Impressioni di Parigi: Bautista, Djokovic e l'ingiustizia del mondo

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Impressioni di Parigi: Bautista, Djokovic e l’ingiustizia del mondo

Piccoli ritratti in cui passano grandi cose. Terza puntata di una rubrica aperiodica che fonde il tennis con l’impressionismo

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Parigi. L’aria è elettrica. Il cielo è color canna di fucile, la terra lingua di bue. Da una parte della rete c’è un trattato cinetico di psicanalisi. Dall’altra la logica della serialità applicata al tennis. Napoleone-Bonaparte (Djokovic) contro l’Uomo-Più-Normale-del-Mondo (Bautista Agut). Uno che crede ancora di essere l’Imperatore del mondo e l’altro che anche se ci parli per due ore non sai nemmeno che suono abbia la sua voce. 

Per i più distratti è solo un terzo turno. Per occhi più attenti è una sliding door definitiva. Si entra in una maniera e si esce in un’altra. Uno di quei momenti speciali che passano un paio di volte nella vita. Per Nole l’opzione è: grande ritorno o psicofarmaci. Per Bautista la meritata promozione nell’ufficio del capo, accanto alla segretaria sexy, o un amaro ritorno in catena di montaggio. Lo so io, lo sanno loro e lo sa tutto il pubblico di Parigi.

I primi due set volano via a corrente alternata. Botte a tutta da fondocampo senza un domani. Nole accanto alla segretaria c’è già stato, e vuole tornarci. Bautista ha comprato i cioccolatini e il vestito nuovo da una vita e non vede l’ora di indossarlo almeno una volta. Lo schema di Djokovic è semplice. Un colpo alla vecchia maniera o un furioso monologo interiore se la pallina esce, se Bautista prende la riga o se qualcuno si permette di dimenticarsi anche solo per un istante che lui è stato il numero uno al mondo, che ha rotto il duopolio Federer Nadal e che è ancora il più grande imperatore francese di tutti i tempi. Lo schema di Bautista è ancora più semplice: le piglio tutte e appena lui rallenta mi sposto sul dritto e urlo Waterloo. 

 

Un set va a Nole e l’altro ad Agut. Il terzo è quello decisivo. Anche il cielo trattiene il fiato. Non si respira per una mezz’ora buona. Un colpo un urlo. Un altro colpo un altro urlo. Sempre più forte. Il mondo fuori dallo stadio diventa lentamente un’astrazione. Il silenzio diventa piombo. Qualcuno vede un cavallo bianco aggirarsi sulla Senna. Da una finestra, dietro a due ciglia che sembrano una delicata architettura barocca, gli occhi della segretaria si staccano dal pc e diventano due fessure.

La pressione diventa intollerabile e fatalmente si trasforma in una sliding door. Cinque a quattro Bautista, trenta pari, servizio Djokovic. È qui che si gioca tutto. Lo scambio è di quelli pazzeschi coi due giocatori trasformati in Pacman cibernetici intenti a disegnare le ali di una farfalla gigantesca sul campo. Nole picchia e Bautista anche. Il pubblico trattiene il fiato. Il cavallo bianco nitrisce.

E appena la pallina arriva finalmente un filo più morbida sul dritto di Bautista, lui sente che è il suo momento. Prima bastona la pallina con tutta la sua forza proletaria, facendo saltare alla segretaria un bottoncino dalla camicetta di seta, e poi, sullo straccetto di Nole, esce trionfalmente dalla fabbrica e fa vedere al mondo che è anche lui un artigiano di lusso e che la classe operaia deve andare in paradiso. Dal suo dritto piatto esce la prima smorzata federiana della sua carriera. Un cioccolatino. Un vestito elegantissimo. La presa della Bastiglia. Fate voi. Nole si proietta in avanti come inseguito dalla moglie all’uscita di una discoteca e tutto quello che può fare è mettere di là una palla disarmata che arriva innocua sul rovescio bimane di Bautista ormai nei pressi della rete pronto a intascare il suo TFR o il bacio liberatorio di Lady Oscar.

A quel punto, mentre la segretaria si scioglie lentamente i capelli e si libera da scarpe castigate, Bautista può fare solo tre cose. Uccellare con un pallonetto facile facile Nole ormai appiccicato alla rete. Andare semplice in lungolinea. O sparare il quattromilionesimo rovescio incrociato della giornata, alzare le braccia al cielo e guardare, dal giorno dopo, il mondo dalla parte dei vincitori.

E invece, siccome il mondo è ingiusto e il tennis è uno sport che assomiglia troppo alla vita, la paura di classe piomba sul suo braccio proletario che, quasi terrorizzato dall’ottenere quello che ha sempre desiderato, si limita a tagliare un rovescio innocuo e depositare la palla sulla racchetta di un Nole più incredulo di lui. E restaurazione fu.

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Flash

Roland Garros: i set decisivi da ricordare insieme a Nadal, Djokovic, Schiavone, Graf, Capriati…

Dal più lungo in assoluto all’invasione di Nole, dall’appena maggiorenne Clijsters contro Hingis alla sfida tra Steffi e Arantxa, una carrellata di match decisi a oltranza

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Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (via Twitter, @atptour)

Guarda il video integrale sul sito Intesa Sanpaolo

Che siano o meno i più pazzi come suggerisce l’Equipe, si tratta senza dubbio di incontri che hanno scritto una pagina importante nella storia dell’ultimo quarto di secolo del Roland Garros. Sfide caratterizzate da partite finali che non vedremo più nemmeno a Parigi, ultimo baluardo dell’oltranza, dopo la decisione di uniformare i quattro Slam adottando il “metodo Melbourne”. Partiamo allora con questa breve ma succulenta carrellata.

1996, finale: S. Graf b. A. Sanchez 6-3 6-7(4) 10-8

Arantxa Sanchez gira l’inerzia della 35a e penultima sfida (otto vinte) contro una Steffi Graf avanti di un set e 4-1 nel secondo, andando poi due volte a servire per chiudere nel corso della partita finale, ma alla fine vince Steffi.

 

2001, finale: J. Capriati b. K. Clijsters 1-6 6-4 12-10

Con il trofeo dell’Australian fresco in bacheca, le vittorie su Serena Williams e Martina Hingis nei due turni precedenti, Jennifer Capriati incassa subito un 6-1 da una Kim Clijsters che solo il giorno prima ha soffiato sulle diciotto candeline. Il punteggio parziale non prelude a un match che va via in un soffio, anzi, il terzo set sarà il più lungo nella storia delle finali femminili.

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

2004, 1° turno: F. Santoro b. A. Clement 6-4 6-3 6-7 3-6 16-14

Con sei ore e 33 minuti, il derby tra Fabrice Santoro e Arnaud Clement è l’incontro più lungo della storia del torneo, con ottime probabilità di rimanere tale. Interrotto sul 5 pari al quinto dopo che Santoro aveva salvato un match point, l’incontro ha richiesto un altro paio d’ore e un secondo match point annullato prima di finire nelle mani di Fabrice “The Magician“.

2012, 2° turno: P-H. Mathieu b. J. Isner 6-7 6-4 6-4 3-6 18-16P

oteva forse mancare John Isner? Due anni dopo lo storico match Nico Mahut a Wimbledon, il lungo statunitense esce stavolta sconfitto da Paul-Henri Mathieu, sceso al n. 261 ATP dopo l’intero 2011 lontano dai campi in seguito all’intervento chirurgico di osteotomia tibiale per limitare la progressione dell’artrosi al ginocchio sinistro. Con il vantaggio non di poco conto di servire per primo nella frazione decisiva, sul 7 pari salva due palle break. Isner salva invece match point a ripetizione, ma si arrende al settimo.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

2013, semifinale: R. Nadal b. N. Djokovic 6-4 3-6 6-1 6-7 (3) 9-7

La semifinale del “tocco”, non nel senso di mano delicata – almeno nell’episodio in questione – bensì di Novak Djokovic che tocca la rete quando la palla colpita (che sarebbe stata vincente) è ancora in gioco. È 4-3 al quinto e servizio, e il vantaggio sfuma definitivamente al punto successivo e alla fine vince Rafa Nadal.

2015, 2° turno: F. Schiavone b. S. Kuznetsova 6-7 7-5 10-8

Le due campionesse del Roland Garros – Francesca Schiavone nel 2010, Svetlana Kuznetsova l’anno precedente avevano già dato vita a una maratona a Melbourne: 4 ore e 44 minuti per l’incontro femminile più lungo dell’Happy Slam. Vinse l’azzurra 16-14 al terzo. Si ripete, Francesca, annullando un match point al dodicesimo gioco per poi chiudere dopo 3 ore e 50.


2020, 1° turno: L. Giustino b. C. Moutet 0-6 7-6 7-6 2-6 18-16

Non sarà una finale, anzi, è il primo turno, e al momento di entrare in campo i due non possono nemmeno immaginare che stanno per dare vita a un incontro che resterà nella storia dell’Open di Francia. Lorenzo Giustino, proveniente dalle qualificazioni, batte Corentin Moutet che ha inutilemente servito per chiudere. Tre volte. Sei ore e cinque minuti su due giorni. Un azzurro che batte un francese in un duello epico a Parigi non ha prezzo. Non ce l’ha per chi si è limitato a guardare, mentre Lorenzo paga la fatica sulla pesante terra ottobrina al turno successivo contro Schwartzman. Ma la sua pagina Slam l’ha già scritta.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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ATP

Non fatevi ingannare dalla faccia seria, questo raccattapalle di 57 anni si sta divertendo un sacco

Iniziata quasi per gioco, raccontiamo la storia di Jim Novak, uno dei ballboy fuoriquota di Miami

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Ballboy Jim Novak - Miami 2022 (foto @shad_powers ANDY ABEYTA/THE DESERT SUN)

Traduzione dell’articolo di di Shad Powers, pubblicato sul Desert Sun il 17 marzo 2022

Ha sentito tutte le battute, è stato paragonato a Kramer in un famoso episodio di “Seinfield” (famosa sit-com americana, in cui il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open, ndt), ma il cinquantasettenne Jim Novak prende molto seriamente il suo lavoro di raccattapalle al BNP Paribas Open. “Sì, ho sentito gente dire cose tipo «Sicuro di avere diciott’anni?»” ha detto Novak, uno dei circa sedici raccattapalle adulti presenti al torneo di Indian Wells quest’anno. “Capisco che sia qualcosa che non si vede tutti i giorni e i miei amici pensano che io sembri troppo serio, e in effetti serio lo sono, ma mi diverto anche un mondo.” Novak è andato in pensione da poco, Lavorava come Vice-Sovrintendente alle Finanze dei Distretti Scolastici di Palm Springs e Desert Sands e racconta che la sua storia come ballboy è nata da spettatore allo scorso BNP Paribas Open, tenutosi in ottobre.

A causa di molteplici fattori, tra cui obblighi vaccinali e restrizioni negli spostamenti, il torneo si era trovato a corto di raccattapalle. Era facile notare sui campi di gioco che molti incontri avevano a disposizione solamente quattro raccattapalle, anziché i consueti sei. L’età richiesta, che nel 2019 andava dai 14 ai 21 anni, è stata dunque ampliata per tappare i buchi. “Io e mio marito Luke stavamo guardando una partita ad ottobre e c’erano soltanto tre raccattapalle, così un supervisor aveva dovuto dare una mano. Gli ho detto, un po’ per scherzo, che se avessero avuto bisogno di volontari li avremmo potuti aiutare.” racconta Novak. “E in gennaio in effetti il torneo ha fatto sapere tramite una mail che avrebbero preso anche gli adulti. Così gli ho detto: «Lo vuoi fare?» e lui: «No, non direi.» allora ho detto: «Ti spiace se vado io?» mi ha risposto di provarci e così ho fatto.”

 

Juan Garrido, uno dei coordinatori dei raccattapalle del torneo, ha detto che l’inserimento di adulti tra i ballkids era necessario: nel 2019, l’ultimo anno in cui l’evento non aveva avuto carenza di personale, c’erano circa 330 raccattapalle in lista, mentre ad ottobre il numero era quasi dimezzato. Quest’anno sono tornati nuovamente intorno ai 200, il che garantisce sempre la possibilità di avere sei raccattapalle su ogni campo. Gli adulti che si sono fatti avanti hanno contribuito a riempire il vuoto, oltre al fatto che sia a loro sia agli spettatori la cosa è piaciuta; quindi, Garrido ha valutato la soluzione come estremamente positiva. Con due eventi ravvicinati a cinque mesi di distanza l’uno dall’altro e senza sapere quali obblighi vaccinali ci sarebbero potuti essere, il coordinatore aveva previsto che sarebbero stati nuovamente a corto di ragazzi, così aveva aperto il reclutamento anche volontari adulti con la mail che Novak aveva appunto letto a gennaio.

“Nell’arco di tre giorni avevamo avuto oltre cento richieste, quando ce ne aspettavamo dieci.” si è stupito Garrido. “E non arrivavano solo dalla California, ma anche da New York e un po’ dappertutto, al che ci siamo detti che erano troppe!” Garrido ha dovuto contattare alcuni dei potenziali volontari per chiarire alcuni punti fondamentali: non è un invito aperto al quale asta rispondere per entrare automaticamente a far parte dello staff. C’è un provino rigoroso e solo alcuni hanno tutti i requisiti. Inoltre Garrido non voleva che arrivassero persone al di fuori dello stato, le quali avrebbero dovuto comprare un biglietto aereo e affittare una stanza per due settimane con l’idea che ogni sera sarebbero state sul campo principale per un match di Nadal. Una volta spiegata la situazione reale, gli interessati si sono ridotti a circa quaranta. E di quel gruppo, dopo una fase di training di due weekend, solo sedici sono risultati avere tutti i requisiti necessari. Uno di loro era Novak e a detta sua non era stato affatto facile.

“È stata sorprendentemente dura. Mi sono preparato esercitandomi a lanciare a far rotolare le palline: ero convinto che il compito del raccattapalle consistesse solo in quello e mi ero allenato nel cortile dietro casa, dove ero veramente bravo. Pensavo di andare là e fare un figurone! ricorda Novak. “Ciò di cui non ti accorgi sono tutte le complessità della cosa e del fatto che se ti trovi fuori posizione rischi di fare una figuraccia alla Kramer.” Il Kramer a cui si riferiva faceva parte della famosa sit-com “Seinfeld”, nel quale il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open di New York. In un’occasione Kramer era troppo zelante e finiva per provocare un infortunio a un tennista. Novak ha aggiunto che la preparazione fisica rappresentava un altro requisito: “Sostanzialmente si tratta di fare scatti molto brevi e adesso mi sveglio ogni mattina col mal di schiena: nonostante uno sia in forma, ci sono piccoli movimenti a cui non si è avvezzi e repentini cambi di direzione con le ginocchia in torsione. Alla fine tutto questo lo paghi.”

Ma ora che sta facendo il raccattapalle da dieci giorni la cosa più difficile è lo stress mentale per rimanere sempre concentrato. “Durante ogni singolo punto e persino in allenamento il cervello è focalizzato al 100% su dove lanciare la pallina, dove posizionarsi, come aiutare gli altri anche a seconda di quello che stanno facendo.” spiega Novak. “E non puoi metterti a pensare alla cena o altro, poiché nel momento in cui lo fai il giudice di sedia assegna il game e rimani interdetto: «Ora cosa devo fare? Devo lanciare la pallina o farla rotolare?» mentre ti guardi in giro in cerca di un aiuto.”

Dopodiché Novak ha sottolineato che è stato un piacere lavorare fianco a fianco e fare squadra con dei teenager, un gruppo a rotazione che cambiava ogni giorno. In un incontro tra Elise Mertens e Daria Seville si è trovato a fare il raccattapalle con quattro ragazze e un ragazzo, tutti sotto i venti anni. “A essere onesti mi hanno trattato come uno qualsiasi, anche se al primo impatto pensavano che fossi il loro coordinatore o roba del genere.” dice ridendo. “Una volta che hanno capito che ero uno di loro, mi hanno incluso nel gruppo.” Novak ha aggiunto che il suo sguardo severo mentre è in azione non deve trarre in inganno: è la sua tipica espressione di quando è in campo, ma fidatevi, si sta divertendo.

I suoi amici, molti dei quali sono andati a vederlo di persona, oppure si sono abbonati a Tennis Channel, gli hanno fatto diverse osservazioni critiche: “Mi dicono che sono troppo serio, ma io rispondevo: «Ehi, cosa vi aspettavate?! Che dessi il cinque ai giocatori?!»” Gli ha fatto molto piacere essere riconosciuto dalla gente. Diversi conoscenti gli hanno inviato screenshot di lui in TV. Veniva riconosciuto perfino da persone che non conosceva non quando girava tra i campi. Racconta di quando un giorno stava mangiando a un tavolo e tre donne si sono avvicinate e gli hanno chiesto quale lavoro facesse. Una volta saputo, lo hanno tempestato di domande. Gli hanno chiesto quale sarebbe stato il suo incontro successivo e poi sono andate a vederlo far rimbalzare e passare le palline. “La parte buffa della storia è stata il giorno dopo, quando sono arrivato al torneo con una coppia di amici e mio marito, e non appena siamo entrati le tre donne hanno iniziato a urlare come se fossi una celebrità” ricorda divertito Novak. “Mi sono sentito importante in mezzo ai miei amici e loro ci hanno riso su.” A quanto afferma Garrido, Novak ha ricevuto solo ottimi feedback. “Sin dal primo giorno di allenamento, Jim è stato il più positivo tra tutti. Dicevi «Salta!» e chiedeva quanto in alto, dicevi «Corri!» e chiedeva quanto veloce. I ragazzi adorano lavorare con lui. Ho sentito solo un gran bene sul suo conto e quando poteva aiutava e guidava i più giovani. È stata una piacevole scoperta per il nostro team, qualcuno di cui su cui puoi far sempre conto”.

Garrido ha aggiunto che è ancora presto per dire se saranno necessari raccattapalle adulti per l’edizione 2023, in quanto in un mondo perfetto sarebbero già al completo con il gruppo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni. Tuttavia dopo questo esperimento durato due tornei, Garrido non esiterà a chiamare adulti se dovesse servire. Per quanto riguarda Novak, ovviamente sa di dare una mano in qualità di sostituto, ma adesso che ha avuto un primo assaggio sarà felice di dare il suo contributo finché potrà. “Ho detto agli organizzatori che sono qui per aiutare se serve e posso sempre migliorare. Se invece non hanno bisogno di me, basta dirlo. Se sono a corto di ragazzi lo faccio volentieri e mi diverto.” ha detto Novak. “Qualora dovesse esserci maggior affluenza di giovani e fossi di troppo, andrebbe bene lo stesso.” E ha concluso che l’esperienza ha avuto solo un aspetto negativo: “Sfortunatamente non potrò più guardare con gli stessi occhi di prima un incontro di tennis, perché passerò tutto il tempo a seguire i raccattapalle”.

Traduzione di Lorenzo Andorlini

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Challenger

Vita da Challenger: la scommessa abruzzese

Cronache dell’altro tennis dalle tribune di Roseto degli Abruzzi

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Tennis Club Roseto (foto via Instagram tennisclubroseto)

Dal nostro inviato Andrea Negro

E poi succede che ci troviamo a Silvi Marina durante il challenger di Roseto, anzi i challenger, perché sono due, uno in fila all’altro. Siamo qui per scrivere, non solo di racchette: il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivvù – cantava Ruggeri – e il sottofondo ideale per recuperare l’ispirazione, aggiungiamo noi.

Appena sappiamo che a meno di mezz’ora di 500 si gioca il tennis che conta, poggiamo la penna e imbocchiamo la SS16. Nel risalire l’Abruzzo verso nord, l’Adriatica – questo il nome romantico della statale – esibisce uno dei tratti più suggestivi: finite le case di Silvi s’incrocia la Torre di Cerrano a guardia di una spiaggia immensa che pare di stare in Normandia, poi si attraversano Pineto e la sua profumata distesa di pini marittimi, infine ci si immerge in un lungo canneto con l’acqua a destra, le colline a sinistra e, dietro, il Gran Sasso, una gigantesca meringata di neve.

 

Roseto ci accoglie viva, i suoi 25.000 abitanti ne fanno il centro più popoloso delle cosiddette “sette sorelle”, i comuni costieri che scorrono dal confine con le Marche fino ai bordi di Pescara. Il tempo di un paio di rotonde ed entriamo nel parcheggio condiviso dal Tennis Club Roseto e dal palazzetto del basket – la squadra locale gioca in B. Il circolo è sorprendentemente grande per le dimensioni del paese, 200 soci e 10 campi, quattro in terra outdoor, quattro coperti, due di padel. E ottimamente organizzato: come spendiamo il nome di Ubitennis, gli addetti all’ingresso ci consegnano a Elisabetta Di Berardino, figlia del fondatore e ambasciatrice del club. In un attimo ci stampano il pass e veniamo presentati prima al presidente Luigi Bianchini, poi al direttore del torneo, Luca Del Federico. L’accoglienza è quella calda, confidenziale e vagamente accorta degli abruzzesi, di cui chi scrive conosce bene la consistenza, avendo avuto mamma e nonna aquilane.

Del Federico ci racconta la genesi dei challenger Roseto 1 e Roseto 2, al loro primo anno di vita. La scintilla è scoccata con il tennis tour “I love Abruzzo” dell’estate scorsa, una kermesse di tornei di seconda categoria culminata in quattro ITF internazionali, giocati tutti sul territorio abruzzese. Un format concepito da Del Federico e sviluppato grazie al supporto della Regione, attenta a rilanciare economia e turismo locali anche attraverso lo sport. Da quell’esperienza, che nell’arco di quattro mesi ha coinvolto nove città e portato in Abruzzo 2.300 tennisti, e dalla sospensione del challenger di Francavilla, ormai fermo da tre anni, è nata l’idea di sfruttare la struttura del Tennis Club Roseto per un nuovo challenger sull’Adriatico. Risultato: due main draw di prestigio – tra i 32 al nastro di partenza anche Vesely, Mager, Cobolli, Taberner, Rosol, Trungelliti, Haase – un montepremi di 45.000 € e un bel successo di pubblico.

Uno degli aspetti più gratificanti di un challenger è la possibilità di mescolarsi a tennisti e addetti ai lavori senza le barriere del circuito maggiore: rispetto ai tornei ATP infatti mancano infrastrutture e bodyguard a protezione dei giocatori, capita perciò di incontrarli facilmente. Ci succede con Luciano Darderi, passaporto italo-argentino, col quale chiacchieriamo amabilmente dei margini, dei sacrifici, delle ambizioni di un ventenne n. 210 del ranking mondiale (lo vedremo anche allenarsi, gran servizio, buone prospettive). Ci succederà più tardi con Federico Gaio.

Poco prima delle 11 ci uniamo ai già numerosi spettatori sugli spalti, ci sono due semifinali di livello, la seconda con Cobolli. Non stupisce la presenza di tanti appassionati, da queste parti c’è antica tradizione tennistica, si gioca e si guarda giocare, perfino nei 9° di un marzo anomalo che costringe al giaccone quando a fine inverno qui di solito si gira in pullover. Taberner e Sanchez Izquierdo iniziano puntuali, altra prova della buona organizzazione del torneo, che all’arbitro affianca cinque giudici di linea in divisa, medici di supporto, tabelloni digitali con nome, nazionalità, punteggio e misuratore del servizio.

Ai primi scambi subentra lo straniamento di quando si assiste dal vivo alla performance di un vero tennista. Non è come vedere un match su Challenger TV, dove il filtro dello schermo appiattisce e rallenta i colpi; dalle tribune si colgono la velocità di palla e di gamba, la coordinazione, le rotazioni, si chiarisce il significato di una prima a 190 all’ora. E sfuma in un attimo quella sorta di illusoria condivisione che, a causa della vicinanza, ci piazza in campo coi campioni, come se insieme giocassimo la partitella della domenica. La verità è che, a guardare chi sa come usare una racchetta, viene voglia di darsi agli scacchi.

Mentre i due spagnoli randellano, un uomo si accorge che prendiamo appunti e ci scambia per un coach. Lo informiamo del nostro umile lavoro di scribacchini, il che determina una serie di rivelazioni da parte di colui che, essendone socio, si fa testimone dall’interno delle dinamiche del circolo. La prima riguarda la carenza di talenti tra i tennisti di Roseto, pare che chi vuole emergere emigri a Mosciano S. Angelo, lontana 18 km e pronta ad investire sui giovani più promettenti. Poi si passa all’invadenza della Scuola Tennis che intasa i campi, soprattutto d’inverno, obbligando gli iscritti a litigarsi le poche ore libere. La nostra gola profonda chiude con un accenno polemico al propagarsi del padel. Ci segniamo tutto, non è propriamente cronaca sportiva, tuttavia la deposizione del socio merita attenzione, gli umori della piazza spesso nascondono verità inconfessabili da parte degli organi ufficiali.

Intanto Taberner ha tamponato in due set l’esuberanza di Sanchez. In attesa che attacchino Cobolli e Borges, ci concediamo una delle svariate eccellenze gastronomiche locali: insieme agli arrosticini, il panino con la porchetta rende totalmente inutile la presenza di McDonald sul territorio abruzzese. Con la squisitezza tra le mani, vediamo Cobolli gestire malissimo il primo set, riprendersi nel secondo ma poi smarrirsi definitivamente nel terzo, lasciando al portoghese una vittoria ampiamente alla sua portata. Forse al romano servirebbe un pellegrinaggio a Mosciano S. Angelo.

Aspettiamo che Flavio smaltisca la sconfitta avvicinando e conoscendo Federico Gaio, infagottato a studiare l’allenamento di Giustino, lunedì parte Roseto 2 e sono entrambi iscritti in tabellone. Gaio ha buone parole per l’organizzazione, l’unico appunto è sul freddo, davvero molesto, nei primi turni si è giocato sotto la neve: forse sarebbe stato opportuno spostare la coppia di challenger ad aprile o maggio. Annuisce anche Fabio Colangelo, coach di Gaio dalle chiare origini abruzzesi. Fatti i doverosi auguri a Federico, intercettiamo Cobolli per una piacevole intervista, già riassunta in calce alla cronaca su Ubitennis della partita con Borges.

Il programma delle semifinali ora è terminato e con lui il nostro compito di umili scribacchini. Rimane soltanto da ringraziare Elisabetta, Del Federico e Bianchini per la cordialissima ospitalità; e rifiutare l’invito al ricevimento nel giardino del circolo da parte dell’altrettanto cordiale direttore sportivo, Emiliano Aloisi: non è il caso di farci la reputazione di chi sfrutta il pass giornalisti per imbucarsi ai party, e pazienza se ciò comporta la rinuncia alla sicura grigliata di arrosticini e porchetta.

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