Becker: "La rottura Djokovic-Agassi? Non si allena via mail". E Clerici non si spiega Nadal

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Becker: “La rottura Djokovic-Agassi? Non si allena via mail”. E Clerici non si spiega Nadal

Boris Becker alla Gazzetta dello Sport parla di cosa è andato storto tra Novak e Agassi. Anche lo scriba è a corto di aggettivi per descrivere il mancino di Rafa

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Becker: “La rottura Djokovic-Agassi? Non si allena via mail” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

In mezzo al Centrale, troneggiante come quando era Bum Bum. Boris Becker riceve l’anello della Hall of Fame dopo la fatica perdente dell’ex pupillo Djokovic. Boris, l’ha sorpresa rivedere Vajda accanto a Nole? «No. Dopo le sconfitte in America, ho immaginato che sarebbe stato necessario un cambiamento e Marian è il meglio per lui: è un allenatore che conosce davvero il gioco ed è stato vicino a Novak per anni. Io penso che un coach debba adattarsi a un giocatore e non viceversa: Vajda è perfetto in questo». Secondo lei, perché non ha funzionato con Agassi? «Lo sanno solo Novak e Andre. Non ha aiutato il fatto che Nole sia stato fermo a lungo senza potersi allenare e quindi senza scambiare informazioni. Tutti pensano che Djokovic sia un robot, ma innanzitutto è un uomo con una personalità molto indipendente che ama il confronto: è molto intelligente e tu devi convincerlo giorno per giorno dell’importanza di quello che stai facendo». Sembra una bocciatura della figura degli ex supercampioni che diventano allenatori… «Sono contrario a quelli che allenano dal divano o mandano le mail coi programmi. Un coach deve stare vicino al giocatore, respirare l’odore degli spogliatoi, dirgli cose che non vorrebbe sentire. Poco importa quanto grande tu sia stato. Come consideriamo Moya? È stato un grande giocatore? Certamente: eppure segue Nadal passo passo. E anche Lendl, soprattutto nella prima fase con Murray, era molto presente». Quindi la rivedremo allenare? «Io ho avuto offerte da giocatori e giocatrici, ma per il momento non sono interessato, le mie attività mi portano via tempo e mi rendono felice. Tra l’altro sono responsabile delle nazionali tedesche, incarico che mi piace: mi consente di studiare i talenti del futuro e mi dà il tempo di fare anche altro». In questa veste lei ha contatti quotidiani con Alex Zverev, di cui si diceva potesse anche diventare allenatore. Quanto gli manca per vincere uno Slam? «Intanto è il ventenne più forte del mondo e non mi sembra poco. Poi i tornei dello Slam sono eventi molto complicati. Non parlo di stile di gioco o di qualità del tennis, ma di tutto ciò che c’è intorno. Devi restare tre settimane nello stesso posto, devi affrontare per giorni e giorni la stessa routine e non c’è mai una partita uguale a un’altra. Quando Sascha imparerà a gestire le pressioni esterne, soprattutto mentali, di un torneo dello Slam, lo vincerà. E ci arriverà molto presto». Lei ha ottenuto alcune delle sue vittorie più emozionanti in Coppa Davis. Cosa pensa della possibile riforma? «Pensiamo al match di Valencia: anche se la mia Germania ha perso, siamo sicuri di voler rinunciare a un ambiente del genere, con Nadal a trascinare la sua gente? In campo neutro non accadrebbe. I più forti non vogliono giocare la Davis? Invece di cambiare la formula, proviamo a cambiare le date». In campo, si notano sempre più spesso atteggiamenti aggressivi, in particolare dei più giovani. È qualcosa che la preoccupa? «Molto. In Formula 1, se non ci sono sorpassi, si dice che è noiosa, ma se fanno un incidente alla prima curva si esalta lo spettacolo. Non vorrei che il tennis finisse su quella strada, non si possono superare i limiti. Qui ho visto Donaldson aggredire l’arbitro, ha passato il segno: se l’avesse fatto a me non l’avrebbe passata liscia. Io ho portato le mie emozioni in campo, sempre con rispetto. Molti giovani non si prendono cura di questo: né cuore né anima». Come va con i guai finanziari? «È un argomento di cui non parlo, ma mi sembra che il fuoco si stia spegnendo». Cos’è la popolarità per Becker? «Un amico mi ha detto: Boris, potresti girare con una maschera che ti copre il viso, ma ti riconoscerebbero da come cammini. Va bene, vuol dire che ho fatto qualcosa di buono».


Nadal, la voce del padrone. Che lezione a Thiem (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Avanti un altro. Come alle fiere di paese di una volta, quando il forzuto si metteva al centro della piazza e aspettava con ansia chi osasse sfidarlo per qualche moneta. Nadal sta li, bello dritto e nerboruto, così a suo agio in un torneo che ha già domato dieci volte, attendendo il prossimo rivale da prendere a schiaffi. Ci ha provato Thiem, uno che l’anno scorso arrivò a batterlo sulla sacra terra di Roma, e ha dovuto far passare 51 avvilenti minuti, approfittando del primo calo di ferocia di Rafa, per restituirgli almeno un buffetto conquistando il primo game dell’incontro. Però il satanasso di Manacor era già 6-0 3-0. Un ciclone. Sotto con il prossimo. Toccherà al signorino Dimitrov, mai semifinalista a Montecarlo prima d’ora, quasi che la fresca residenza nel Principato (pure lui) gli abbia gonfiato il petto di motivazioni extra. I precedenti non lo confortano, è dietro 10-1, ma le ultime tre sfide hanno almeno regalato equilibrio. E poi c’è il ricordo del 2013, quando Grisha incrociò Nadal nei quarti proprio qui e per due set tenne fede al pesante soprannome di Baby Federer che ancora lo accompagnava, lasciando in ambasce lo spagnolo col suo tennis fluido e raffinato, cui continuano a mancare un po’ di punch pugilistico e un po’ di testa nei momenti caldi per raggiungere il paradiso oltre il trionfo alle Finals 2017. Il bulgaro è reduce da un virus che l’ha disturbato per un mese, è ancora discontinuo specialmente al servizio, ma nella rivincita di quel pomeriggio londinese con Goffin mostra tempra e volontà, recuperando da 5-1 sotto nel 2° set. Tra episodi di sincero rispetto: per due volte, restituisce a David un punto contestato. Del resto fu un suo dritto, steccato in volée dall’altro, a spedire la pallina nell’occhio sinistro del belga a Rotterdam a febbraio, procurandogli seri guai alla vista: dall’episodio è nata una cordiale amicizia. Certo, con il diavolo di Maiorca l’altalena di rendimento non sarà consentita: «La terra è casa sua, questo torneo è casa sua, ma non sono d’accordo quando definite Rafa terribile o impressionante: se avessi paura dei miei avversari, non giocherei a tennis». Dall’altra parte, senza alzare la voce come è suo costume, Nishikori si proietta fuori dal tunnel di un polso che non gli ha dato tregua per 5 mesi irretendo con il suo gioco percentuale un Cilic troppo alterno e troppo legato alle spingardate col servizio, mentre Zverev spegne in gola l’urlo a Gasquet, che sperava di tornare in semifinale dopo 13 anni. Sascha, il fico più maturo della cesta della Next Gen, è stato il primo dopo Nadal a vincere un Masters 1000 a vent’anni non ancor compiuti (Roma 2017) e nei suoi alti e bassi si conferma un eccellente purosangue buono per tutte le corse. Ma qui a casa Rafa la pista è più in salita che altrove.


Provaci Italia. Ostacolo Belgio per tornare in A (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Poco più di due mesi fa, l’impresa. A Chieti le azzurre di Tathiana Garbin erano riuscite a fermare la Spagna di Carla Suarez Navarro con un finale da brivido di Deborah Chiesa contro Lara Arruabarrena. Un piccolo miracolo, frutto della voglia di sudare sangue azzurro. Una grinta che ha salvato l’Italia dallo spareggio per non retrocedere in serie C. Stavolta Sara Errani, Jasmine Paolini, Deborah Chiesa e Jessica Pieri, nel caldo ventoso di Genova, avranno a che fare col Belgio per un playoff che potrebbe riportare l’Italia nell’elite mondiale. Un’impresa complicata ma, come abbiamo visto a Chieti, nulla è scontato in Fed Cup. Tathiana Garbin, capitano delle azzurre sa che Mertens, Van Uytvanck e compagne sono tecnicamente forti e di esperienza, ma nella squadra belga c’è qualche crepa dovuta alle polemiche sul cambio della guida tecnica. Dominique Monami è stata deposta a sorpresa pochi giorni prima di partire per l’Italia. Una vera rivoluzione, a detta dell’ex tennista e capitana belga, voluta da Van Uytvanck e Kirsten Flipkens che si sarebbero ammutinate trascinando le altre, Mertens compresa, a chiedere la testa della Monami. Tutt’altro clima si respira in casa Italia, dove gli allenamenti al Valletta Cambiaso sono intensi, ma sempre conditi dal sorriso. «Siamo un bel gruppo — ha detto il capitano —, e le ragazze tra loro sono molto unite. Sara è il punto di riferimento, è vista come un mito e lei è sempre la prima a creare gruppo e dare una mano o un consiglio». Dopo l’exploit di Chieti la squadra arriva a Genova con animo più leggero, forse meno pressione visto che il compito più arduo, salvarsi dal rischio di sprofondare in C, è stato compiuto: «Le ragazze sanno che il Belgio è una squadra molto forte, ma sono anche consapevoli del loro valore. La vittoria di Chieti ha dimostrato loro che con l’impegno e la voglia di dare tutto si possono ottenere grandi risultati. Magari bastasse solo questo, ma credo che questo gruppo stia crescendo bene e che le più giovani si stiano affacciando al professionismo con lo spirito giusto». Chissà che non sia di buon auspicio l’apertura delle danze ancora una volta affidata dal sorteggio a Jasmine Paolini. L’azzurra ha centrato a Bogotà pochi giorni fa il primo match vinto nel tabellone principale di un torneo Wta, una bella iniezione di fiducia in vista del match con la Mertens che, invece, arriva dalla vittoria del torneo di Lugano domenica scorsa. «Giocare il primo match non mi infastidisce — commenta la Paolini —. Conosco la Mertens dai tempi del circuito junior, è cresciuta tanto, è in un grande periodo di forma, io cercherò di dare il massimo». Seguirà poi il match della Errani con Alison Van Uytvanck, mentre Deborah Chiesa, l’eroina di Chieti, al momento è prevista solo per il doppio di domenica in coppia con Jessica Pieri. Non è detto però che possa essere impiegata a sorpresa come con la Spagna: «Deborah vive questo fine settimana in maniera diversa dall’esordio con la Spagna. Sa che non deve dimostrare niente a nessuno se non a se stessa perché quello che ha fatto resta nella storia». La storia siamo noi.


Thiem affondato, ora c’è Dimitrov (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Il Cannibale contro il playboy, il più grande agonista di sempre contro Mr Incostanza: la semifinale nobile del Master 1000 di Montecarlo se la giocheranno loro, Rafa Nadal e Grigor Dimitrov. Nadal, negli occhi e nelle gambe la furia dei bei tempi, ha cancellato dal campo Dominic Thiem, che dovrebbe essere l’alternativa asburgica al regno di Rafa sulla terra – così vasto che non ci tramonta mai il sole – ma stavolta ha fatto la figura della wiener schnitzel. Letteralmente divorato per i primi 52 minuti (9 game a 0), ha provato a evitare la scorpacciata dell’avversario, ma ha rimediato appena due game. Se la concorrenza è questa, Re Rafa può dormire a lungo sonni tranquilli: «Difficile giocare meglio di cosi», ha ammesso il Number One. Attorno gli è ricresciuta l’aura di invincibilità, è al 90/95 per cento della condizione e oggi giocherà la sua 13° semifinale al Country Club, dove ha già vinto 10 volte: chi può fermarlo? Forse, probabilmente nessuno, ma tocca comunque al bel Grisha provarci. Il bulgaro da parte sua è alla sua prima semifinale monegasca, che si è conquistato battendo il suo compagno di doppio del torneo, David Goffin. Due set sudati, con in mezzo un buco di concentrazione a inizio del secondo, come tradizione della casa. Splendore e agonia, Dimitrov è fatto così. Ormai ha 26 anni ma continua a portarsi dietro l’etichetta del campione incompleto, del “baby Federer” mai davvero cresciuto fino a riempire le aspettative di tutti. Il suo tennis incanta, il carattere latita. A novembre pareva finalmente aver rotto il muro del sonno (tennistico) conquistando il Masters e toccando il numero 3 del ranking (oggi è 5) ma i suoi decolli sono sempre seguiti da atterraggi d’emergenza e lunghe latitanze, gli era già successo nel 2014 dopo la prima semifinale Slam a Wimbledon (ne ha giocata un’altra nel 2107 agli Australian Open). Figlio di un maestro di tennis e di una giocatrice di pallavolo, fisico da supereroe e sorriso da Hollywood, Grisha ama bruciare i coach – Mouratoglou, Rasheed, Norman, Davin, Vallverdu… – e collezionare love story da copertina. È stato conteso da Serena Williams e Maria Sharapova, ora si accompagna a Nicole Scherzinger, la cantante delle Pussycat Dolls ex fidanzata di Lewis Hamilton. Sul rosso di Montecarlo cerca una relazione stabile con le proprie ambizioni, il problema è che per riuscirci deve far girare la testa a Nadal, contro cui ha perso 10 volte su 11 (unico centro nel 2016 sul cemento di Pechino). «Ma l’errore quando giochi con Rafa è proprio preoccuparsi troppo di quello che fa lui», ha spiegato ieri. «L’importante invece è pensare alla struttura del proprio gioco, e a come lo si mette in pratica. Contro Goffin ho giocato meglio, soprattutto con il servizio, sulla terra però tutto può cambiare in un attimo. Certo, il favorito è lui, contro Thiem lo abbiamo visto ancora al suo meglio, ma Rafa non mi spaventa. Sfidarlo è durissimo, eppure sono proprio questi i match che cerco. Mal che vada imparerò una lezione che mi servirà per il resto della carriera». Gli esami, si sa, non finiscono mai. Ma ogni tanto bisogna anche passarli.


Pronte a ritornare nel mondo che conta (Marco Bisacchi, Tuttosport)

Subito Jasmine Paolini contro Elisa Mertens, quindi spazio a Sara Errani di fronte ad Alison Van Uytvanck. Questo l’ordine delle prime due gare che – oggi dalle 13,30 – apriranno la sfida tra Italia e Belgio per accedere alla serie A della Fed Cup (cui l’Italia 4 volte vincitrice manca da due anni), sulla terra rossa di Genova. La nazionale femminile di tennis sogna – dopo la vittoria sulla Spagna – un’altra impresa, visto che le belghe partono coi favori del pronostico. «Forse è meglio giocare per prima, così so anche a che ora toccherà a me – sorride Jasmine Paolini – la Mertens è fortissima, ma ce la metterò tutta. Sono contentissima che la capitana mi abbia dato fiducia, per me l’importante è poter far parte di questo bellissimo gruppo azzurro». Già, la capitana azzurra Tathiana Garbin sa bene di avere a disposizione un gruppo di talento ma che, ad eccezione di Sara Errani, non ha certo esperienza. Il duello tra Jasmine, 22 anni, e la coetanea Mertens sembra quasi una sfida tra Davide e Golia, dando un’occhiata al ranking WTA: la toscana è la numero 145 del mondo, mentre la sua avversaria è al numero 17 e ha appena conquistato il torneo di Lugano. Attenzione pero a pensare già a risultati scontati: la magia della Fed Cup e dei duelli tra nazionali – un po’ come capita anche in Coppa Davis tra gli uomini – è pure quella di riuscire a ribaltare i pronostici. Nell’unico precedente, la Mertens riuscì a battere la Paolini, l’anno scorso ad Istanbul (sempre sulla terra), soltanto al terzo set. «Credo che ci vorranno almeno un paio d’anni per vedere i risultati che ci aspettiamo da queste ragazze – spiega la Garbin – questa è una nazionale molto giovane, con meno esperienza rispetto ad altre squadre. Ma avere meno esperienza vuol dire avere più coraggio. E bisogna crederci sempre. Il Belgio sulla carta è più forte di noi. Ma la maglia azzurra sa dare emozioni e forze che pensi di non avere. Il fattore pubblico, col suo calore, può darci qualcosa in più». Di sicuro Valletta Cambiaso è pronta a stringersi attorno alle azzurre della racchetta. Grande attesa per la veterana Sara Errani, la vera guida della squadra, già vincitrice di questa manifestazione nel 2009, 2010 e 2013. La Van Uytvanck – numero 50 del mondo – è un avversario complicato ma non imbattibile, per la bolognese. «Per me è sempre un orgoglio difendere i colori dell’Italia – spiega Sara Errani – mi piace questa nazionale in cui sono affiancata da tante giovani compagne. Il Belgio è favorito, ma abbiamo le nostre chances». Le avversarie, dal canto loro, non si tirano indietro. «Arriviamo a questo appuntamento in grande stato di forma – dice il neo capitano del Belgio, Ivo Van Aken – ma può succedere di tutto e dobbiamo stare molto attenti, perché sulla terra rossa Sara Errani e le sue compagne possono essere molto pericolose. La Mertens però è in grande crescita, può arrivare tra le prime dieci, mentre la Val Uytvanck gioca un tennis secondo me superiore alla sua classifica attuale».


Quelle torsioni di Nadal che Thiem non sa capire (Gianni Clerici, La Repubblica)

La volta che, un paio di anni fa, Benito Perez Barbadillo mi invitò all’Accademia di Nadal, a Manacor, commisi un errore del quale mi sono reso conto solo oggi, ringraziandolo senza accettare. Avrei domandato allo zio Toni il perché. Un perché non ancora risolto, e che probabilmente non risolverò mai. Una domanda che anche un ottimo tennista quale Dominic Thiem ha mostrato questa mattina di non aver capito, perdendo a causa della miopia nonostante – sempre senza capire – avesse battuto Rafa lo scorso anno. Forse l’aveva capito lo zio, impostando da mancino un destro, quasi fosse uno schermidore dei tempi andati. Forse necessitava un braccio particolare, non soltanto forte, ma in grado di torcersi come nessun altro e, alla fine di quel braccio, una mano insolita, della quale sarebbe bene ottenere la radiografia che ci facesse sapere qualcosa in più. Così come di tutto il gesto, che oggi un giocatore come Thiem ha spesso perso di vista, così come la palla da quel gesto proiettata, un cosiddetto diritto, primo nella storia ad uscire dal centrocampo verso la sua sinistra, o da destra a sinistra, un cosiddetto diritto chiamato – non so se in dialetto o in spagnolo – la “Nadalata”. Contro un giocatore capace di non sbagliare mai – dico mai – qualcosa di non sbagliabile, il povero Thiem è parso una controfigura del Thiem, numero 7 del mondo. Ho raccolto le sue spoglie, sino a esserne stufo, o meglio a provare pena per lui. Primo game, rovescio cross di Rafa, tagliato  meno insolito del diritto, ma anch’esso particolare), 15-0. Rovescio errato di Thiem 30-0. Diritto da destra a sinistra di Nadal 40-0, Nadalata dal centro a sinistra, game. Sono seguiti altri due game di Nadal per 8 punti a 3, e in quella ho smesso di annotare, ricordando il suggerimento del mio amico Tommasi «non è il tuo mestiere, Gianni». Ricordo tuttavia che dall’iniziale 0-6, Thiem si è tratto in qualche modo, arrivando a far suoi, nel secondo, ben 2 games, ottenuti come un pugile sulla soglia del knock-out può ottenerne grazie alla disperazione. Prima di vincere un altro torneo, di portare a un numero superiore le 69 vittorie consecutive, rimane a Rafa una vittoria su Dimitrov vittorioso oggi su Goffin con il quale nel pomeriggio ha fatto coppia in doppio. Un’altra prova che questo sport insegna ad essere per bene più di altri.

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Gli anni di Fabio (Cocchi). Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Grilli). Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2020

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Gli anni di Fabio: «Mi manca la gara, ma adesso sono un esperto di Tom & Jerry» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Trentatré sono gli anni che compie oggi Fabio Fognini, mai come ora preso dal ruolo di padre e uomo di famiglia. Tre sono gli anni che ha compiuto Federico, il primogenito di Fabio e Flavia Pennetta, finalmente festeggiati senza una valigia in mano. Un’età importante. E tempo di bilanci per Fognini, genio e sregolatezza del tennis italiano, capace di far passare al tifoso medio tutto l’arco costituzionale delle emozioni, dall’esaltazione alla furia. Fabio, che sapore ha questa giornata? «Il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il “grande”, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto».

Lei e Flavia festeggerete quattro anni di matrimonio l’11 giugno. ma forse non avete mai passato tanto tempo insieme…

 

È proprio così, la quotidianità per così dire “prolungata” è una dimensione che ci mancava. E devo dire che non è stato sempre facile, soprattutto all’inizio. In 15 anni di carriera sono sempre stato abituato ad andare e venire, stare fermo e non sapere nulla del futuro mi rendeva un po’ nervoso. Ma pian piano ci siamo abituati. Abbiamo iniziato a collaborare di più, io ho cercato di aiutarla. Magari cucinando, o tenendo Federico quando è più occupata con Farah. E così abbiamo trovato il ritmo. E siamo anche riusciti a divertirci. […] Per una vita dopo il tennis c’è tempo, però mi sento cresciuto come padre e come marito. E ora ho pure una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io. […]

Finalmente è tornato ad allenarsi in campo. Quanto le mancano i tornei?

Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie.

Cosa ne pensa coach Barazzutti?

La pensa come me. Ci sentiamo ogni giorno, ma non mi dà grosse indicazioni. Non sono più un giovane che deve approfittare della pausa per cambiare il proprio gioco. Ci confrontiamo, ma restiamo in attesa di sapere che sarà della stagione. Ora le classifiche sono congelate, ma il ranking non mi interessa. Guardo chi c’è davanti a me, e a parte i tre fenomeni gli altri sono tutti giocatori che ho già battuto e so di poter battere di nuovo. Anche Berrettini, che ha fatto grandi cose, è ancora giovane e ha tanti punti da difendere. Vediamo cosa ci riserverà il futuro.

Riserverà distanziamento sociale e nuove abitudini. A proposito, l’abbiamo vista giocare col guanto: come si è trovato?

Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza.

Cosa porterà con sé da questo momento assurdo che stiamo vivendo?

Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini.

Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Paolo Grilli, La Nazione)

Prima giapponese a vincere uno Slam, l’Us Open del 2018, e prima tennista asiatica in grado di raggiungere la vetta della graduatoria Wta, Naomi Osaka può gioire anche per un altro record, certo meno evocativo ma di enorme conforto: è lei la sportiva più pagata al mondo, secondo Forbes, avendo guadagnato nel 2019 circa 34 milioni di euro (lordi) tra montepremi e contratti di sponsorizzazione. E la ciliegina sul primato, per la 22enne nipponica, è quella di aver superato di poco la rivale Serena Williams, che si era sempre piazzata sul gradino più alto del podio femminile degli introiti nei quattro anni precedenti. L’asiatica occupa la 29esima posizione dei guadagni tra gli sportivi di tutto il mondo, mentre l’eterna campionessa americana non va oltre la 33esima piazza. Si tratta comunque della prima volte nella storia in cui due donne riescono a entrare nella top 50 assoluta: un piccolo passo verso una reale e auspicata parità di genere dello sport. La Osaka, ironia della sorte, non è stata protagonista di un 2019 stellare. Ha vinto gli Australian Open in gennaio, facendo il bis negli Slam dopo la vittoria a New York dell’autunno precedente, ma poi ha conosciuto una lunga impasse, tra difficoltà tecniche e fisiche. E solo alla fine dell’anno scorso ha vinto due tornei (Pechino e… Osaka!) riscattando le figure non proprio eccelse rimediate negli altri Slam. Quest’anno, poi, proprio agli Australian Open ha incassato una secca sconfitta dall’astro nascente Usa Cori Gauff. E Naomi è arretrata cosi fino alla decima posizione Wta. Ma ormai lei è un fenomeno globale e gli sponsor fanno a gara per mettere i loro marchi accanto al suo sorriso. […]

Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Voglia di ricominciare. Il tennis, travolto come il resto del mondo dall’emergenza coronavirus, ricerca lentamente la sua normalità e anche se fino al 31 luglio sono sospese tutte le attività, i campioni hanno cominciato ad allenarsi e alcuni di loro si stanno pure muovendo per garantirsi una parvenza di agonismo attraverso match senza valore ufficiale. Così, mentre Nadal posta su Instagram le foto del primo giorno di preparazione nella sua Accademia (e un giornalista spagnolo lo propone come ministro degli Esteri in un eventuale governo tecnico per gestire il post-pandemia), Djokovic festeggia il compleanno (33 come Fognini, compiuti venerdì) lanciando l’Adria Tour, un mini circuito itinerante di partite di esibizione che coinvolgeranno quattro Paesi dell’ex Jugoslavia e che scatterà il 13 giugno. L’obiettivo dell’evento è la solidarietà a favore di vari progetti umanitari nei Balcani. Il numero uno del mondo sarà affiancato da alcuni top player, innanzitutto da quel Dominic Thiem che Nole ha sconfitto a fatica nella finale degli Australian Open di gennaio. Poi ci saranno Grigor Dimitrov nonché l’amico e connazionale Viktor Troicki, mentre non si conoscono ancora i nomi degli altri quattro tennisti che dovrebbero completare il parterre della manifestazione. Il mini circuito si svolgerà in quattro diversi fine settimana e quattro differenti località, con un match bonus tra Djokovic e Damir Dzumhur che chiuderà l’Adria Tour il 5 luglio. Il programma prevede la prima tappa a Belgrado (Serbia, 13-14 giugno), la seconda a Zagabria (Croazia, 20-21 giugno), la terza in Montenegro (27-28 giugno) e la quarta a Banja Luka (Bosnia, 3-4 luglio), con il bonus a Sarajevo il giorno dopo. Per ogni weekend, i partecipanti saranno ripartiti in due gruppi e si sfideranno secondo la formula del round robin. I vincitori di ciascun gruppo giocheranno la finale. Gli incontri seguiranno le regole del Fast 4: set ai quattro game e partite al meglio dei tre set. La speranza è che possa addirittura giocarsi con il pubblico, visto il basso tasso di contagiosità dei quattro Paesi. […] Chi sembra non avere nessuna fretta di ripartire è Roger Federer, che infatti ha dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo perché non ha stimoli sufficienti, considerando che resta forte l’incertezza sulla data di inizio dei tornei. In una chat con Kuerten, il Divino ha rivelato: «Al momento sono fermo, perché non vedo il motivo per preparami. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa. Quando avrò un obiettivo per cui allenarmi, sarò super motivato». Filosofia da Maestro.

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Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Calabresi)

La rassegna stampa del 23 maggio 2020

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Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Marco Calabresi, Il Corriere della Sera)

Matteo Berrettini ha trascorso il periodo di lockdown a Boca Raton, in Florida. A migliaia di chilometri di distanza, invece, tanti ragazzini e ragazzine crescono sperando di diventare come lui. Per loro, e per tantissimi circoli della Capitale (lunedì, tra gli altri, riapriranno il CC Roma e il CC Lazio), è stato un periodo durissimo e oltre due mesi di «buco» non saranno semplici da colmare. […]Nelle accademie c’è voglia di normalità: mascherine per i maestri, sorrisi per gli atleti. Nel Lazio c’è il 12% del movimento nazionale: circa 370 circoli (280 a Roma, molti dei quali scuole tennis riconosciute dalla Fit), oltre 4omila tesserati, e tanto talento. Nello sport romano che arranca soprattutto a livello di discipline di squadra, il tennis è una piacevole eccezione. L’effetto Berrettini (Matteo è attualmente al numero 8 della classifica Atp) è l’elemento trainante: opinione comune, nei circoli, è che il suo percorso abbia creato nei giovani la consapevolezza che non sia necessario primeggiare a livello di Under 12 o Under 14, bensì seguire un percorso di formazione tecnica che vada aldilà del risultato. […] «Matteo, da giovanissimo, non era tra i top, lo ha ammesso anche lui – racconta il suo allenatore, Vincenzo Santopadre – Stare meno con le luci puntate lo ha aiutato, ma lui è stato comunque bravo a mantenere il giusto equilibrio. Non pensare a vincere il torneo di oggi, ma a costruirsi un futuro migliore. In questo senso, è stato fondamentale tutto l’ambiente che lo ha circondato: la famiglia, noi dello staff, il CC Aniene. E forse è stato importante anche il periodo dell’anno in cui ha raggiunto i risultati più importanti: gli Us Open tra agosto e settembre, quando la gente è ancora in vacanza e si è potuta svegliare di notte per vederlo e sognare con lui. Ho tanti amici nel tennis che hanno figli: vogliono tutti sapere quando Matteo è a Roma per andarlo a vedere o a chiedergli un autografo». La bella immagine di Berrettini, ma non solo: «C’è nuova linfa per il nostro tennis. Arriva dai giocatori di vertice come Matteo, ma anche dalla popolarità che lo sport sta acquisendo, e che ci ha permesso di aumentare i numeri. Tutto questo, nonostante a Roma ci sia carenza di strutture al coperto che permettono l’allenamento con qualsiasi condizione atmosferica. E fondamentale che nei circoli ci sia qualità, necessaria per far emergere le potenzialità dei giovani». Santopadre segue Berrettini, ma è anche tra i fondatori della Rome Tennis Academy, dove si allena Jacopo, fratello minore di Matteo (classe ’98). Con Santopadre, c’è Stefano Cobolli, papà di Flavio, tra i talenti da seguire della NextGen romana. Nato nel 2002, era passato anche per il settore giovanile della Roma, prima di scegliere la racchetta. Su di lui, e su Matteo Gigante, sono riposte grandi speranze, ma non sono i soli: Giulio Zeppieri (2001, di Latina) e Gian Marco Moroni (1998) sono in rampa di lancio. Come tutto il tennis romano

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«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Agresti). Maggio, mese da n. 1 (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 22 maggio 2020

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«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Stefano Agresti, Corriere della Sera)

Nicola Pietrangeli ha 86 anni e la memoria di un ragazzo: ricorda tutto, nomi, date e numeri. Viveva anche grazie al lavoro di consulente per la Federtennis, ma adesso quello stipendio non ce l’ha più. Pietrangeli cos’è successo? «Il 10 marzo mi ha chiamato il presidente Binaghi, il quale gentilmente mi ha detto: a causa del coronavirus vengono sospesi tutti i rapporti con i collaboratori esterni. Ho ascoltato in silenzio. Poi, nei giorni successivi, ho scoperto una cosa che ha cambiato tutto. Ho scoperto che questo è accaduto solo nel tennis. Credevo che fosse una decisione comune a tutte le discipline, invece non è così. E non stiamo parlando di una federazione povera, al contrario: la Fit è ricca. A quel punto l’ho presa malissimo, come chiunque quando gli tolgono tutto lo stipendio da un giorno all’altro. E non mi coprivano d’oro, sia chiaro: era una retribuzione dignitosa per uno della mia età».

L’azzeramento dello stipendio l’ha messa in crisi?

 

Se dicessi di no, sarebbe una mezza bugia. Per me è un brutto colpo. Anche perché non mi sono fatto ricco con lo sport. Oggi chi vince il Roland Garros prende quasi 2,5 milioni di euro, a me hanno dato 150 dollari: non ci ho comprato nemmeno un mini-appartamento. Il tennis mi ha dato tanta fama e pochi soldi.

Ha sentito qualcuno dopo il 10 marzo?

Nemmeno lo straccio di una telefonata e questa è un’altra cosa che mi ha fatto molto male. Ho 86 anni, qualcosa nel tennis ho combinato: un po’ di attenzione la meritavo, una chiamata me la dovevano. Anche solo per rispetto: ma sei morto? Conosco Binaghi da quando era bambino: da una parte lo ringrazio perché abbiamo collaborato assieme, ma dall’altra proprio non lo capisco. Lo sa qual è l’ultima scortesia che mi hanno fatto? Dal 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato. Ne parlavo l’altro giorno con Lea Pericoli. Se facciamo la somma, in due abbiamo vinto 51 titoli nazionali: 27 lei, 24 io. E ci hanno tenuto fuori da tutto. […]

Maggio, mese da n. 1 (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Gaby a Roma festeggiava compleanni e vittorie. Non fu la sola, certo l’unica cui i sospirosi tifosi romani avrebbero preparato volentieri la torta con le proprie mani. A patto di consegnargliela personalmente. Nata il 16 notte, quando la festa del calendimaggio volge al termine. Tradizione vuole che in quella giornata, ballando e ruzzando, si chieda alla primavera di accompagnarci verso l’estate più bella. Usanze tenute in gran conto anche nelle Marche e in Abruzzo, le terre del Dna italiano di Gabriela Sabatini, dovei nonni nacquero e decisero ancora giovani di tentare l’avventura da migranti, in Argentina. Per questo, forse, il settennato romano della pupa, ieri bella e oggi bellissima cinquantenne, molto somiglia a una primavera. C’erano il sole, la lieve brezza romana, e una Dea da amare. La storia prese il via da una finale persa nel 1987 contro Stef Graf che molto costò al torneo romano. Fu un confronto impari sia sul piano del gioco, del tutto a favore della tedesca, sia per il tributo amoroso che gli appassionati del Foro rivolsero alle due contendenti. E qui Gabriela vinse a mani basse, raccogliendo incitamenti innamorati che mai si erano sentiti sugli spalti. Lenzuola grandi come letti a tre piazze rimboccarono il Centrale. Ce n’erano di tutti i tipi: «Roma uguale Gabyland», «Il Moro ci piace, ma la Mora anche di più», «Gaby nei cuor avanti con ardor». Tutti per lei, nessuno per la giovane tedesca, che per completare l’opera venne dipinta come “bruttina non ancora stagionata” in un articolo di uno dei nostri quotidiani più importanti. Steffi ritirò il premio, si presentò dagli organizzatori e con semplicità li fece precipitare in un incubo: «Qui, non mi vedrete mai più». Gli anni di Gaby, alla fine, si scontrarono con Conchita Martinez. Sabatini vinse nell’88 e nell’89, fu semifinalista nel ’90, tornò a dominare nei due anni successivi. Abdicò nel 1993 e Conchita nei vinse quattro di seguito. Svogliata, Steffi rientro solo nel 1996 per una passerella che convinse i romani anche delle sue qualità estetiche. Maggio è il mese dei compleanni, nel tennis. […] Cosi, in attesa che i perduti Internazionali tornino fra noi (ma quando? davvero a settembre?) niente vieterebbe di organizzare un Masters virtuale fra i tennisti di maggio. Titoli alla mano, il n. 1 del tabellone maschile spetta a Novak Djokovic, nato il 22. All’altro capo, John Newcombe (23). Poi Fred Perry (18) e Andy Murray (15) e via via gli altri: Pancho Gonzales (9), Manuel Santana (10), Tony Roche (17), Yannick Noah (18), Pat Cash (27), Cliff Drysdale (26), Grigor Dimitrov (16), Kevin Anderson (18), Fabio Fognini (24), Miloslav Mecir (19), Tomas Smid (20) e Karen Khachanov (21). […] Non manca il torneo femminile, con l’imbattibile Suzanne Lenglen (24) davanti alla concorrenza. Poi Gabriela (16), e Johanna Konta (17). A seguire Harkleroad (2), Buzarnescu (4), Cibullcova (6), Tomljanovic e Kasatkina(7), Kuzmova e McHale (11), Mladenovic (14), Sabalenka, la nostra Silvana Lazzarino (19), Lepchenko (21). Ce n’è per una buona esibizione. […]

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