsi un freno troppo ostico da mordere. Buon compleanno Coco, se la stoffa c’è, e ovviamente c’è, non mancheranno intere altre stagioni per mostrarla al mondo.

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La riservata Francisca, un’antidiva per Nadal

Il campione spagnolo sposerà la fidanzata storica il 19 ottobre: allergica ai riflettori e ai paparazzi. Un amore riservato. Pochissimi i baci in pubblico. Lui girò un video con Shakira solo dopo il via libera di lei

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Rafa Nadal e Maria Francisca Perello (foto via Instagram, @rafaelnadal)

L’articolo che segue, a firma del direttore Scanagatta, è stato pubblicato questa mattina su La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno

È la donna del mistero. Una delle donne più inquadrate negli ultimi 14 anni (!) dalle tv di tutto il mondo. La fedele sempiterna compagna di uno dei campioni più popolari del globo, finalmente sabato 19 udrà le fatidiche parole: “Sì, quiero”, “Sì, lo voglio”. Ma se chiedeste a milioni di persone chi sia, che cosa faccia, che cosa pensi, Francisca Perelló, scorgereste facce e risposte incerte. È una ragazza carina ma non appariscente, capelli scuri sempre naturali e castani come gli occhi suoi e del promesso sposo. Indossa sempre abiti semplici, un trucco leggero le illumina il viso pulito, il sorriso è quasi sempre mezzo, rivelatore d’una apparente timidezza. Gli amici la descrivono semplice, puntigliosa, attenta ai dettagli. E lei avrà certamente anche mille altre virtù, ma forse nessuna così evidente come la sua discrezione.

In 14 anni al fianco di un supercampione come Rafael Nadal è stata una vera impresa trovare, tranne che per le fotografie scattate in tribuna accanto alla sorella del prossimo sposo, dei suoceri, scatti che la immortalino altrove, in eventi mondani, social. Nessuna intervista a riviste e giornali. Proprio non sopporta di finire in copertina. «Grazie, non ho proprio nulla da dire» ha sempre cortesemente risposto a decine di giornalisti la novia di uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi: appunto Nadal, il primo grande rivale di Roger Federer, vincitore di ben 12 Roland Garros, di 19 Slam, uno meno dello svizzero. Nove anni fa quel macho ipermuscolato aveva accettato di girare un video intimamente ravvicinato per il lancio della hit “Gitana” della popstar colombiana Shakira. I gossip-tabloid si scatenarono. Senza immaginare che senza l’ok di Maria Francisca, detta ‘Meri’, il video non sarebbe mai stato girato.

Rafa sarà l’ultimo dei Fab Four a sposarsi: 4 anni dopo Andy Murray, 5 dopo Novak Djokovic, 10 dopo Roger Federer. Lui ha 33 anni. Lei è nata il 7 luglio 1988, figlia unica di papà Bernat, costruttore edile, e mamma Maria Pascual, funzionaria del comune di Manacor, la cittadina delle Baleari dove è nato Rafa. Il matrimonio si celebrerà a Port de Pollenca, location esclusiva sul litorale nord: 500 gli invitati, inclusi diversi tennisti. E naturalmente anche re Juan Carlos e consorte. E Federer? Dieci giorni fa mi disse a Ginevra: “Non sono invitato”. Ma l’invito sarà arrivato.

Rafa e Xisca si erano conosciuti al liceo. A presentarli la sorella di lui, Maribel. Il primo bacio? Pare nel 2005, anno del primo trionfale Roland Garros. Anche Rafa è riservato, discreto. L’unico bacio che gli ho visto dare in pubblico a Xisca è stato dopo aver vinto Montecarlo nel 2016. Un’eccezione. I paparazzi che pochi mesi fa li hanno finalmente colti in atteggiamento affettuoso sulla nuova barca acquistata da Rafa, il Beethoven, stanno ancora festeggiando. Rafa si allenava e giocava a tennis. Xisca studiava economia aziendale, laureandosi. A Londra ha lavorato un po’ per Img, società di management che segue Rafa, e per l’agenzia di assicurazioni Mapfre.

Il solo modo per convincere Xisca a rilasciare qualche dichiarazione è stato chiederle di parlare della Fondazione Rafa Nadal che lei dirige insieme a mamma Nadal (Ana Maria), la presidente. Nella vita e nella famiglia di Rafa e Xisca ci sono già ogni anno 800 bambini, quelli di cui si occupa la Fondazione nata sulla scia di un torneo in India: “Rafa sentì che doveva restituire qualcosa di quello che aveva avuto. La semplice beneficenza non bastava. Abbiamo scelto la discrezione: preferiamo lavorare per raggiungere risultati piuttosto che raccontarli.

Anche per l’abito da sposa, disegnato apposta per lei dalla stilista catalana Rosa Clara, Xisca non rinuncerà alla sobrietà: indosserà un modello di stile romantico, classico, haute couture e su misura, creato appositamente per lei, molto coerente con il suo stile discreto ed elegante. E Rafa si sforzerà di darle almeno un altro bacio. In pubblico.

 

Qui l’articolo “Altro che wags” di Viviana Ponchia

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